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Il Soldato che correva: il diario di Edoardo G.L'inizio della Prima Guerra Mondiale fu salutato in Italia da un momento di gioia collettiva da parte delle elite, che vedevano completarsi un proprio progetto di Unità Nazionale, noncuranti delle parole di Benedetto XV che gridava di cessare l'inutile strage. Sul campo andarono i soldati, nei primi giorni curiosi in attesa di capire cosa sarebbe stata questa guerra. Fino a che furono gettati nel fango fino al collo, per quattro lunghi anni di annichilimento umano, personale, totale. Ta-pum, mutilazioni, ta-pum morti, acqua sete fango fame sangue sangue sangue. Il libro è in grado di portare il lettore in trincea, di far vivere le emozioni e il progressivo senso di straniamento e di assurdità, di umanità e di progressiva alienazione. Il libro usa l'espediente di un memoriale, ma essendo stato scritto oggi anzichè essere più lontano dagli eventi riesce ad utilizzare fonti, schemi, approfondimenti storici e conoscenza dei luoghi che ad un soldato semplice di allora sicuramente sarebbero sfuggiti, e utilizzando in maniera intelligente queste informazioni permette una lettura scorrevole, appassionante e al tempo stesso perfettamente coerente con i fatti così come si sono svolti. Si può dire serenamente che questa sia la storia non solo di un soldato, ma un memoriale di un soldato che è il memoriale di tanti soldati, a cui questo romanzo rende merito catapultandoci in mezzo a loro, vivendo la fame, la sete, il freddo, la paura e poi l'indifferenza verso la morte. Molto consigliato.samuele@salescuolaviaggi.com -
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Lazarillo de TormesÉ stato definito il romanzo della conquista del cibo. Il Lazarillo parla di un bambino con un solo obiettivo in mente: non morire di fame. E degli stratagemmi che usa per guadagnarsi un posto in una societá che non fa sconti ai deboli. Nel libro si ride di cose tristi e ci si immedesima in un orfano della Spagna del 1500. Lettura felice.MichaelSermoneta -
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Armi, Acciaio e Malattie. Breve storia degli ultimi tredicimila anniJared Diamond possiede una dote rara, soprattutto in questi tempi selvaggi: di fronte ad un'ipotesi che sembra un po' una ca*ata, tipo che la pasta vada bollita per due ore, metti, non si mette a strillare, ma si chiede sinceramente se non sia in realtà una buona idea, e la analizza e sviscera senza eccessivi pregiudizi. Magari per poi definirla effettivamente una ca*ata. L'ipotesi di partenza di questo libro non riguarda (forse purtroppo) la cottura della pasta ma il tema leggermente più serio delle differenze tra le società umane, e più specificamente le differenze nel livello di sviluppo e quindi di successo che diverse società in diverse parti del mondo mostrano oggi. O, posta nei termini di Diamond, se oggi gli europei (e i loro discendenti) hanno un tenore di vita innegabilmente più alto degli aborigeni australiani, dei nativi americani o di innumerevoli popoli spazzati via dalla storia, è merito di una loro connaturata superiorità? Questa non è una domanda facile per per chi studia antropologia: dopo due secoli di asservimento ai colonialismi, in cui hanno prodigato ogni energia per tentare di provare *esattamente questo*, oggi gli antropologi cercano di girare al largo da qualunque questione contenga le parole "successo", "superiorità" o simili. Diamond no. Diamond, con freddo rigore, mette in fila fatti, dati, ipotesi, costruisce tabelle di areali di piante e animali, analizza climi e caratteristiche geografiche e giunge a smontare del tutto ogni ipotesi che voglia vedere differenze congenite nell'intelligenza, capacità di adattamento, propensione al successo dei diversi gruppi umani: il processo che ha portato alcuni a possedere i fucili, e altri no, deriva dal fatto che gli antenati di alcuni abbiano avuto accesso a cereali, animali da soma, e malattie infettive, ed altri no. Il libro si lancia così in una appassionante disamina della storia umana degli ultimi 10 o 15 mila anni, una storia che NON dipende dagli uomini che credono di farla, ma dalla distribuzione delle specie animali e vegetali, dalla facilità o difficoltà della loro diffusione attraverso areali contigui, e della conseguenta nascita (o non nascita) di vita sedentaria, città, scrittura, vita organizzata, armi, acciaio, e malattie. Un libro illuminante, non solo per mettere a tacere i vari imbecilli sostenitori di teorie razziali (cosa che comunque non fa mai male), e neanche solo per ridimensionare l'orgoglio specista di noi tronfi esseri umani, ma anche, e soprattutto, per gettare luce sulle cause profonde, profondissime della nostra storia, e quindi in definitiva anche del nostro mondo moderno. Un mondo che dipende da geografia, clima, piante, animali e microbi molto, ma molto più di quanto ci piaccia ammettere.Barbaking -
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Becoming – La mia storiaHo iniziato la lettura di questo libro con la paura che fosse sopravvalutato, noto più per il fatto che in molti lo hanno letto che per la qualità della sua scrittura e del racconto. Per fortuna, mi sono dovuta ricredere: si tratta di una bellissima autobiografia, molto coinvolgente. La scelta delle esperienze e degli eventi da raccontare è stata fatta con cura, mai noiosa né banale: permettono infatti di sapere qualcosa di più sia della persona Michelle Obama e della sua famiglia sia del retroscena politico, sociale, familiare che lei e il Presidente Obama hanno dovuto affrontare nel corso dei due mandati alla Casa Bianca. Il libro contiene inoltre una moltitudine di curiosità su come funziona concretamente e quotidianamente la vita alla Casa Bianca, dettagli che non sono comunemente conosciuti. E' un libro che presenta molti stimoli e spunti di riflessione e permette di approfondire le ragioni che hanno spinto la ex First Lady a individuare, tra le molte possibili, le battaglie sociali e le iniziative che ha cominciato o continuato durante la presidenza del marito; ancor di più, i messaggi che ha sempre lanciato (per lo più rivolti al popolo americano, per ovvi motivi) e i principi che l'hanno animata, raggiungono, tramite la pubblicazione del libro, un pubblico ancora più grande di persone, incluse donne e ragazze, che sono state e sono al centro delle sue attenzioni e riflessioni.Lovereading -
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Barbarian Migrations and the Roman West, 376-568Guy Halsall – come può attestare anche la sua presenza social, molto battagliera – non è un professore medievale che le manda a dire. Preparato e determinato, ha la capacità di ben scrivere e di argomentare tenacemente le più forti affermazioni. Il suo lavoro “Barbarian Migrations in the Roman West” è considerato da molti come il più importante saggio di storia su quest’epoca a cavallo tra Adrianopoli e l’arrivo dei Longobardi in Italia. La stessa scelta di inserire tutto questo periodo in un unico libro è di per sé innovativa. Dei tanti dibattiti che perennemente ruotano attorno al tema della caduta di Roma, nessuno è più duraturo di quello tra coloro che attribuiscono la colpa a problemi interni (corruzione, decadenza) e coloro che citano pressioni esterne (invasioni barbariche). Quest’ultima opinione fu formulata in modo memorabile da André Piganiol negli anni Quaranta: “Roma non morì di morte naturale; è stata assassinata.” Di recente, dopo un lungo predominio degli “internalisti”, è stato Peter Heather a riaffermare l’importanza delle migrazioni barbariche in Europa come causa scatenante della dissoluzione dell’Occidente (vedere la lista delle mie “fonti”). Con questo libro, Guy Halsall si schiera decisamente dalla parte degli internalisti, ma in modo diverso: niente moralismo sulla “caduta dei costumi” ma molta attenzione alle reti clientelari, alle strutture politiche e all’identità sociale dei territori provinciali, e come questi erano legati al centro imperiale. Halsall descrive la caduta come “l’effetto cumulativo di una miriade di scelte da parte di innumerevoli persone” che “spesso, se non sempre, tentavano di fare il contrario”: nessuno, nella lunga storia romana, né tra Romani né tra i Barbari sembra aver “voluto” la caduta, ma spesso l’ha avvicinata senza volerlo. Altre citazioni epiche dal libro: “l’impero non morì silenziosamente: cadde calciando, squarciando e urlando”. La conclusione è stata anche ripresa nel mio libro "Il miglior nemico di Roma": “L’Impero Romano non fu assassinato e non morì di morte naturale; si è suicidato accidentalmente”. Con tutti i suoi pregi – e questo libro ne ha tanti – ha anche dei difetti: è molto ideologico, a volte sembra disdegnare l’archeologia o l’archeogenetica, rimanendo forse troppo affezionato alle teorie storiche anche di fronte all’evidenza. Alcune sezioni che discutono di questioni di genere e del razzismo sembrano aggiunte a bella posta: non c’è ragione per non parlarne in un saggio di storia, ma sembrano essere state aggiunte posticce ex post richieste da qualcuno o da qualcosa e non integrate armonicamente nel libro. Infine la verve dell’autore è sicuramente interessante, ma si lascia spesso trascinare dall’animosità del dibattito storico sulla tarda antichità, anche se a onore del vero non manca di riconoscere meriti anche degli “avversari”. Comunque, una lettura imprescindibile sul periodo, da accompagnare ad altre. [Recensione originariamente pubblicata nella pagina "Fonti" del sito di "Storia d'Italia": link sottostante]Il Miglior Nemico di Roma - Marco Cappelli -
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MAUS"La più potente opera sull'olocausto è una riflessione sull'orrore che è dentro anche le vittime" E' raro che mi permetta di leggere opere che sono al di fuori della linea temporale del podcast. Ho fatto un'eccezione con "Maus", graphic novel di Art Spiegelman che ho colpevolmente letto solo ora. Ritengo che sia un'opera indispensabile, oggi, più che mai. Innanzitutto perché è forse la più potente storia mai raccontata a riguardo dell'olocausto, ma anche perché riesce perfino ad andare oltre. Maus racconta la storia di Vladek Spiegelman, sopravvissuto all'Olocausto, attraverso una serie di interviste con il figlio Art. Il tratto "grafico" distintivo di Maus è l'uso di animali antropomorfi per rappresentare i diversi gruppi etnici: gli ebrei sono topi (quasi a voler ribadire tutti i pregiudizi fascisti), i nazisti sono gatti, i polacchi maiali e così via. Però a mio avviso la grande peculiarità dell'opera non è questa, ma il fatto che sia una storia così chiaramente e volutamente autobiografica, senza voler indorare la pillola e volutamente facendo vedere anche gli aspetti più spiacevoli della personalità di Vladek Spiegelman. La storia, infatti, non è solo ambientata durante la Seconda guerra mondiale, ma anche nel dopoguerra: Vladek ne esce fuori come un sopravvissuto, certo, ma non come un eroe. La graphic novel mostra il difficile rapporto tra padre e figlio. Art non riesce spesso a comprendere e relazionarsi con il padre, la cui personalità è stata forgiata dalla brutalità del passato. Questo dualismo tra presente e passato aggiunge profondità alla storia, rendendo Maus non solo un'opera sulla Shoah, ma anche una riflessione sulla memoria, sul trauma e sull'eredità familiare. Maus mostra come chi è vittima dell'orrore può essere a sua volta pronto a compiere atti atroci sugli altri: Vladek è profondamente razzista nei confronti dei neri, maltratta chiunque gli sia vicino fino all'abuso. Ne traggo un insegnamento: non si può dimenticare l'orrore - che va fatto studiare a tutti i zucconi - ma che questo non sia mai la scusa per nuovi orrori.Marco Cappelli -
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Una Questione PrivataHo letto Fenoglio molto dopo Pavese, scoprendo che è un autore, a dispetto della fama, molto più "difficile", privo di qualunque schermo e mediazione mitologica e intellettualistica, e impastato di un realismo esistenziale radicale. Nei suoi libri la vita trabocca direttamente nella letteratura, senza alcuna mediazione teorica o filosofica, e quindi non lascia al lettore più scampo di quanto il destino riservi ai suoi personaggi. La differenza tra vita vissuta e vita pensata, tra esperienza e memoria – che in Pavese è dilatata fino a rappresentare il suo vero "segno", sia sul piano letterario che su quello biografico – in Fenoglio è letteralmente abolita. Penso che a Fenoglio e alla sua popolarità abbia gravemente nuociuto essere stato considerato un testimone della Resistenza, che non è mai, assolutamente mai, neppure nei romanzi e nei racconti in senso stretto resistenziali, il tema narrativo, ma semplicemente lo scenario di una vicenda umana che avrebbe potuto svolgersi altrove e sarebbe stata raccontata con la stessa impietosa verità e precisione e grosso modo negli stessi termini. L’ostilità che la critica comunista riservò alla sua letteratura, per nulla incline a un’epopea da realismo socialista, era, da un certo punto di vista, giustificata, per ragioni letterarie, prima che politiche. Fenoglio era stato infatti un partigiano badogliano, ma soprattutto era uno scrittore privo di qualunque inclinazione propagandistica e di qualunque ambizione “edificante”. Una “questione privata” è un romanzo d’amore così assurdo e assoluto da apparire ingiusto dalla prima all’ultima pagina e proprio le prime e le ultime pagine di questo libro ne sono una terribile testimonianza.Carmelo Palma -
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L’isola misteriosaSì, c'è il Capitano Nemo. Quanto è figo il Capitano Nemo? Tantissimo, non si discute, un personaggio talmente badass da costringere il suo autore a ripescarlo dal Maelstrom e a rimetterlo in scena, dandogli un nome e una storia*. E poi c'è Ayrton, anche se il povero Ayrton non se lo ricorda quasi mai nessuno. Ayrton chi? Appunto. E poi c'è Cyrus Smith. Non è un caso, se volete dar retta all'umile sottoscritto, che Nemo e Smith si incontrino, che sia all'ingegnere americano che l'ingegnere indiano si confessi e che a lui, e ai suoi compagni, chieda l'assoluzione. Due immagini speculari, Smith e Nemo, due menti brillanti impegnate in una guerra, l'uno per il progresso umano e la propria patria invischiata nella guerra civile, l'altro per una spietata vendetta personale, contro tutto e tutti. L'uno in grado di ricreare una società nella natura selvaggia, con la speranza di tornare nel mondo degli uomini, l'altro che al mondo degli uomini ha voltato per sempre le spalle, chiudendosi nel suo scrigno sottomarino mobile. Poi certo c'è tutto il resto, ci sono i compagni dell'ingegnere, per lo più lì a farsi salvare da lui, e c'è l'Isola Lincoln, inferno e paradiso, pronta ad essere soggiogata dal superiore ingegno umano che a nulla si piega, e che è in grado di sfruttare ogni risorsa, ogni filo d'erba o esemplare animale per trionfare. Un'immagine che a distanza di quasi due secoli potrebbe far sorridere, se non facesse accapponare la pelle. Le parti in cui i naufraghi lottano per accendere un fuoco, o per fabbricare mattoni, potrebbero sembrare le più deboli o noiose, ma sono probabilmente quelle in cui l'autore, instancabile positivista figlio del suo tempo, ha riversato la sua maggiore passione e sono il vero cuore del libro, sempre se date retta a me. Difficile dare un giudizio finale a un libro scritto in un'altra epoca, remota eppure praticamente dietro l'angolo, un libro, certo, pensato per i ragazzi, e che se letto da ragazzi resta piantato in mente per sempre, anche se col passare del tempo magari te ne scordi, e che (ri)letto da adulti di nuovo trascina lontano, a sognare un pacifico mondo di progresso che non è mai esistito e grandi uomini che non sono mai nati. Difficile dare un giudizio ma ci provo lo stesso, e quel giudizio è: capolavoro assoluto. * Magari è cosa nota ai più, io l'ho scoperto solo di recente, ma nell'idea originale di Verne Nemo doveva essere un nobile polacco in guerra personale con la Russia che gli aveva devastato la madrepatria. Solo che l'editore aveva paura che i Russi si offendessero, e l'autore fu quindi costretto a trasformarlo in un principe indiano. Questo genera qualche incongruenza narrativa, ma soprattutto fa molto ridere che un editore francese di fine ottocento sia andato a dire a Verne "Mais non, Monsieur, così i Russi si incazzano, non possiamo mica far incazzare i Russi! Facciamo incazzare gli Inglesi piuttosto."Barbaking -
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Louis PasteurS. J. Holmes, professore di zoologia all'università di Berkeley in California, circa un secolo fa ha scritto una pregevole biografia di Louis Pasteur, in termini semplici e comprensibili non si sofferma nei dettagli come Vallery-Radot (che lui stesso ammette essere una delle sue fonti principali assieme al libro di Duclaux), ma crea un libro godibile e che può essere di facile lettura per chi voglia un primo approccio alla vita dello scienziato.Louis Pasteur - Storie di Biologia -
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I cani di RigaE'invecchiato bene questo giallo di Mankell. Io ero un ragazzo quando cadde il Muro di Berlino, e ricordo con una sensazione di vaga eccitazione quello che accadde in quei mesi tra la riunificazione tedesca e poco dopo il crollo di tutti i regimi comunisti. Questo giallo è scritto proprio in quei mesi: lo stesso autore più avanti dice che non avrebbe potuto immaginare quanto sarebbe avvenuto poco dopo aver inviato il proprio libro al suo editore. Per cui il Commissario Wallander, protagonista un po' stropicciato, un po' disilluso -come va di moda nei gialli degli ultimi trent'anni- si muove -partendo dalla periferia della Svezia - in un'Europa in cui la Germania si sta riunificando ma ancora la Russia sembra tenere in piedi il sistema comunista, si deve muovere in una Riga ancora palazzoni, grigiore e spie. E lui si infila lì, nel risolvere il problema di un canotto alla deriva con due cadaveri torturati viene portato in Lettonia all'interno delle lotte di potere nella polizia comunista, già attraversata dai movimenti per la libertà e ancora schiacciata dagli amici della Mosca bolscevica. Il giallo è carino, la traduzione scorrevole e senza picchi ma senza errori: a me la cosa che più mi ha colpito è questo casuale essermi ritrovato in quell'estate dei miei sedici anni, quando tutto quest'aria di rivoluzione soffiava ovunque in Europa, e stavano per cadere gli ultimi muri.samuele@salescuolaviaggi.com -
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Memorie di Adriano“Humanitas, Felicitas, Libertas” – un capolavoro letterario, un’opera di grande umanesimo Lessi “Memorie di Adriano” vent’anni di fa. Avrei anzi detto che la lettura fosse avvenuta ancora più indietro nel tempo, ma, riprendendo in mano il libro, mi accorgo che venne stampato nel gennaio 2002, e dunque non possono essere passati più di venti anni. Ne ho memoria come di una lettura appagante, di alto livello, dalla scrittura dal tocco delicato e dalle meravigliose virtù di delicata introspezione, inserita nel contesto di un mondo antico affascinante, in parte familiare e in parte esotico, nell’impero al suo zenith, in quello che emerge come uno dei grandi momenti della Storia. E’ Yourcenar stessa a descriverlo nei “Taccuini d’Appunti”, attraverso una perfetta e memorabile definizione di Flaubert: <<Quando gli dèi non c'erano più e Cristo non ancora, tra Cicerone e Marco Aurelio, c'è stato un momento unico in cui è esistito l'uomo, solo>>. E questa d’altronde è un’opera in cui il contesto storico è fondamentale, ma si va oltre la sola dimensione del romanzo storico, come suggerisce anche la citazione di Flaubert, perché questa è soprattutto una retrospettiva su una vita, la storia di un’anima (e non a caso il primo capitolo si intitola esplicitamente, con inevitabile citazione, “Animula vagula blandula”). Questa è un’opera di grande umanesimo. Mi è sempre rimasto ben scolpito nella memoria, come sintesi di questo capolavoro e delle idealità e intuizioni quasi poetiche che esso esprime, quello che Adriano cita quasi come motto della sua visione politica: “Humanitas, Felicitas, Libertas”, che – devo dire – da allora ho sempre considerato l’obiettivo politico che anche oggi dobbiamo proporci. Anche per questo “Memorie di Adriano” è un’opera che certamente mi è rimasta, come si suol dire, “impressa”, ed è stata formativa. Del libro fanno parte anche i “Taccuini di Appunti” e la “Nota” finale. Francamente non saprei dire se li lessi allora, ma li ho letti in questi giorni, e li ho trovati una miniera. I “Taccuini”, per il modo fresco, per flash con il quale descrivono la genesi dell’opera, il percorso lungo, tortuoso, avventuroso e imprevedibile che questa idea seguì per anni prima di essere concretizzata, gli accidenti della vita attraverso i quali è giunta infine ad essere scritta come e quando è stata scritta, e per alcune considerazioni a latere talvolta fulminanti. La “Nota”, quale testimonianza del lavoro certosino e scrupoloso che Yourcenar compì per poter scrivere di Adriano, dello studio delle fonti, e – soprattutto – della loro ricerca. Nella “Nota” è descritto un processo difficilissimo di reperimento degli studi e delle opere su Adriano e il suo mondo, processo che richiedeva la visita di infinite biblioteche, perché studi settoriali anche recentissimi erano frequentemente esistenti in poche copie sull’intero pianeta*. La traduzione è quella, imprescindibile, di Lidia Storoni Mazzolani, la classicista scelta dalla stessa Yourcenar quale traduttrice italiana del capolavoro, con esiti felicissimi. * Una ricerca un tempo difficile, lunga e laboriosa come quella di Yourcenar oggi può essere sempre più agevole e soprattutto rapida, e questo fatto è notevole, grazie alla replicabilità digitale e al web, che hanno ampliato a dismisura le possibilità di conoscenza e di ricerca per tutti: nel XXI secolo alla portata di milioni e milioni di persone ci sono fonti e informazioni che un tempo erano disponibili a pochissimi, dagli abbondantissimi risorse e tempo a disposizione per dedicarvicisi. Un beneficio della tecnologia, questo, che avrà (e sta già avendo) effetti trasformativi profondissimi sulla trasmissione della conoscenza, dei quali – credo – non ci rendiamo conto se non superficialmente, senza comprenderne davvero la magnitudine. Progressi come questo hanno effetti che si cumulano, a valanga, e la trasmissione della conoscenza ne beneficerà, penso, in una misura talmente gigantesca che a posteriori non si potrà che vedere un prima e un dopo la rivoluzione della replicabilità digitale e della disponibilità web.Marco Rossi -
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What If?: Serious Scientific Answers to Absurd Hypothetical QuestionsPosto che l'immagine di copertina dovrebbe bastare (e a proposito della quale, la maggior parte della gente punterebbe probabilmente sul Sarlacc, ma io due soldi sul T-Rex ce li butterei), il libro, che è una raccolta degli articoli postati sul blog dell'autore con qualche inedito, si impegna a dare risposte serissime a domande completamente astruse, da "e se lanciassi una palla da baseball a velocità-luce?" a "cosa succederebbe se spedissimo tutta l'acqua della terra su marte tramite un portale sul fondo oceanico?". In almeno un paio di articoli il nostro pianeta NON finisce carbonizzato o in pezzi alla fine dell'esperimento, e questa ovviamente è una delle meraviglie della fisica. L'autore, divenuto noto per i fumetti del suo sito xkcd (alla fine non troppo diversi, per tenore, da questo libro) ci mette del suo, portando alle estreme conseguenze ogni assurda ipotesi con il suo tono insieme rigoroso e tremendamente coinvolto. dovrebbe esistere anche in italiano, ma consiglio per chi lo mastica la lettura in lingua originale, perché nessuna lingua è meglio dell'inglese per le robe nerd. E ora scusatemi, vado in Canada a verificare quella cosa del Monte Thor AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA.Barbaking -
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Agosto 1914"Epica del Novecento" Ho letto Agosto 1914 circa vent'anni fa, nell'edizione del 1971 (è stato poi ripubblicato, ampliato, nel 1984): dirò quindi dell'impressione che me ne è rimasta, a tanto tempo di distanza. E', dall'inizio ad oggi, un'impressione molto forte. Ho sempre associato "Agosto 1914", oltre che alla grande letteratura russa, all'epica antica, non solo per il tema militare, le battaglie, la potente vitalità di chi deve fare i conti con il rischio imminente della morte, ma anche per il respiro della scrittura, la vastità dell'affresco, e ancor più per lo scontro titanico di fragili destini individuali con la possenza della Storia, che li agita, li solleva e li abbatte ma alla quale certuni non si rassegnano nè si abbandonano senza esercizio della volontà. E' l'unico titolo tradotto in italiano, che io sappia, della tetralogia "La Ruota Rossa" (gli altri titoli sono "Novembre 1916", "Marzo 1917", "Aprile 1917"). L'appartenenza a una tetralogia potrebbe spiegare - lo dichiara lo stesso Autore in una premessa - alcuni filoni del racconto che sembrano aprirsi e non chiudersi, mentre la gran parte del testo è sui primi giorni della guerra, fino alla battaglia di Tannenberg. Mi sembra che la fortuna di questo romanzo sia piuttosto limitata, ma a me parve una lettura molto alta, per la visione eroica della vita che ne esce.Marco Rossi -
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La Sposa SegretaÈ un romanzo minore di un autore considerato minore (o non maggiore) nella storia del secondo novecento italiano, che io incontrai ragazzino come epico cronista sportivo sulle pagine de La Stampa (ma secondo nei miei gusti al grande Vladimiro Caminiti del Guerin Sportivo). Poi iniziai a leggerlo assiduamente, insieme ad altri scrittori piemontesi, da Fenoglio e Pavese, come parte dell’apprendistato a una identità acquisita, da mezzo sangue siculo-torinese, ma più mia di qualunque altra. In una letteratura un po’ picaresca e un po’ dissociata, piena di “fenomeni” e di anime perse, come quella di Arpino, i personaggi di questo libro hanno una strana normalità rassegnata e vibrante (sono tutti quel che devono essere – e sembrano saperlo e se ne animano), che forse i critici riterranno (a ragione) troppo “telefonata”, ma per me, quando lessi il libro quindicenne, segnò la scoperta di tante cose, forse non eccezionali, ma importanti, anzi decisive.Carmelo Palma -
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Pasteur e la Scienza ModernaPubblicato nel 1960, il libro di Dubos fa un breve e conciso riassunto della vita di Louis Pasteur andando a sottolineare di volta in volta i nuovi orizzonti che le sue scoperte hanno aperto alla ricerca scientifica contemporanea. Stupisce ancora oggi come certe idee e riflessioni dello scienziato possano risultare perfettamente attuali anche nei nostri giorni.Louis Pasteur - Storie di Biologia -
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Down and Out in Paris and LondonNon è il libro "più bello" che abbia mai letto, ma è sicuramente il più piacevole, il più divertente, quello che non mi viene mai a noia e rileggo sempre con lo stesso entusiasmo di quando l'ho scoperto e avevo la stessa età dell'autore quando l'ha scritto. È un libro che regalerei senza esitare a tutte le persone intelligenti, ironiche ed empatiche che conosco. E anche alle altre, vedi mai che (impresa disperata, me ne rendo conto, but still) prima o poi imparino qualcosa della vita.Hatsumi10 -
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La falsa pistaNon è solo il giallo, il dubbio, la suspance che colpisce dei libri di Mankell. Questo libro, in linea con i suoi altri, è scritto in maniera piana e lineare. Talvolta troppo lineare. Questo libro è scritto così: lineare, piano ma implacabile, un passo dietro l'altro, un mattone e via un altro costruisce una serie di trame intrecciate dove il colpevole mostra a tutti di essere anche vittima, e le vittime tutto sommato hanno meritato di esserlo. Ciononostante no, sembra giusto però non si fa: il protagonista della serie, il commissario Wallander, non confonde i buoni e i cattivi, e i gesti buoni e i gesti cattivi. Dietro alla costruzione del giallo, una volta sciolti i nodi, rimane la critica sociale e uno sguardo di comprensione e di comunanza, vicinanza all'uguale suono del dolore delle persone comuni. La storia inizia con una giovane ragazza, bellissima, che si dà fuoco in un campo: e poco dopo un ex Ministro assassinato. Due trame, due storie, due piste da seguire.samuele@salescuolaviaggi.com -
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Breve storia della vita privataBill Bryson, già autore del (notevole) Breve storia di (quasi) tutto, ci invita a casa sua facendoci fare un giro virtuale di una vecchia rettoria di epoca vittoriana. Stanza per stanza, con la sua consueta verve molto british (curiosa per uno nato in Iowa), l'autore snocciola fatti curiosi, aneddoti storici, e in generale notizie spesso poco ovvie relative all'ambiente domestico in cui ci si trova. Si va così dall'edificazione del Crystal Palace di Londra alle meraviglie dei siti archeologici paleolitici, dalle bizzarrie dei grandi architetti inglesi agli orrori nascosti nei libri per bambini di fine Ottocento e molto, molto altro, perché come dice l'autore, praticamente tutto quello che succede nel mondo, i viaggi di esplorazione, le conquiste scientifiche, le guerre e le rivoluzioni prima o poi trova la sua strada fin dentro alle nostre case. Un libro di divulgazione divertente ed informativo che ha lo straordinario potere, almeno per quanto riguarda l'umile recensore, di trascinare chi lo legge fuori dal tempo, fornendo un angolo tranquillo in cui scoprire aspetti misconosciuti di un passato non così lontano. Traduzione non sempre impeccabile (in almeno un caso c'è un "three feet" tradotto piuttosto pedestrialmente in "tre metri", non esattamente la stessa cosa) per cui consigliata la lettura in originale se possibile, per quanto personalmente sia molto affezionato al volumone di Guenda.Barbaking -
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Dalla parte del bene"E noi papà, da che parte stiamo?" "Dalla parte del bene" Ventuno anni vissuti tra il 1968 e il 1989, in una Cecoslovacchia assediata dai carri armati e finalmente libera dal dominio sovietico, raccontati da un ignoto protagonista che ripercorre la sua adolescenza in parallelo con la storia della sua famiglia. Un padre calciatore, idolo della squadra locale, che vede spegnersi la propria stella una volta smesso di giocare e perde la rotta della propria esistenza. Un figlio negato per il calcio, che prova a raccogliere quella bussola e a orientarla per trovare la propria strada. Nell'ambiente freddo e ironico della letteratura cecoslovacca, lo spaccato raccontato da Fahrner riporta a grandi campi e spazi incontaminati, a ragazzi sognatori e incapaci di prendere le decisioni importanti della propria vita, oppressi da un sistema troppo più grande di loro. Attraverso incontri cruciali e svolte repentine del destino, il protagonista si lancia alla ricerca della propria felicità, nella convinzione che comunque andrà, il bene è l'unico valore perseguibile. Frasi da segnare: - Prima di poter scoprire da soli verità che altri un tempo ci hanno sussurrato, forse dobbiamo aver vissuto e dimenticato molto. - Che importava dei denti che battevano? I denti che battono per il freddo te li dimentichi, le ferite anche, ma la bellezza? L’amore? La felicità? E la vita, già solo il fatto di poter vivere è una fortuna grandissima, anche se intorno è pieno di cose tristi.Eaglesupporter -
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Tutte le PoesieSandro Penna è un poeta dalla parola senza peso e senza storia, un puro canto. La sua straordinarietà, più che nel suo talento, mi è sempre sembrata consistere in questa assoluta estraneità a qualunque realtà non dettata dal desiderio e dalla pura vita. La facilità della sua poesia, con una perfezione lirica indifferente a ogni dato formale, e spesso quasi con l’intonazione della canzonetta, è talmente eccentrica – anche considerando le caratteristiche della biografia di Penna, della sua marginalità, della sua indigenza – da apparire qualcosa di indipendente dalla sua vicenda umana, anzi di indipendente proprio da tutto. Non ho mezzi sufficienti per giudicare la sua grandezza letteraria, ma sono sempre stato impressionato dalla totale continuità (senza balzi, senza differenze sostanziali, senza tempo) della sua produzione poetica. È un poeta meno “mio” di altri – massimamente Caproni – ma più stupefacente di qualunque altro come fenomeno letterario tra quelli che mi sia capitato di incrociare.Carmelo Palma -
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Sud. Storia dell’Endurance in Antartide 1914-1917“Spedizione Imperiale Trans-Antartica”. È questo il nome ufficiale di un incredibile progetto di viaggio: l’attraversamento dell’Antartide a piedi da un mare all’altro. Il suo ideatore era il famoso esploratore Sir Ernest Shackleton, che l’affrontò nel 1914 a bordo della goletta Endurance con un equipaggio di ventisette uomini pronti a tutto. Ma il 9 gennaio del 1915 la nave è bloccata dal pack antartico e dopo dieci mesi di lenta deriva viene stritolata dai ghiacci. Sud racconta, attraverso le memorie di Sir Ernest pubblicate già nel 1919, le vicende della fallita spedizione ma soprattutto l’incredibile viaggio dell’esploratore sulla banchisa polare, e poi con tre scialuppe, per raggiungere la più remota isola in cui si spingevano le baleniere, fino al ritorno ed al salvataggio di tutti i suoi compagni nove mesi dopo il naufragio. È una storia di straordinaria determinazione, ritenuta da molti un esempio di coraggio e lealtà. Infatti è stata raccontata più volte: da un famoso libro di Alfred Lansing negli anni Cinquanta, da un apprezzato documentario (nel 1998), una serie TV (nel 2002, con Kennet Branagh ad impersonare Sir Ernest), alcuni podcast (tra cui uno in italiano, di Diego Alverà). Nel 2022 le immagini del ritrovamento del relitto fra le acque del Mare di Weddel, a quasi 3.000 metri di profondità, hanno riacceso l’interesse su questa storia. Sud, ricco di dettagli anche tecnici e con la prosa di un comandante della marina reale britannica di inizio Novecento, non è il modo più semplice per seguire questa incredibile impresa. Tuttavia, dà la rara possibilità di ascoltarla direttamente dalle parole del suo principale protagonista, consentendo di cogliere sfumature preziose: ad esempio il rapporto di tutti i partecipanti della spedizione Shackleton con il primo conflitto mondiale, che iniziò proprio il giorno in cui l’Endurance partì verso l’Antartide.Marco il Nero -
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Cose di Cosa NostraRECENSIONE 2018: "Lettura utile e interessante ancora oggi" Lessi questo libro, costruito da Marcelle Padovani su varie interviste a Giovanni Falcone, negli anni Novanta, forse come compito scolastico, data l'edizione, non molto tempo dopo gli attentati che uccisero Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, oltre alla moglie del primo e vari uomini e donne delle rispettive scorte. La stessa immediata diffusione di edizioni scolastiche del libro, che era stato pubblicato in edizione per il pubblico generalista nel 1991, Falcone vivente, è un segno di quanto quegli anni Novanta furono caratterizzati dalla lotta con la mafia e segnati dalle stragi del 1992. La mafia divenne, forse come non mai, non solo questione quasi folcloristica siciliana, ma grave, gravissima, in certi momenti principale questione nazionale. La reazione dello Stato fu forte: io credo che molte cose siano cambiate, e che, forse, la mafia che Falcone descrive in questo libro non esista più così, con quelle esatte caratteristiche. Cionondimeno, questo è un libro interessante, e non solo come testimonianza dell'operato e del servizio allo Stato di Giovanni Falcone. Già allora mi colpì per l'approccio complesso, ricco di sfumature, pieno di intelligenza che Giovanni Falcone adottava nei confronti della mafia, lontano da semplificazioni politico-giornalistiche diffuse allora e non meno oggi. Falcone, palermitano, leggeva la mafia, i suoi codici, gli uomini che la componevano, le sue contiguità in termini antropologici, sociologici, non solo penalistici. Senza incertezze sulla parte dalla quale stare, Falcone sapeva leggere una complessità tipicamente umana nell'avversario che purtroppo non è quello che più è passato della sua eredità nel dibattito pubblico. Risfogliando il volume oggi, ho inoltre avuto conferma di una mia ormai antica impressione, e cioè che molti di quelli che - spesso in buona fede - si sono impossessati del martirio di Falcone (e di Borsellino) abbiano frainteso una parte della lettura che questi dava del fenomeno mafioso, trasformandolo complottisticamente in una specie di braccio armato di un non meglio identificato "Goldstein" nemico assoluto (leggere a questo proposito le pagine in cui Falcone nega decisamente la possibilità dell'esistenza di un "terzo livello" è istruttivo). Ho inoltre trovato delle messe in guardia da parte di Falcone su alcuni rischi che correva la lotta alla mafia che purtroppo sono state parimenti ignorate, mi pare. Insomma, questo libro venne probabilmente scritto sull'onda della cronaca dei primi anni Novanta del Novecento, ma conserva valore e utilità anche per un italiano che volesse leggerlo oggi. ---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- RECENSIONE ORIGINALE (prima metà anni Novanta, effettuata come compito per le scuole medie - ritrovata dopo la scrittura della recensione 2018): Carattere dell'opera: saggistico Argomento e linee narrative: Il libro descrive con uno stile chiaro e conciso la mafia, le sue origini agrarie e la sua trasformazione da una società clandestina destinata ad operare prevalentemente nelle campagne e poco incline a compiere omicidi o violenze se non indispensabili, a una sorta di parastato con regole rigidissime e spietate, ma al tempo stesso con una organizzazione moderna ed efficientissima. Parla anche della contiguità esistente tra la società siciliana e la mafia e fra il potere politico e la mafia. Illustra, infine, le strategie adottate da Falcone e dagli altri giudici dell'ex-pool antimafia per combattere Cosa Nostra. Protagonisti: Falcone, gli altri giudici dell'ex-pool antimafia, la mafia, i Siciliani, le forze dell'ordine, il potere politico... Ambiente: Principalmente la Sicilia e il Meridione in genere Tempo: I giorni nostri Pagine scelte: Due pagine del libro m'hanno colpito molto: la prima è dove Falcone dice: <<"Possiamo fare qualcosa" è una massima che andrebbe scolpita sullo scranno di ogni magistrato e di ogni poliziotto>>; la seconda è quando afferma: <<Si muore generalmente perchè si è soli o perchè si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perchè non si dispone delle necessarie alleanze, perchè si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.>>, parole che suonano quasi profetiche, ma che fanno capire molto sul perchè della morte di Falcone, Borsellino e tanti altri. Note: Un libro a mio parere molto interessante, che illustra benissimo il problema mafia in tutte le sue sfaccettature, facendo piazza pulita dei troppi luoghi comuni frutto dell'ignoranza e del pregiudizio. Un libro che indica fra l'altro una possibile strada per battere la mafia, ma che "dice le cose come stanno", non essendo superpessimista, non dicendo cioè <<non c'è niente da fare>>, ma non essendo neanche retorico. Un libro che consiglierei sicuramente.Marco Rossi -
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DiarioQuando ho letto per la prima volta il Diario avevo la stessa età di Anne quando iniziò a scriverlo, e anche io, come Anne, tenevo un diario intimo, nel quale annotavo gioie, dispiaceri, infatuazioni, piccole vicende insignificanti del quotidiano. La storia di Anne Frank e della sua famiglia è nota ai più e sul Diario sono state spese, a ragione, copiose parole. Non pretendo di aggiungerne di rilevanti. Tuttavia un consiglio: leggetelo e fatelo leggere ai vostri figli, nipoti, perché non si perda la testimonianza della storia di Anne e dei suoi fratelli ebrei, sterminati da un odio scellerato che ancora oggi, troppo spesso, riaffiora. Rimaneggiandolo ho ritrovato, nell'edizione in mio possesso (Einaudi Tascabili), una bella prefazione di Natalia Ginzburg,Vanessa Sebastianutti -
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Narciso e BoccadoroNarciso e Boccadoro sono i protagonisti di un'amicizia genuina e incondizionata. Narciso, che a parte il nome nulla ha in comune con il protagonista del noto mito greco, è un abate, erudito e riflessivo. Boccadoro è un giovane uomo che sente, come è tipico dell'età adolescenziale (e non solo), l'esigenza di andare alla ricerca del suo "io", girando per il mondo, alla ricerca di avventure e di guai. Hesse racconta con dovizia di particolari, mai noiosa o eccessiva, non solo i luoghi che accolgono i protagonisti ma anche i sentimenti più profondi che animano gli stessi, permettendo al lettore di identificarsi talvolta in Narciso e talvolta in Boccadoro. E' un'amicizia lunga 400 pagine ma che, grazie alla meravigliosa scrittura di Hesse, il lettore non smette di appassionarsene ad ogni capitolo.Lovereading -
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1984"L'Apocalisse Divina del Potere" Insieme a “La Fattoria degli Animali” e più ancora di essa, “1984” è il lascito di George Orwell al canone della letteratura del Novecento, e già a pieno titolo anche a quello di questo inizio di XXI secolo. Il suo, anzi, non è solo un contributo letterario, ma un potente contributo politico e – si può dire – filosofico. Come già “La Fattoria degli Animali”, “1984” è infatti un'opera sul Potere. Se “La Fattoria” era una trasparente allegoria dei primi decenni della vicenda storica sovietica, e certamente da questa estraeva intuizioni generali, “1984” va oltre, oltre la Storia, descrivendo una distopia quasi interamente compiuta. In un passato relativamente recente (ancora vivono alcuni che hanno sperimentato il mondo “di prima”), la Rivoluzione ha vinto e si è consolidata. Quel processo di rapida degenerazione oggetto de “La Fattoria degli Animali” si è svolto e radicato. E' il mondo dopo la Rivoluzione, un mondo terribile e squallido, che regredisce continuamente quasi su tutto, con condizioni materiali in continuo immiserimento, divisioni sociali che diventano quasi antropologiche, guerra costante. Ed è il mondo in cui la presa del Potere su tutto il resto è la più forte di sempre: oltre i totalitarismi, oltre l'inquisizione. Neppure la legge serve più, nulla è vietato, ma la libertà è delitto capitale. Il controllo sui comportamenti è ininterrotto, incessante: tutti i membri del Partito sono continuamente osservati, e anche uno spasmo del viso può perdere un uomo. Già così, sarebbe una distopia memorabile. Ma, a leggere bene, questa è appena la superficie. Non è questo il punto. Il punto è che il Potere controlla, plasma e crea la “Verità”. Di nuovo, la superficie di questo la si vede nella propaganda onnipervasiva, nella costante manipolazione e eliminazione dei documenti storici, nella negazione dell'evidenza. Ma, per l'appunto, questa è appena la superficie. L'intuizione di questa opera è che il Potere non si avvera e non si esplica pienamente se la potenza non è onnipotenza. Se non si ottiene non solo la sottomissione e l'obbedienza totale, ma anche l'adesione e la convinzione, la piena remissione di ogni autonomia, di ogni forma di distinzione e disallineamento, di scostamento dalla volontà del Potere, che ha forza in quanto tale, pienamente svincolata dalla coerenza, perché contiene in sé tutte le contraddizioni, dall'utilità, dalla logica, dalle forze di natura. Assoluta. Che consente di vivere o dà la morte, ma all'improvviso, senza un perché, spesso dopo il perdono del reo e la sua riammissione nella società, dopo avergli concesso avanzamenti di carriera e di prestigio, in seguito al suo arresto e la successiva “cura”. <<Se vuoi un'immagine del futuro, pensa a uno stivale che calpesti un volto umano in eterno>>. Il Potere controlla il pensiero e la volontà, perché <<le cose esistono solo in quanto se ne ha coscienza>>, <<la realtà si trova nella scatola cranica>> (ed è degno di nota che Winston trovi sollievo e respiri libertà quando è fuori dalla città, nella natura, cioè – forse - in ciò che esiste ma è senza coscienza, e non può dunque essere direttamente oggetto della manipolazione del Potere). Il Potere disattiva alcune minacce, come la sessualità, che teme, perché allontana le persone dal suo controllo, e le appaga, e attenua quella costante isteria di cui invece esso ha bisogno per consolidare la sua presa. Distrugge dall'interno la famiglia. Alimenta l'odio e la paura, che impongono alle persone il desiderio e la necessità della sua benevolenza e della sua protezione. Controlla il pensiero e la volontà, e ha capito che per farlo ha bisogno di controllare la lingua. Crea quindi la sua lingua, attraverso una continua, progressiva manomissione di quella precedente. C'è molto di più, ma anche solo questa – alla quale è dedicata non a caso un'apposita appendice - sarebbe una illuminazione che dovrebbe obbligare alla lettura di questo libro. La neolingua del Potere è una lingua sempre più povera, sempre più schematica, che elimina le sfumature, che elimina infiniti concetti, e li raduna sotto concetti-ombrello che impediscono di pensare difformemente da quanto il Potere vuole. <<La neolingua non era concepita per ampliare le capacità speculative, ma per ridurle>>, e questo perché <<ortodossia vuol dire non pensare, non aver bisogno di pensare. Ortodossia e inconsapevolezza sono la stessa cosa>>. Il Potere, si noti, è solo fino a un certo punto nell'interesse di alcune specifiche persone, come invece era ne “La Fattoria degli Animali”. Inaspettatamente, anzi, è più duro e implacabile con i suoi quadri, sui quali vuole esercitarsi pienamente, che sui Prolet, la massa del popolo, della quale sostanzialmente non si interessa se non perché non crei minacce alla propria azione e perpetuazione, timore che tuttavia non è forte, dato che i passati cambiamenti di regime sono letti come frutto dell'azione di una possibile élite non sufficientemente coinvolta nel potere (i “Medi”), non di una azione partita dagli ultimi (i “Bassi”), che non possono avere modo di ribellarsi da soli. Si vuole quindi impedire che sorgano minacce dai “Medi” più che dai “Bassi”. Ma allo stesso tempo, si intuisce che anche i singoli dirigenti, gli “Alti”, le élite del Partito, siano destinati quasi certamente anch'essi all'epurazione, chi prima chi poi, per essere sostituiti da nuovi dirigenti e via così. Il Potere <<non è un mezzo, è un fine>>, serve sé stesso e distrugge tutti, anzitutto – come detto – nell'autonoma volontà. Il Potere esige il bipensiero, cioè la capacità di pensare qualcosa e il suo opposto, o anche di pensare qualcosa e ignorarla allo stesso tempo, e in piena sincerità (e questa non è forse un'osservazione sorprendente su quello che davvero ci accade, più spesso di quanto pensiamo?). <<Libertà è la libertà di dire che due più due fa quattro. Garantito ciò, tutto il resto ne consegue naturalmente>> viene scritto a un certo punto. Poi, Winston scriverà <<2+2=5>>. Il Potere esige <<sottomissione totale ed esplicita>>, la fuoriuscita dall'io, la fusione con il Partito, cioè con il Potere medesimo, quale condizione per divenire <<onnipotente e immortale>>. Ci siamo quasi. Continuiamo. Il Potere è il Grande Fratello, ma non è neppure più chiaro se il Grande Fratello esista ancora – o se sia mai esistito – come persona in carne ed ossa, o non sia piuttosto una ipostatizzazione di un'idea che è anche un fatto, quella del Potere, che è Assoluto, Onnisciente, Onnipotente, disponendo di tutto e tutti, e non risponde ad altri che a sé stesso. E non si comprende neppure più se il Grande Fratello sia un uomo, o Dio, o l'hybris dell'Uomo che si fa Dio e agisce nella Storia attraverso obblighi, divieti e comandamenti che non stanno neppure nelle leggi, ma nelle teste, volontà imperscrutabile, incoerente e irresistibile, somministrazione di dolore infinito, dannazione, benevolenza, protezione dall'ipostasi del Male (Goldstein, alias il Demonio), salvazione attraverso il perdono, morte. <<Dio è potere>>: viene detto. E' l'apocalisse. Il libro è ben scritto, la lettura scorrevole e avvincente, la creazione del futuro immaginario e distopico profondamente impressionante e suggestiva, anche per gli elementi di verosimiglianza dato il presente in cui il volume venne dato alle stampe (immediatamente dopo la Seconda Guerra Mondiale, mentre i Sovietici si mangiavano un pezzo di mondo dopo l'altro, si correva all'atomica, i laburisti vincevano inaspettatamente le elezioni con un programma piuttosto radicale rispetto alla società liberale d'anteguerra... tutto appariva possibile, i sommovimenti immensi, i rischi incalcolabili). Non ogni dettaglio è perfetto: alcuni eventi sono inspiegabili (perché diamine Winston e Julia vanno insieme (!) da O'Brien?); il personaggio di Julia mi pare in parte abbozzato. D'altra parte, il meccanismo narrativo è straordinariamente sorprendente e avvincente: descrizione della distopia e introduzione dei personaggi; piena ribellione di Winston e Julia; O'Brien a sostegno; prima rivelazione (il libro di Goldstein: “Teoria e Prassi del Collettivismo Oligarchico”); apocalisse: il Potere, la sua onniscienza, la sua inevitabile vittoria; sconfitta ineluttabile di Winston (e Julia). Gli estratti dal libro di Goldstein sembrano – e sono – di profonda intelligenza politica, sociale e storica, ma è solo il preludio. I dialoghi tra O'Brien torturatore e Winston torturato sono la luce abbacinante che illumina senza ombre il loro mondo distopico. Una verità che sussiste in sé stessa, si direbbe, essendo per l'appunto il Potere l'unica Verità, anzi il creatore della Verità. “1984”, s'è detto, non è un libro perfetto. Ma i capolavori non devono essere perfetti. I libri del canone neppure. “1984” è un libro geniale. Questo è un capolavoro. Ed è una lettura fondamentale.Marco Rossi -
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La macchia umana"La macchia umana" è uno dei capolavori di Philip Roth, condannato a restare sempre un passo dietro a "Pastorale Americana", se non anche al famoso "Lamento di Portnoy". Ma il romanzo racchiude già in sé tutta la grandezza dell'autore e i suoi temi tipici, esaltando la capacità di Roth di essere sempre nuovo e sempre Roth. Mi aspettavo un romanzo sul politicamente corretto, e questo cercavo; trovai un oggetto molto più profondo. La storia entra effettivamente subito nel vivo parlando di puritanesimo e idiozia perbenista, nel mezzo dello scandalo di Bill Clinton e sotto il peso mai risolto dell'eredità dei conflitti razziali, ma questo accadrà solo nelle prime pagine. Il romanzo si sviluppa attorno a un concetto che ritengo una chiave fondamentale per comprendere il mondo attuale: l'identità. Il nucleo è osservato non tanto attraverso riflessioni sociologiche, comunque presenti, quanto attraverso la pelle e la vita di Coleman Silk. Compaiono i temi tipici di Roth: l'ebraismo, il sesso e la provincia americana. Un paesaggio umanamente arido e climaticamente freddo, come una cornice indistinguibile dal quadro, attraverso la scrittura avvolgente di un narratore d'eccellenza. Il tema dell'identità sviluppa una dimensione ulteriore fondendosi con il tema del peccato, inestirpabile dalla nostra natura, in quella che Jung avrebbe chiamato l'ombra dell'uomo, che ne cela l'inaccettabile. La società diventa un attore ostile che lotta per stanare il peccato e bruciarlo, in un folle desiderio di catarsi, con ciò soffocando la stessa natura dell'uomo, e la sua rappresentazione. "Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui. Nulla a che fare con la disobbedienza. Nulla a che fare con la grazia o la salvezza o la redenzione. È in ognuno di noi. Insita. Inerente. Qualificante. La macchia che esiste prima del segno. Che esiste senza il segno. La macchia così intrinseca che non richiede un segno. La macchia che precede la disobbedienza, che comprende la disobbedienza e frustra ogni spiegazione e ogni comprensione. Ecco perché ogni purificazione è uno scherzo. Uno scherzo crudele, se è per questo. La fantasia della purezza è terrificante. È folle. Cos’è questa brama di purificazione, se non l’aggiunta di nuove impurità?".Stefano Leanza -
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Ragione e SentimentoUn libro incantevole, dolce e romantico. Una scrittura meravigliosa.Lovereading -
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9 Agosto 378. Il Giorno dei Barbari"Un bell'esempio di divulgazione storica " E' un bel libro di divulgazione storica, centrato su un fatto di primaria importanza, la guerra gotica del 376-382, che ebbe il suo culmine nel massacro dell'esercito romano orientale ad Adrianopoli, nel 378, per l'appunto il 9 di agosto. Il professor Barbero si sta ormai affermando come uno dei principali divulgatori storici italiani, e meritatamente: anche in questo libro, riesce a costruire un racconto avvincente, fruibile da tutti, ben documentato. La scrittura è chiara, semplice, ma non sciatta: piacevolmente coinvolgente. Il testo, che non a caso rielabora una trasmissione radiofonica di Barbero su Adrianopoli, riesce a risultare sempre interessante, scegliendo con gradevole efficacia i giusti ritmi e passando con naturalezza dai fatti al contesto, dalle vicende dell' "histoire-bataille" alle dinamiche di più lungo periodo della storia sociale e delle idee. Oltre che di Adrianopoli e della guerra gotica, il libro tratta di una questione più generale: i rapporti tra i Romani e i barbari, la loro costante tensione tra integrazione e guerra, la strategia dell'Impero verso questi popoli e le diverse visioni politiche e ideologiche che animavano o contrastavano le scelte imperiali. La prima edizione di questo titolo e le trasmissioni radiofoniche sono del 2005. Per la Storia è sempre così, ma il dialogo con il presente, le analogie, le assonanze sono in questo caso particolarmente forti. Lo erano certamente per Barbero, mentre scriveva nel 2005, lo sono forse ancora di più per il lettore post-2015. E questo non è un male, ma motivo di interesse e di riflessione. Consigliato.Marco Rossi -
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Sapiens. Da animali a dèi. Breve storia dell’umanitàQuesto è un gran bel libro. Non è solo un racconto della storia dell’umanità (anzi, della macrostoria: non è una storia politica o militare, ma la storia di come l’uomo vive, di come ragiona, dei suoi miti, delle sue credenze e dei suoi obiettivi, della sua società e ideologia, delle sue tecniche). E’ in un certo senso un testo ideologico: un punto di vista piuttosto coerente sull’uomo, il suo agire, la direzione e il senso di tutto questo. Un punto di vista laico e razionalista, da scettico empirista e - direi - materialista, che vede nella capacità propria di Homo Sapiens di costruire “miti”, realtà intersoggetive intorno alle quali organizzare il vivere e l’azione sociale, la chiave di volta della storia di straordinario successo dell’umanità. E’ proprio grazie a questi miti condivisi, dice l’autore, che siamo in grado di organizzare società complesse con perfetti sconosciuti, di mantenere un ordine costituito immaginario, far girare un’economia, ecc. Le culture sono insomma un sistema di istinti artificiali che consentono a milioni di estranei di cooperare con efficacia. Culture che peraltro tendono a descriversi come un qualcosa di stabile e coerente, mentre sono in perenne mutamento, principalmente endogeno, e piene di contraddizioni e dissonanze cognitive, delle quali pure spesso non sono pienamente consapevoli (mentre il più delle volte sono immediatamente rilevabili da chi alla cultura in esame non appartiene). D’altronde “si sa che gli umani hanno la meravigliosa capacità di credere in cose contraddittorie”. Tutto questo è parte della prima grande Rivoluzione tra quelle che scandiscono il libro: la Rivoluzione Cognitiva, che a detta dell’autore ha permesso a Sapiens di essere quello che è e diventare padrone della Terra, mentre le altre numerose specie del genere Homo si sono tutte estinte. Viene poi la Rivoluzione Agricola. Qui l’autore introduce un altro concetto molto interessante: non necessariamente ciò che giova alla specie nel suo complesso giova ai suoi singoli componenti. L’autore descrive la Rivoluzione Agricola come una sorta di “trappola” per gran parte della popolazione, costretta dalle esigenze della coltivazione a una vita meno sana, a una dieta meno variata, a una esposizione a catastrofi come le carestie superiore rispetto ai cacciatori-raccoglitori. Eppure, solo la Rivoluzione Agricola ha permesso alla specie di moltiplicarsi come ha fatto. Motivo per cui, tra l’altro, una volta intrapresa la strada non si sarebbe mai potuti tornare indietro, neppure se lo si fosse voluto. Altro passaggio-chiave: il I Millennio a.C., quando compaiono tre potenziali ordini universali, che rendono possibile governare “l’intero mondo e l’intera razza umana” come “una singola unità governabile da un’unica serie di leggi”, avviando una tendenza alla fusione in un unico mondo interdipendente e interconnesso di realtà sociopolitiche un tempo numerosissime e non solamente indipendenti, ma totalmente all’oscuro dell’esistenza le une delle altre (ad esempio, le realtà sociopolitiche delle Americhe e l’Eurasia prima di Colombo). I tre potenziali ordini universali sono: l’ordine monetario, l’ordine imperiale, l’ordine delle religioni universali. Nota interessante: le ideologie (liberalismo, comunismo, nazionalismo, nazismo) sono per l’autore delle forme di religione universale, perché ne svolgono la stessa funzione (“se una religione è un sistema di norme e valori umani che si fonda sulla fede in un ordine oltreumano [cioè non legiferato da umani, ndr] , il comunismo sovietico non fu meno <<religione>> dell’islam”). Accade poi la Rivoluzione Scientifica, cui l’autore annette un’importanza eccezionale: “attorno al 1500 d.C. la storia ha compiuto la propria scelta di maggior portata, cambiando non solo il destino dell’umanità, ma probabilmente anche quello di tutti gli esseri viventi della Terra”. Anche qui, l’autore ha un punto di vista illuminante: “la Rivoluzione scientifica non è stata una rivoluzione della conoscenza. E’ stata soprattutto la rivoluzione dell’ignoranza. La grande scoperta che lanciò la Rivoluzione scientifica fu la scoperta che gli umani non conoscevano le risposte alle questioni più importanti”, mentre prima si riteneva che tutto ciò che fosse importante sapere fosse già conosciuto (rivelato, spesso). Oltre a creare forti tensioni con la credenza nei miti condivisi, tensione affrontata in modi non molto coerenti, ma che hanno permesso di tenere insieme la società, la Rivoluzione Scientifica ha portato a una enorme crescita di importanza per il linguaggio matematico e statistico, impiegato in formule e algoritmi per descrivere e governare ogni cosa. La Rivoluzione Scientifica modifica anche l’ordine universale dell’impero: “l’imperialismo europeo non assomiglia a nessuno degli altri progetti imperiali della storia. In precedenza coloro che cercavano di costruire un impero di solito presumevano di avere già capito il mondo. […] Viceversa, gli imperialisti europei partirono per lidi lontani nella speranza di ottenere nuove conoscenze insieme a nuovi territori”. Ma la Rivoluzione Scientifica si combina anche con l’ordine universale del denaro, con conseguenze straordinarie: “poi arrivarono la Rivoluzione scientifica e l’idea di progresso. Quest’idea è fondata sulla nozione secondo cui, se ammettiamo la nostra ignoranza e investiamo risorse nella ricerca, è possibile migliorare le cose. E fu subito tradotta in termini economici. Chiunque crede nel progresso crede anche che le scoperte geografiche, le invenzioni tecnologiche e lo sviluppo dei sistemi organizzativi possano incrementare l’ammontare totale della produzione, del commercio e della ricchezza”. La torta insomma si può ingrandire (e prima non lo si pensava complessivamente possibile), il che stimola il credito, gli investimenti e porta davvero alla crescita. Il “credo capitalista” è che il futuro sarà meglio del presente, ed è un credo che, da quando ha preso piede, sul piano economico si è autoavverato. C’è ancora spazio per punti di vista non convenzionali e in un certo senso illuminanti. La crisi delle comunità, famiglia compresa, cui assistiamo a fronte di una crescente individualizzazione, viene letta così: “spesso la letteratura romantica presenta l’individuo come qualcuno che si trova a lottare contro lo stato e contro il mercato. Niente di più lontano dalla verità. Lo stato e il mercato sono la mamma e il papà dell’individuo, e l’individuo può sopravvivere solo grazie a loro”, perché forniscono quei servizi per i quali prima era indispensabile la comunità. “Il patto tra stati, mercati e individui è un patto problematico. Stato e mercato sono in disaccordo circa i loro reciproci diritti e obblighi, e gli individui lamentano che sia lo stato sia il mercato pretendono troppo e danno troppo poco. […] E’ sorprendente, comunque, che questo patto alla fine funzioni, per quanto imperfettamente”. Questo libro ingegnoso dedica, verso la fine, un capitolo alla felicità. Già, un indicatore che dovrebbe essere importante, ma che è sempre poco studiato: si vive sempre meglio, si è sempre più felici, o no? Siamo più felici noi o i nostri antenati cacciatori-raccoglitori? Qui l’autore presenta una rapida panoramica sullo stato dell’arte degli studi sulla felicità, interessante di per sé. Si evidenzia anche una certa almeno apparente contraddizione di fondo: l’autore sembra una persona ottimista, in vari punti del libro. C’è però il problema frequente negli scettici non religiosi, forse materialisti: il nichilismo. “Da un punto di vista puramente scientifico, la vita umana è assolutamente senza senso. Gli umani sono il risultato di ciechi processi evoluzionistici che agiscono senza un obiettivo o uno scopo. Le nostre azioni non fanno parte di un cosmico progetto divino […]. Per cui qualsiasi significato che possiamo assegnare alle nostre vite è semplicemente un’illusione. I significati ultraterreni che nel Medioevo la gente attribuiva alla propria vita non erano più illusori dei significati di tipo umanistico, nazionalistico o capitalistico tipici degli uomini moderni”. In realtà, subito dopo e in altre pagine sembra che l’autore trovi una sua consolazione e serenità nel buddhismo. Il titolo dell’ultimo capitolo è “La fine di Homo Sapiens”. E’ possibile, dice l’autore, che grazie ai progressi in discipline come biotecnologia, ingegneria biomedica, ingegnerizzazione degli essere non organici, siamo ormai prossimi a una “Singolarità” che cambierà radicalmente la natura dell’umanità, trasformandola in qualcosa di diverso, o creerà addirittura una nuova forma di vita. Ed è possibile che saremo noi stessi a innescare questa Singolarità: “Homo Sapiens sta oltrepassando i propri limiti. Sta incominciando a spezzare le leggi della selezione naturale, sostituendole con quelle del disegno intelligente. […] I biologi di tutto il mondo hanno dichiarato guerra all’ideologia del disegno intelligente […]. I biologi hanno ragione circa il passato; ma i propugnatori del disegno intelligente, per ironia della sorte, potrebbero aver ragione circa il futuro”. E’ quindi molto importante, conclude, che ci domandiamo, finché siamo in tempo ad indirizzare il futuro: “che cosa vogliamo diventare?”, “che cosa vogliamo volere?”. Il libro è ben scritto: la lettura è fluida e costantemente motivata da agilità di pensiero, esempi appropriati, dati curiosi e sorprendenti. La quantità di informazioni e pensiero racchiusi nel libro è sorprendente, ma l’esperienza di lettura è intellettualmente avvincente, mai pesante. Questo anche grazie all’utilizzo di dettagli storici, episodi minori o poco noti, esempi o esperimenti mentali che riescono sempre a chiarire efficacemente i concetti chiave, aggiungendo nello stesso tempo curiosità, movimento e varietà alla narrazione. Naturalmente è possibile che qua e là ci sia qualche piccola inesattezza e soprattutto qualche rilevante semplificazione, su qualche sensibilità o opinione dell’autore non mi ritrovo, ma non trovo da segnalare nulla che impedisca al libro di essere di prima qualità. Chiudendo su quanto anticipavo all’inizio di queste note, questo libro non è semplicemente un libro di macrostoria: è una sorta di manifesto ideologico, che dalla propria interpretazione della storia dell’umanità deriva una visione del mondo. Una sorta de “Il Capitale”, ma con idee assai differenti. E’ una sorta di manifesto razionale, scettico, laico, a-religioso, che dichiara cose come quelle contenute nel capitolo “La legge della religione”, forse il più “scandaloso”, in cui è evidente la distanza abissale sia dalle religioni sia dalle ideologie (compreso l’umanesimo liberale, ai dogmi del quale l’autore mostra chiaramente di non credere); è al contempo evidente l’ingegno spesso spiazzante con il quale tale distanza viene motivata. E’ un testo che sfiora il nichilismo, ma all’apparenza con una certa serenità, lasciando l’impressione che ci sia un po’ di buddhismo a trattenerlo dalla sconforto. E’ un testo che descrive tutta la storia dell’uomo, rimettendone in discussione i punti fermi ideologici. Tutto ciò con un’attitudine che a me pare complessivamente positiva ed ottimistica, in qualche modo illuminista. Nel dibattito politico di questi anni, tra fautori del futuro, nostalgici di un passato chiuso e idealizzato con ritorni al sacro e ad altri miti, liberal in crisi, in cui si cerca una sintesi – o un’affermazione chiara – che ancora non si vede arrivare, arriva questo libro, come un contributo certamente importante e stimolante, che potrebbe concorrere alla definizione e all’evoluzione ideologica di almeno alcune delle parti in gioco. Per questo, oggi, lo considero una lettura fondamentale.Marco Rossi -
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Morte dell’InquisitoreIl libro racconta di un personaggio leggendario dell’Inquisizione siciliana, Fra' Diego La Matina, di Racalmuto (come Sciascia) condannato per blasfemia e eresia alla metà del ‘600 e passato alla storia per essere stato l’unico inquisito ad avere ucciso il proprio inquisitore, tale Juan Lopez de Cisneros, in quella che recenti fonti storiche confermerebbero essere stata l’ennesima seduta di tortura a cui veniva sottoposto. È stato per me un libro capitale, non tanto per la simpatia suscitata dall’impresa eroica di Fra’ Diego, che non riuscì a fuggire dal carcere e fu comunque mandato a morte, quanto per la consapevolezza che mi ha regalato di come l’Inquisizione sia una forma e un’idea di giustizia “eterna”, tutt’altro che circoscritta storicamente all’esperienza dei tribunali ecclesiastici speciali. La giustizia come affermazione di potere e non di diritto, come pretesa di guadare al mondo con gli occhi di Dio e come anticipazione del suo giudizio. La giustizia come autodafé. Sciascia diceva che il suo interesse per l’Inquisizione nasceva dal fatto che l’Inquisizione non era finita e passò tutta la vita a combatterla e anche a irriderla nelle sue smisurate ambizioni e nelle sue desolanti miserie.Carmelo Palma -
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Per un Pugno di Barbari. Come Roma fu salvata dagli imperatori soldatiSTRA-CONSIGLIATO! Il podcast è “uno strumento moderno ma allo stesso tempo antichissimo, perché gli uomini hanno sempre amato tramandare le loro storie oralmente, attorno a un fuoco scoppiettante”. Così scrive l’autore, Marco Cappelli, che ha potuto scrivere e pubblicare questo libro proprio grazie al successo del suo podcast “Storia d’Italia”. Anche io ho conosciuto l’opera di Marco attraverso il suo apprezzatissimo podcast, e posso dire che dal libro traspaiono allo stesso modo l’abilità narrativa e la passione di Marco per lo studio scrupoloso e il racconto storico. Questo libro, come numerosi altri pubblicati negli ultimi tempi da vari autori, è uno spin-off di un progetto di successo che nasce su altri mezzi e attraverso altre forme di comunicazione, ma che quando acquisisce una certa dimensione critica incrocia il libro come mezzo di espressione. Si tratta di un fenomeno molto evidente di questi anni, che arricchisce l’editoria di contributi efficaci e molto spesso di qualità, e porta alla lettura fruitori di altri media. “Per un Pugno di Barbari” è dunque uno spin-off di “Storia d’Italia”, ma non perché racconti su carta quanto già raccontato con la voce. “Storia d’Italia” inizia con la battaglia di Ponte Milvio. “Per un Pugno di Barbari” tratta invece la Storia che precede Costantino. La selezione dell’argomento è un primo merito del libro. La crisi del III secolo è un’epoca molto meno praticata, nell’educazione scolastica della cittadinanza, di altre, anche rimanendo nella storia romana. Il percorso educativo, almeno in Italia, tende a concentrarsi sull’impressionante ascesa di Roma tra le Guerre Puniche e il Principato, ma liquida quasi sempre rapidamente la crisi del III secolo, senza andare oltre un’esposizione veloce dell’anarchia militare. La generalità del pubblico, quindi, non ha idea di cosa fu veramente quella crisi. Cappelli invece lo spiega bene. Fu sostanzialmente la disgregazione dell’impero. Sconfitto sui campi di battaglia, sconvolto istituzionalmente, flagellato da pestilenze, rovinato economicamente, diviso in tre organismi statuali autonomi e indipendenti. Praticamente, finito. L’autore fa un ottimo lavoro nel rendere il lettore consapevole che la ripresa imperiale fu quasi un miracolo, dato il punto cui erano arrivate le cose. E racconta come si sfiorò l’abisso al nadir e da lì si risalì a una situazione di unità, stabilità, potenza militare ritrovata, crescente prosperità. Attingendo ad alcune risorse organizzative eccezionali con ogni evidenza non irreparabilmente compromesse dalla crisi (basti pensare a quanto lo stato romano riuscì a fare sul sistema fiscale con Diocleziano, ma anche – in precedenza – con le attestazioni di sacrifici agli dei ai tempi di Decio, testimonianza di capacità burocratiche stupefacenti), ma anche e forse soprattutto attraverso alcune personalità straordinarie, Aureliano e Diocleziano su tutti. L’interesse per l’argomento è tra l’altro esplicitamente collegato dall’autore a una almeno parziale analogia con la fase attuale attraversata dall’Occidente in generale e dall’Italia in particolare. Una fase di declino in cui diversi elementi di debolezza si assommano, ma per lungo tempo lievitano senza esplodere, annacquando o evitando adeguate reazioni e provvedimenti. Da questo punto di vista, in modo simile a quanto accadde a Roma, nella quale gli equilibri che avevano retto il Principato cominciarono a incrinarsi e poi saltare un secolo prima del momento più tremendo della crisi. Il libro infatti parte da Marco Aurelio e attraversa tutta l’epoca dei Severi, evidenziando man mano i pezzi che saltavano dell’antico ordine, i problemi che si accumulavano, prima che la crisi si conclamasse anche agli occhi più ottimisti o ingenui e ci si avviasse al collasso. Questa lunga preparazione all’epoca maggiormente drammatica, attraversata passo a passo, è certamente una scelta intelligente dell’autore e va a merito del suo lavoro. L’interesse per l’argomento, dicevo, è legato anche alla contemporaneità e alle sue sfide, e trovo questo aspetto interessante, perché mi sembra collegato a un vasto movimento intellettuale di rinnovato fascino e interesse per la Tarda Antichità e il Medioevo. Mi pare che da alcuni anni, direi dal volgere del secolo o poco dopo, la contemporaneità, quanto meno quella occidentale, cerchi molto più di prima di trovare ispirazioni, risposte o analogie in queste epoche, lontane dalla Roma trionfante del Principato e cariche di problemi, ma anche matrici del mondo nel quale viviamo. A questo proposito, qualche tessera del mosaico: Edward Luttwak che – dopo aver pubblicato “La Grande Strategia dell’Impero Romano” nel 1976 - nel 2009 scrive “La Grande Strategia dell’Impero Bizantino”, e lo fa indirizzandolo chiaramente, mi pare, ai policy maker statunitensi post 11 settembre e post Iraq; il grande successo popolare, in Italia, di uno storico che è anzitutto un medievista e non parla quasi mai della classicità in senso stretto, Alessandro Barbero; l’amico Andrea Babini che nel momento in cui cerca le radici dell’Italia e dell’Europa contemporanea scrive “Il Medioevo in Italia e in Europa”, e lo fa iniziando con un primo volume titolato “La Tarda Antichità”. In questo macro-trend si inserisce anche il lavoro di Cappelli, che – come Babini – inizia il suo podcast dalla Tarda Antichità, e dedica un libro all’impero che supera una crisi apparentemente mortale. Traendone una morale per noi: “Tornando al nostro Esopo, dunque, la morale, a mio avviso, è che quando si è di fronte alle avversità è spesso più facile rassegnarsi al declino, senza imporre le riforme strutturali che possano rendere nuovamente competitivi Stato e società. Di solito i cambiamenti vanno contro gli interessi costituiti […]. Le riforme rivoluzionarie possono causare forti opposizioni, anche armate […]. Cambiare vuol dire anche rischiare di sbagliare: non tutte le riforme sono necessarie o vantaggiose. Per ogni riforma della tassazione, c’è un potenziale editto dei massimi prezzi, ma la stasi è la via certa e diretta verso il declino”. Altro merito del libro è la visione storica ampia che l’autore riesce a esprimere. Marco Cappelli non è uno storico professionista, è un appassionato, che fa un altro mestiere nella vita (e non ho idea di dove trovi il tempo per fare tutto quello che fa). Però, la passione e la curiosità sono fortissime, lo studio è scrupoloso (ci sono le note, c’è un’ampia varietà di fonti, primarie e secondarie; si segnalano anche podcast e siti, una vera cortesia verso il lettore curioso), la necessità di trovare interpretazioni e spiegazioni solide e verosimili all’accaduto è irresistibile, e grazie a questi ingredienti Marco riesce a dipingere un affresco completo di un’epoca complicata, sulla quale per di più le fonti quasi sempre scarseggiano, o mancano (esattamente che ha combinato Probo, per esempio?). Marco descrive le vicende, racconta le battaglie, spiega le congiure, ma dà anche un resoconto preciso e competente della crisi valutaria e finanziaria tremenda che attraversò l’impero nel III secolo. E fa bene a farlo perché, come egli stesso afferma, molti cittadini all’epoca patirono il disastro economico sulla propria pelle, probabilmente più ancora di quanti vennero toccati dalle invasioni persiane, dalle incursioni barbare o dalle guerre civili. La deriva economica ha un ruolo centrale nel libro, e così la riforma fiscale dioclezianea, e questo certamente è possibile anche grazie alla formazione dell’autore, che è bocconiano. Sono però anche presenti le epidemie, e l’evoluzione religioso-spirituale che va verso il dio unico, che sia il Sole o il Dio dei Cristiani. E’ insomma una storia non solo degli avvenimenti, ma anche dei macro-fenomeni. Il quadro che ne emerge è un quadro non monodimensionale, nel quale c’è sì una crisi tremenda, ma l’organizzazione complessa della società, come anticipato sopra, non va in pezzi; nell’orizzonte temporale del libro sono compresi e menzionati grandi giuristi come Papiniano o Ulpiano, e grandissimi filosofi, come Plotino. La passione e lo studio per l’argomento consentono insomma all’autore di andare ben oltre la mera enunciazione delle nozioni storiche; gli consentono anche di proporre una chiave interpretativa su numerosi eventi e personaggi. Ad esempio, su Gallieno, regnante nelle ore più buie della crisi, proposto anche come iniziatore di alcune di quelle riforme che permisero infine all’impero di salvarsi, e come suo tenace e quasi instancabile difensore. Un personaggio storico cerniera tra i vecchi e i nuovi imperatori, tra i senatori e gli illirici, che esce come figura da rivalutare. Un personaggio, dico per inciso, che meriterebbe una piece shakespeariana per le sfide impossibili, i rovesci, le scelte, le contraddizioni che si trovò ad affrontare e vivere. Un altro elemento positivo del libro sono alcune soluzione comunicative scelte dall’autore. Lettura agevole e godibile, tanti paragrafetti brevi ma pregni di contenuto, similitudini e analogie “pop” solitamente azzeccate e utili per connettere più pienamente il lettore a quanto si sta raccontando; dimensione “pop” che dona anche una certa freschezza (con titoletti quali “la minaccia fantasma” o “mission impossible” o “il cavaliere”, ma c’è anche “dramatis personae”, una piacevole varietà di spunti e rimandi, insomma). Ci sono alcuni esiti stilistici molto felici (ad esempio, un capitolo finisce così: “Bang!”; immagino abbiate già voglia di leggere cosa è accaduto prima e cosa accadrà dopo). All’inizio dei capitoli, ci sono scene – basate sulle fonti ma deliberatamente più immaginative – che sono zoomate su momenti storici significativi raccontati in presa diretta dalla prospettiva “di chi c’era”, che di nuovo aiutano il lettore a connettersi con quello di cui sta leggendo e introducono un’efficace variazione al racconto. C’è anche un apparato iconografico - di Laura Guglielmo - curato e suggestivo, così come mappe accurate - anch'esse di Laura Guglielmo - realizzate in uno stile che richiama quello che spesso si trova nelle edizioni de “Il Signore degli Anelli”, altra passione dell’autore, e utile a ricordare che la Storia è spesso tanto fantastica, maestosa e sorprendente quanto le più geniali storie d’invenzione. Venendo invece ai punti non perfetti, sostanzialmente si possono riassumere nella mancata correzione di alcuni refusi, typo e sviste chiaramente identificabili, che saranno senz’altro corretti nella seconda edizione. Non ho rilevato maggiori imprecisioni di una qualche rilevanza, cioè di contenuto, se si fa eccezione per l’argomento oggetto di un discorso di Claudio in Senato, per una erronea ricostruzione dell’intervento di Settimio Severo sulla sacrosanctitas legata alla tribunicia potestas, e in particolare sulla sua estensione al figlio Caracalla, e per una resa poco chiara e probabilmente fuorviante della dinamica della successione a Nerva. Anche in questo caso, credo proprio che la seconda edizione rettificherà senza problemi, dovendo in ciascun caso intervenire su poche parole. Personalmente, non sono persuaso dalla ricostruzione dell’assassinio di Gallieno fornita dalle fonti e sposata anche dall’autore, ma è verosimilmente una mia fissazione (e – giova ricordarlo - la ricostruzione dell’autore è fondata sulle fonti). A mio gusto, mi sarebbe piaciuta qualche pagina ulteriore sull’evoluzione filosofico-spirituale dell’epoca, su questa tensione al dio unico (o alla contrapposizione tra due divinità come nel caso dei Manichei). Allo stesso modo, per completare il quadro, mi sarebbe piaciuto un accenno alle evoluzioni artistiche e letterarie dell’epoca di cui si tratta. Ma qui si tratta per l’appunto di mio gusto personale, tendente all’enciclopedico, e le scelte dell’autore in merito alla selezione dei temi e del dettaglio della loro trattazione sono del tutto legittime e credo anche efficaci. Ho voluto inserire questi dettagli critici per completezza. Ciò non toglie, mi sembra evidente, che il mio giudizio su questo libro sia largamente positivo: un eccellente esempio di divulgazione storica, di lettura piacevole e agevole, e con il grandissimo pregio di non perdere mai di vista la “big picture”, il macro-significato di quello che si sta raccontando, la vista dall’alto. Questa consapevolezza dell’approccio dell’autore alla Storia, evidente anche nel suo podcast, è certamente uno dei suoi punti di forza e uno degli aspetti di maggiore valore della sua divulgazione. Leggete a questo proposito l’ultimo capitolo, “La Morale della Favola”. Ci sono “just world fallacy” e “creeping normality”, ci troverete alcuni appropriati accenni alla “teoria dei sistemi complessi” e alla sua proiezione sugli eventi e sui personaggi storici; c’è la domanda sacrosanta: perché Roma non cadde prima? Cose che troverete di rado nei libri di Storia, ma che sono le vere questioni su cui la Storia potrebbe, un po’, esserci “magistra”. Stra-consigliato! POST SCRIPTUM (Gennaio 2022): ho avuto modo di esaminare in libreria la seconda edizione. Come mi attendevo, è stata eseguita la correzione di refusi, typo, sviste e piccole imprecisioni.Marco Rossi -
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Piccoli suicidi tra amici“Fallire un suicidio non è poi la cosa più tragica al mondo: non si può riuscire sempre in tutto”. Secondo me Arto Paasilinna è uno di quegli autori che si divertiva a scrivere. Il suo sguardo sorridente segue le strane avventure di un nutrito gruppo di aspiranti suicidi riunitosi nella “Libera Associazione Morituri Anonimi”. Una comitiva eterogenea e bislacca di finlandesi a cui è facile affezionarsi, alla ricerca del miglior dirupo in cui gettarsi con il bus che li trasporta in giro per mezza Europa. In questa storia, estremamente legata alla società e alla cultura della Finlandia, ci si ritrova spesso a sorridere, nonostante il tema di fondo del romanzo (o forse proprio per questo). Consigliato per chi vuole provare ad avvicinare una tradizione letteraria poco comune per le abitudini italiane.Marco il Nero -
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La Grande Strategia dell’Impero Romano“La Grande Strategia dell’Impero Romano” è un gran libro. Un trattato di strategia militare su una delle più grandi macchine militari della Storia. Una chiave di interpretazione strutturata e solida, che ha dato impulso a un dibattito tuttora vivo, tramite un contributo originale e innovativo agli studi. Non è esattamente un libro accademico, prestandosi agevolmente alla lettura di qualsiasi appassionato, ma il suo impatto è stato forte sull’accademia, che pure non ha mancato di opporre scetticismi e resistenze. Il titolo è in realtà esaustivo dell'oggetto. Anzitutto, “grande strategia”: “grande” non è un aggettivo di significato generico ma ha un impiego specifico negli studi strategici. Una possibile definizione di “grande strategia” la determina come quel livello della strategia in base al quale una realtà politica alloca le risorse disponibili ai vari obiettivi politici e militari, per conseguire sul lungo termine quelli che identifica come i propri interessi. La “grande strategia” non è dunque relativa tanto a specifiche iniziative militari quanto a una visione di ancora più largo respiro e, spesso, lunga durata. Poi, “Impero Romano”: non si analizzano le scelte della Repubblica Romana, ma si inizia dal Principato e si arriva al Tardo Impero. Il libro, in sintesi, esplora i criteri e gli obiettivi di dislocazione e impiego delle forze militari romane e delle infrastrutture di supporto. Suddivide l’arco temporale esaminato in tre periodi, ciascuno caratterizzato da un sistema differente: -> “Difesa avanzata”, adottata durante i primi decenni del Principato. Sfruttando vari stati alleati ai confini, che assorbivano il primo impatto di eventuali incursioni esterne, l’Impero riusciva a difendersi con un numero limitato di legioni (28, più le truppe ausiliarie), pronte ad accorrere ove necessario, eventualmente anche in soccorso degli alleati, e a mantenere il controllo, diretto e indiretto, sulle province e sugli alleati. Di grande efficienza e flessibilità, questo sistema rimaneva compatibile con l’espansionismo egemonico che ancora ispirava la politica imperiale; -> “Difesa di sbarramento”, sviluppata dalla morte di Nerone (68 d.C.) a Settimio Severo (211 d.C.): man mano che gli stati clienti vennero assorbiti, le postazioni dell’esercito furono localizzate prevalentemente presso il confine, e in più casi oltre la frontiera propriamente detta; con il tempo, si creò quel sistema che chiamiamo “limes”, fatto di fortificazioni, valli ecc. L’obiettivo era la sicurezza territoriale: impedire penetrazioni nel territorio imperiale, garantendone la sicurezza e la protezione integrale. Il sistema era ambizioso e costoso. Scarseggiavano inoltre le riserve strategiche; -> Durante la crisi del III secolo*, la “difesa di sbarramento” cedette di fronte a assalti barbarici di grosse proporzioni, non gestibili dalle sole truppe assegnate alla difesa dei settori coinvolti. Preso atto che la “difesa di sbarramento” non era più adeguata alle nuove sfide, il sistema evolvette - anche se mai totalmente e definitivamente, almeno fino alla fine del IV secolo - nella “difesa di profondità”. La “difesa di profondità” prevedeva un velo difensivo, infrastrutturato con appositi munimenti, e grosse riserve centrali, a disposizione dell’imperatore per intercettare e distruggere le incursioni che fossero penetrate nel territorio imperiale. Al contempo, non a caso, non essendo più la difesa della frontiera robusta e certa come prima, le città vennero circondate da mura (Roma compresa). L’obiettivo, ora, era la sopravvivenza del potere imperiale. Il contributo di Luttwak, in un campo che pure non è strettamente suo come la storia antica, è stato seminale. Ha aperto la strada a un dibattito nuovo. Si sottolinea da più parti, e probabilmente non a torto, che sotto alcuni aspetti il suo punto di vista è chiaramente “moderno”, assumendo delle categorie di pensiero e ipotizzando dei modi d’operare incompatibili con quelli dell’antica Roma, per quanto ne sappiamo. Oltre a ciò, l'elaborazione della difesa in profondità, così come gli obiettivi sostanzialmente difensivistici che Luttwak attribuisce all’impero sono particolarmente contestati. Ciò nonostante, il connubio tra pensiero strategico moderno e storia antica proposto da Luttwak è eccezionalmente stimolante sul piano concettuale, e presentato in modo efficacissimo ed avvincente nel libro, la cui lettura è consigliata a chiunque si interessi di strategia, in particolare militare, e ami la Storia di ampio respiro delle comunità politiche, dei loro obiettivi, del loro modo di stare nel mondo e confrontarsi – in particolare nello spettro pace-guerra – con l’altro. * forse agevolata proprio dall’assenza di forti riserve strategiche a disposizione del potere centrale, assenza che propiziava l’iniziativa delle truppe lontane dalla capitale per imporre l'imperatore gradito, contro Roma?Marco Rossi -
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La guerra dei poveriUn breve saggio con il quale Vuillard propone la storia di Thomas Muntzer, pastore protestante tedesco, uno dei capi ribelli della Guerra dei contadini del XVI secolo. Quali furono le ragioni che portarono migliaia di tedeschi ad unirsi al pensiero del teologo Muntzer? Perché "...il Dio dei poveri era così stranamente dalla parte dei ricchi"? Consigliato.niccozano80 -
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Il Signore degli AnelliVolume - o meglio trilogia - indispensabile per tutti gli appassionati di letteratura fantastica, tanto da divenire un'icona nella moderna cultura occidentale. La cose che più mi affascinano della saga sono la capacità dell'autore di attingere con incredibile erudizione alle antiche tradizioni, soprattutto norrene e germaniche ma anche di altri paesi, e la possibilità di leggere il romanzo su più livelli: dalla favola al trattato filosofico, passando per narrazioni di battaglie, scenari naturali e canzoni recitate sul tavolo di un'osteria o alla corte del Re. Pubblicato in Italia da Astrolabio nel 1967, da Rusconi a partire dal 1970. Dal 2003 i diritti sono dell'Editore Bompiani, che ne ha pubblicato diverse edizioni.Marco il Nero -
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Angela Merkel – La donna che ha cambiato la storiaSe si è curiosi di conoscere chi è, com'è, la personalità, gli interessi personali etc. di una delle leader più importanti della storia della Germania e, più in generale, dell'Europa, questo libro rientra assolutamente tra i "Must Read". Cercavo un'autobiografia della cancelliera ma ho letto che non ve ne sono e che, forse, non verrà mai scritta. Ho guardato dunque tra le biografie e, tra le numerose presenti sul mercato, ho scelto questa biografia di un giornalista noto, Massimo Nava, contando soprattutto sull'autorevolezza di un giornalista che nella sua carriera ha riportato, in qualità di inviato, notizie su fatti epocali e drammatici della Storia. E' un libro completo, che ci racconta non solo frammenti di vita e avvenimenti che coinvolgono Angela Merkel ma che permette anche di ripercorrere la storia degli ultimi 20 anni dell'Europa e i relativi avvenimenti.Lovereading -
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La Guerra Giugurtina"Una pietra miliare della storiografia" Sallustio scrive la storia della Guerra non solo per il gusto del racconto, ma per dare una spiegazione, una chiave di interpretazione al presente nel quale è vissuto. Come anche la Congiura di Catilina, la Guerra Giugurtina è per l'autore un episodio della storia romana degno di essere narrato in dettaglio, per quello che vi accade e per l'evidenza con la quale si appalesano le caratteristiche (specie quelle deteriori) dell'epoca, insieme ai sintomi dei mutamenti generali in atto nella società e nella politica e al prologo della nascita della "speranza" politica popolare. Dopo le vicende dei Gracchi, riprendono a manifestarsi i segnali di cedimento dell'assetto istituzionale repubblicano. Coerentemente con le sue posizioni politiche popolari, e al contempo nostalgiche del mos maiorum, Sallustio sottolinea in particolare la corruzione e l'inadeguatezza dei nobili (riconoscendo però il valore in chi tra i loro esponenti ne mostra, come nel caso di Metello). La sua chiave interpretativa della crisi della repubblica tende non a caso a essere imperniata su una visione morale/ moralistica, con qualche risvolto economico, relativo in primis alla crisi dei piccoli possidenti a vantaggio delle grandi proprietà nobiliari a causa soprattutto della leva. Il racconto dei fatti - che pure è svolto settant'anni dopo gli eventi, come se uno storico nato negli anni Sessanta narrasse oggi le vicende della Seconda Guerra Mondiale, per intenderci - anche se non sempre preciso ha il pregio della drammaticità. La lettura è avvincente. A parte - almeno per il nostro gusto - qualche excursus etnografico e sulla remota "storia" africana, il ritmo è incalzante, i tempi narrativi eccellenti, la tensione costante. Tutto questo, tra l'altro, partendo da una materia complicata e complessa come la lunga guerra numida, non facilissima a raccontarsi per uno scrittore che fosse stato inesperto, in quanto il conflitto non mancava certo di pagine tragiche, e finanche feroci, ma ben poco aveva avuto di epico, e al contrario molto di infingardo (coerentemente con questa sua natura, fu infine risolto grazie a un tradimento, quello di Bocco). Altra caratteristica notevole è il fine approccio psicologico ai personaggi. Di quasi tutti i maggiori (a partire dallo stesso Giugurta, del quale vengono ben evidenziate anche le notevoli qualità) sono tratteggiati aspetti positivi al fianco di quelli negativi. L'emergere nel corso del racconto della figura di Mario, e poi di quella di Silla, doveva avere per il lettore romano, ben consapevole della terribile storia seguente che li avrebbe visti protagonisti, un impatto anche emozionale forte, come ne ha per il lettore moderno con una pur minima infarinatura di base di storia romana. Allo stesso modo, con lo stesso effetto, il secco finale: <<Quando la guerra in Numidia ebbe termine e fu annunziato che Giugurta veniva condotto a Roma in catene, Mario, benché assente, fu eletto console e gli fu assegnata la provincia di Gallia. Il primo di gennaio, da console, celebrò solennemente il trionfo. In quel tempo le speranze e la grandezza di Roma erano riposte in lui>>. A mio avviso, un grande finale. Di agevole a avvincente lettura la traduzione di Garbugino.Marco Rossi -
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Questa è l’acquaDavid Foster Wallace è forse lo scrittore culto per eccellenza della mia generazione, e di quelle appena più mature. "Infinite Jest" rappresenta una sorta di Recherche del 2000, le Colonne d'Ercole dei lettori impegnati, guardate con timore reverenziale, nella consapevolezza che difficilmente si uscirà vincenti dalla sfida ingaggiata con il Moloch. Ho provato ad approcciarmi a DFW nel modo più semplice, con il suo libro di narrativa più accessibile che si trovi in Italia. Cinque brevi racconti e un celebre discorso agli studenti. Senza cedere affatto all'aura celebrativa che lo circonda, temo che "Questa è l'acqua" non sia sufficiente neanche a farsi un'idea dell'autore, come invece lo sarebbero i suoi romanzi. Ma è stata comunque una lettura significativa. Una coincidenza sfortunata ha reso questa lettura spiacevolmente sinestetica. Cominciai il libro nel corso di una notte tenuta insonne dai dolori allo stomaco, in un periodo in cui ne ero angustiato da tempo. Fossi il vostro gastroenterologo ve lo sconsiglierei vivamente. Per il semplice fatto che DFW ha sofferto per tutta la vita di problemi allo stomaco, e potete star certi, come lo era lui, che questi fossero legati alla sua depressione. Della narrativa restano spesso suggestioni e immagini: "l'acqua" che mi richiama alla mente questo libro non è tanto quella dei due pesciolini protagonisti del celebre discorso che dà il titolo all'opera, ma è quella che vibra nel fondo di un WC osservato da una malata oncologica che vomita quotidianamente nel primo racconto. Ecco, anche questo può essere DFW. E la nausea torna, fondendosi con la depressione e per spiegare quest'ultima a chi non l'ha mai sperimentata e dunque non può comprenderla, ne "Il pianeta Trillafon in relazione alla Cosa Brutta". Una testimonianza commovente, come potreste immaginarvela da un ospedale psichiatrico, che tuttavia arriva da "la migliore mente della sua generazione". C'è tutta la fragilità di un uomo condannato al suicidio. Ma il libro non è un "de profundis" sulle difficoltà esistenziali dell'autore. Nei racconti si trovano diversi registri, tali da rendere evidente l'eclettismo di DFW, diversi ritmi, e diverse atmosfere. Quasi sorprendente che l'autore sia sempre lo stesso. E poi c'è il celebre discorso agli studenti del Kenyon College, probabilmente le pagine più preziose di questa raccolta. Un messaggio semplice, umile, che però ritengo racchiuda quanto di più importante deve trasmettere l'insegnamento umanista. "Imparare a pensare" significa mettersi nei panni degli altri, utilizzare la ragione per soffermarsi sulle ragioni degli altri, ricordarsi che il metodo conta più del "proprio" merito. E sforzarsi di farlo nella propria quotidianità, laddove l'interazione coi nostri simili ha luogo, non solamente nell'empireo dei problemi astratti. Questa è la vera consapevolezza, che si contrappone a quella che lui chiama la vita "in modalità predefinita". Questo è chiedersi continuamente, come fa il pesciolino saggio, cosa sia l'acqua.Stefano Leanza -
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Il Vangelo secondo Biff, amico d’infanzia di GesùCi sono domande che tutti si sono fatti almeno una volta nella vita, ed una di questo domande senz'altro è: "Ma Gesù conosceva il Kungfu?" A rispondere a questo e ad altri quesiti è chiamato Levi, detto Biff, che Gesù lo ha effettivamente conosciuto fin da quando il Messia era un bambino che mangiava le lucertole (per poi coscienziosamente resuscitarle) e che un Angelo un po' borioso riporta in vita agli inizi del XXI secolo per consentirgli di raccontare la sua versione del Vangelo, libera di tutte le edulcorazioni inventate da Matteo, Luca e quegli altri. E Biff lo fa, narrando della vita del Messia e dei viaggi compiuti insieme a lui in Oriente, dove l'uno apprende la meditazione e l'etica ascetica che gli saranno poi necessarie per la predicazione, e l'altro ha modo di approfondire la sensualità del Kamasutra, perché il Figlio di Dio chiaramente non può fornicare, ed ha bisogno di qualcuno che lo faccia al posto suo... Un libro che mette su una buddy fiction messianica, un viaggio iniziatico sui generis e, bisogna dirlo, tremendamente divertente; un libro dissacrante, ovvio, ma anche profondamente, intimamente rispettoso del messaggio di fondo dei Vangeli, e del "comandamento nuovo" di Gesù cui accennano anche quelli lì, Matteo, Luca e quegli altri. Poi certo, se c'è una lezione che Biff ha imparato è che bisogna pentirsi dei propri peccati, per poterne poi commettere di migliori...Barbaking -
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L’ombra del suonoHo acquistato questo libro dopo essere stata fermata dall’autrice dentro una libreria, dove aveva predisposto una postazione per la presentazione del suo libro. Mi ha spiegato che era il suo primo romanzo e, dall’alto della mia qualità di lettrice comune, ho deciso di darle una possibilità. E’ un libro che si legge molto bene, accurata la descrizione di alcuni paesaggi e luoghi; è emotivamente intenso e suggerirei di leggerlo in particolare a tutti gli adolescenti che affrontano un momento difficile nel rapporto con i genitori.Lovereading -
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La marcia di RadetzkyParapà Parapà Parapà PàPà... ok, no, seri. La dissoluzione dell'impero asburgico raccontata attraverso le vicissitudini di tre generazioni di una famiglia, ascesa alla gloria (e alla piccola nobiltà) durante la battaglia di Solferino, e scomparsa, come l'Imperatore, come l'Impero, durante la prima guerra mondiale. Fu vera gloria? Lo fu quella dell'atto eroico del capostipite dei Von Trotta, che durante la battaglia salvò per riflesso, e quindi quasi per caso la vita del suo imperatore, e di cui in capo a una cinquantina d'anni già non ricorda più quasi nessuno? E lo fu quella dell'Impero, il gran regno santo e cattolico in un'epoca in cui della religione non importa più quasi nessuno, e che come le generazione successive dei Trotta, sembra brancolare sempre più a casaccio a cavallo tra i due secoli? Ecco allora che la marcia di Radetzky, inno di una grande vittoria asburgica, che fu in realtà l'inizio della fine dell'Austria-Ungheria, si trasforma quasi in un marcia funebre, ad accompagnare le vite del figlio e del nipote dell'eroe di Solferino, persi il primo nell'amministrazione di un impero che impero di fatto non vuole più essere, l'altro in un esercito sfaccendato in attesa della guerra che già tutti sanno essere l'ultima. [oh, lo so che scrivere queste cose da italiano forse è un po' insensibile, ma il libro è di Roth, mica mio, e lui può dirle, ha l'A-pass] Intorno ai Trotta altri personaggi memorabili, dal medico Max Dunant, anche lui scontento della propria vita vissuta quasi a caso, al conte Chojnicki, festaiolo e godereccio in un mondo che va a disfarsi. E sullo sfondo ovviamente il vecchio imperatore, Francesco Giuseppe [che ancora mio nonno chiamava ilarmente Checco Beppe, ndr], fossilizzato quasi, come il capostipite dei Trotta, nel ruolo di simbolo vivente di un mondo che marcia inesorabilmente in un'altra direzione, al passo allegro di una marcia trionfale. PARAPA' PARAPA' PARAPA' PA'-PA'! [a margine, mi tocca purtroppo segnalare che l'edizione Rusconi libri ha una traduzione non esattamente magistrale, ed è tormentata da innumerevoli errori tipografici, punteggiatura a caso, maiuscole sbagliate, lettere invertite e tutto il campionario di errori tipografici; eventualmente cercatene un'altra]Barbaking -
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L’anima delle cittàJan Brokken viene definito come “viaggiatore e scrittore”. È un giornalista olandese, autore tra l’altro di diari di viaggio e biografie dedicate a grandi personaggi per la letteratura e la musica del Novecento. Questo volume raccoglie dodici brevi storie ambientate in altrettante città europee, che l’autore decide di descrivere attraverso le vicende di artisti che le abitarono, inframmezzando il racconto con molte considerazioni autobiografiche e personali. Il libro mi ha affascinato per l’enorme cultura di Brokken, che costituisce per modo di dire l’intelaiatura su cui vengono tessute le immagini dei luoghi narrati: mi sono sentito profondamente ignorante delle molte e interessantissime vite narrate, ed allo stesso tempo sentivo il desiderio di saperne di più. Si tratta quindi, per me, di uno di quegli autori (e di quelle opere) a cui si può fare il complimento più grande: fa venire voglia di leggere altri libri.Marco il Nero -
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L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (1935/36)Il celebre saggio di Benjamin ha con questa edizione la più completa gabbia critica che ne esplora la travagliata vicenda editoriale e i numerosi testi integrativi (come diverse epistole dell'autore e non intorno alla genesi e sviluppo del testo). In particolare si segnala il tentativo di costruire il corpo del saggio con un'ardita operazione editoriale che unisce tutte le 5 versioni che si conoscono portando a galla interi paragrafi scomparsi a causa di prudenze editoriali, rimandi ad ulteriori sviluppi (ricordiamo che questo saggio è comunque un testo embrionale nel progetto di Benjamin circa un testo sull'arte, troncato dalla prematura scomparsa dello stesso) e rimaneggiamenti in itinere che chi conosce la versione "classica" del saggio difficilmente ha mai letto. Nell'ampissima appendice anche un glossario che mette in sinossi i termini tedeschi con quelli francesi (quella in francese é stata l'unica edizione uscita con l'autore vivente e la cui traduzione è stata da lui supervisionata) e con quelli in italiano di questa edizione che, va da sé, presenta una nuova traduzione in lingua italiana. Il testo a fronte (tedesco) è presente sempre, anche nei testi secondari. In definitiva questo tentativo critico era doveroso per un testo che non smette di occupare, nonostante risalga a 80 anni fa e passa, uno spazio centrale nel dibattito artistico, sia in ambito filosofico che artistico (nelle facoltà di estetica e nelle accademie d'arte, per intenderci) che é cosa niente affatto scontata. Il testo necessita studi e approfondimenti perché a mio modo di vedere non ha ancora espresso tutto il suo vero potenziale, a causa anche della sua natura embrionale che non permette con facilità a una lettura superficiale di trasformare appieno in atto ciò che è nascosto in potenza. Ci si augura perciò che questo teato permetta di far uscire queste intuizioni dinamitarde (come lo stesso Benjamin le definisce) dagli slogan con cui ormai lo si sente spesso inquadrare e disinnescare.Elvis -
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Il Mondo di Sofia"Una chiara ed appassionante introduzione alla storia della filosofia: raccomandatissimo" Ho letto "Il Mondo di Sofia" vent'anni fa, o forse più. Nel corso del tempo, ho sempre notato con piacere che questo libro rimaneva ben esposto, e in numerose copie, in tutte le librerie in cui mi capitasse di entrare. So che continua a vendere, e che dalla pubblicazione nel 1991 ad oggi ne sono state acquistate decine di milioni di copie, il che lo rende non solo l'opera norvegese più venduta e letta nella storia, ma uno dei maggiori bestseller mondiali dell'ultimo secolo e più. Trovo tutto questo confortante, perché è bello che decine di milioni di persone siano curiose della storia della filosofia, vale a dire di una tra le più nobili tra le attività cui la mente umana possa dedicarsi. Il successo del libro è dovuto ad alcune rare qualità. Anzitutto, introduce alla storia del pensiero attraverso un percorso piuttosto completo, dai miti arcaici al Novecento, riuscendo a rappresentare in modo chiaro anche al profano le idee chiave delle scuole e degli autori, con una scrittura che non è mai pesante, un testo che non indugia mai troppo. Nel fare questo, non trascura l'ingrediente chiave di qualunque ricerca filosofica della quale valga la pena occuparsi: lo stupore, che genera le domande fondamentali alle quali la filosofia cerca risposta. L'autore, Gaarder, ha studiato filosofia (e teologia), poi l'ha insegnata per dieci anni, alle scuole superiori: il testo ne beneficia pienamente. C'è un altro grande pregio, che rende difficile al lettore staccarsi dalle pagine. Questa sorta di corso sulla filosofia è incastonato in una storia, una vicenda raccontata che si rivela una meta-storia, emanata a sua volta da un'altra. Le storie arrivano poi ad un finale sorprendente, che però è quasi uno scherzo filosofico, un esercizio sul reale e l'irreale, sull'essere e sulla percezione di sé e del mondo. Una costruzione intelligentissima, quasi geniale, complessa, in un certo senso assurda ma sempre leggera, che permette anche di introdurre variazioni e cambi di scena, dosati con perfezione, rispetto al procedere della storia della filosofia, il cui racconto è ad ogni modo parte essenziale delle altre storie. Questo libro, nella sua struttura, nella sua lingua chiara, nella sua appassionante trama, nella sua capacità di racconto dello stupore delle domande basilari e delle meraviglie di cui è capace la mente umana è come un'architettura cristallina, stupefacente, leggera, bella, scintillante, memorabile. E’ fresco, stimolante, frizzante. Lo consiglio a chiunque voglia avvicinarsi alla filosofia, o anche solo ripassare gli studi liceali. Lo raccomando in particolar modo ai giovani, che vogliono per la prima volta prendere contatto con la filosofia, magari perché dovranno presto studiarla in classe. Ecco, sarà utilissimo anche per prepararli allo studio. Ma lo ricorderanno anche a decine di anni di distanza, quando magari avranno approfondito ben di più alcuni pensatori e temi, con dettagli e sottigliezze che ovviamente non avranno trovato sviscerati qui. Lo ricorderanno, con piacere e gratitudine. Garantito.Marco Rossi -
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DioclezianoUmberto Roberto in uno dei pochi libri sugli imperatori della crisi del terzo secolo si focalizza sulla figura di Diocleziano, imperatore importantissimo nella storia di Roma. Si potrebbe dire che è il punto nodale dell'evoluzione dell'impero romano, perchè con la nascita del dominato si apre la via all'inizio dell'alto medioevo. E' necessario cambiare il sistema istituzionale e politico, perché il mondo romano è ormai pervaso da una crisi cinquantennale dove si susseguono continuamente i signori della guerra che si scannano per il potere. Diocleziano sarà colui che sistematizzerà un nuovo modello politico, la tetrarchia, come soluzione ad un mondo in cui il centro politico di Roma diventa sempre più debole e le periferie si trovano isolate a risolvere i problemi di frontiera. Se l'imperatore è lontano e inefficace per molti versi allora diventa necessario che chi dispone di truppe assuma su di se anche le vesti del potere, diventando di fatto un “usurpatore”. Quindi di nuovo ri-centralizzazione con un diverso assetto costituzionale, ridefinizione della suddivisione amministrativa e militare. Nuove competenze sotto controllo però del Imperatore Augusto, che sorveglierà i suoi collaboratori non piu da Roma ma da Nicomedia. L'impero cambia faccia e l'opera di Diocleziano, poi perfezionata da Costantino, è talmente imponente che durerà negli aspetti strutturali fino al quinto secolo. E sotto il suo impero, che dura vent'anni perchè sarà uno degli pochi potenti nella storia che abdica al potere dimettendosi, si vede anche il primo tentativo di controllo statale nell'economia, con l'inefficace editto sui prezzi. Ma Diocleziano passa alla storia anche come il primo grande persecutore dei cristiani. A torto criminalizzato dalla Chiesa, il suo è però il tentativo di riportare il vecchio impero romano nella tradizione, ovvero in quel rapporto privilegiato tra romani, destinati al dominio, e i vecchi dei. In questo senso il cristianesimo è oggetto di persecuzione esattamente come il manicheismo, proprio perchè a Diocleziano non interessa la specificità di una religione, ma semplicemente rimediare a quell'antico patto, rotto e lo si vede nella crisi politica del terzo seoclo, tra dei e uomini. In tal senso la persecuzione, sottolinea Roberto, inizia nel 303 d.C., con i festeggiamenti del dio Terminus, il dio di ogni diritto e di ogni impegno, proprio perché Diocleziano ritiene di aver adempiuto al suo impegno di ripristinare i vecchi fasti e la antica romanitas.antoniusblock4 -
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Verso il ParadisoRomanzo magnifico che riesce a mettere nella stessa storia almeno tre temi enormi egualmente attuali: omosessualità, climate change, pandemia. Mi mancheranno le sere passate a leggerlo.pempi -
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Poeta al comandoChe succede a un poeta, esteta e decadente, messosi a capo di una città stato indipendente, invisa al mondo? Non è lo spunto per un fantasy ma per la storia pazzesca, pazzescamente vera di Gabriele D’Annunzio a Fiume. Il romanzo ripercorre gli ultimi giorni dell’impresa fiumana, con la città di fatto assediata dall’esercito italiano, e ormai solo in attesa di essere invasa. E D’Annunzio, D’Annunzio è lì, reggente, politico, soldato, ardito e poeta, alle prese tanto con i capitalisti cittadini, che con le loro mogli smaniose e figlie adolescenti; occupato a organizzare le inutili difese, ma anche a far luce sulla morte di una prostituta, truce delitto che lo fa inorridire e orribilmente eccitare. Dedito, infine, a inseguire la gloria battagliera e letteraria, ma costretto a trattare con generali italiani che adoperano la locuzione “chiunque il quale”… Il romanzo, narrato dal luogotenente di D’Annunzio, Tom, che scrive molti anni dopo da Salò, altra impresa che chissà il poeta come avrebbe giudicato, il romanzo dicevamo sfrutta evidentemente documenti e fonti per ricostruire in modo preciso il contesto e alcuni eventi particolari, sfruttando poi l’immaginazione di Tom per inventare liberamente dialoghi e situazioni, risultando in una lettura piacevole a livello narrativo ma molto approfondita a livello storiografico. Ora, speriamo che a Barbero venga voglia di raccontare anche il resto della biografia del poeta, perché troppe ce ne sarebbero, da raccontare così…Barbaking -
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L’Italia della DisfattaE' un libro amarissimo, doloroso per un italiano. Copre il breve ma fatale periodo storico che va dal 10 giugno 1940 all'8 settembre 1943. Descrive quindi la guerra dell'Italia fascista. Emerge, chiarissima nella scrittura secca e spedita, la tragica inadeguatezza della classe dirigente politica e militare, in quegli anni fatali. Strategie assurde (perché e come si arrivò ad attaccare la Grecia, ad esempio, ha dell'incredibile), incapacità di comando, debolezze di carattere, fuga dalle responsabilità, carrierismo, improvvisazione, non manca nulla nella tristissima galleria. Le pagine forse più disarmanti sono quelle sull'avvicinamento all'armistizio e soprattutto sulla fuga del re, di Badoglio, di tanti generali. Il molo di Ortona, con la ressa di "massimi servitori dello Stato" che si accalcano e giungono quasi alla rissa pur di scappare, anziché rimanere al proprio posto di combattimento, avendo per di più lasciato quasi senza ordini e di certo senza comando le truppe, è l'immagine indelebile del fallimento ignominioso dello Stato italiano. Dal libro non esce bene nessuno tra i protagonisti: non Mussolini, che sbaglia sostanzialmente ogni cosa, ogni previsione, ogni strategia; non Badoglio, non il re, che fanno forse la peggior figura. I gerarchi che ebbero il coraggio del 25 luglio già assumono maggiore dignità, mentre alcuni comandanti militari e reparti, ed eroi quali Durand de la Penne sono gli unici a offrire lampi di valore degni di ammirazione. Nell'introduzione, Montanelli (certamente autore della medesima, mentre la scrittura del libro è da attribuirsi principalmente a Cervi) ha un tono cupo. Complessivamente, tale introduzione non è forse uno dei migliori pezzi montanelliani, ma propone un'idea non frequentissima: la guerra non fu solo una pessima prova dei comandi, il che è senz'altro vero, ma anche del popolo, che non seppe combattere e meritò la sconfitta. Così Montanelli conclude la sua premessa: "L'Italia non aveva mai dato di sé uno spettacolo tanto miserando. Nessun capitolo della sua Storia è più umiliante, vergognoso e, specie per chi ne fu partecipe, più doloroso da rievocare". Come spesso accade con Montanelli, sintesi lapidaria che rivela il vero.Marco Rossi -
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Elogio della Galera. Lettere 1930/1943Tra le fissazioni di Pannella c’era la figura di Ernesto Rossi, che era intellettualmente opposta a quella di Pannella e pure quella da lui ostentatamente più venerata. Tutti gli “autori” di Pannella – da Croce, a Bergson – erano estranei o invisi a Rossi, che era un positivista molto ottocentesco, allergico alla filosofia idealistica e a qualunque inquietudine religiosa, con la tempra e la cultura trasversale – giuridica, economica e politica – di un militante risorgimentale, che non avrebbe sfigurato tra gli eroi della Repubblica romana. Quando lessi questo libro, che è la raccolta dell’incredibile epistolario di Rossi con la moglie e la madre nella sua lunga prigionia dal 1930 al 1943, ne rimasi letteralmente folgorato, perché rappresentava la prova della resistenza di uno spirito irriducibile anche tra le restrizioni e le angherie del regime. Le pagine più belle per me sono le lunghe corrispondenze con la moglie, insegnante di matematica, per comprendere i fondamenti delle teorie economiche che gli stavano a cuore e che rappresentarono sempre il centro della sua riflessione politica. E io ero letteralmente esterrefatto pensando a questo matto che, nel pieno degli anni ’30, si scervellava dietro le sbarre per studiare matematica e trovarsi pronto all’appuntamento con il futuro dell’Italia, che peraltro solo un matto come lui avrebbe potuto immaginare e concepire dal buio di una galera fascista negli anni in cui, appunto, solo i matti non erano fascisti.Carmelo Palma -
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La canzone di AchilleL'ira del Pelide Achille, a cantarla, non è qui la Musa ma Patroclo in persona. Povero Patroclo, condannato in eterno al ruolo di espediente narrativo, ingranaggio senza il quale il racconto non va avanti, ma del quale in sostanza non frega niente a nessuno. Grazie Patroclo, grazie di esserti fatto scannare, adesso sì che gli Uomini Veri possono iniziare a darsele. Sia chiaro, io non lo so se l'autrice sia partita da qui, ma il romanzo questo fa: riesce a dar voce all’unico greco che a Troia va in battaglia non per l’onore, la gloria o il bottino, ma perché è la cosa giusta da fare. E per amore. “Non otterrai la gloria per la tua abilità in combattimento”, gli dice Chirone, “tuttavia diventare un buon soldato non è al di là delle tue possibilità. Desideri imparare?” E Patroclo risponde di no. In un mondo in cui gli uomini sono valutati in base alla loro capacità omicida, Patroclo ha il coraggio di decidere di non volerne sapere, di non voler sapere altro, della guerra, se non quanto può viverne attraverso il suo amato Achille. E veniamo quindi ad Achille, perché sai com'è, ci sarebbe il suo nome nel titolo. Visto attraverso gli occhi di Patroclo, anche il Pie’ Veloce esce dai rigidi confini del personaggio omerico, della macchina di morte talvolta un po’ frignona, e guadagna lo spessore dell’uomo, pardon, del semidio alle prese con le mille contraddizioni della sua doppia natura, dei suoi sentimenti contrastanti, del suo destino forse troppo grande. Non è tutto perfetto nel romanzo, intendiamoci, alcuni personaggi sono tagliati abbastanza con l’accetta (tipo Agamennone) e alcune situazioni sono gestite in modo piuttosto implausibile (tipo tutto ciò che riguarda Briseide). Eppure l’autrice riesce nella non facile impresa di dare una originale ma fedele rilettura del mito che ricordano tutti ma pochi conoscono davvero (c’è tutto, il mito, non solo i dieci anni di guerra ma anche il prima, e il dopo), riportando a dimensione umana una storia in cui dei, centauri e ombre dei morti camminano in mezzo ai mortali. E in cui due amanti separati dal Fato possono ancora sperare di rincontrarsi dopo la morte.Barbaking