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Language
Italiano
Publishing house
Rizzoli
Series
Biblioteca Universale
Position in the list
35
The Review
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“La Grande Strategia dell’Impero Romano” è un gran libro.
Un trattato di strategia militare su una delle più grandi macchine militari della Storia. Una chiave di interpretazione strutturata e solida, che ha dato impulso a un dibattito tuttora vivo, tramite un contributo originale e innovativo agli studi. Non è esattamente un libro accademico, prestandosi agevolmente alla lettura di qualsiasi appassionato, ma il suo impatto è stato forte sull’accademia, che pure non ha mancato di opporre scetticismi e resistenze.
Il titolo è in realtà esaustivo dell'oggetto.
Anzitutto, “grande strategia”: “grande” non è un aggettivo di significato generico ma ha un impiego specifico negli studi strategici. Una possibile definizione di “grande strategia” la determina come quel livello della strategia in base al quale una realtà politica alloca le risorse disponibili ai vari obiettivi politici e militari, per conseguire sul lungo termine quelli che identifica come i propri interessi. La “grande strategia” non è dunque relativa tanto a specifiche iniziative militari quanto a una visione di ancora più largo respiro e, spesso, lunga durata.
Poi, “Impero Romano”: non si analizzano le scelte della Repubblica Romana, ma si inizia dal Principato e si arriva al Tardo Impero.
Il libro, in sintesi, esplora i criteri e gli obiettivi di dislocazione e impiego delle forze militari romane e delle infrastrutture di supporto. Suddivide l’arco temporale esaminato in tre periodi, ciascuno caratterizzato da un sistema differente:
-> “Difesa avanzata”, adottata durante i primi decenni del Principato. Sfruttando vari stati alleati ai confini, che assorbivano il primo impatto di eventuali incursioni esterne, l’Impero riusciva a difendersi con un numero limitato di legioni (28, più le truppe ausiliarie), pronte ad accorrere ove necessario, eventualmente anche in soccorso degli alleati, e a mantenere il controllo, diretto e indiretto, sulle province e sugli alleati. Di grande efficienza e flessibilità, questo sistema rimaneva compatibile con l’espansionismo egemonico che ancora ispirava la politica imperiale;
-> “Difesa di sbarramento”, sviluppata dalla morte di Nerone (68 d.C.) a Settimio Severo (211 d.C.): man mano che gli stati clienti vennero assorbiti, le postazioni dell’esercito furono localizzate prevalentemente presso il confine, e in più casi oltre la frontiera propriamente detta; con il tempo, si creò quel sistema che chiamiamo “limes”, fatto di fortificazioni, valli ecc. L’obiettivo era la sicurezza territoriale: impedire penetrazioni nel territorio imperiale, garantendone la sicurezza e la protezione integrale. Il sistema era ambizioso e costoso. Scarseggiavano inoltre le riserve strategiche;
-> Durante la crisi del III secolo*, la “difesa di sbarramento” cedette di fronte a assalti barbarici di grosse proporzioni, non gestibili dalle sole truppe assegnate alla difesa dei settori coinvolti. Preso atto che la “difesa di sbarramento” non era più adeguata alle nuove sfide, il sistema evolvette - anche se mai totalmente e definitivamente, almeno fino alla fine del IV secolo - nella “difesa di profondità”. La “difesa di profondità” prevedeva un velo difensivo, infrastrutturato con appositi munimenti, e grosse riserve centrali, a disposizione dell’imperatore per intercettare e distruggere le incursioni che fossero penetrate nel territorio imperiale. Al contempo, non a caso, non essendo più la difesa della frontiera robusta e certa come prima, le città vennero circondate da mura (Roma compresa). L’obiettivo, ora, era la sopravvivenza del potere imperiale.
Il contributo di Luttwak, in un campo che pure non è strettamente suo come la storia antica, è stato seminale. Ha aperto la strada a un dibattito nuovo. Si sottolinea da più parti, e probabilmente non a torto, che sotto alcuni aspetti il suo punto di vista è chiaramente “moderno”, assumendo delle categorie di pensiero e ipotizzando dei modi d’operare incompatibili con quelli dell’antica Roma, per quanto ne sappiamo. Oltre a ciò, l'elaborazione della difesa in profondità, così come gli obiettivi sostanzialmente difensivistici che Luttwak attribuisce all’impero sono particolarmente contestati.
Ciò nonostante, il connubio tra pensiero strategico moderno e storia antica proposto da Luttwak è eccezionalmente stimolante sul piano concettuale, e presentato in modo efficacissimo ed avvincente nel libro, la cui lettura è consigliata a chiunque si interessi di strategia, in particolare militare, e ami la Storia di ampio respiro delle comunità politiche, dei loro obiettivi, del loro modo di stare nel mondo e confrontarsi – in particolare nello spettro pace-guerra – con l’altro.
* forse agevolata proprio dall’assenza di forti riserve strategiche a disposizione del potere centrale, assenza che propiziava l’iniziativa delle truppe lontane dalla capitale per imporre l'imperatore gradito, contro Roma?
Un trattato di strategia militare su una delle più grandi macchine militari della Storia. Una chiave di interpretazione strutturata e solida, che ha dato impulso a un dibattito tuttora vivo, tramite un contributo originale e innovativo agli studi. Non è esattamente un libro accademico, prestandosi agevolmente alla lettura di qualsiasi appassionato, ma il suo impatto è stato forte sull’accademia, che pure non ha mancato di opporre scetticismi e resistenze.
Il titolo è in realtà esaustivo dell'oggetto.
Anzitutto, “grande strategia”: “grande” non è un aggettivo di significato generico ma ha un impiego specifico negli studi strategici. Una possibile definizione di “grande strategia” la determina come quel livello della strategia in base al quale una realtà politica alloca le risorse disponibili ai vari obiettivi politici e militari, per conseguire sul lungo termine quelli che identifica come i propri interessi. La “grande strategia” non è dunque relativa tanto a specifiche iniziative militari quanto a una visione di ancora più largo respiro e, spesso, lunga durata.
Poi, “Impero Romano”: non si analizzano le scelte della Repubblica Romana, ma si inizia dal Principato e si arriva al Tardo Impero.
Il libro, in sintesi, esplora i criteri e gli obiettivi di dislocazione e impiego delle forze militari romane e delle infrastrutture di supporto. Suddivide l’arco temporale esaminato in tre periodi, ciascuno caratterizzato da un sistema differente:
-> “Difesa avanzata”, adottata durante i primi decenni del Principato. Sfruttando vari stati alleati ai confini, che assorbivano il primo impatto di eventuali incursioni esterne, l’Impero riusciva a difendersi con un numero limitato di legioni (28, più le truppe ausiliarie), pronte ad accorrere ove necessario, eventualmente anche in soccorso degli alleati, e a mantenere il controllo, diretto e indiretto, sulle province e sugli alleati. Di grande efficienza e flessibilità, questo sistema rimaneva compatibile con l’espansionismo egemonico che ancora ispirava la politica imperiale;
-> “Difesa di sbarramento”, sviluppata dalla morte di Nerone (68 d.C.) a Settimio Severo (211 d.C.): man mano che gli stati clienti vennero assorbiti, le postazioni dell’esercito furono localizzate prevalentemente presso il confine, e in più casi oltre la frontiera propriamente detta; con il tempo, si creò quel sistema che chiamiamo “limes”, fatto di fortificazioni, valli ecc. L’obiettivo era la sicurezza territoriale: impedire penetrazioni nel territorio imperiale, garantendone la sicurezza e la protezione integrale. Il sistema era ambizioso e costoso. Scarseggiavano inoltre le riserve strategiche;
-> Durante la crisi del III secolo*, la “difesa di sbarramento” cedette di fronte a assalti barbarici di grosse proporzioni, non gestibili dalle sole truppe assegnate alla difesa dei settori coinvolti. Preso atto che la “difesa di sbarramento” non era più adeguata alle nuove sfide, il sistema evolvette - anche se mai totalmente e definitivamente, almeno fino alla fine del IV secolo - nella “difesa di profondità”. La “difesa di profondità” prevedeva un velo difensivo, infrastrutturato con appositi munimenti, e grosse riserve centrali, a disposizione dell’imperatore per intercettare e distruggere le incursioni che fossero penetrate nel territorio imperiale. Al contempo, non a caso, non essendo più la difesa della frontiera robusta e certa come prima, le città vennero circondate da mura (Roma compresa). L’obiettivo, ora, era la sopravvivenza del potere imperiale.
Il contributo di Luttwak, in un campo che pure non è strettamente suo come la storia antica, è stato seminale. Ha aperto la strada a un dibattito nuovo. Si sottolinea da più parti, e probabilmente non a torto, che sotto alcuni aspetti il suo punto di vista è chiaramente “moderno”, assumendo delle categorie di pensiero e ipotizzando dei modi d’operare incompatibili con quelli dell’antica Roma, per quanto ne sappiamo. Oltre a ciò, l'elaborazione della difesa in profondità, così come gli obiettivi sostanzialmente difensivistici che Luttwak attribuisce all’impero sono particolarmente contestati.
Ciò nonostante, il connubio tra pensiero strategico moderno e storia antica proposto da Luttwak è eccezionalmente stimolante sul piano concettuale, e presentato in modo efficacissimo ed avvincente nel libro, la cui lettura è consigliata a chiunque si interessi di strategia, in particolare militare, e ami la Storia di ampio respiro delle comunità politiche, dei loro obiettivi, del loro modo di stare nel mondo e confrontarsi – in particolare nello spettro pace-guerra – con l’altro.
* forse agevolata proprio dall’assenza di forti riserve strategiche a disposizione del potere centrale, assenza che propiziava l’iniziativa delle truppe lontane dalla capitale per imporre l'imperatore gradito, contro Roma?