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Language
Italiano & Latino
Translator
Giovanni Garbugino
Publishing house
Garzanti
Position in the list
41
The Review
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"Una pietra miliare della storiografia"


Sallustio scrive la storia della Guerra non solo per il gusto del racconto, ma per dare una spiegazione, una chiave di interpretazione al presente nel quale è vissuto. Come anche la Congiura di Catilina, la Guerra Giugurtina è per l'autore un episodio della storia romana degno di essere narrato in dettaglio, per quello che vi accade e per l'evidenza con la quale si appalesano le caratteristiche (specie quelle deteriori) dell'epoca, insieme ai sintomi dei mutamenti generali in atto nella società e nella politica e al prologo della nascita della "speranza" politica popolare.

Dopo le vicende dei Gracchi, riprendono a manifestarsi i segnali di cedimento dell'assetto istituzionale repubblicano. Coerentemente con le sue posizioni politiche popolari, e al contempo nostalgiche del mos maiorum, Sallustio sottolinea in particolare la corruzione e l'inadeguatezza dei nobili (riconoscendo però il valore in chi tra i loro esponenti ne mostra, come nel caso di Metello). La sua chiave interpretativa della crisi della repubblica tende non a caso a essere imperniata su una visione morale/ moralistica, con qualche risvolto economico, relativo in primis alla crisi dei piccoli possidenti a vantaggio delle grandi proprietà nobiliari a causa soprattutto della leva.

Il racconto dei fatti - che pure è svolto settant'anni dopo gli eventi, come se uno storico nato negli anni Sessanta narrasse oggi le vicende della Seconda Guerra Mondiale, per intenderci - anche se non sempre preciso ha il pregio della drammaticità. La lettura è avvincente. A parte - almeno per il nostro gusto - qualche excursus etnografico e sulla remota "storia" africana, il ritmo è incalzante, i tempi narrativi eccellenti, la tensione costante. Tutto questo, tra l'altro, partendo da una materia complicata e complessa come la lunga guerra numida, non facilissima a raccontarsi per uno scrittore che fosse stato inesperto, in quanto il conflitto non mancava certo di pagine tragiche, e finanche feroci, ma ben poco aveva avuto di epico, e al contrario molto di infingardo (coerentemente con questa sua natura, fu infine risolto grazie a un tradimento, quello di Bocco).

Altra caratteristica notevole è il fine approccio psicologico ai personaggi. Di quasi tutti i maggiori (a partire dallo stesso Giugurta, del quale vengono ben evidenziate anche le notevoli qualità) sono tratteggiati aspetti positivi al fianco di quelli negativi.

L'emergere nel corso del racconto della figura di Mario, e poi di quella di Silla, doveva avere per il lettore romano, ben consapevole della terribile storia seguente che li avrebbe visti protagonisti, un impatto anche emozionale forte, come ne ha per il lettore moderno con una pur minima infarinatura di base di storia romana. Allo stesso modo, con lo stesso effetto, il secco finale: <<Quando la guerra in Numidia ebbe termine e fu annunziato che Giugurta veniva condotto a Roma in catene, Mario, benché assente, fu eletto console e gli fu assegnata la provincia di Gallia. Il primo di gennaio, da console, celebrò solennemente il trionfo. In quel tempo le speranze e la grandezza di Roma erano riposte in lui>>. A mio avviso, un grande finale.

Di agevole a avvincente lettura la traduzione di Garbugino.
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