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A tua insaputa. La mente inconscia che guida le nostre azioniImmaginate di essere al volante della vostra auto. Probabilmente ascoltate la radio, magari fischiettate oppure pensate agli affari vostri. Di certo, se è da molto che guidate, non siete particolarmente concentrati sulla forza che state imprimendo all’acceleratore, su quanto stiate bilanciando con la frizione o sull’angolo dello sterzo. Queste sono operazioni diventate ormai completamente automatiche o, tecnicamente, «inconsce». Che esista una parte della coscienza completamente autonoma da quella razionale è stato dimostrato anche dalle neurotecnologie come l’imaging cerebrale, capace di evidenziare l’attività inconsapevole del nostro «computer centrale». Le neuroscienze possono senz’altro registrare questo genere di dati, ma spetta alla psicologia del profondo spiegarceli: andare oltre il referto per fornirci una ragione e semmai insegnarci come convivere proficuamente con il nostro Mister Hyde. In realtà Mister Hyde non è una metafora azzeccata, perché l’inconscio non sarebbe squisitamente malvagio. Semplicemente consta di tutte quelle fantasie ed esperienze realmente vissute che o per economia o per convenienza abbiamo appartato lontano dalla consapevolezza ma comunque conservato. Costituiscono – nella definizione classica – una personalità semisconosciuta e un serbatoio di pulsioni legittime e di fatto agenti. Scoprire di non essere l’unico padrone in casa propria può generare scetticismo verso la teoria. Non a caso Sigmund Freud, padre della psicoanalisi, propose che la scoperta dell’inconscio fosse la «terza umiliazione» all’orgoglio dell’umanità, dopo quella inferta da Copernico, che aveva tolto l’uomo dal centro dell’universo e quella di Charles Darwin, che l’aveva ricollocato tra i tanti animali, frutto casuale dell’evoluzione e non più il prediletto di Dio. Non sarei così talebano come Freud. Come anticipavo i vissuti rimossi (per usare la sua terminologia) sono tali non solo perché spiacevoli ma più semplicemente anche perché l’organismo ha bisogno di fare economia: non possiamo ovviamente registrare nella memoria 24 ore di informazioni ininterrotte al giorno. Ciò non toglie che esse abbiano un impatto e che questo prolunghi la sua influenza. Secondo il pensiero di Henri Bergson il sistema nervoso avrebbe una funzione sostanzialmente eliminatoria e non produttiva: il suo scopo sarebbe quello di proteggerci dalla tempesta di informazioni alla quale siamo esposti durante la giornata dalla comune esperienza. Secondo questa spiegazione il cervello escluderebbe gran parte di quello che altrimenti potremmo conoscere e ricordare. Effettivamente ci vorrebbe una mappa per orientarsi nelle tante teorie sul tema. Una guida che ho trovato ottima è «A tua insaputa. La mente inconscia che guida le nostre azioni» (appena stampato da Bollati Boringhieri), un’opera di oltre quattrocento pagine a firma di John Bargh, psicologo sociale e docente a Yale. Si tratta di un saggio estremamente moderno: non incede nella psicoanalisi, piuttosto ordina tutte le conoscenze scientifiche più recenti, molte derivate dalle sue osservazioni presso il laboratorio che ha fondato, l’«Automaticity in Cognition, Motivation, and Evaluation (ACME) Laboratory» dell’Università di Yale. E poi si sa, gli americani non amano eccessivamente Freud e i colleghi europei. Sono soprattutto cognitivisti. Cosa è l’inconscio, perché esiste, a cosa serve e come possiamo servircene: sono questi i punti, estremamente pratici, che Bargh sviluppa con piglio molto preciso. Ripeto: non tanto filosofico ma puntualmente scientifico. La chiave per seguire il professore è avere una visione evolutiva della mente: la necessità che giustifica l’esistenza di istanze inconsapevoli è una necessità adattiva. Insomma, non può non esistere l’inconscio perché ci è necessario proprio come un qualsiasi altro organo del corpo che è stato progettato dalla vita. Non mi dilungo sui dati, per quello c’è il saggio. Qui può essere prezioso presentare un sunto. Sicuramente potrei riportare la seguente, lunga e curiosa digressione, collaterale al discorso centrale. Bargh fa entrare nel suo laboratorio elettori democratici e repubblicani (dichiarati ma anche «verificati» da un quiz che chiede l’approvazione o meno verso leggi dell’una e dell’altra parte effettivamente presentate o annunciate). Ai primi somministra una esperienza cognitiva utile ad aumentare l’emozione della paura e il senso di insicurezza, per sempio chidendogli di immaginare la propria morte e facendogli rivivere questa fantasia con numerosi dettagli. Ai secondi dà un input analogo ma contrario, utile a rafforzare il senso di sicurezza, per esempio chiedendogli di desiderare un superpotere e accompagnandoli nell’esperienza di volare oppure di parare colpi e proiettili. Una volta resi forti questi vissuti (lo scienziato spiega che l’effetto è chiaramente temporaneo ma comunque sufficiente per la durata dell'esperimento) somministra ai due gruppi un nuovo questionario di natura politica. Si tratta anche questa volta di un questionario sviluppato per identificare e predire inclinazioni liberali, progressiste, conservatrici etc. Chi si all’inizio di dichiarava democratico, dopo il «lavaggio del cervello», risultava in una percentuale importante, più conservatore (Ovviamente c’era un gruppo di controllo che non aveva preso parte alla fortificazione dei vissuti paurosi o rassicuranti e che confermava la bontà del test) mentre chi si dichiarava repubblicano, sebbene in percentuale minore ma statisticamente significativa, dava questa volta risposte più «progressiste». Al di là del mostrare l’effettiva influenza dei vissuti consapevoli (lo sforzo di immaginazione attivo che chiede il professore) sull'agire inconsapevole (diagnosticato attraverso il secondo questionario) l'esperimento – nell’interpretazione di Bargh – esplora la possibilità, secondo una certa tradizione della psicologia politica, che i cosiddetti democratici abbiano una personalità più predisposta a sentirsi «al sicuro», dunque più favorevoli a proposte di legge, per così dire, rivoluzionarie. I cosiddetti repubblicani (conservatori), invece, avrebbero una personalità naturalmente più predisposta a percepire le minacce e sarebbero quindi più restii al cambiamento. Ecco perché – argomenta lo psicologo – nel secondo quiz, che verificava con nuove domande l’appartenenza politica di ciascuno, i democratici erano meno disinvolti verso proposte come il matrimonio omosessuale o la depenalizzazione di reati legati all’uso della marjuana, mentre i repubblicani erano più dubbiosi verso strette autoritarie sui dreamers o su controlli severi alla sfera della privacy per motivi di sicurezza nazionale. Ho elencato questo esperimento soltanto a titolo di esempio. Quello di Bargh non è un libro di psicologia politica. È sicuramente da leggere tutto e non come un manuale: il passo è quello del racconto, di uno scienziato che ti porta nel suo mondo, nel suo laboratorio, tra i colleghi e nella propria infanzia. Si parla di Led Zeppelin, o del perché alcuni luoghi e certi ricordi ci fanno rizzare i peli delle braccia mentre altri ci lasciano completamente indifferenti. Non solo per chi è appassionato di ricerca: è per tutti dai 15 anni in su.MarcoPivato -
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Per un Pugno di Barbari. Come Roma fu salvata dagli imperatori soldatiLa storia insegnata e appresa ci è stata tramandata come compartimentazione di eventi ed epoche, insomma di cesure. Chi ama l'antichità, e il mondo romano nello specifico, è persino troppo abituato a compartimenti stagno: i re, la repubblica, il principato, il dominato, i regni romano/barbarici. Il libro di Marco tratta di quello che tradizionalmente è il secolo buio dei romani. Ci sono cosi tanti imperatori tali da generare una confusione per cui è meglio occuparsi fino a marco aurelio e riprendere con Constantino, con il rischio di avere di fronte due vasi non comunicanti. Ecco che invece la cesura diventa tratto di unione; collegamento imprescindibile tra passato e futuro di roma. Ciò che ci ritroviamo con Constantino non è una Roma aliena, apparsa all'improvviso nella storia, ma è il risultato di strutture economiche sociali e culturali che formatesi lentamente e destinate a una ‘lunga durata’ danno la loro impronta profonda. Con un stile di racconto anglosassone, non tipicamente italiano, e questo è un pregio, Marco ci accompagna nel secolo della crisi non tanto con le figure piu rilevanti, ma piuttosto per problemi che roma ha dovuto affrontare. Si capisce allora molto meglio sia il secolo precedente, con l'iniziale pressione meglio organizzata dei barbari ai confini, e l'irrompere di fattori esogeni quali la peste, sia il secolo successivo con la nuova roma e nuova romanità di Costantino. E' un libro chiarificatore che dipana con efficacia il groviglio di problemi sociali, militari, politici ed economici, e lo fa in maniera sincronica contro la diacronia sterile della manualistica. Si capiscono allora meglio le problematiche non più rinviabili che hanno dovuto affrontare gli illirici, barbari diventati più romani dei romani di Roma. Per un pugno di barbari; si, perché senza i barbari forse sarebbe potuta cambiare inesorabilmente la traiettoria della storia romana. Ed è il modo più plastico di vedere come il terzo secolo sia diventato sostanzialmente e non più formalmente impero, con una missione civilizzatrice universale. Non più cittadini e semicittadini e federati e schiavi, ma sostanzialmente tutti cittadini sotto un idea. E non è più importante venire dall'urbe o dal senato per dirigere questo impero, ma ognuno da ogni parte dell'impero, può appunto gestirlo, perchè è diventato romano nella mente e nel cuore. Tra le tante cose che ho apprezzato in questo piacevole excursus è come viene spiegato l'ambito economico e finanziario. Nessun altro libro mi ha fatto capire, come questo, il pericolo di un allegra gestione della moneta. Per certi versi mi ha illuminato con i continui raffronti tra inflazione galoppante e tentativi di soluzione momentanea. E si capisce molto bene allora il perchè e il per come Diocleziano sia arrivato a rivoltare, quasi come un calzino, quasi tutti gli aspetti della civiltà romana. Perché più che riformatore illuminato si può dire che abbia sistematizzato, in forma compiuta e razionale, soluzioni in nuce già tentate da altri. Si può dire, alla fine della lettura del libro, di aver una visione di insieme del terzo secolo, e ci si rende conto di comprenderlo di più, rispetto a quanto si è fatto prima.antoniusblock4 -
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Il giro del mondo in sei milioni di anniImmaginiamo di trovarci tra l'Etiopia, il Kenya e la Tanzania, approssimativamente Africa dell'est, circa sei milioni di anni fa. Il clima diventa tutto a un tratto più secco, le grandi foreste si fanno rade, l'immensa e rigogliosa vegetazione lascia il posto a gruppi di bassi arbusti e ad ampi spazi. Animali che oggi assoceremmo alle nostre scimmie e affollavano i rami per la maggior parte del giorno sono costretti scendere. E la vita in basso è molto diversa. Adesso occorre sapersi arrangiare: per esempio per passare da un luogo sicuro a un altro, da un boschetto all'altro, occorre muoversi rapidamente prima di essere notati dai grandi predatori. E se spostandosi si riesce anche a dare un'occhiatina intorno, alzandosi sugli arti inferiori, tanto meglio: servirà a salvare la pelle. Il bipedismo potrebbe essere nato così. E cosa ci fa un animale con le mani (o zampe anteriori) libere, se non gli servono più per camminare? Prima degli antropologi se lo devono essere chiesti gli stessi australopiteci. Soltanto doverci pensare è una cosa nuova. Tanto che probabilmente l'improvvisa espansione della loro scatola cranica (quindi del cervello) potrebbe essere una diretta conseguenza di tutto quel da fare e pensare improvviso. E così hanno cominciato a sperimentare, toccare cose, e poi maneggiarle, sino a forgiarvi, per l’appunto, manufatti. Con la nascita della tecnologia i primi ominidi si apprestavano a conquistare la vetta della catena alimentare e molto tempo dopo il mondo. Non solo metaforicamente. Si andava davvero a colonizzare nuovo spazio. Perché, una volta a terra, c’era da rimediare il cibo, cacciare, raccogliere. Era molto tempo prima dell’invenzione dell’agricoltura: quando un luogo era stato completamente sfruttato e non aveva più niente da dare, l’unica era spostarsi. E poi spostarsi ancora. Di generazione in generazione i chilometri si sommano ed è così che siamo addirittura usciti dal continente nel quale eravamo "apparsi". Dall’Africa al Medioriente, poi qualcuno verso l’Europa e qualcun altro verso l’India. A mano a mano che ci si spostava – e ci si evolveva – i resti di chi moriva lasciavano una bandierina ora qua, ora là. Tanto che oggi, tracciando i fossili, possiamo ripercorrere a ritroso il viaggio dell’umanità. Non solo, infatti i fossili "parlano": attraverso le ferite, i traumi, le patologie e quelli più recenti anche attraverso i geni (se c’è rimasto ancora del DNA). È questo il contributo che la genetica è in grado di dare alla storia: può dirci se c’eravamo, dove eravamo e quando eravamo. Con accuratezza scientifica, non basandosi cu vecchie e rimaneggiate carte (leggasi: Bibbia). E allora le scoperte sono tantissime. La storia delle migrazioni (elemento oggi tanto discusso) rivela l’uomo: come eravamo, cosa mangiavamo, come ci vestivamo, di quali malattie soffrivamo, come era il clima, a cosa eravamo destinati. Di certo rivela che l’uomo più che radici ha piedi. Da così tanto viaggiamo che ci siamo incontrati di nuovo milioni di volte e incrociati "infinite" volte. La riflessione, pur rimanendo scientifica, diventa quindi anche di carattere sociale: di fatto, dati alla mano, i genomi degli europei, degli americani e degli africani sono pressoché identici. A cambiare è, di ciascuno, semmai, l’aspetto. Questo dipende sì dai geni, ma anche dall'ambiente perché l'ambiente modula l'espressione dei geni (e quindi, in ultima analisi, l'aspetto esteriore). Può capitare di confondere genotipo (semplificando: il corredo completo dei geni che possono esprimere o meno le relative proteine e quindi certi caratteri) e fenotipo (semplificando: i caratteri che effettivamente vengono espressi a partire dal genotipo. Non è detto che tutti i geni siano espressi e quindi si traducano in caratteri). Forzando un po’ intercorre la stessa differenza che c’è tra noumeno e fenomeno. Via, questo lo dico io… ma ci siamo capiti. L’odore della pelle, il colore degli occhi, la statura e simili costituiscono il fenotipo (così come le peculiarità metaboliche, etc.). Ma la "pasta" (genotipo: espresso e non espresso) di cui siam fatti è ben più complessa e condivisa. Facile quindi giudicare solo in base all’aspetto. C’è molto da imparare in «Il giro del mondo in sei milioni di anni», del genetista dell’Università di Ferrara Guido Barbujani e del suo collaboratore Andrea Brunelli. Non solo puro nozionismo (che comunque male non fa) ma elementi di carattere storico, archeologico, antropologico, e molta, molta biologia. Del resto pretendere di capire la storia dell’umanità a partire da una, soltanto, delle «due culture» è proposito fallimentare. La materia è complessa, ma il passo è brillante e il tono della divulgazione chiaro, curioso e appassionante. Un libro consigliato sia a umanisti che appassionati di scienza, in generale a tutti i lettori, perché leggere serve a costruire una coscienza padrona del passato, critica del presente, con gli strumenti necessari a presagire il futuro. Il libro di Barbujani e Brunelli fa questo.MarcoPivato -
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Pastorale americana"La gente pensa che la storia abbia il respiro lungo, ma la storia, in realtà, ti si para davanti all’improvviso" Dal self-made man all'american way of life, una storia familiare che interrompe la sua ascesa e vede distruggersi il grande sogno americano. Seymour Levov è il prototipo del perfetto yankee: alto, bello, ha successo nello sport e con le donne, come da tradizione dei migliori college d'oltreoceano. Figlio di un ebreo che si è fatto da solo e ha avviato una riguardevole fabbrica di guanti, raccoglie l'eredità del padre e conduce una vita impeccabile accanto a sua moglie, miss New Jersey, e alla sua unica figlia. Negli anni che precedono il Vietnam, le tensioni sociali e razziali presenti a Newark sono pronte a esplodere: Merry, la figlia del protagonista, si unisce a degli attivisti politici e avvia l'erosione della tela familiare. Pagina dopo pagina, l'american dream va dissolvendosi, fino a rivelare la grande verità che Roth suggerisce in più punti del romanzo: il sogno americano è la più grande bugia mai inventata dagli statunitensi. La lettura di Pastorale americana è dura, angosciante, rallentata da passaggi ipertecnici, ma sa al contempo colpire nei punti più scoperti del lettore. Grazie a passaggi introspettivi degni di nota, l'inchiostro trasuda lo strazio del protagonista e non si può fare a meno di proseguire per sapere se Seymour, alla fine, riuscirà a lenire il suo dolore e tornare a essere padrone dell'unica vita che conosceva. Frasi da sottolineare: - Un padre per il quale ogni cosa è un incrollabile dovere, per il quale c’è la ragione e il torto e, in mezzo, nulla, un padre il cui miscuglio di ambizioni, pregiudizi e convinzioni è talmente refrattario alla riflessione da rendere il tentativo di sfuggirgli più difficile di quello che sembra. Uomini limitati provvisti di un’energia illimitata; uomini pronti a esserti amici e altrettanto pronti a stufarsi di te; uomini per i quali la cosa più seria nella vita è andare avanti malgrado tutto. E noi eravamo i loro figli. Amarli era il nostro dovere. - Aveva imparato la lezione peggiore che la vita possa insegnare: che non c’è un senso. E quando capita una cosa simile, la felicità non è più spontanea. È artificiale e, anche allora, comprata al prezzo di un ostinato estraniamento da se stessi e dalla propria storia. - Stoicamente soffoca l’orrore. Impara a vivere dietro una maschera. Una prova di resistenza durata tutta la vita. Una prestazione eccezionale realizzata su un campo in rovina. - Come avrebbe potuto sapere, con tutta la sua bontà così accuratamente calibrata, che il prezzo di una vita obbediente era tanto alto? Ci si rassegna all’obbedienza per abbassare il prezzo. Una bella moglie. Una bella casa. Un’azienda magistralmente gestita. Un padre difficile trattato abbastanza bene. L’aveva realizzata per davvero, la sua versione del paradiso. Così vivono gli uomini di successo. Sono buoni cittadini. Sono fortunati. Sono riconoscenti. Dio sorride loro. Se ci sono dei problemi, si adattano. - Sì, siamo soli, profondamente soli, e in serbo per noi, sempre, c’è uno strato di solitudine ancora più profondo. Non c’è nulla che possiamo fare per liberarcene. No, la solitudine non dovrebbe stupirci, per sorprendente che possa essere farne l’esperienza. Ma allora non sarai altro che questo: vuoto e solo anziché pieno e solo. - Ciò che lui trovava stupefacente era il modo in cui gli uomini sembravano esaurire la propria essenza – esaurire la materia, qualunque fosse, che li rendeva quello che erano – e, svuotati di se stessi, trasformarsi nelle persone di cui un tempo avrebbero avuto pietà.Eaglesupporter -
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Il lupo della steppaAmbientato negli anni venti del '900, Il lupo della steppa è incentrato sul forte contrasto tra individuo e società, messo in risalto dalla duplice personalità del protagonista. Un quasi cinquantenne che odia la borghesia, non tollera la superficialità di ciò che è mondano e si rinchiude con le sue ubbie in una piccola pensione, per ricercare quella felicità pura che è rintracciabile solamente nella poesia e nella musica. Un lupo solitario in una società che non accoglie, dilaniato dal dolore e sopraffatto dall'apatia, che vede nel suicidio l'unica soluzione possibile. La sua salvezza, o perlomeno una parvenza di essa, arriverà (naturalmente) per mano di una donna, che lo riporterà ai piaceri della vita e condividerà con lui la sua solitudine, la sua tristezza, la sua codardia. L'alternanza di lucide riflessioni esistenziali e di lunghe dissertazioni psichedeliche, rendono questo romanzo un passaggio inevitabile per chi ha voglia di scavare dentro sé, alla ricerca di una sofferenza sopita e forse mai espressa. Ambientazioni che renderebbero entusiasta David Lynch si mischiano con una lettura fredda e calcolata degli aspetti socio-politici dell'epoca, rendendo al lettore un'immagine cristallina della decadenza identitaria dei primi del '900. Frasi da ricordare: - Senza amare se stessi non è possibile neanche amare il prossimo, l’odio di sé è identico al gretto egoismo e produce infine il medesimo orribile isolamento, la medesima disperazione. - La mia anima infantile è talmente agitata dal vento della miseria che prendo la lira arrugginita della gratitudine e la scaglio in faccia al sonnacchioso e soddisfatto Dio della contentezza e preferisco sentirmi ardere da un dolore diabolico piuttosto che vivere in questa temperatura sana. - Ecco, come io mi vesto ed esco e vado a trovare il professore e scambio con lui cortesie più o meno finte, in fondo senza volerlo, così fanno e vivono e agiscono per lo più gli uomini ogni giorno e ogni ora, per forza e senza volere, e fanno visite, tengono conversazioni, siedono negli uffici, sempre per forza, macchinalmente, contro la loro volontà, e tutto ciò lo potrebbero fare altrettante macchine o si potrebbe benissimo farne a meno; e tale meccanismo eternamente in moto è quello che impedisce a loro, come a me, di far la critica della propria vita, di riconoscere e sentire la propria stoltezza e superficialità, la propria orrida ambiguità, la propria tristezza e solitudine senza speranza. Oh, hanno ragione, gli uomini, di vivere così, di fare i loro giochetti e di correr dietro ai loro fatti importanti invece di opporsi al triste meccanismo e di guardare disperatamente nel vuoto come faccio io che sono fuor di strada. - L’infelicità che vorrei è diversa: è tale da farmi soffrire con avidità e morire con voluttà.Eaglesupporter -
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I Promessi Sposi"La riscoperta di un capolavoro della letteratura italiana" La lettura integrale dei Promessi Sposi è stata una sorpresa. Ricordavo un'opera certo ben scritta, ma con un "sugo della storia" abbastanza semplicistico, per il quale la Provvidenza infine appianava tutto. Questa interpretazione - invero molto "democristiana" e forse per questo tanto popolare nella scuola italiana - non rende affatto giustizia al romanzo. I Promessi Sposi meritano effettivamente di essere annoverati nella breve lista dei massimi capolavori. Questo non solo per la maestria con la quale la lingua è maneggiata. Abilità descrittiva, piacevolezza della lettura, varietà e armonia dei termini, ritmo e composizione costituiscono un esempio sommo di lingua italiana (il principio dell'Introduzione - il falso testo secentesco - è poi un gioiello nel gioiello, un pezzo di bravura, di satira di un'epoca attraverso la mimesi del suo linguaggio). Lo stile e il bello scrivere, così come la trama avvincente, sono tuttavia il meno del romanzo. Il suo grandissimo valore sta nella finissima psicologia dei personaggi, nello studio profondo della natura umana e delle dinamiche storiche, sociali, delle relazioni interpersonali, del sentimento e della fede religiosi. Alessandro Manzoni ne esce non come uno scrittore un po' bigotto, quale spesso risulta a scuola, ma come un'intelligenza vivissima e supremamente quanto garbatamente ironica, esperta del mondo e degli uomini, capace di cogliere e rappresentare allo stesso tempo le meraviglie della natura, la tremenda, inaudita tragicità della peste, le grandezze e le miserie dell'animo umano, spesso racchiuse nella stessa persona, la potenza della fede, l'abisso della disperazione e la luce della speranza. Tutti i personaggi - anche i minori - sono complessi e sfaccettati, tra luci e ombre ("questo guazzabuglio del cuore umano"); nessuno è eguale o anche solo simile a un altro. Il romanzo tratta di vicende umane, nel loro dispiegarsi personale e storico, essendo al contempo permeato di un rimando spesso sottinteso, talvolta esplicito alla dimensione religiosa. Rimando che tuttavia è - si può dire - discreto, che non pretende di spiegare ogni cosa, ma casomai di alludere a una dimensione che ne contenga la spiegazione. Non mi pare certo che si possa affermare che la Provvidenza spiega tutto (spiega forse la peste?). Si può invece affermare che Dio è sempre presente, perfino nelle debolezze di don Abbondio. La ricostruzione storica è eccezionalmente accurata, ma questa non è un'opera sul Seicento lombardo o sul Risorgimento italiano. E' un'opera straordinaria sull'uomo, che continua a parlare agli uomini del nostro tempo come a quelli del secolo XIX. Per questo va letta.Marco Rossi -
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A proposito di nienteCominci a leggere e appare chiaro: Woody Allen che racconta Woody Allen con lo stile di una sceneggiatura di Woody Allen. “Ti piacerà, perché ti piace Woody Allen”, pensi. Per metà libro scorre come Rhapsody in blue, frizzante da un’infanzia serena e divertente fino all’esplosione come giovanissimo umorista. Lo sfarzo del mondo da lui stesso sognato al cinema: Manhattan, Broadway, Hollywood, donne bellissime e affascinanti, segnate da diverse gradazioni di follia, grandi personaggi del mondo dello spettacolo spesso bizzarri; quello che ti aspetteresti. Poi la parte su Mia Farrow più drammatica di quanto aspetteresti, e la conclusione amara nel periodo in cui è appestato come mai prima sulle scorie del #MeToo. Un’immagine finale che non ha potuto non ricordarmi ancora una volta “La macchia umana” di Roth e quanto lucido e significativo sia stato quel romanzo. Al centro una personalità non ammirevole, ma che su alcuni aspetti può essere d’esempio. Avrei apprezzato la lettura anche se fosse stata solo una continua risata nichilista, perché di talento: ma è qualcosa di più. Consigliata.Stefano Leanza -
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Vita su un pianeta nervosoIl mondo ci sta confondendo. È un pianeta frenetico ed estremamente nervoso che sta trasformando le nostre vite e le sta rendendo sempre più difficili da gestire, in balia dell'ansia. Siamo sempre più connessi, ma sempre più soli e inclini ad avere paura di tutto, dalla politica mondiale, ai cambiamenti climatici, ai followers dei social, che ci seguono ma non conoscono nulla di noi. Un libro che aiuta ad affrontare le paure del ventunesimo secolo.niccozano80 -
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Il SilmarillionDi solito ci si approccia a questo libro aspettandosi qualcosa di simile a Il Signore degli Anelli o Lo Hobbit... e non ci si capisce una sega. Capita a tutti ed è normale. Perché gli altri due romanzi cardine di Tolkien, peraltro intimamente connessi al Silmarillion, sono per l'appunto romanzi: raccontano una storia con protagonisti facilmente memorizzabili, un intreccio compiuto con un inizio e una fine, fatti cronologicamente circostanziati. Il Silmarillion, no. Il Silmarillion non è un romanzo ma un libro di storia: la storia mitica di un posto che non esiste. Una storia che parte dalla creazione del Mondo, ad opera come tutti sanno di Eru Iluvatar e del coro degli Ainur, e prosegue con il susseguirsi delle Ere, narrando delle migrazioni degli Elfi, della forgiatura delle leggendarie Gemme, delle guerre che sconvolsero il mondo... Almeno al primo approccio, richede, temo, di prendere appunti, di realizzare qualche mappa concettuale e, sì, di mandare a memoria almeno alcuni dei nomi delle principali "etnie" di Elfi e Uomini. Per chi ha la pazienza di farlo, però, questo libro svela letteralmente un mondo di struggente bellezza, di eroi tremendamente umani (anche quando sono immortali) e di gesta che poco hanno da invidiare ai miti greci, e che come i miti greci resteranno per sempre impressi nella mente di chi li legge. Basta che non vi aspettiate il lieto fine, perché per quello c'è bisogno di Frodo e Sam, in un altro libro. PS: la traduzione italiana è una roba lisergica, personalmente ci sarei pure affezionato, ma nella sua criptica difficoltà, nella scelta di parole incredibilmente e inutilmente difficili e nella ricerca di locuzioni barocche, non rende giustizia alla limpida semplicità dell'originale, ma a meno di non andarsi a cercare traduzioni bootleg (ce ne sono), o podcast che pazientemente narrino a voce la storia (ci sono anche quelli, nel caso cercate “Cronache dalla terra di mezzo”) l'edizione italiana al momento quella è... Aurë entuluva!Barbaking -
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Le StorieCome detto più volte durante il podcast, "Le Storie" di Ammiano Marcellino sono una fonte primaria imprescindibile per il periodo che va dal regno di Costanzo II alla battaglia di Adrianopoli. Scritte con verve e passione, ricolme di appunti geografici ed etnografici, a volte è possibile leggere "Le Storie" quasi come un romanzo di avventura, quando Ammiano descrive alcuni eventi in prima persona. Ammiano dimostra però anche acume da storico, forse non l’acume di uno studioso come Tucidide, ma pur sempre eccezionale. [Recensione originariamente pubblicata nella pagina "Fonti" del sito di "Storia d'Italia": link sottostante]Il Miglior Nemico di Roma - Marco Cappelli -
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Revolutionary RoadLa perfetta trasposizione del prototipo della famiglia americana anni '50: una giovane coppia formata da un brillante lavoratore e una devota casalinga, residenti nella zona più borghese della città, prigionieri di tutto ciò che è tendenza dominante. Dietro il sipario, il buio. I fantasmi di un passato irrealizzato incrinano il rapporto, la voglia di avere qualcosa di più di un solido e ripetitivo lavoro porta entrambi a perdersi, mantenendo però lo stato di calma apparente. Con descrizioni semplici e follemente reali, Yates illustra la quotidianità di una coppia che vorrebbe vivere in un quadro ma non riesce a fissare la cornice, passando attraverso tradimenti, gravidanze e viaggi. Le dinamiche relazionali sono descritte in modo tanto minuzioso da rendere il lettore protagonista di ogni dialogo, portandolo a dubitare di se stesso e del fatto che quello che sta leggendo sia solo un libro. Un finale incredibilmente giusto, seppur annegato nella crudeltà, che stravolge l'anima alla chiusura della quarta di copertina. Frasi da segnalare: - Nei suoi piani non c’era mai stato posto per il peso e l’urto della realtà. - Odiava vederla poi dissolversi sotto i suoi occhi e tramutarsi nella creatura sgraziata e sofferente la cui esistenza egli tentava di negare ogni giorno della sua vita, ma che conosceva altrettanto bene e dolorosamente di quanto conosceva se stesso. - Ma una maniera di uscirne c’era sempre stata, dignitosa o meno, scoperta grazie al semplice processo di chiedere prima scusa e poi attendere, sforzandosi di non pensarci troppo. Ormai questo atteggiamento lo sentiva familiare, come una vecchia giacca comoda e sdrucita. Era in grado di sfoggiarlo con una certa disinvoltura voluttuosa, perché gli permetteva una completa sospensione di volontà e orgoglio. - È una malattia. La gente ha smesso di pensare, di provare emozioni, di interessarsi alle cose; nessuno che si appassioni o creda in qualcosa che non sia la sua piccola, dannata, comoda mediocrità. - Non era quello, chiese, un episodio assolutamente tipico dei tempi e del luogo in cui vivevano? Un uomo poteva avere un accesso di follia, fracassare tutto e fare a pugni con la polizia, eppure gli irrigatori automatici continuavano a turbinare al tramonto su ogni prato, e la televisione a ronzare in ogni soggiorno. L’unico figlio di una donna tornava a casa pazzo, infliggendole Dio sa quali agonie di dolore e di colpa, e quella continuava a darsi da fare con questioni di piano regolatore, con piccole gentilezze da buona vicina, portando qua e là scatoloni pieni di piante da giardino. - E nonostante tutto ciò, guardate quel che succede quando un uomo perde davvero il cervello: si chiama la polizia, lo si toglie al più presto dalla circolazione, lo si porta via, lo si rinchiude, prima che svegli il vicinato. Cristo, quando in un modo o nell’altro si arriva al dunque, ci accorgiamo di essere ancora nel Medioevo. E’ come se tutti si fossero tacitamente accordati per vivere in uno stato di perenne illusione. Al diavolo la realtà! Dateci un bel po’ di belle stradine serpeggianti e di casette dipinte di bianco, rosa e celeste; fateci essere tutti buoni consumatori, fateci avere un bel senso di Appartenenza e allevare i figli in un bagno di sentimentalismo – papà è un grand’uomo perché guadagna quanto basta per campare, mamma è una gran donna perché è rimasta accanto a papà per tutti questi anni – e se mai la buona vecchia realtà dovesse venire a galla e farci bu!, ci daremo un gran da fare per fingere che non sia accaduto affatto. - Certo che dovremo affrontarli, ed è anche certo che non sarà facile. Conosci qualcosa che valga la pena di essere fatto e che sia facile?Eaglesupporter -
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Il buio oltre la siepe"Non è una buona ragione non cercare di vincere sol perché si è battuti in partenza" Nel profondo sud degli Stati Uniti, agli inizi degli anni '30, un caso di violenza sessuale porta a processo un bracciante nero, accusato dalla cittadinanza solo in virtù del colore della sua pelle. La storia è raccontata in prima persona da Scout, ragazzina orfana di madre che vive con il padre Atticus, serioso avvocato locale. Harper Lee ci fa attraversare le ataviche paure di una cittadina dell'Alabama, alimentate dalla Grande Depressione: un collage di personaggi rozzi, crudeli, ottusi e collusi, sostenitori di un giustizialismo sommario e privo di certezze, in nome di una vana cura delle ferite lasciate dalla guerra civile. Una prospettiva fortemente sociologica, che racconta con minuziosità le dinamiche sociali di un piccolo gruppo di persone. Il personaggio di Atticus è il baluardo della civiltà, il faro che illumina la ragione e l'umanità. Le sue gesta, narrate attraverso gli occhi infantili della figlia, fungono da balsamo per il lettore, angustiato dallo svolgersi degli accadimenti. Il buio oltre la siepe è annoverabile tra i grandi classici della letteratura perché risponde senza ombra di dubbio alla loro prima caratteristica, quella di essere sempre attuali. Frasi da segnare: - Fino al giorno in cui mi minacciarono di non lasciarmi più leggere, non seppi di amare la lettura: si ama, forse, il proprio respiro? - Ci sono degli uomini... che si preoccupano tanto dell’altro mondo da non imparare mai a vivere in questo. - La gente sana di mente non va mai fiera delle proprie capacità - La coscienza è l’unica cosa che non debba conformarsi al volere della maggioranza - Non è mai una vergogna sentirsi buttare addosso una parolaccia. Dimostra soltanto quanto sia meschina la persona che te la dice: a te non può fare alcun male. - Aver coraggio significa sapere di essere sconfitti prima ancora di cominciare, e cominciare egualmente e arrivare fino in fondo, qualsiasi cosa succeda. È raro vincere, in questi casi, ma qualche volta si vince. - Non riuscirai mai a cambiare la gente soltanto parlando bene, bisogna che sian loro a desiderare di imparare; se non lo desiderano, non puoi far niente: non ti resta che tener la bocca chiusa o parlare come loro. - Cerco di dar loro una buona ragione per criticarmi. Vedete, la gente si sente meglio se può attaccarsi a qualche valida scusa. - Non sono cinico. Dire la verità non significa esser cinici.Eaglesupporter -
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Dal Big Bang ai Buchi Neri. Breve storia del tempoRECENSIONE 2018: "Libro fondamentale nella divulgazione scientifica" Lessi "Dal Big Bang ai Buchi Neri" circa 25 anni fa. Fu una lettura molto importante: allora ero molto giovane - se ben ricordo, andavo alle medie - e fui assai colpito e gratificato dal riuscire a seguire e comprendere pressoché interamente un libro che raccontava di alcuni dei concetti più d'avanguardia e di frontiera della fisica e dell'astrofisica. Il merito, ovviamente, era dell'autore, Stephen Hawking, che riusciva a "spiegare", a "divulgare" con grande e quasi sorprendente efficacia e naturalezza concetti comunemente ritenuti ostici, se non esoterici. A questo scopo avvalendosi anche, con intelligenza, delle chiare illustrazioni di Ron Miller. Fu una meravigliosa avventura di esplorazione, una cavalcata tra spazio, tempo, particelle elementari, forze della fisica, nascita e destino del cosmo, di continuo stupore e fortissimo fascino. Fu anche una bella iniezione di autostima, perchè compresi che, con il giusto maestro, nessun concetto, nessuna idea è inaccessibile, nella sua essenza. Sono passati molti anni, non so se il libro sia ancora attuale come allora o se - come a un certo punto, immagino, sarà comunque inevitabile - anzichè leggere il vecchio "Dal Big Bang ai Buchi Neri" convenga ai giovani desiderosi di scoprire cosa pensiamo dei fondamenti dell'universo leggere qualche nuova opera, più aggiornata e almeno altrettanto efficace nella divulgazione. Di certo, per me, fu una lettura fondamentale, che ricordo sempre con una sensazione di piacere e gratitudine. ---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- RECENSIONE ORIGINALE (prima metà anni Novanta, effettuata come compito per le scuole medie - ritrovata dopo la scrittura della recensione 2018): Carattere dell'opera: divulgazione scientifica Argomento e linee narrative: Nel libro vengono esposte le teorie scientifiche oggi più accettate riguardanti la natura dell'universo, il big bang, i buchi neri, il tempo... Vengono inoltre illustrate le convinzioni del passato e sono presenti anche delle riflessioni su Dio e sul suo eventuale ruolo nel nostro universo. Si parla di molte delle teorie più importanti, come la teoria della relatività, il principio d'indeterminazione, la teoria delle supercorde, il principio antropico, l'universo contenuto in un bolla... Protagonisti: L'Universo Ambiente: " Tempo: L'eternità Pagine scelte: Il libro è sempre molto interessante, ma mi sono rimaste particolarmente impresse le ultime pagine, nelle quali si tirano le conclusioni di tutto il libro. Note: Questo libro è, secondo me, estremamente stimolante per chiunque voglia conoscere e riflettere un po' di più sulla natura del nostro universo e del tempo. La lettura non è sempre facilissima, ma è comunque accessibile a tutti.Marco Rossi -
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Sapiens. Da animali a dèi. Breve storia dell’umanitàLa storia dell’uomo nel rapporto con la Terra in 500 pagine non ci sta. «Sapiens» Il libro (credo il più celebre, sin qui) di Yuval Harari è sicuramente il più affascinante della trilogia, proseguita con «Homo deus. Breve storia del futuro» (Bompiani 2017) e terminata con le «21 lezioni per il XXI secolo» (Bompiani, 2018). Per quanto riguarda i primi due, parliamo di best-seller planetari che hanno avuto come lettori e testimonial niente meno che personaggi come Barak Obama, Emmanuel Macron e Mark Zuckerberg. Ma giurerei che anche Elon Musk lo tenga sul comodino. Da giornalista ci si aspetta da me che arrivi al dunque nel primo paragrafo, quindi sono già in ritardo. E dunque: "NI". Nel senso che le domande che (ben) pone sono estremamente acute e urgenti, mentre le credenziali scientifiche delle risposte non sono affidabili al 100%. Per entrare nel merito delle questioni che Harari ambisce sviscerare con tale e tanta potenza espositiva (scrive bene) servirebbero dei dati più solidi di quelli che presenta. Spesso cita studi facilmente ritrovabili e confrontabili, altre volte le fonti sono più misteriose e altre ancora sono fonti molto dubbiose. Il suo è certamente un grande lavoro, lo raccomando, e deve essere letto e riflettuto. Quel che però "frega" e, talvolta illude il lettore è la straordinaria capacità di sorytelling dell’autore, lui grande copywriter. Mi riferisco alla capacità suggestiva delle parole e degli altri mezzi retorici per evocare gli scenari proposti nel volume: posti come li pone sembrano assolutamente esistiti o inevitabili, quando più onestamente dovrebbero essere verosimili (ancora, sia per quanto riguarda il passato che il futuro. Del resto si parla di storia). Quindi, per certi versi, talvolta, c'è l'impressione che qualcosa sia forzato o almeno immaginato in buona parte. In effetti, durante frequenti chiacchierate con antropologi, più di una volta mi è capitato di sentire la stessa critica, parlando di Harari: «Quello è uno studio vecchissimo, non ha senso inserirlo in bibliografia, è superato: lo usa per fare tornare le cose». Cercherò di non andare troppo nel dettaglio delle spiegazioni scientifiche, perché questa collocazione non lo permette. Questa (se non è troppo tardi per dirlo) è una recensione del metodo, meno dei contenuti. Rimaniamo quindi in superficie. Almeno per adesso. E mettiamola così: una sera, a cena, si parlava avidamente di libri e a un genetista italiano, tra i più noti nel nostro Paese ed anche all’estero, ho chiesto cosa ne pensasse di «Sapiens». Risposta: «Bompiani mi ha chiesto di recensirlo sul Sole 24 Ore. Ho detto che sarebbe stato meglio di no per loro, perché l’avrei demolito». Però a quel punto ero diventato curioso, giacché anche io avevo alcune perplessità, e allora ho studiato. Il succo, a mio modestissimo parere, è che «non si distingue il grano dal loglio». Quando dico che Harari è un gran copywriter intendo dire che sa amalgamare le storie con gli ingredienti giusti del fascino letterario fiabesco e stregonesco, puntellando il tutto con una bibliografia che, se andata a spulciare da parte di chi se ne intende non sempre regge, ma fa comunque effetto. Il punto è: secondo me Harari semplifica eccessivamente scenari passati e futuri enormi, e troppo complessi e intrecciati tra loro, da raccontare (attenzione) con la sua ambizione: spiegarli in senso assoluto e darli per buoni. La realtà è, invece, molto, molto più complessa. Vi faccio un piccolo esempio. Ricordo, durante la mia tesi di laurea, studiando l’effetto di una molecola sul DNA mutato di cellule di Tumore polmonare al 4° stadio (cellule NSCLC, il “Big killer”, quello dei fumatori), quanto fosse affascinante, ma allo stesso tempo complesso (più che complicato) capire il significato di una, e magari una sola, infima, via biochimica: nello spazio di cento millesimi di metro avviene una tempesta di eventi simultanei che l’occhio umano non può vedere e il cervello può appena immaginare. Ho i brividi, allora, pensando a quanto è complessa la vita e di più pensando alla vita oltre quello che conosciamo. Racchiuderla in una lista di sentenze è ardito. Ciò che sappiamo è tanto ed utile a fare approssimazioni del funzionamento della vita. Ma esistono molti limiti. Per alcuni versi la biologia (intesa come disciplina), attualmente, è abbastanza efficiente, per esempio, nel capire cosa accade nell’acuto (divisioni cellulari, attacchi al genoma, dialoghi tra sistema nervoso centrale e periferico etc.), ma meno nel lungo periodo (tossicità cronica all’esposizione di sostanze, adattamento a nuove condizioni alimentari e ambientali, eziopatologia e sviluppo di malattie neurodegenerative come Alzheimer e Parkinson) e molto poco nel lunghissimo periodo: evoluzione, trasformazione degli ecosistemi, effetti delle estinzioni. È per i motivi di cui sopra che sono scettico su molte tesi (quasi mai ipotesi) dell’autore. Ancora di più credo si debba fare attenzione ai «pastoni» (proprio come «Sapiens»). Quando qualcuno promette di raccontare la storia della Terra e dell’uomo non mi aspetterei rivelazioni, perché non le abbiamo: non sappiamo dire a un enzima «Proteggi il genoma dalle mutazioni», figuriamoci anticipare il futuro e riscoprire quante ne sono passate in milioni di anni nel passato: troppo caos. Yuval Harari è storico e professore universitario israeliano (Univeristà Ebraica di Gerusalemme). È inoltre specializzato prima in storia medievale e storia militare, e successivamente ha completato il suo Ph.D proprio in storia. Insomma, un umanista che parla di scienza: gli umanisti tendono, in effetti, a essere tuttologi, perché spesso, durante il loro percorso non hanno mai subito in faccia i «frontali» della ricerca scientifica: arrivare vicino alla comprensione di qualcosa di grande (o anche molto meno), per poi, da un giorno all’altro, buttare via tutto e con esso milioni di dollari… per una proteina, che dico, una base azotata, che dico, un legame a idrogeno che in quella posizione ha vanificato la teoria che sino al giorno prima pareva "perfetta". Molti abili scrittori umanisti hanno, a mio avviso, fidelizzato troppo con la filosofia, da dare troppo peso alle opinioni e agli scenari, facendo poco caso ai dati. È pur vero anche che i dati non sono l'Oracolo. La scienza oggi, per esempio, si avvale di inferenze e del metodo induttivo, dunque non sempre di certezze, e ci è comunque utile: come quando si eseguono le previsioni del tempo, si studia la distribuzione epidemiologica di una malattia virale e il suo picco nel prossimo anno, il cambiamento climatico stesso e le grandi trasformazioni sociali come le migrazioni: otteniamo dei risultati che ci suggeriscono che con alta probabilità una certa cosa è o sarà così e non in un altro modo. L'economia fa lo stesso. La scienza non sempre deve e può essere precisa: è sufficiente che sia utile. In un dato momento. Per esempio: tra trenta anni sicuramente rideranno di come curiamo, per esempio, i tumori oggi. Ma allora oggi non lo dovremmo fare? Rideranno di come facciamo le previsioni del tempo o anticipiamo gli scenari economici, ma non è che perché non abbiamo strumenti "definitivi" allora meglio lasciare stare tutto, anzi: la ricerca serve ad affinare tali strumenti. Sarebbe sufficiente e onesto, però specificare che si parla, di ipotesi. La ricerca è un processo lungo e laborioso: la scienza si regge sulle proprie incertezze, si alimenta delle proprie mancanze, mette in fila un sassolino dopo l’altro per non perdersi sul percorso, è paziente (È così, per esempio, che le molecole tossiche con cui “curavamo” il cancro al seno negli anni 90 adesso, modifica dopo modifica, sono diventate selettive e potenti). La scienza parla quindi di ambiti ed evoluzioni sostanzialmente ristretti temporalmente (dalla mutagenesi alla fase della progressione tumorale, nell'esempio sopra etc.) aggiungendo poche pagine lungo gli anni. Insomma, non abbiamo lenti abbastanza potenti per vedere molto oltre. Al di là delle considerazioni sociologiche sul presente, abbastanza condivisibili, Harari parla invece della storia dell'uomo sulla Terra (un salto immenso: da una mutazione al singolo gene alla vita sulla Terra. Io impallidirei: tre miliardi di anni) e potrebbe sembrare un tentativo necessariamente semplicistico: non abbiamo abbastanza strumenti per costruire, con tanta dovizia, gli scenari che va raccontando con altrettanta sicurezza. Prendo, a esempio, un tema cui Harari si appassiona e dedica molto spazio: la scomparsa di centinaia di specie animali per mano dell’uomo antico, che di volta in volta conquistava terre nuove. In realtà, se estinguessimo molte altre centinaia di specie non succederebbe niente, alla nostra specie, nel giro di pochi anni. L’interessante è il perché e quali siano queste specie. Quelle che abbiamo estinto migliaia di anni fa sono per la maggior parte specie molto grandi, di notevole impatto sugli ecosistemi, e molto molto spesso anche specie insulari, che abitavano cioè sulle isole. Estinguendo le specie più grandi (Uro in Europa, per esempio) o insulari (come il Dodo) le conseguenze sugli ecosistemi sono state però “soffocate” dalla completa modifica degli ecosistemi stessi da parte dell’uomo. L’Uro abitava nelle foreste europee, che ora non ci sono più, molti uccelli altrettanto estinti predavano i pesci artici o dei mari freddi, che ora sono ridotti al lumicino. Il Dodo era indispensabile per la dispersione di specie vegetali che sono state sostitute da altre importate dagli europei. Ciò significa che oltre che estinguere le specie, l’uomo ha estinto anche gli ecosistemi in cui queste vivevano. Ciò cambia molto le cose: una specie poteva scomparire, spesso, senza danni per la catena alimentare e per l’uomo. E succede ancora. Il fatto fondamentale è che abbiamo distrutto interi ecosistemi (vedi le foreste in Europa, o quelle tropicali in Sud-Est asiatico e in futuro quella amazzonica), senza conseguenze per la nostra specie, fino ad ora, perché quello che “facevano” le specie scomparse o gli ecosistemi modificati lo fanno ora le specie del passato. E con questo mi riferisco per esempio ai depositi di energia del Carbonifero e periodi successivi, che stanno alimentando praticamente tutta la civiltà esistente sul pianeta. Abbiamo cioè sostituito l’energia del sole che circolava in continuazione negli ecosistemi esistenti con quella immagazzinata in periodi in cui la CO2 era molto più alta di adesso e alimentava (con il sole) le foreste e le alghe che sono diventate poi petrolio, carbone e gas. Le conseguenze della scomparsa di una o migliaia di specie potrebbero anche non essere rilevanti (le specie sono forse oltre 10 milioni) adesso, ma resta che la politica di distruzione degli ecosistemi e sostituzione delle dinamiche naturali con quelle artificiali, alimentate da energia fossile, avrà sicuramente conseguenze tragiche per la nostra specie più avanti. Quello che non sappiamo però è se esistono specie cardine di alcuni ecosistemi, senza i quali tutto crolla (Si parla degli squali, per esempio, senza i quali le reti alimentari oceaniche sarebbero profondamente cambiate). Sicuramente, stiamo giocando col fuoco. Certamente, ne sappiamo davvero poco di questo «gioco»: io non ci scriverei un libro. Ecco, avrei apprezzato di più il volume se Harari si fosse concentrato su uno dei troppi aspetti che prende di mira. L’impatto dell’uomo sulla Terra dipende da molte, troppe, variabili, come dicevamo, micro e macro. Proprio come il destino della cellula tumorale che studiavo oltre quindici anni fa sotto cappa, dove, alle mie sollecitazioni chimiche, centinaia di enzimi, e migliaia di geni spostavano i destini dell’ecosistema-cellula, adattandosi con una velocità ed efficienza incredibile, per cercare di mantenerla in salute e aggressiva come non mai. E i tesisti dopo di me non è che hanno capito molto di più, in quindici anni. Il mondo microscopico (non parliamo della fisica) è qualcosa di insondabile. Come quella via biochimica che doveva portare al suicidio programmato (apoptosi) la mia cellula tumorale. E invece, pimpante, lei si faceva beffa del tesista! Il mondo microscopico è qualcosa di insondabile con gli strumenti che abbiamo: mi spaventa soltanto chiedermi come possa funzionare l’Universo o anche soltanto l’uomo nel suo rapporto con la Terra. Allora come fa Harari, e rispondere con tanta sicurezza e presunta solidità argomentativa a tutto quanto e anche di più? Devo ammettere (o forse ribadire), infine, che le elaborazioni del professore si basano su alcuni presupposti che egli dà per scientificamente provati, mentre in realtà non lo sono (non sempre). Ciò tende a rendere meno plausibili le sue previsioni sul futuro. Questo diventa particolarmente evidente quando l’autore prende a parlare del libero arbitrio, estremizzando pensieri e teorie che nemmeno i neuroscienziati che le hanno elaborate tratterebbero con tanta semplicità. Concludendo: sicuramente da leggere, per la parte storica ed espositiva, stilistica. Ottimo esercizio per imparare a scrivere come si dice oggi da «copywriter». Perfetto per imparare a farsi domande: tutte giuste. E costruirsi, ognuno, una propria coscienza filosofica ed ecologica che superi la storica dicotomia tra le "due culture". Soltanto: un occhio cauto sulla scienza e gli scenari antichi e passati proposti.MarcoPivato -
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L’Epopea di Gilgames“L'Uomo e la Morte, nella più antica epica a noi conosciuta” <<Gilgamesh a lei rispose: "[...] Ma ora, fanciulla che fai il vino, ora che ho visto il tuo volto fa' che io non veda il volto della morte da me tanto temuta". Ella rispose: "Gilgamesh, dove ti affretti? Non troverai mai la vita che cerchi. Quando gli dei crearono l'uomo, gli diedero in fato la morte, ma tennero la vita per sè”. >> Gilgamesh è la prima grande figura epica di cui abbiamo, oggi, testimonianze numerose e solide. Derivato da una figura protostorica della metà del terzo millennio avanti Cristo, è stato per almeno duemila anni un pilastro della cultura di tutto il Medio-Oriente: di lui cantavano Sumeri, Hurriti, Accadi, Babilonesi, Ittiti, Assiri. Poi venne dimenticato, scomparve dalle menti degli uomini per altre migliaia di anni, per essere infine riscoperto nel XIX secolo grazie all'archeologia e alla decifrazione delle lingue e delle scritture antiche. Questo volumetto di Nancy Sandars è una importante “volgarizzazione” di testi antichi su Gilgamesh: li rende fruibili anche per i lettori non specialisti, ricucendo in un'unica storia molti contributi a noi noti da diverse epoche e lingue su Gilgamesh, tutti verosimilmente derivati dallo stesso sostrato, già allora antichissimo, di narrazione, ma tra loro originariamente distinti e separati in alcuni casi da millenni. Quello di Gilgamesh, in effetti, non era un unico poema, ma un corpus di opere, un ciclo epico, se vogliamo. Sandars ha selezionato il materiale da inserire in un racconto coerente, scartandone altro e arricchendo il tutto con qualche inserto “esplicativo” da altre composizioni ad oggetto adiacente a quello di Gilgamesh, ma estranee al ciclo. Il materiale prescelto viene qui tutto ricondotto a una singola narrazione, quasi interamente volta in prosa. I dubbi interpretativi e di traduzione, le enormi incertezze e incompletezze della tradizione, i dilemmi degli studiosi sono a malapena percettibili in qualche passaggio. Il risultato non è dunque, né si prefigge di essere, filologico, ma è altamente divulgativo, suggestivo e, nella cornice di quanto sopra delineato, scrupoloso e affidabile: non per caso questa opera, che ha venduto oltre un milione di copie, ha dato un contributo fondamentale al ritorno di Gilgamesh nel panorama culturale dell'umanità. Colpisce la modernità (o forse meglio: l'eterno riproporsi) di alcuni temi e accenti. Gilgamesh e il suo amico e compagno d'avventura, Enkidu, uomini eccellenti sugli altri, pervasi da una sorta di brama smaniosa di misurarsi con grandi imprese, fare quanto mai fatto da altri, lasciare un segno e una eccelsa memoria di sé, cercano azione, fama, gloria. Sperimentano fino in fondo la paura e il coraggio. Colgono supremi allori, ma ben presto indispettiscono alcune divinità. E arriva la morte, per Enkidu. Gilgamesh non riesce ad accettare la morte dell'amico, che quell'uomo così vivo e gagliardo non sia più, se non cibo per vermi, né il proprio destino di morte. Cerca l'immortalità, viaggia un viaggio straordinario, fino alla terra degli dei, conosce Utnapistim, l'unico uomo – insieme a sua moglie – sopravvissuto al Diluvio (e qui i punti di contatto con il racconto biblico sono semplicemente impressionanti) e divenuto immortale. Gilgamesh ottiene da Utnapistim il segreto della giovinezza, ma lo perde. Infine, muore. L'incapacità di accettare la morte, mentre la vita si dispiega e ribolle, e poi man mano che la morte si avvicina, appare il grande tema che lega e rende poeticamente coerenti i tanti contributi qui ben messi insieme da Sandars. C'è un senso di frustrazione, in un certo senso di disperazione sempre più manifesta, che tocca il lettore contemporaneo. C'è la ribellione al destino di morte e la tentata risposta tramite la fama, tentativo che più volte si ripeterà nella storia della cultura. C'è la risposta della saggezza edonistica, fornita a Gilgamesh dalla divinità Siduri (in sintesi, la vita finirà, senza scampo: se ne goda appieno finché c'è, senza andar cercando altro), una risposta tanto frequente quanto frequentemente vissuta come inappagante, e infatti rifiutata da Gilgamesh. C'è anche altro: ad esempio, Enkidu che dallo stato naturale, in cui è quasi animale tra le bestie, passa alla civiltà, presentata in chiara contrapposizione allo stato di natura, perdendo però nel passaggio l'appartenenza alla dimensione precedente, e lo fa attraverso il contatto con la donna e, in particolare, il sesso. Ci sono gli dei, ora favorevoli e protettori, ora ostili, non necessariamente saggi e giusti, che interagiscono tra loro e influenzano profondamente la vita degli uomini (sì, il classicista ravvisa assonanze con le divinità omeriche, sotto questo punto di vista). Lo stile attraverso cui tutto questo viene espresso risente certamente dell'eterogeneità e – spesso – frammentarietà dei testi d'origine. Presenta di frequente ripetizioni e formule, forse anche lascito dell'originaria trasmissione e/o recitazione verbale. Si eleva in alcuni momenti a grandi vette di poesia. Non so quanto quest'ultimo pregio sia da attribuirsi alla libera resa di Sandars. So chiaramente che questa resa, assai meritevole, non è pacificamente scientifica, così come non è di certo aggiornata (l'opera ormai è vecchia: prima edizione nel 1960, edizione in oggetto del 1972). Certamente, per conoscere al meglio quanto oggi sappiamo di Gilgamesh, questa figura culturalmente importantissima per millenni, prima di essere dimenticata e poi riemergere dall'oblio dei secoli, esistono pubblicazioni più aggiornate, complete, filologiche; non so se altrettanto approcciabili e fruibili dal lettore non specialista. Questa di Sandars resta comunque, anche oggi, un'ottima strada per il primo contatto con l'antichissimo e imprescindibile eroe sumero, che lottava contro la morte ai tempi remoti della prima civiltà, come contro la morte lottiamo oggi noi, suoi lontanissimi epigoni, nei quali è ancora, e nuovamente, il suo ricordo.Marco Rossi -
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Cose di Cosa Nostra“L’intera Sicilia è una dimensione fantastica. Come si fa a viverci senza immaginazione?” Leonardo Sciascia. Non è semplice parlare di questo libro-intervista. Anzitutto per ragioni autobiografiche, perché se a dodici anni non avessi preso (di nascosto) dalla libreria di casa questo libro, molto probabilmente non mi occuperei di diritto, e sicuramente non sarei la persona che sono. E poi perché si ha quasi la sensazione di mancare di rispetto, a parlarne ad alta voce. Leggendo “Cose di Cosa Nostra” ci si ritrova catapultati, grazie ad un linguaggio conciso, lineare, ricco di esempi ed evocativo, in un mondo fatto di maxiprocessi, traffici internazionali di droga e codici d’onore. Si tratta di un mondo distante che purtuttavia fa parte del nostro DNA. Sono cose nostre, per l’appunto. L’intervista è suddivisa in sei capitoli, ciascuna con una sua parziale autonomia. Seppur sicuramente datato (ed infatti, di molto sono cambiate le dinamiche nel mondo delle mafie contemporanee), “Cose di Cosa Nostra” ha un valore didascalico molto importante. Si percepisce distintamente un metodo dietro al racconto. Non ci si aspetti certo di trovarvi banalità moralisticheggianti o scenari eroici alla Francis Ford Coppola. Il mondo del giudice Falcone è tutt’altro che eroico, ma non è neppure squallido. E’ umano, sociologicamente ricchissimo. Colpisce particolarmente, e suscita grande ammirazione, almeno nella sottoscritta, il rispetto umano e la cavalleria (!) che l’intervistato mostra nei confronti dei propri avversari, con i quali questi condivide il luogo di nascita e in taluni casi anche l’infanzia. E’ impressionante il confronto della storia della lotta a Cosa Nostra, e quindi della storia dell’Italia contemporanea, con la terza di copertina, che contiene la biografia cristallizzata al 1991. Non c’è bisogno, forse, di aggiungere altro.Vanessa Sebastianutti -
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Come Passa il Vento fra i RamiLa recensione che qui mi piace riportare è la prefazione che scrissi per il libro, a me molto caro, in occasione della sua prima edizione, nel marzo 2011, per i tipi de "La Stamperia", in Rimini: "Caro lettore, volta la pagina: troverai una silloge di poesie, che fluisce ininterrotta e meravigliosa. Troverai aurore di pesco e notti fonde e quiete, la neve che cade sul far della sera, la folgore che si schianta dopo il baleno. Vedrai un fiore rosso tra i capelli neri di una giovane donna. Udirai il canto della libertà. Poesia d’amore e di sentimento, poesia filosofica e religiosa, poesia politica: poesia della vita che passa, come il vento tra i rami. Questo sottile libretto racchiude la storia di un’anima, raccontata con l’incanto della parola. Leggi queste poesie a voce alta, recitale. Come mi disse pochi giorni fa l’autore, rivedendo insieme questi lavori per la pubblicazione, sotto molti aspetti la poesia è principe tra le espressioni dell’animo umano, la più umana delle arti. Questo perché unisce l’esercizio dell’intelletto, la consapevolezza del sentimento e l’espressione dei concetti alla bellezza musicale della loro enunciazione, del loro racconto. Qui troverai concetti alti e nobili, sentimenti puri e primigeni, bellezza musicale generata dal gioco dei versi e dalla misura delle parole. A lungo ricorderai dei passi, dei versi, per la potenza della rivelazione che essi contengono. Forse, come a me, ti sembrerà di assaporare meglio la tua stessa vita, di avere appreso un poco di più come assaggiarla, come gustarla. Forse anche tu sarai più partecipe dell’arcana e superiore armonia delle cose, del disegno divino che tutto racchiude e in tutto si esprime, della ragione creatrice che è sì combattuta dal buio orrido e oscuro, ma che su questo per sempre, essenzialmente e inevitabilmente, infine, prevale. Forse anche tu troverai che la poesia può essere forma di filosofia, anzi di preghiera, anzi di Fede. Anche tu vedrai quanto la poesia possa essere suggestiva della trama dell’Universo e possa di questo raccontare il senso e portarne sulla soglia della trascendenza. Alfine, ti rallegrerai nel leggere, spesso nel nostro dialetto riminese schietto e verace, salaci satire su personaggi e malcostumi nei quali il nostro autore si è talvolta imbattuto. E apprezzerai quanto e come una penna ben maneggiata possa sgonfiare infilzandole boria, stupidità e ignoranza dello stolto e del superbo. Due parole, infine, sull’autore. Franco Rossi ha iniziato a scrivere queste poesie negli anni Cinquanta. Gli ultimi ritocchi alla presente edizione sono di pochi giorni fa. L’autore è tale quale la forza artistica e il nerbo intellettuale di questi lavori lasciano pensare. Da chi scrive questa nota, che ha la fortuna di esserne nipote, è da aggiungere solo un sincero e profondo ringraziamento per tutto quello che l’autore gli ha fin qui insegnato, con le parole e – soprattutto – con l’esempio."Marco Rossi -
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Cento poesie d’amore a LadyhawkeDelle malattie, una volta guariti, si tende a non parlare: nell’eccezione a questa regola emerge la capacità del poeta. L’amore raccontato da Michele Mari è senza dubbio una alienazione, spinta talvolta fino a penetrare il delirio, eppure risplende di una rara lucidità. Forse non esistono amori più romantici di quelli non corrisposti; forse esistono e sono quelli mai nemmeno confessati. “Cento poesie d’amore a Ladyhawke” racconta questo tipo di sentimento, che consuma come una droga e che pure spinge a vivere sempre come può fare una droga, dipanandosi nella dimensione del sogno, dell’illusione, della fantasia morbosa. Sa essere delicato ma anche spiazzante giocando a più riprese con innocenza quasi infantile e compiacimento sardonico. Può essere il ricordo lontano di un’unica altalena su cui si dondolarono per qualche istante l’innamorato e la amata, ma può anche svelare in brevi poesie un gusto macabro: «Come un serial killer / faccio pagare alle altre donne / la colpa / di non essere te». L’amore di Michele Mari è senza dubbio quello di “chi guarda e tace” ma il poeta rivela una rara capacità nel raccontare sentimenti così discreti da essere riconosciuti solo nel momento in cui vengono letti, come nella poesia “Ti ho amata sempre nel silenzio”. È propriamente un sentimento immaturo, perché evita il confronto che racconta di anelare e non tenta nemmeno di sbocciare nella realtà. Interessanti anche a questo proposito i riferimenti alla cultura pop, in particolare il cinema horror, o ad altre passioni venali dell’autore, come il poker. Su questo aspetto e su quelli più propriamente letterari segnalo agli interessati la recensione di Luca Alvino su minimaetmoralia.it, capace peraltro di cogliere con penetrante sensibilità, e descrivere con chiarezza espositiva non certo pareggiabile da me, l’essenza sentimentale di questa pregevolissima raccolta di poesie. L’amore di Mari può diventare una attrazione fatale, che moltissimi incontrano nella propria vita ma verso la quale per alcuni è più forte la tentazione di cadere e incedervi. La poesia in questo caso aiuta a perdersi nell’immaginazione ma anche a riconoscere l’allucinazione per quello che è, e magari superarla. È probabilmente stato così per l’autore; è certamente stato così per il recensore.Stefano Leanza -
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Il dottor ZivagoUn romanzo che si inserisce a pieno titolo tra i grandi della letteratura russa, pur costituendo un unicum. "Il dottor Zivago" che, a ragione, è valso al suo scrittore un Premio Nobel, nonostante la censura subita in patria, è un romanzo moderno, poetico ed estremamente realista. Pasternak racconta di un amore sofferto, d'altri tempi, tempi gloriosi, nel clima gelido della Russia rivoluzionaria, descritta con toni feroci e disincantati. Un romanzo in cui immergersi totalmente.Vanessa Sebastianutti -
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Il Diavolo e la Città BiancaIl Diavolo e la Città Bianca (titolo originale The Devil in the White City) ricostruisce le vicende collegate a un evento storico relativamente poco conosciuto e di estremo fascino, la realizzazione della grande Esposizione Universale di Chicago del 1893 ("World's Fair: Columbian Exposition"). Il volume ripercorre, a partire dal 1890 e fino ai primi anni del nuovo secolo, le storie di due personaggi estremamente diversi fra loro, in una narrazione parallela sullo sfondo degli Stati Uniti di fine Ottocento: l'architetto Daniel H. Burnham, tra gli ideatori del concetto di grattacielo e principale organizzatore dell'enorme manifestazione, e il dottor Henry Howard Holmes, uno dei primi e più spietati serial killer ad essere descritto dai mass media, pochi anni dopo il ben più famoso Jack lo Squartatore. La cronaca è partecipata e ricca di particolari, con un'incredibile attenzione alle fonti storiche; si intuisce un enorme lavoro di ricerca, soprattutto sui quotidiani dell'epoca, e di descrizione dello scenario. Infatti un'altra protagonista del libro a tutti gli effetti è proprio Chicago, anche in questo caso descritta attraverso il forte contrasto tra due elementi: la "Città Bianca" degli edifici di stile neoclassico dell'Esposizione mondiale e la "Città Nera" dei sobborghi, dei mattatoi e delle industrie.Marco il Nero -
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ConoscereQuando ero bambino, certamente ai tempi delle elementari, ma forse già prima per sfogliare e vedere le illustrazioni, l'Enciclopedia "Conoscere" era una compagna assidua delle mie giornate. In tanti momenti liberi, la aprivo a caso e la sfogliavo alla ricerca di voci che mi incuriosissero e mi appassionassero. E ce n'erano tante: una miniera inesauribile di meraviglie per la curiosità di un bambino. Il testo era accattivante, di facile comprensione, mai ostico. Il primo punto di forza erano le illustrazioni, a colori, bellissime, realizzate da disegnatori abilissimi, capaci di rievocare i mondi antichi, le nazioni di un pianeta che poteva ancora essere vasto e esotico, i prodigi della tecnica in impetuoso sviluppo o le meraviglie del corpo umano con tratti che riuscivano in qualche modo sempre rassicuranti, positivi, che dicevano "guarda come sono grandi e vari e belli il mondo là fuori e la sua storia". Alcune illustrazioni (ad esempio quella, geniale, che rappresenta il corpo umano come una fabbrica organizzata ed efficientissima, o tante sulla storia romana) le ricordo ancora oggi, a decine di anni di distanza. Questi disegni erano lo spunto inziale sul quale il bambino fantasticava, immaginava. Per poi intraprendere subito nuove avventure, voltando la pagina senza sapere quale sarebbe stato il suo nuovo meraviglioso argomento (l'ordine degli argomenti, trattati tutti brevemente ma con efficacia, è casuale e imprevedibile). "Conoscere" è un prodotto di fine anni Cinquanta/ inizio anni Sessanta: certamente il momento migliore del Paese negli ultimi cento anni almeno, quando si lavorava, si cresceva e si sapeva che la conoscenza era la chiave per il futuro e per il progresso, giustamente considerati pieni di promesse da cogliere grazie ai doni della scienza e della tecnica. Era un'opera rivolta ai giovani, non solo perchè "conoscessero", ma perchè amassero la "conoscenza", e in tutti i suoi campi, in ogni sua disciplina: fondamento indispensabile per migliorare sè stessi e il mondo. A una generazione di distanza, ho avuto la fortuna di poter beneficiare anche io di questo tesoro conservato per anni, con lungimiranza, tra i libri di casa, e certamente "Conoscere" spiega tanto di quella piccola curiosità e di quel piccolo amore per la conoscenza dei quali - spero - ancora oggi mi rimane qualche traccia. Non c'è che dire, l'esperienza di "Conoscere", durata anni, è stata per me fondamentale.Marco Rossi -
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Furore"Non sarebbe mai venuta la fine finché la paura si fosse tramutata in furore" Nel pieno della Grande Depressione, i coltivatori del Midwest vengono messi in ginocchio dai "dust bowl", tremende tempeste di polvere dovute alla siccità, che rendono la loro terra inutilizzabile. Una casa venduta per pochi dollari, un grande carro pieno di speranza e la California da raggiungere. Il racconto della famiglia Joad è quello delle migliaia di famiglie costrette a tornare indietro nel tempo e imitare i loro avi, che inseguivano il Far West per trovare ricchezza e prosperità. A cambiare, stavolta, è però l'obiettivo: non oro e nuova terra, ma un lavoro dignitoso per poter ricominciare da zero dopo aver visto andare in fumo gli sforzi di una vita. Un'epopea cruda, che porta alla luce storie di sopraffazioni e vessazioni, di uomini senza scrupoli che sfruttano la miseria e le necessità dei migranti per il loro profitto. Tracce di disumanità, episodi di violenza che rivelano la natura dell'uomo e tracciano un solco profondo, partito dall'alba dei tempi e arrivato fino ai giorni nostri. Consigliati anche la visione della trasposizione cinematografica del 1940 e l'ascolto dell'album musicale "The Ghost of Tom Joad" di Bruce Springsteen. Frasi da sottolineare: - “E’ doloroso, ma noi non c’entriamo. E’ il mostro. La banca non è un essere umano”. “Va bene, ma è una società di esseri umani”. “Niente affatto. Questo è il vostro errore. La banca è qualcosa di diverso da un essere umano. Capita che chiunque faccia parte di una banca non approvi l’operato della banca, eppure la banca lo fa lo stesso. Vi ripeto che la banca è qualcosa di più di un essere umano. E’ il mostro. L’hanno fatta degli uomini, questo sì, ma gli uomini non la possono tenere sotto controllo”. - Si tratta di ricominciare. Ma alla nostra età? Un bimbo può, ma noi? Io e te, vedi, siamo quel ch’è stato: non potremo mai essere quel che sarà. - Com’è possibile vivere senza le cose che sono la nostra vita? Spogli del nostro passato non ci riconosciamo. - Ma non hanno idea che possa esistere qualcosa di meglio di quello che hanno; è per questo che si adattano a tutto. - D’altra parte cos’è che chiamate peccato? Il peccato è una cosa che non si sa se è bene o è male. Quelli che sono sempre sicuri di far bene, non hanno scrupoli, non sanno che cosa sia il peccato. - E gli occhi dei poveri riflettono, con la tristezza della sconfitta, un crescente furore. Nei cuori degli umili maturano i frutti del furore e s’avvicina l’epoca della vendemmia - Siamo più adattabili [noi donne] che voi altri uomini. Noi, la vita ce la portiamo sulle braccia, voialtri ve la portate dentro la testa. - L’uomo vive a scosse. Muore un vecchio, o nasce un bambino, sono due scosse. Compra una terra, o perde la sua, son due scosse. La donna si lascia vivere, un po’ come l’acqua d’un fiume: piccole anse, piccole cascate, ma l’acqua continua a scorrere. E’ così che noi donne vediamo la vita. Nessuno di noi muore del tutto; la gente continua, con qualche cambiamento, magari, ma continua. - Ma, dico io, chi ha una pariglia di cavalli, e se ne serve per arare, per coltivare, non si sognerebbe mai di metterli fuori dalle stalle e lasciarli morire di fame, quando manca il lavoro nei campi. Ah, ma quelli sono cavalli… Noi siamo uomini.Eaglesupporter -
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Lolita“Lolita, light of my life, fire of my loins. My sin, my soul. Lo-lee-ta: the tip of the tongue taking a trip of three steps down the palate to tap, at three, on the teeth. Lo. Lee. Ta.” Un incipit che, già di per sé, è quasi una poesia erotica e che introduce la storia di un amore morboso raccontato attraverso le pagine del diario di Humbert Humbert, mediocre scrittore inglese in cerca di ispirazione negli Stati Uniti. Nabokov ci guida in un viaggio che diventa fuga per l’America innocente, ingenua, provocante e maliziosamente indecente. A percorrerla è Humbert Humbert insieme alla figlioccia, Dolores, detta Lolita, ragazzina dalla quale lo scrittore è implacabilmente attratto. A volte donna, a volte bambina, nella sua caratteristica convenzionalità questa Lolita che sfoglia rotocalchi mentre sorseggia Coca cola non potrà non farvi perdere l’equilibrio. Lolita. Chi di noi non ha mai pronunciato questo nome, magari appellandovi qualcuno, nella vita quotidiana? Ma chi era davvero Lolita? Una femme fatale, una bambina, una carnefice o una vittima? Qualcuno ha sostenuto che, con il personaggio di Lo, Nabokov abbia voluto rappresentare il Nuovo Mondo, l’America sognata dall’Europa ormai decadente, simboleggiato dallo scrittore fallito. È un’interpretazione suggestiva, ma controversa. Quel che è certo è che questo romanzo, scritto in lingua inglese da un autore russo, inizialmente bandito dagli Stati Uniti per il suo contenuto “osceno”, ha segnato una pagina fondamentale della letteratura occidentale. Leggete “Lolita” senza tabù, pronti a farvi sorprendere da un intrigante climax narrativo. Vale la pena anche la trasposizione cinematografica del romanzo, con uno straordinario Peter Sellers diretto da Kubrick. Ps. Leggetelo in inglese, se potete. Ma, se non ne avete modo o voglia, anche la traduzione a cura di Giulia Arborio, per Adelphi, è molto valida.Vanessa Sebastianutti -
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Il Nome della Rosa"Perché vi sia specchio del mondo occorre che il mondo abbia una forma, concluse Guglielmo, che era troppo filosofo per la mia mente adolescente". Allora, recensire questo libro non è facile perché si presta a mille livelli di lettura diversi, alcuni dei quali non più molto attuali (come la contrapposizione tra sinistra di partito e sinistra di piazza, e giù randellate fra le due) o apertamente ironici (come il fatto che ci si auguri nessun pontefice, dopo Giovanni XXII, prenda più quel nome, "ormai così inviso ai buoni") e talvolta di difficile comprensione ("stat rosa pristina nom"EH?). Al netto di tutto questo, però, resta un incredibile romanzo storico, a parere di chi scrive questa umile recensione IL romanzo storico per eccellenza, un affresco medievale scritto da qualcuno che il medioevo effettivamente lo capiva, in grado di mettere in scena non solo quel mondo, ma la lettura che di quel mondo poteva avere un novizio benedettino affidato alle cure di un frate francescano (e che francescano). Un giallo monastico che, come dice l'autore nel preambolo, è soprattutto storia di libri, ("e quindi di sogni", potrebbe chiosare Adso), e quindi una storia fatta di altre storie, pericolose, terribili e affascinanti, chiuse in una impenetrabile biblioteca. Perché, diceva Guglielmo che dicesse Alano delle Isole, Omnis mundi creatura, quasti liber et pictura, nobis est, et speculum.Barbaking -
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L’Ordine del Tempo"Lettura fondamentale: raccomandatissimo!" Era, mi sembra di ricordare, il 1996, o forse il 1997, quando mi resi pienamente conto che non mi era chiaro come funzionasse il tempo. Se ne parlava con alcuni compagni di classe, in gita, davanti a un piatto di pasta al pomodoro, o almeno così mi sembra di ricordare. Il quesito era: come funziona il movimento? Se una cosa, nel presente, nell'attimo presente, sta qui, come fa a un certo punto ad arrivare lì? Se il presente è un istante senza estensione, e il tempo una successione infinita di istanti senza estensione, come è possibile che da un istante all'altro la posizione del corpo in movimento cambi? Che la posizione del suo essere "scatti", come tra i fotogrammi di un film? D'altra parte, come potrebbe il presente avere estensione, dato che nel presente dovrebbe esserci un pezzettino che ancora non esiste (un pezzettino di futuro) e uno che non esiste più (il passato), che pure verrebbero definiti "presente", senza esserlo? Se il presente ha estensione, come può essere davvero e solo puro "presente"? Più o meno in quegli anni, o forse poco dopo, al massimo nel 1998, mi imbattei nel celebre dubbio di Sant'Agostino sul tempo ("Che cosa è dunque il tempo? Se nessuno me ne chiede, lo so bene: ma se volessi darne spiegazione a chi me ne chiede, non lo so", Confessioni, XI, 14) e nelle sue affascinanti considerazioni a riguardo. Ebbene, questo libro è un libro che cerca di rispondere alla domanda di Agostino, così come alla mia incertezza sul funzionamento del tempo. Ci riesce? Non del tutto, e non per limiti dell'autore, ma perchè, ancora, non abbiamo davvero trovato una spiegazione del tempo. L'autore lo sa, e non lo nega. Carlo Rovelli conduce però con grande efficacia divulgativa il lettore attraverso quello che abbiamo capito del tempo, per le ipotesi oggi condivise nella comunità scientifica così come per quelle più discusse. Il percorso è sulla frontiera della fisica contemporanea, tratta di teoria della relatività e ancor più di teorie quantistiche, ma Rovelli trova le parole per tenere agganciato il lettore, permettergli almeno di intuire l'idea che sta alla base di modelli teorici che ovviamente non vengono dimostrati nè enunciati nei loro dettagli. Il lettore deve fidarsi che quanto raccontato da Rovelli sia il "succo" delle teorie, ma l'autore sa guadagnarsi la fiducia che occorre, e non solo per mezzo dell'insigne curriculum, ma anche per la chiarezza della lingua, degli esempi, delle similitudini, e la schiettezza con la quale non di rado riconosce limiti e incertezze delle ipotesi che sta raccontando ("sono certo che questa sia la giusta descrizione del mondo? Non lo sono"). L'autore, inoltre, attento a non perdere il lettore nella terra incognita attraverso la quale lo sta guidando, propone, in alcuni passaggi salienti, riassunti brevi e molto chiari del percorso fin lì seguito dalla narrazione, nei quali ripercorre i paletti man mano piantati nel terreno, per poi riprendere a procedere ed avanzare verso ulteriori comprensioni e disvelamenti. Come già in "Sette Brevi Lezioni di Fisica", la lingua italiana di Rovelli è bellissima: armoniosa, poetica, piena di immagini, similitudini, analogie e suggestioni, eppure chiara, efficace. Non è una lingua scarna, ma non è neppure una lingua dispersiva: si lascia sempre seguire con semplicità, anzi, è essa stessa che abbranca il lettore, ammaliandolo ma senza stordirlo, ne aguzza l'intelletto, ne stimola la meraviglia e se lo porta dietro nel suo viaggio nel grande mistero del tempo. Qualche frase sembra poesia ("Il mondo è cambiamento. [...] Le cose non "sono": accadono"; "La visione della realtà è il delirio collettivo che abbiamo organizzato, si è evoluto, ed è risultato abbastanza efficace per portarci almeno fino a qui. Gli strumenti che abbiamo trovato per gestirlo e accudirlo sono stati molti, e la ragione si è rivelata fra i migliori. E' preziosa"; "...quello che noi siamo: esseri fatti di tempo"). I capitoli sono introdotti da citazioni letterarie, un miracolo di grazia che dialoga con gli argomenti trattati, quasi tutte tratte dalle Odi di Orazio, nella preziosa traduzione di Giulio Galetto. Un filo d'oro intrecciato a un tessuto già raffinato e pregiato. Rovelli è persona colta, non limitata al suo specifico ambito di studio nè meramente erudita: riesce con leggerezza a portare nel racconto anche filosofi e letterati, e non per divagazioni fuori fuoco, bensì esattamente per parlare del tempo, dei temi che servono a trattare l'oggetto del racconto, della fisica. Il titolo stesso, "L'ordine del tempo", è una citazione di un minuscolo frammento tramandato fino a noi degli scritti di Anassimandro, il filosofo presocratico cui Rovelli ha dedicato un altro libro, considerandolo "il primo scienziato": <<Le cose si trasformano l'una nell'altra secondo necessità e si rendono giustizia secondo l'ordine del tempo>>. E' bello leggere un libro che parla di fisica e trovarci Anassimandro e Agostino, Cartesio e Heidegger. E' bello ma non bizzarro, perchè la fisica, e certamente la fisica che si occupa del tempo, è filosofia. Lo è sempre stata, con Galileo, con Newton, con Einstein, certamente lo è con la fisica del XXI secolo. E le intuizioni (non si possono chiamare "conclusioni", perchè di certezze ancora non se ne vedono) cui il libro ci conduce sono prettamente filosofiche. Rovelli ci dice che, oggi, ci pare che il tempo viva in noi, nel soggetto che lo percepisce, perchè tra i componenti elementari dell'universo il tempo sembra svanire, diventare irriconoscibile, indistinguibile, mentre salendo dalle componenti elementari alla dimensione della nostra percezione è proprio la nostra percezione, legata tra l'altro a doppio filo alla misurazione dell'entropia, a "vedere" la freccia del tempo. Ma, per quello che ne capiamo oggi, il nostro "tempo" è una percezione in fondo non troppo diversa dalla percezione della rotazione del Sole intorno alla Terra o della piattezza del pianeta ove viviamo: percezioni tanto forti, che sembrano così vere, ma che sappiamo essere delle rappresentazioni non corrette della realtà ("Forse, quindi, il fluire del tempo non è una caratteristica dell'universo: come il roteare della volta stellata, è la prospettiva particolare dall'angolo di mondo a cui apparteniamo"). Abbiamo in realtà imparato delle cose, con ragionevole certezza, ci dice Rovelli. Ad esempio, ormai non ci sono dubbi tra gli scienziati che la visione newtoniana del tempo e dello spazio, due assoluti che creano la tela sulla quale si dipinge il mondo, esistenti (anzi: preesistenti) senza essere influenzati da nulla, le cui estensioni sono sempre le medesime, ovunque e comunque, beh questa gloriosa visione che dalla fine del XVII secolo ha informato di sè l'Occidente non sia corretta. Nè lo spazio nè il tempo sono dimensioni assolute. Per quanto riguarda il tempo, fin dal XX secolo sappiamo che non scorre ovunque allo stesso modo, che scorre in modo diverso se si sta vicini o lontani da una massa gravitazionale, per esempio, o se ci si muove più o meno velocemente; che un qualcosa come un "istante presente" che è il medesimo in tutto l'universo, semplicemente, non esiste, che il presente, insomma, è un concetto valido al più localmente, e che ciò che è nel passato di un luogo (meglio ancora: di un "presente") può ancora essere nel futuro di un altro luogo (rectius: del "presente" di un altrove). Tutto questo è semplicemente sconvolgente, per la nostra forma mentis consolidata nei secoli: non è ancora pienamente arrivato alla cultura popolare, ma – io credo – ha già profonde, crescenti influenze sullo spirito della cultura e della società. Piuttosto destabilizzanti. Dal libro si comprende quindi che abbiamo cominciato a capire cosa il tempo non è, siamo avanti con la pars destruens, ma le cose sono molto meno chiare e certe sulla pars construens. Qui entra in gioco la quantistica, il suo mondo di probabilità e eventi, più che di "cose", articolata in teorie sul tempo che non sono ancora pacifiche (anzi, sembra che siamo ancora piuttosto distanti...). Devo dire che anche la mirabile lettura di questo Rovelli mi ha rafforzato una sensazione che provo da qualche tempo: le nostre teorie contemporanee descrivono certamente la realtà (concetto che già di per sè merita definizioni non scontate) meglio delle teorie di cento o duecento anni fa, ma ne mancano degli aspetti essenziali. La complicazione, anzitutto concettuale, delle teorie quantistiche mi ricorda le sfere armillari più raffinate: rendevano effettivamente conto dell'universo osservabile secondo le teorie tolemaiche, con la Terra al centro e i corpi celesti che le ruotavano intorno, ma erano complicate, molto complicate, giacchè una versione semplice ed elegante di Tolomeo non era compatibile con le osservazioni, e dunque bisognava complicare la teoria, intricare la meccanica, perchè quella visione del mondo continuasse a essere confermata dalle osservazioni di natura. Ecco, a me la grande complessità delle teorie sul tempo che si approfondiscono oggi ricordano questa situazione. La complessità è figlia di qualcosa di centrale che è sbagliato? Arriverà un Copernico a portare al contempo una rivoluzione e la semplicità? Io raccomando moltissimo questo libro, non perchè offra delle risposte, ma perchè smonta quelle un po' pigre che forse noi lettori tardo-newtoniani ci davamo, perchè è scritto meravigliosamente, perchè è colto nel senso più alto, perchè risveglia la capacità di stupirci e di farci delle domande, perchè tocca filosoficamente dei temi fondamentali, senza fermarsi neppure di fronte a quello che dell'interesse per il tempo è la segreta causa: la morte, perchè affronta tutto questo con lo stupore e la meraviglia e la gioia propri di chi scopre il mondo, anche se ancora non lo conosce tutto e non lo comprende interamente, che è poi l'atteggiamento del bambino, quel fanciullino che una parte di noi sempre rimpiange nostalgica, non ancora corroso dall'abitudine, dal cinismo, dall'angoscia. E' un libro dell'uomo che vuole capire, che scopre, che ama il mondo e la vita, che non ha paura. E' la parte migliore di noi messa per iscritto.Marco Rossi -
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Questa volta è diverso. Otto secoli di follia finanziaria"What you need to know about financial crises" Finance is as much important as little known by the average citizen. It is also little known by the largest part of the establishment. This book is a milestone in the process of better understanding how financial crises look like. The key message is of course the one in the title: many financial situations that are unsustainable are actually considered sustainable for a long time before they collapse because involved decision makers believe that for any possible reason "this time is different". While it is not so different. From this work, we also learn that unsustainable financial situations are not so rare, neither in the developed world, like we got used to think before the 2008 "Second Great Contraction" (the first being in 1929). More precisely, it seems that the developed world was somehow able to avoid public debt crises (that in the rest of the world are frequent and create self-perpetuating loops that are very tough for a country to exit) while it has not found a solution to other crises (like bank-crises). Among the rest, it is quite striking how bad a State default can be (we even learn that in the Thirties Terranova lost indepedence because of a default) and how crises tend to be the result of mutiple equilibria situations, where very small events can determine or not the collapse. With a relevant and often original data collection, quite technical yet readable also for the amateur.Marco Rossi -
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Le tettine della diciottenneTra i grandi del racconto breve, Etgar Keret é sicuramente tra quelli di piú facile fruizione. I racconti sono lunghi una cartella o due, e in alcuni casi ricorda Calvino. Ha poi una particolaritá a livello tecnico che non avevo mai incontrato: costruisce l'effetto di un racconto, ovvero la sua parte folgorante, attraverso elementi contenuti in un racconto precedente. In alcuni casi quindi il singolo racconto non é autosufficiente, perché l'innesco della sua carica esplosiva si trova in un altro racconto. Questo libro é un gioiello.MichaelSermoneta -
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Stoner“Le cose non sono mai state facili, per te, vero?” “No. Ma forse non ho neanche voluto che lo fossero” In Stoner c'è tutto quello che la vita può dare: è triste, straziante, irritante, romantico, drammatico, rassicurante. Fin dalla prima pagina il lettore sa che quella che sta per leggere è una storia semplice, la biografia di un uomo qualunque di cui nel giro di poche righe si conosce già la fine. Eppure, nella sua modestia, John Stoner è tutto fuorché un uomo banale. La prosa è lineare, la trama a tratti noiosa per la sua prevedibilità, ma non si può fare a meno di immedesimarsi con il protagonista e vivere con intensa emozione le curve della sua vita. Come spesso accade in letteratura la figura femminile è portatrice di salvezza, tuttavia in Stoner sa essere anche la cartina tornasole di una dannazione da cui è impossibile scappare. Rivoluzionare la propria vita, talvolta, è impossibile. John Williams ci porta nel Missouri del primo Novecento e svela personaggi, luoghi e abitudini che prendono forma con impressionante facilità, susseguendosi in un ritmo lento e costante che non regala colpi di scena ma trova vita nel coraggio mostrato dal protagonista. Stoner va letto perché sa entrare nella vita di ogni uomo con estrema disinvoltura, mostrando punti di forza e debolezze senza mai dare un giudizio netto e categorico. Al contrario, arriva al fine ultimo del nostro viaggio su questa terra: l'assoluzione di tutti i peccati di coloro che ci sono stati invisi. Frasi da segnalare: - Sua madre sopportava la vita con pazienza, come una lunga disgrazia destinata a finire. - Deve ricordare chi è e chi ha scelto di essere, e il significato di quello che sta facendo. Ci sono guerre, sconfitte e vittorie della razza umana che non sono di natura militare e non vengono registrate negli annali della storia. Se ne ricordi, al momento di fare la sua scelta. - Guardandola, Stoner fu assalito dalla coscienza della propria goffaggine. - Provava un senso di remota pietà, amicizia riluttante e rispettosa consuetudine. Ma anche una tristezza dolente perché sapeva che quello spettacolo non avrebbe più suscitato in lui l’agonia del desiderio e che quella presenza non l’avrebbe più commosso come un tempo. - Avevano imparato che la persona che amiamo da subito non è quella che amiamo per davvero e che l’amore non è una fine ma un processo attraverso il quale una persona tenta di conoscerne un’altra. - Quand’era giovanissimo, Stoner pensava che l’amore fosse uno stato assoluto dell’essere a cui un uomo, se fortunato, poteva avere il privilegio di accedere. Durante la maturità, l’aveva invece liquidato come il paradiso di una falsa religione, da contemplare con scettica ironia, soave e navigato disprezzo, e vergognosa nostalgia. Arrivato alla mezz’età, cominciava a capire che non era né un’illusione né uno stato di grazia: lo vedeva come una parte del divenire umano, una condizione inventata e modificata momento per momento, e giorno dopo giorno, dalla sua volontà, dall’intelligenza e dal cuore. - Camminavamo per miglia e miglia in aperta campagna, dov’era sicuro che non poteva vederci nessuno. Ma non eravamo mai davvero… insieme. Neanche quando facevamo l’amore. - Avevano sempre creduto, senza mai porsi veramente il problema, che quando due persone si scelgono, ce n’è sempre una che subisce. Mai avevano immaginato che potessero arricchirsi l’un l’altra; e poiché l’esperienza della verità era arrivata prima della teoria, si convinsero che fosse una scoperta tutta loro. - Li vide appostarsi davanti alle porte di servizio, con l’amarezza e la dignità di chi si reca al patibolo, per elemosinare il pane che gli avrebbe consentito di continuare a elemosinare.Eaglesupporter -
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Pride and prejudice(Premessa antipatica: Jane Austen va letta in lingua, preferibilmente a voce alta: imperativo categorico.) Come può esser mai che un romanzo su delle fanciulle più o meno borghesi in età da marito che si destreggiano tra pizzi e feste danzanti e che, in piena epoca di guerre napoleoniche, si interessano di militari solo se di buona famiglia, sia diventato una delle opere fondamentali della letteratura occidentale? Semplice: l’ironia. La Austen è una profonda conoscitrice dell’animo umano e lo dimostra pienamente con la sua opera più riuscita. I personaggi sono dipinti con pennellate sottili e sferzanti. Non c’è compiacimento, né moralismo nella scrittura di Jane Austen. Lizzie, la protagonista del romanzo, è un’eroina sì, ma è umana, così come gli altri personaggi, anche minori, tutti abilmente descritti in una trama ben costruita e appassionante. La lingua è qui protagonista, raffinata e curata, mai pomposa o scomposta. Insomma, un elegante capolavoro.Vanessa Sebastianutti -
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SiddhartaForse un giorno riuscirò a produrre una recensione di questo libro. Per ora mi limito a dire che è per me quasi l’equivalente di un testo sacro. Mi ci approccio con reverenza escatologica, pur essendo in fondo un libro molto semplice. È un ottimo distillato di spiritualità orientale, col pregio di essere opera di un tedesco della prima metà del ‘900. Più di molti altri romanzi riflette sfumature diverse a seconda dell’età del lettore e del suo momento di vita; questo per via di una trama ridotta all’essenziale. L’ultimo capitolo, fra le pagine più belle che abbia letto in vita mia, racchiude il ritratto più convincente che abbia mai trovato del concetto di “illuminazione”. Dopo una prima lettura integrale è apprezzabilissimo anche come lettura antologica, di poche pagine, anche aprendo il libro a caso, perché ogni capitolo custodisce diversi significati che prescindono dalla trama. Consigliata la traduzione di Massimo Mila, tecnicamente imperfetta ma suggestiva tanto da conservarne la sacralità, anche per la storia che vi sta dietro. Nel titolo dell’ultima edizione di Adelphi, come da immagine, troverete una seconda H, più fedele all’originale tedesco. Pensandoci meglio, appena dopo aver scritto queste poche righe, non credo che ne scriverò mai una vera recensione. È un libro che ad alcuni può comunicare molto, ad altri qualcosa, ad altri ancora poco e niente. Va semplicemente letto per fare la propria esperienza, e ritengo non vi sia altro da aggiungere.Stefano Leanza -
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Agosto 1914"Epica del Novecento" Ho letto Agosto 1914 circa vent'anni fa, nell'edizione del 1971 (è stato poi ripubblicato, ampliato, nel 1984): dirò quindi dell'impressione che me ne è rimasta, a tanto tempo di distanza. E', dall'inizio ad oggi, un'impressione molto forte. Ho sempre associato "Agosto 1914", oltre che alla grande letteratura russa, all'epica antica, non solo per il tema militare, le battaglie, la potente vitalità di chi deve fare i conti con il rischio imminente della morte, ma anche per il respiro della scrittura, la vastità dell'affresco, e ancor più per lo scontro titanico di fragili destini individuali con la possenza della Storia, che li agita, li solleva e li abbatte ma alla quale certuni non si rassegnano nè si abbandonano senza esercizio della volontà. E' l'unico titolo tradotto in italiano, che io sappia, della tetralogia "La Ruota Rossa" (gli altri titoli sono "Novembre 1916", "Marzo 1917", "Aprile 1917"). L'appartenenza a una tetralogia potrebbe spiegare - lo dichiara lo stesso Autore in una premessa - alcuni filoni del racconto che sembrano aprirsi e non chiudersi, mentre la gran parte del testo è sui primi giorni della guerra, fino alla battaglia di Tannenberg. Mi sembra che la fortuna di questo romanzo sia piuttosto limitata, ma a me parve una lettura molto alta, per la visione eroica della vita che ne esce.Marco Rossi -
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La Sposa SegretaÈ un romanzo minore di un autore considerato minore (o non maggiore) nella storia del secondo novecento italiano, che io incontrai ragazzino come epico cronista sportivo sulle pagine de La Stampa (ma secondo nei miei gusti al grande Vladimiro Caminiti del Guerin Sportivo). Poi iniziai a leggerlo assiduamente, insieme ad altri scrittori piemontesi, da Fenoglio e Pavese, come parte dell’apprendistato a una identità acquisita, da mezzo sangue siculo-torinese, ma più mia di qualunque altra. In una letteratura un po’ picaresca e un po’ dissociata, piena di “fenomeni” e di anime perse, come quella di Arpino, i personaggi di questo libro hanno una strana normalità rassegnata e vibrante (sono tutti quel che devono essere – e sembrano saperlo e se ne animano), che forse i critici riterranno (a ragione) troppo “telefonata”, ma per me, quando lessi il libro quindicenne, segnò la scoperta di tante cose, forse non eccezionali, ma importanti, anzi decisive.Carmelo Palma -
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Pasteur e la Scienza ModernaPubblicato nel 1960, il libro di Dubos fa un breve e conciso riassunto della vita di Louis Pasteur andando a sottolineare di volta in volta i nuovi orizzonti che le sue scoperte hanno aperto alla ricerca scientifica contemporanea. Stupisce ancora oggi come certe idee e riflessioni dello scienziato possano risultare perfettamente attuali anche nei nostri giorni.Louis Pasteur - Storie di Biologia -
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Down and Out in Paris and LondonNon è il libro "più bello" che abbia mai letto, ma è sicuramente il più piacevole, il più divertente, quello che non mi viene mai a noia e rileggo sempre con lo stesso entusiasmo di quando l'ho scoperto e avevo la stessa età dell'autore quando l'ha scritto. È un libro che regalerei senza esitare a tutte le persone intelligenti, ironiche ed empatiche che conosco. E anche alle altre, vedi mai che (impresa disperata, me ne rendo conto, but still) prima o poi imparino qualcosa della vita.Hatsumi10 -
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La falsa pistaNon è solo il giallo, il dubbio, la suspance che colpisce dei libri di Mankell. Questo libro, in linea con i suoi altri, è scritto in maniera piana e lineare. Talvolta troppo lineare. Questo libro è scritto così: lineare, piano ma implacabile, un passo dietro l'altro, un mattone e via un altro costruisce una serie di trame intrecciate dove il colpevole mostra a tutti di essere anche vittima, e le vittime tutto sommato hanno meritato di esserlo. Ciononostante no, sembra giusto però non si fa: il protagonista della serie, il commissario Wallander, non confonde i buoni e i cattivi, e i gesti buoni e i gesti cattivi. Dietro alla costruzione del giallo, una volta sciolti i nodi, rimane la critica sociale e uno sguardo di comprensione e di comunanza, vicinanza all'uguale suono del dolore delle persone comuni. La storia inizia con una giovane ragazza, bellissima, che si dà fuoco in un campo: e poco dopo un ex Ministro assassinato. Due trame, due storie, due piste da seguire.samuele@salescuolaviaggi.com -
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Breve storia della vita privataBill Bryson, già autore del (notevole) Breve storia di (quasi) tutto, ci invita a casa sua facendoci fare un giro virtuale di una vecchia rettoria di epoca vittoriana. Stanza per stanza, con la sua consueta verve molto british (curiosa per uno nato in Iowa), l'autore snocciola fatti curiosi, aneddoti storici, e in generale notizie spesso poco ovvie relative all'ambiente domestico in cui ci si trova. Si va così dall'edificazione del Crystal Palace di Londra alle meraviglie dei siti archeologici paleolitici, dalle bizzarrie dei grandi architetti inglesi agli orrori nascosti nei libri per bambini di fine Ottocento e molto, molto altro, perché come dice l'autore, praticamente tutto quello che succede nel mondo, i viaggi di esplorazione, le conquiste scientifiche, le guerre e le rivoluzioni prima o poi trova la sua strada fin dentro alle nostre case. Un libro di divulgazione divertente ed informativo che ha lo straordinario potere, almeno per quanto riguarda l'umile recensore, di trascinare chi lo legge fuori dal tempo, fornendo un angolo tranquillo in cui scoprire aspetti misconosciuti di un passato non così lontano. Traduzione non sempre impeccabile (in almeno un caso c'è un "three feet" tradotto piuttosto pedestrialmente in "tre metri", non esattamente la stessa cosa) per cui consigliata la lettura in originale se possibile, per quanto personalmente sia molto affezionato al volumone di Guenda.Barbaking -
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Dalla parte del bene"E noi papà, da che parte stiamo?" "Dalla parte del bene" Ventuno anni vissuti tra il 1968 e il 1989, in una Cecoslovacchia assediata dai carri armati e finalmente libera dal dominio sovietico, raccontati da un ignoto protagonista che ripercorre la sua adolescenza in parallelo con la storia della sua famiglia. Un padre calciatore, idolo della squadra locale, che vede spegnersi la propria stella una volta smesso di giocare e perde la rotta della propria esistenza. Un figlio negato per il calcio, che prova a raccogliere quella bussola e a orientarla per trovare la propria strada. Nell'ambiente freddo e ironico della letteratura cecoslovacca, lo spaccato raccontato da Fahrner riporta a grandi campi e spazi incontaminati, a ragazzi sognatori e incapaci di prendere le decisioni importanti della propria vita, oppressi da un sistema troppo più grande di loro. Attraverso incontri cruciali e svolte repentine del destino, il protagonista si lancia alla ricerca della propria felicità, nella convinzione che comunque andrà, il bene è l'unico valore perseguibile. Frasi da segnare: - Prima di poter scoprire da soli verità che altri un tempo ci hanno sussurrato, forse dobbiamo aver vissuto e dimenticato molto. - Che importava dei denti che battevano? I denti che battono per il freddo te li dimentichi, le ferite anche, ma la bellezza? L’amore? La felicità? E la vita, già solo il fatto di poter vivere è una fortuna grandissima, anche se intorno è pieno di cose tristi.Eaglesupporter -
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Tutte le PoesieSandro Penna è un poeta dalla parola senza peso e senza storia, un puro canto. La sua straordinarietà, più che nel suo talento, mi è sempre sembrata consistere in questa assoluta estraneità a qualunque realtà non dettata dal desiderio e dalla pura vita. La facilità della sua poesia, con una perfezione lirica indifferente a ogni dato formale, e spesso quasi con l’intonazione della canzonetta, è talmente eccentrica – anche considerando le caratteristiche della biografia di Penna, della sua marginalità, della sua indigenza – da apparire qualcosa di indipendente dalla sua vicenda umana, anzi di indipendente proprio da tutto. Non ho mezzi sufficienti per giudicare la sua grandezza letteraria, ma sono sempre stato impressionato dalla totale continuità (senza balzi, senza differenze sostanziali, senza tempo) della sua produzione poetica. È un poeta meno “mio” di altri – massimamente Caproni – ma più stupefacente di qualunque altro come fenomeno letterario tra quelli che mi sia capitato di incrociare.Carmelo Palma -
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Sud. Storia dell’Endurance in Antartide 1914-1917“Spedizione Imperiale Trans-Antartica”. È questo il nome ufficiale di un incredibile progetto di viaggio: l’attraversamento dell’Antartide a piedi da un mare all’altro. Il suo ideatore era il famoso esploratore Sir Ernest Shackleton, che l’affrontò nel 1914 a bordo della goletta Endurance con un equipaggio di ventisette uomini pronti a tutto. Ma il 9 gennaio del 1915 la nave è bloccata dal pack antartico e dopo dieci mesi di lenta deriva viene stritolata dai ghiacci. Sud racconta, attraverso le memorie di Sir Ernest pubblicate già nel 1919, le vicende della fallita spedizione ma soprattutto l’incredibile viaggio dell’esploratore sulla banchisa polare, e poi con tre scialuppe, per raggiungere la più remota isola in cui si spingevano le baleniere, fino al ritorno ed al salvataggio di tutti i suoi compagni nove mesi dopo il naufragio. È una storia di straordinaria determinazione, ritenuta da molti un esempio di coraggio e lealtà. Infatti è stata raccontata più volte: da un famoso libro di Alfred Lansing negli anni Cinquanta, da un apprezzato documentario (nel 1998), una serie TV (nel 2002, con Kennet Branagh ad impersonare Sir Ernest), alcuni podcast (tra cui uno in italiano, di Diego Alverà). Nel 2022 le immagini del ritrovamento del relitto fra le acque del Mare di Weddel, a quasi 3.000 metri di profondità, hanno riacceso l’interesse su questa storia. Sud, ricco di dettagli anche tecnici e con la prosa di un comandante della marina reale britannica di inizio Novecento, non è il modo più semplice per seguire questa incredibile impresa. Tuttavia, dà la rara possibilità di ascoltarla direttamente dalle parole del suo principale protagonista, consentendo di cogliere sfumature preziose: ad esempio il rapporto di tutti i partecipanti della spedizione Shackleton con il primo conflitto mondiale, che iniziò proprio il giorno in cui l’Endurance partì verso l’Antartide.Marco il Nero -
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Cose di Cosa NostraRECENSIONE 2018: "Lettura utile e interessante ancora oggi" Lessi questo libro, costruito da Marcelle Padovani su varie interviste a Giovanni Falcone, negli anni Novanta, forse come compito scolastico, data l'edizione, non molto tempo dopo gli attentati che uccisero Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, oltre alla moglie del primo e vari uomini e donne delle rispettive scorte. La stessa immediata diffusione di edizioni scolastiche del libro, che era stato pubblicato in edizione per il pubblico generalista nel 1991, Falcone vivente, è un segno di quanto quegli anni Novanta furono caratterizzati dalla lotta con la mafia e segnati dalle stragi del 1992. La mafia divenne, forse come non mai, non solo questione quasi folcloristica siciliana, ma grave, gravissima, in certi momenti principale questione nazionale. La reazione dello Stato fu forte: io credo che molte cose siano cambiate, e che, forse, la mafia che Falcone descrive in questo libro non esista più così, con quelle esatte caratteristiche. Cionondimeno, questo è un libro interessante, e non solo come testimonianza dell'operato e del servizio allo Stato di Giovanni Falcone. Già allora mi colpì per l'approccio complesso, ricco di sfumature, pieno di intelligenza che Giovanni Falcone adottava nei confronti della mafia, lontano da semplificazioni politico-giornalistiche diffuse allora e non meno oggi. Falcone, palermitano, leggeva la mafia, i suoi codici, gli uomini che la componevano, le sue contiguità in termini antropologici, sociologici, non solo penalistici. Senza incertezze sulla parte dalla quale stare, Falcone sapeva leggere una complessità tipicamente umana nell'avversario che purtroppo non è quello che più è passato della sua eredità nel dibattito pubblico. Risfogliando il volume oggi, ho inoltre avuto conferma di una mia ormai antica impressione, e cioè che molti di quelli che - spesso in buona fede - si sono impossessati del martirio di Falcone (e di Borsellino) abbiano frainteso una parte della lettura che questi dava del fenomeno mafioso, trasformandolo complottisticamente in una specie di braccio armato di un non meglio identificato "Goldstein" nemico assoluto (leggere a questo proposito le pagine in cui Falcone nega decisamente la possibilità dell'esistenza di un "terzo livello" è istruttivo). Ho inoltre trovato delle messe in guardia da parte di Falcone su alcuni rischi che correva la lotta alla mafia che purtroppo sono state parimenti ignorate, mi pare. Insomma, questo libro venne probabilmente scritto sull'onda della cronaca dei primi anni Novanta del Novecento, ma conserva valore e utilità anche per un italiano che volesse leggerlo oggi. ---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- RECENSIONE ORIGINALE (prima metà anni Novanta, effettuata come compito per le scuole medie - ritrovata dopo la scrittura della recensione 2018): Carattere dell'opera: saggistico Argomento e linee narrative: Il libro descrive con uno stile chiaro e conciso la mafia, le sue origini agrarie e la sua trasformazione da una società clandestina destinata ad operare prevalentemente nelle campagne e poco incline a compiere omicidi o violenze se non indispensabili, a una sorta di parastato con regole rigidissime e spietate, ma al tempo stesso con una organizzazione moderna ed efficientissima. Parla anche della contiguità esistente tra la società siciliana e la mafia e fra il potere politico e la mafia. Illustra, infine, le strategie adottate da Falcone e dagli altri giudici dell'ex-pool antimafia per combattere Cosa Nostra. Protagonisti: Falcone, gli altri giudici dell'ex-pool antimafia, la mafia, i Siciliani, le forze dell'ordine, il potere politico... Ambiente: Principalmente la Sicilia e il Meridione in genere Tempo: I giorni nostri Pagine scelte: Due pagine del libro m'hanno colpito molto: la prima è dove Falcone dice: <<"Possiamo fare qualcosa" è una massima che andrebbe scolpita sullo scranno di ogni magistrato e di ogni poliziotto>>; la seconda è quando afferma: <<Si muore generalmente perchè si è soli o perchè si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perchè non si dispone delle necessarie alleanze, perchè si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.>>, parole che suonano quasi profetiche, ma che fanno capire molto sul perchè della morte di Falcone, Borsellino e tanti altri. Note: Un libro a mio parere molto interessante, che illustra benissimo il problema mafia in tutte le sue sfaccettature, facendo piazza pulita dei troppi luoghi comuni frutto dell'ignoranza e del pregiudizio. Un libro che indica fra l'altro una possibile strada per battere la mafia, ma che "dice le cose come stanno", non essendo superpessimista, non dicendo cioè <<non c'è niente da fare>>, ma non essendo neanche retorico. Un libro che consiglierei sicuramente.Marco Rossi -
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DiarioQuando ho letto per la prima volta il Diario avevo la stessa età di Anne quando iniziò a scriverlo, e anche io, come Anne, tenevo un diario intimo, nel quale annotavo gioie, dispiaceri, infatuazioni, piccole vicende insignificanti del quotidiano. La storia di Anne Frank e della sua famiglia è nota ai più e sul Diario sono state spese, a ragione, copiose parole. Non pretendo di aggiungerne di rilevanti. Tuttavia un consiglio: leggetelo e fatelo leggere ai vostri figli, nipoti, perché non si perda la testimonianza della storia di Anne e dei suoi fratelli ebrei, sterminati da un odio scellerato che ancora oggi, troppo spesso, riaffiora. Rimaneggiandolo ho ritrovato, nell'edizione in mio possesso (Einaudi Tascabili), una bella prefazione di Natalia Ginzburg,Vanessa Sebastianutti -
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Narciso e BoccadoroNarciso e Boccadoro sono i protagonisti di un'amicizia genuina e incondizionata. Narciso, che a parte il nome nulla ha in comune con il protagonista del noto mito greco, è un abate, erudito e riflessivo. Boccadoro è un giovane uomo che sente, come è tipico dell'età adolescenziale (e non solo), l'esigenza di andare alla ricerca del suo "io", girando per il mondo, alla ricerca di avventure e di guai. Hesse racconta con dovizia di particolari, mai noiosa o eccessiva, non solo i luoghi che accolgono i protagonisti ma anche i sentimenti più profondi che animano gli stessi, permettendo al lettore di identificarsi talvolta in Narciso e talvolta in Boccadoro. E' un'amicizia lunga 400 pagine ma che, grazie alla meravigliosa scrittura di Hesse, il lettore non smette di appassionarsene ad ogni capitolo.Lovereading -
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1984"L'Apocalisse Divina del Potere" Insieme a “La Fattoria degli Animali” e più ancora di essa, “1984” è il lascito di George Orwell al canone della letteratura del Novecento, e già a pieno titolo anche a quello di questo inizio di XXI secolo. Il suo, anzi, non è solo un contributo letterario, ma un potente contributo politico e – si può dire – filosofico. Come già “La Fattoria degli Animali”, “1984” è infatti un'opera sul Potere. Se “La Fattoria” era una trasparente allegoria dei primi decenni della vicenda storica sovietica, e certamente da questa estraeva intuizioni generali, “1984” va oltre, oltre la Storia, descrivendo una distopia quasi interamente compiuta. In un passato relativamente recente (ancora vivono alcuni che hanno sperimentato il mondo “di prima”), la Rivoluzione ha vinto e si è consolidata. Quel processo di rapida degenerazione oggetto de “La Fattoria degli Animali” si è svolto e radicato. E' il mondo dopo la Rivoluzione, un mondo terribile e squallido, che regredisce continuamente quasi su tutto, con condizioni materiali in continuo immiserimento, divisioni sociali che diventano quasi antropologiche, guerra costante. Ed è il mondo in cui la presa del Potere su tutto il resto è la più forte di sempre: oltre i totalitarismi, oltre l'inquisizione. Neppure la legge serve più, nulla è vietato, ma la libertà è delitto capitale. Il controllo sui comportamenti è ininterrotto, incessante: tutti i membri del Partito sono continuamente osservati, e anche uno spasmo del viso può perdere un uomo. Già così, sarebbe una distopia memorabile. Ma, a leggere bene, questa è appena la superficie. Non è questo il punto. Il punto è che il Potere controlla, plasma e crea la “Verità”. Di nuovo, la superficie di questo la si vede nella propaganda onnipervasiva, nella costante manipolazione e eliminazione dei documenti storici, nella negazione dell'evidenza. Ma, per l'appunto, questa è appena la superficie. L'intuizione di questa opera è che il Potere non si avvera e non si esplica pienamente se la potenza non è onnipotenza. Se non si ottiene non solo la sottomissione e l'obbedienza totale, ma anche l'adesione e la convinzione, la piena remissione di ogni autonomia, di ogni forma di distinzione e disallineamento, di scostamento dalla volontà del Potere, che ha forza in quanto tale, pienamente svincolata dalla coerenza, perché contiene in sé tutte le contraddizioni, dall'utilità, dalla logica, dalle forze di natura. Assoluta. Che consente di vivere o dà la morte, ma all'improvviso, senza un perché, spesso dopo il perdono del reo e la sua riammissione nella società, dopo avergli concesso avanzamenti di carriera e di prestigio, in seguito al suo arresto e la successiva “cura”. <<Se vuoi un'immagine del futuro, pensa a uno stivale che calpesti un volto umano in eterno>>. Il Potere controlla il pensiero e la volontà, perché <<le cose esistono solo in quanto se ne ha coscienza>>, <<la realtà si trova nella scatola cranica>> (ed è degno di nota che Winston trovi sollievo e respiri libertà quando è fuori dalla città, nella natura, cioè – forse - in ciò che esiste ma è senza coscienza, e non può dunque essere direttamente oggetto della manipolazione del Potere). Il Potere disattiva alcune minacce, come la sessualità, che teme, perché allontana le persone dal suo controllo, e le appaga, e attenua quella costante isteria di cui invece esso ha bisogno per consolidare la sua presa. Distrugge dall'interno la famiglia. Alimenta l'odio e la paura, che impongono alle persone il desiderio e la necessità della sua benevolenza e della sua protezione. Controlla il pensiero e la volontà, e ha capito che per farlo ha bisogno di controllare la lingua. Crea quindi la sua lingua, attraverso una continua, progressiva manomissione di quella precedente. C'è molto di più, ma anche solo questa – alla quale è dedicata non a caso un'apposita appendice - sarebbe una illuminazione che dovrebbe obbligare alla lettura di questo libro. La neolingua del Potere è una lingua sempre più povera, sempre più schematica, che elimina le sfumature, che elimina infiniti concetti, e li raduna sotto concetti-ombrello che impediscono di pensare difformemente da quanto il Potere vuole. <<La neolingua non era concepita per ampliare le capacità speculative, ma per ridurle>>, e questo perché <<ortodossia vuol dire non pensare, non aver bisogno di pensare. Ortodossia e inconsapevolezza sono la stessa cosa>>. Il Potere, si noti, è solo fino a un certo punto nell'interesse di alcune specifiche persone, come invece era ne “La Fattoria degli Animali”. Inaspettatamente, anzi, è più duro e implacabile con i suoi quadri, sui quali vuole esercitarsi pienamente, che sui Prolet, la massa del popolo, della quale sostanzialmente non si interessa se non perché non crei minacce alla propria azione e perpetuazione, timore che tuttavia non è forte, dato che i passati cambiamenti di regime sono letti come frutto dell'azione di una possibile élite non sufficientemente coinvolta nel potere (i “Medi”), non di una azione partita dagli ultimi (i “Bassi”), che non possono avere modo di ribellarsi da soli. Si vuole quindi impedire che sorgano minacce dai “Medi” più che dai “Bassi”. Ma allo stesso tempo, si intuisce che anche i singoli dirigenti, gli “Alti”, le élite del Partito, siano destinati quasi certamente anch'essi all'epurazione, chi prima chi poi, per essere sostituiti da nuovi dirigenti e via così. Il Potere <<non è un mezzo, è un fine>>, serve sé stesso e distrugge tutti, anzitutto – come detto – nell'autonoma volontà. Il Potere esige il bipensiero, cioè la capacità di pensare qualcosa e il suo opposto, o anche di pensare qualcosa e ignorarla allo stesso tempo, e in piena sincerità (e questa non è forse un'osservazione sorprendente su quello che davvero ci accade, più spesso di quanto pensiamo?). <<Libertà è la libertà di dire che due più due fa quattro. Garantito ciò, tutto il resto ne consegue naturalmente>> viene scritto a un certo punto. Poi, Winston scriverà <<2+2=5>>. Il Potere esige <<sottomissione totale ed esplicita>>, la fuoriuscita dall'io, la fusione con il Partito, cioè con il Potere medesimo, quale condizione per divenire <<onnipotente e immortale>>. Ci siamo quasi. Continuiamo. Il Potere è il Grande Fratello, ma non è neppure più chiaro se il Grande Fratello esista ancora – o se sia mai esistito – come persona in carne ed ossa, o non sia piuttosto una ipostatizzazione di un'idea che è anche un fatto, quella del Potere, che è Assoluto, Onnisciente, Onnipotente, disponendo di tutto e tutti, e non risponde ad altri che a sé stesso. E non si comprende neppure più se il Grande Fratello sia un uomo, o Dio, o l'hybris dell'Uomo che si fa Dio e agisce nella Storia attraverso obblighi, divieti e comandamenti che non stanno neppure nelle leggi, ma nelle teste, volontà imperscrutabile, incoerente e irresistibile, somministrazione di dolore infinito, dannazione, benevolenza, protezione dall'ipostasi del Male (Goldstein, alias il Demonio), salvazione attraverso il perdono, morte. <<Dio è potere>>: viene detto. E' l'apocalisse. Il libro è ben scritto, la lettura scorrevole e avvincente, la creazione del futuro immaginario e distopico profondamente impressionante e suggestiva, anche per gli elementi di verosimiglianza dato il presente in cui il volume venne dato alle stampe (immediatamente dopo la Seconda Guerra Mondiale, mentre i Sovietici si mangiavano un pezzo di mondo dopo l'altro, si correva all'atomica, i laburisti vincevano inaspettatamente le elezioni con un programma piuttosto radicale rispetto alla società liberale d'anteguerra... tutto appariva possibile, i sommovimenti immensi, i rischi incalcolabili). Non ogni dettaglio è perfetto: alcuni eventi sono inspiegabili (perché diamine Winston e Julia vanno insieme (!) da O'Brien?); il personaggio di Julia mi pare in parte abbozzato. D'altra parte, il meccanismo narrativo è straordinariamente sorprendente e avvincente: descrizione della distopia e introduzione dei personaggi; piena ribellione di Winston e Julia; O'Brien a sostegno; prima rivelazione (il libro di Goldstein: “Teoria e Prassi del Collettivismo Oligarchico”); apocalisse: il Potere, la sua onniscienza, la sua inevitabile vittoria; sconfitta ineluttabile di Winston (e Julia). Gli estratti dal libro di Goldstein sembrano – e sono – di profonda intelligenza politica, sociale e storica, ma è solo il preludio. I dialoghi tra O'Brien torturatore e Winston torturato sono la luce abbacinante che illumina senza ombre il loro mondo distopico. Una verità che sussiste in sé stessa, si direbbe, essendo per l'appunto il Potere l'unica Verità, anzi il creatore della Verità. “1984”, s'è detto, non è un libro perfetto. Ma i capolavori non devono essere perfetti. I libri del canone neppure. “1984” è un libro geniale. Questo è un capolavoro. Ed è una lettura fondamentale.Marco Rossi -
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La macchia umana"La macchia umana" è uno dei capolavori di Philip Roth, condannato a restare sempre un passo dietro a "Pastorale Americana", se non anche al famoso "Lamento di Portnoy". Ma il romanzo racchiude già in sé tutta la grandezza dell'autore e i suoi temi tipici, esaltando la capacità di Roth di essere sempre nuovo e sempre Roth. Mi aspettavo un romanzo sul politicamente corretto, e questo cercavo; trovai un oggetto molto più profondo. La storia entra effettivamente subito nel vivo parlando di puritanesimo e idiozia perbenista, nel mezzo dello scandalo di Bill Clinton e sotto il peso mai risolto dell'eredità dei conflitti razziali, ma questo accadrà solo nelle prime pagine. Il romanzo si sviluppa attorno a un concetto che ritengo una chiave fondamentale per comprendere il mondo attuale: l'identità. Il nucleo è osservato non tanto attraverso riflessioni sociologiche, comunque presenti, quanto attraverso la pelle e la vita di Coleman Silk. Compaiono i temi tipici di Roth: l'ebraismo, il sesso e la provincia americana. Un paesaggio umanamente arido e climaticamente freddo, come una cornice indistinguibile dal quadro, attraverso la scrittura avvolgente di un narratore d'eccellenza. Il tema dell'identità sviluppa una dimensione ulteriore fondendosi con il tema del peccato, inestirpabile dalla nostra natura, in quella che Jung avrebbe chiamato l'ombra dell'uomo, che ne cela l'inaccettabile. La società diventa un attore ostile che lotta per stanare il peccato e bruciarlo, in un folle desiderio di catarsi, con ciò soffocando la stessa natura dell'uomo, e la sua rappresentazione. "Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui. Nulla a che fare con la disobbedienza. Nulla a che fare con la grazia o la salvezza o la redenzione. È in ognuno di noi. Insita. Inerente. Qualificante. La macchia che esiste prima del segno. Che esiste senza il segno. La macchia così intrinseca che non richiede un segno. La macchia che precede la disobbedienza, che comprende la disobbedienza e frustra ogni spiegazione e ogni comprensione. Ecco perché ogni purificazione è uno scherzo. Uno scherzo crudele, se è per questo. La fantasia della purezza è terrificante. È folle. Cos’è questa brama di purificazione, se non l’aggiunta di nuove impurità?".Stefano Leanza -
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Ragione e SentimentoUn libro incantevole, dolce e romantico. Una scrittura meravigliosa.Lovereading -
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9 Agosto 378. Il Giorno dei Barbari"Un bell'esempio di divulgazione storica " E' un bel libro di divulgazione storica, centrato su un fatto di primaria importanza, la guerra gotica del 376-382, che ebbe il suo culmine nel massacro dell'esercito romano orientale ad Adrianopoli, nel 378, per l'appunto il 9 di agosto. Il professor Barbero si sta ormai affermando come uno dei principali divulgatori storici italiani, e meritatamente: anche in questo libro, riesce a costruire un racconto avvincente, fruibile da tutti, ben documentato. La scrittura è chiara, semplice, ma non sciatta: piacevolmente coinvolgente. Il testo, che non a caso rielabora una trasmissione radiofonica di Barbero su Adrianopoli, riesce a risultare sempre interessante, scegliendo con gradevole efficacia i giusti ritmi e passando con naturalezza dai fatti al contesto, dalle vicende dell' "histoire-bataille" alle dinamiche di più lungo periodo della storia sociale e delle idee. Oltre che di Adrianopoli e della guerra gotica, il libro tratta di una questione più generale: i rapporti tra i Romani e i barbari, la loro costante tensione tra integrazione e guerra, la strategia dell'Impero verso questi popoli e le diverse visioni politiche e ideologiche che animavano o contrastavano le scelte imperiali. La prima edizione di questo titolo e le trasmissioni radiofoniche sono del 2005. Per la Storia è sempre così, ma il dialogo con il presente, le analogie, le assonanze sono in questo caso particolarmente forti. Lo erano certamente per Barbero, mentre scriveva nel 2005, lo sono forse ancora di più per il lettore post-2015. E questo non è un male, ma motivo di interesse e di riflessione. Consigliato.Marco Rossi -
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Sapiens. Da animali a dèi. Breve storia dell’umanitàQuesto è un gran bel libro. Non è solo un racconto della storia dell’umanità (anzi, della macrostoria: non è una storia politica o militare, ma la storia di come l’uomo vive, di come ragiona, dei suoi miti, delle sue credenze e dei suoi obiettivi, della sua società e ideologia, delle sue tecniche). E’ in un certo senso un testo ideologico: un punto di vista piuttosto coerente sull’uomo, il suo agire, la direzione e il senso di tutto questo. Un punto di vista laico e razionalista, da scettico empirista e - direi - materialista, che vede nella capacità propria di Homo Sapiens di costruire “miti”, realtà intersoggetive intorno alle quali organizzare il vivere e l’azione sociale, la chiave di volta della storia di straordinario successo dell’umanità. E’ proprio grazie a questi miti condivisi, dice l’autore, che siamo in grado di organizzare società complesse con perfetti sconosciuti, di mantenere un ordine costituito immaginario, far girare un’economia, ecc. Le culture sono insomma un sistema di istinti artificiali che consentono a milioni di estranei di cooperare con efficacia. Culture che peraltro tendono a descriversi come un qualcosa di stabile e coerente, mentre sono in perenne mutamento, principalmente endogeno, e piene di contraddizioni e dissonanze cognitive, delle quali pure spesso non sono pienamente consapevoli (mentre il più delle volte sono immediatamente rilevabili da chi alla cultura in esame non appartiene). D’altronde “si sa che gli umani hanno la meravigliosa capacità di credere in cose contraddittorie”. Tutto questo è parte della prima grande Rivoluzione tra quelle che scandiscono il libro: la Rivoluzione Cognitiva, che a detta dell’autore ha permesso a Sapiens di essere quello che è e diventare padrone della Terra, mentre le altre numerose specie del genere Homo si sono tutte estinte. Viene poi la Rivoluzione Agricola. Qui l’autore introduce un altro concetto molto interessante: non necessariamente ciò che giova alla specie nel suo complesso giova ai suoi singoli componenti. L’autore descrive la Rivoluzione Agricola come una sorta di “trappola” per gran parte della popolazione, costretta dalle esigenze della coltivazione a una vita meno sana, a una dieta meno variata, a una esposizione a catastrofi come le carestie superiore rispetto ai cacciatori-raccoglitori. Eppure, solo la Rivoluzione Agricola ha permesso alla specie di moltiplicarsi come ha fatto. Motivo per cui, tra l’altro, una volta intrapresa la strada non si sarebbe mai potuti tornare indietro, neppure se lo si fosse voluto. Altro passaggio-chiave: il I Millennio a.C., quando compaiono tre potenziali ordini universali, che rendono possibile governare “l’intero mondo e l’intera razza umana” come “una singola unità governabile da un’unica serie di leggi”, avviando una tendenza alla fusione in un unico mondo interdipendente e interconnesso di realtà sociopolitiche un tempo numerosissime e non solamente indipendenti, ma totalmente all’oscuro dell’esistenza le une delle altre (ad esempio, le realtà sociopolitiche delle Americhe e l’Eurasia prima di Colombo). I tre potenziali ordini universali sono: l’ordine monetario, l’ordine imperiale, l’ordine delle religioni universali. Nota interessante: le ideologie (liberalismo, comunismo, nazionalismo, nazismo) sono per l’autore delle forme di religione universale, perché ne svolgono la stessa funzione (“se una religione è un sistema di norme e valori umani che si fonda sulla fede in un ordine oltreumano [cioè non legiferato da umani, ndr] , il comunismo sovietico non fu meno <<religione>> dell’islam”). Accade poi la Rivoluzione Scientifica, cui l’autore annette un’importanza eccezionale: “attorno al 1500 d.C. la storia ha compiuto la propria scelta di maggior portata, cambiando non solo il destino dell’umanità, ma probabilmente anche quello di tutti gli esseri viventi della Terra”. Anche qui, l’autore ha un punto di vista illuminante: “la Rivoluzione scientifica non è stata una rivoluzione della conoscenza. E’ stata soprattutto la rivoluzione dell’ignoranza. La grande scoperta che lanciò la Rivoluzione scientifica fu la scoperta che gli umani non conoscevano le risposte alle questioni più importanti”, mentre prima si riteneva che tutto ciò che fosse importante sapere fosse già conosciuto (rivelato, spesso). Oltre a creare forti tensioni con la credenza nei miti condivisi, tensione affrontata in modi non molto coerenti, ma che hanno permesso di tenere insieme la società, la Rivoluzione Scientifica ha portato a una enorme crescita di importanza per il linguaggio matematico e statistico, impiegato in formule e algoritmi per descrivere e governare ogni cosa. La Rivoluzione Scientifica modifica anche l’ordine universale dell’impero: “l’imperialismo europeo non assomiglia a nessuno degli altri progetti imperiali della storia. In precedenza coloro che cercavano di costruire un impero di solito presumevano di avere già capito il mondo. […] Viceversa, gli imperialisti europei partirono per lidi lontani nella speranza di ottenere nuove conoscenze insieme a nuovi territori”. Ma la Rivoluzione Scientifica si combina anche con l’ordine universale del denaro, con conseguenze straordinarie: “poi arrivarono la Rivoluzione scientifica e l’idea di progresso. Quest’idea è fondata sulla nozione secondo cui, se ammettiamo la nostra ignoranza e investiamo risorse nella ricerca, è possibile migliorare le cose. E fu subito tradotta in termini economici. Chiunque crede nel progresso crede anche che le scoperte geografiche, le invenzioni tecnologiche e lo sviluppo dei sistemi organizzativi possano incrementare l’ammontare totale della produzione, del commercio e della ricchezza”. La torta insomma si può ingrandire (e prima non lo si pensava complessivamente possibile), il che stimola il credito, gli investimenti e porta davvero alla crescita. Il “credo capitalista” è che il futuro sarà meglio del presente, ed è un credo che, da quando ha preso piede, sul piano economico si è autoavverato. C’è ancora spazio per punti di vista non convenzionali e in un certo senso illuminanti. La crisi delle comunità, famiglia compresa, cui assistiamo a fronte di una crescente individualizzazione, viene letta così: “spesso la letteratura romantica presenta l’individuo come qualcuno che si trova a lottare contro lo stato e contro il mercato. Niente di più lontano dalla verità. Lo stato e il mercato sono la mamma e il papà dell’individuo, e l’individuo può sopravvivere solo grazie a loro”, perché forniscono quei servizi per i quali prima era indispensabile la comunità. “Il patto tra stati, mercati e individui è un patto problematico. Stato e mercato sono in disaccordo circa i loro reciproci diritti e obblighi, e gli individui lamentano che sia lo stato sia il mercato pretendono troppo e danno troppo poco. […] E’ sorprendente, comunque, che questo patto alla fine funzioni, per quanto imperfettamente”. Questo libro ingegnoso dedica, verso la fine, un capitolo alla felicità. Già, un indicatore che dovrebbe essere importante, ma che è sempre poco studiato: si vive sempre meglio, si è sempre più felici, o no? Siamo più felici noi o i nostri antenati cacciatori-raccoglitori? Qui l’autore presenta una rapida panoramica sullo stato dell’arte degli studi sulla felicità, interessante di per sé. Si evidenzia anche una certa almeno apparente contraddizione di fondo: l’autore sembra una persona ottimista, in vari punti del libro. C’è però il problema frequente negli scettici non religiosi, forse materialisti: il nichilismo. “Da un punto di vista puramente scientifico, la vita umana è assolutamente senza senso. Gli umani sono il risultato di ciechi processi evoluzionistici che agiscono senza un obiettivo o uno scopo. Le nostre azioni non fanno parte di un cosmico progetto divino […]. Per cui qualsiasi significato che possiamo assegnare alle nostre vite è semplicemente un’illusione. I significati ultraterreni che nel Medioevo la gente attribuiva alla propria vita non erano più illusori dei significati di tipo umanistico, nazionalistico o capitalistico tipici degli uomini moderni”. In realtà, subito dopo e in altre pagine sembra che l’autore trovi una sua consolazione e serenità nel buddhismo. Il titolo dell’ultimo capitolo è “La fine di Homo Sapiens”. E’ possibile, dice l’autore, che grazie ai progressi in discipline come biotecnologia, ingegneria biomedica, ingegnerizzazione degli essere non organici, siamo ormai prossimi a una “Singolarità” che cambierà radicalmente la natura dell’umanità, trasformandola in qualcosa di diverso, o creerà addirittura una nuova forma di vita. Ed è possibile che saremo noi stessi a innescare questa Singolarità: “Homo Sapiens sta oltrepassando i propri limiti. Sta incominciando a spezzare le leggi della selezione naturale, sostituendole con quelle del disegno intelligente. […] I biologi di tutto il mondo hanno dichiarato guerra all’ideologia del disegno intelligente […]. I biologi hanno ragione circa il passato; ma i propugnatori del disegno intelligente, per ironia della sorte, potrebbero aver ragione circa il futuro”. E’ quindi molto importante, conclude, che ci domandiamo, finché siamo in tempo ad indirizzare il futuro: “che cosa vogliamo diventare?”, “che cosa vogliamo volere?”. Il libro è ben scritto: la lettura è fluida e costantemente motivata da agilità di pensiero, esempi appropriati, dati curiosi e sorprendenti. La quantità di informazioni e pensiero racchiusi nel libro è sorprendente, ma l’esperienza di lettura è intellettualmente avvincente, mai pesante. Questo anche grazie all’utilizzo di dettagli storici, episodi minori o poco noti, esempi o esperimenti mentali che riescono sempre a chiarire efficacemente i concetti chiave, aggiungendo nello stesso tempo curiosità, movimento e varietà alla narrazione. Naturalmente è possibile che qua e là ci sia qualche piccola inesattezza e soprattutto qualche rilevante semplificazione, su qualche sensibilità o opinione dell’autore non mi ritrovo, ma non trovo da segnalare nulla che impedisca al libro di essere di prima qualità. Chiudendo su quanto anticipavo all’inizio di queste note, questo libro non è semplicemente un libro di macrostoria: è una sorta di manifesto ideologico, che dalla propria interpretazione della storia dell’umanità deriva una visione del mondo. Una sorta de “Il Capitale”, ma con idee assai differenti. E’ una sorta di manifesto razionale, scettico, laico, a-religioso, che dichiara cose come quelle contenute nel capitolo “La legge della religione”, forse il più “scandaloso”, in cui è evidente la distanza abissale sia dalle religioni sia dalle ideologie (compreso l’umanesimo liberale, ai dogmi del quale l’autore mostra chiaramente di non credere); è al contempo evidente l’ingegno spesso spiazzante con il quale tale distanza viene motivata. E’ un testo che sfiora il nichilismo, ma all’apparenza con una certa serenità, lasciando l’impressione che ci sia un po’ di buddhismo a trattenerlo dalla sconforto. E’ un testo che descrive tutta la storia dell’uomo, rimettendone in discussione i punti fermi ideologici. Tutto ciò con un’attitudine che a me pare complessivamente positiva ed ottimistica, in qualche modo illuminista. Nel dibattito politico di questi anni, tra fautori del futuro, nostalgici di un passato chiuso e idealizzato con ritorni al sacro e ad altri miti, liberal in crisi, in cui si cerca una sintesi – o un’affermazione chiara – che ancora non si vede arrivare, arriva questo libro, come un contributo certamente importante e stimolante, che potrebbe concorrere alla definizione e all’evoluzione ideologica di almeno alcune delle parti in gioco. Per questo, oggi, lo considero una lettura fondamentale.Marco Rossi -
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Morte dell’InquisitoreIl libro racconta di un personaggio leggendario dell’Inquisizione siciliana, Fra' Diego La Matina, di Racalmuto (come Sciascia) condannato per blasfemia e eresia alla metà del ‘600 e passato alla storia per essere stato l’unico inquisito ad avere ucciso il proprio inquisitore, tale Juan Lopez de Cisneros, in quella che recenti fonti storiche confermerebbero essere stata l’ennesima seduta di tortura a cui veniva sottoposto. È stato per me un libro capitale, non tanto per la simpatia suscitata dall’impresa eroica di Fra’ Diego, che non riuscì a fuggire dal carcere e fu comunque mandato a morte, quanto per la consapevolezza che mi ha regalato di come l’Inquisizione sia una forma e un’idea di giustizia “eterna”, tutt’altro che circoscritta storicamente all’esperienza dei tribunali ecclesiastici speciali. La giustizia come affermazione di potere e non di diritto, come pretesa di guadare al mondo con gli occhi di Dio e come anticipazione del suo giudizio. La giustizia come autodafé. Sciascia diceva che il suo interesse per l’Inquisizione nasceva dal fatto che l’Inquisizione non era finita e passò tutta la vita a combatterla e anche a irriderla nelle sue smisurate ambizioni e nelle sue desolanti miserie.Carmelo Palma -
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Per un Pugno di Barbari. Come Roma fu salvata dagli imperatori soldatiSTRA-CONSIGLIATO! Il podcast è “uno strumento moderno ma allo stesso tempo antichissimo, perché gli uomini hanno sempre amato tramandare le loro storie oralmente, attorno a un fuoco scoppiettante”. Così scrive l’autore, Marco Cappelli, che ha potuto scrivere e pubblicare questo libro proprio grazie al successo del suo podcast “Storia d’Italia”. Anche io ho conosciuto l’opera di Marco attraverso il suo apprezzatissimo podcast, e posso dire che dal libro traspaiono allo stesso modo l’abilità narrativa e la passione di Marco per lo studio scrupoloso e il racconto storico. Questo libro, come numerosi altri pubblicati negli ultimi tempi da vari autori, è uno spin-off di un progetto di successo che nasce su altri mezzi e attraverso altre forme di comunicazione, ma che quando acquisisce una certa dimensione critica incrocia il libro come mezzo di espressione. Si tratta di un fenomeno molto evidente di questi anni, che arricchisce l’editoria di contributi efficaci e molto spesso di qualità, e porta alla lettura fruitori di altri media. “Per un Pugno di Barbari” è dunque uno spin-off di “Storia d’Italia”, ma non perché racconti su carta quanto già raccontato con la voce. “Storia d’Italia” inizia con la battaglia di Ponte Milvio. “Per un Pugno di Barbari” tratta invece la Storia che precede Costantino. La selezione dell’argomento è un primo merito del libro. La crisi del III secolo è un’epoca molto meno praticata, nell’educazione scolastica della cittadinanza, di altre, anche rimanendo nella storia romana. Il percorso educativo, almeno in Italia, tende a concentrarsi sull’impressionante ascesa di Roma tra le Guerre Puniche e il Principato, ma liquida quasi sempre rapidamente la crisi del III secolo, senza andare oltre un’esposizione veloce dell’anarchia militare. La generalità del pubblico, quindi, non ha idea di cosa fu veramente quella crisi. Cappelli invece lo spiega bene. Fu sostanzialmente la disgregazione dell’impero. Sconfitto sui campi di battaglia, sconvolto istituzionalmente, flagellato da pestilenze, rovinato economicamente, diviso in tre organismi statuali autonomi e indipendenti. Praticamente, finito. L’autore fa un ottimo lavoro nel rendere il lettore consapevole che la ripresa imperiale fu quasi un miracolo, dato il punto cui erano arrivate le cose. E racconta come si sfiorò l’abisso al nadir e da lì si risalì a una situazione di unità, stabilità, potenza militare ritrovata, crescente prosperità. Attingendo ad alcune risorse organizzative eccezionali con ogni evidenza non irreparabilmente compromesse dalla crisi (basti pensare a quanto lo stato romano riuscì a fare sul sistema fiscale con Diocleziano, ma anche – in precedenza – con le attestazioni di sacrifici agli dei ai tempi di Decio, testimonianza di capacità burocratiche stupefacenti), ma anche e forse soprattutto attraverso alcune personalità straordinarie, Aureliano e Diocleziano su tutti. L’interesse per l’argomento è tra l’altro esplicitamente collegato dall’autore a una almeno parziale analogia con la fase attuale attraversata dall’Occidente in generale e dall’Italia in particolare. Una fase di declino in cui diversi elementi di debolezza si assommano, ma per lungo tempo lievitano senza esplodere, annacquando o evitando adeguate reazioni e provvedimenti. Da questo punto di vista, in modo simile a quanto accadde a Roma, nella quale gli equilibri che avevano retto il Principato cominciarono a incrinarsi e poi saltare un secolo prima del momento più tremendo della crisi. Il libro infatti parte da Marco Aurelio e attraversa tutta l’epoca dei Severi, evidenziando man mano i pezzi che saltavano dell’antico ordine, i problemi che si accumulavano, prima che la crisi si conclamasse anche agli occhi più ottimisti o ingenui e ci si avviasse al collasso. Questa lunga preparazione all’epoca maggiormente drammatica, attraversata passo a passo, è certamente una scelta intelligente dell’autore e va a merito del suo lavoro. L’interesse per l’argomento, dicevo, è legato anche alla contemporaneità e alle sue sfide, e trovo questo aspetto interessante, perché mi sembra collegato a un vasto movimento intellettuale di rinnovato fascino e interesse per la Tarda Antichità e il Medioevo. Mi pare che da alcuni anni, direi dal volgere del secolo o poco dopo, la contemporaneità, quanto meno quella occidentale, cerchi molto più di prima di trovare ispirazioni, risposte o analogie in queste epoche, lontane dalla Roma trionfante del Principato e cariche di problemi, ma anche matrici del mondo nel quale viviamo. A questo proposito, qualche tessera del mosaico: Edward Luttwak che – dopo aver pubblicato “La Grande Strategia dell’Impero Romano” nel 1976 - nel 2009 scrive “La Grande Strategia dell’Impero Bizantino”, e lo fa indirizzandolo chiaramente, mi pare, ai policy maker statunitensi post 11 settembre e post Iraq; il grande successo popolare, in Italia, di uno storico che è anzitutto un medievista e non parla quasi mai della classicità in senso stretto, Alessandro Barbero; l’amico Andrea Babini che nel momento in cui cerca le radici dell’Italia e dell’Europa contemporanea scrive “Il Medioevo in Italia e in Europa”, e lo fa iniziando con un primo volume titolato “La Tarda Antichità”. In questo macro-trend si inserisce anche il lavoro di Cappelli, che – come Babini – inizia il suo podcast dalla Tarda Antichità, e dedica un libro all’impero che supera una crisi apparentemente mortale. Traendone una morale per noi: “Tornando al nostro Esopo, dunque, la morale, a mio avviso, è che quando si è di fronte alle avversità è spesso più facile rassegnarsi al declino, senza imporre le riforme strutturali che possano rendere nuovamente competitivi Stato e società. Di solito i cambiamenti vanno contro gli interessi costituiti […]. Le riforme rivoluzionarie possono causare forti opposizioni, anche armate […]. Cambiare vuol dire anche rischiare di sbagliare: non tutte le riforme sono necessarie o vantaggiose. Per ogni riforma della tassazione, c’è un potenziale editto dei massimi prezzi, ma la stasi è la via certa e diretta verso il declino”. Altro merito del libro è la visione storica ampia che l’autore riesce a esprimere. Marco Cappelli non è uno storico professionista, è un appassionato, che fa un altro mestiere nella vita (e non ho idea di dove trovi il tempo per fare tutto quello che fa). Però, la passione e la curiosità sono fortissime, lo studio è scrupoloso (ci sono le note, c’è un’ampia varietà di fonti, primarie e secondarie; si segnalano anche podcast e siti, una vera cortesia verso il lettore curioso), la necessità di trovare interpretazioni e spiegazioni solide e verosimili all’accaduto è irresistibile, e grazie a questi ingredienti Marco riesce a dipingere un affresco completo di un’epoca complicata, sulla quale per di più le fonti quasi sempre scarseggiano, o mancano (esattamente che ha combinato Probo, per esempio?). Marco descrive le vicende, racconta le battaglie, spiega le congiure, ma dà anche un resoconto preciso e competente della crisi valutaria e finanziaria tremenda che attraversò l’impero nel III secolo. E fa bene a farlo perché, come egli stesso afferma, molti cittadini all’epoca patirono il disastro economico sulla propria pelle, probabilmente più ancora di quanti vennero toccati dalle invasioni persiane, dalle incursioni barbare o dalle guerre civili. La deriva economica ha un ruolo centrale nel libro, e così la riforma fiscale dioclezianea, e questo certamente è possibile anche grazie alla formazione dell’autore, che è bocconiano. Sono però anche presenti le epidemie, e l’evoluzione religioso-spirituale che va verso il dio unico, che sia il Sole o il Dio dei Cristiani. E’ insomma una storia non solo degli avvenimenti, ma anche dei macro-fenomeni. Il quadro che ne emerge è un quadro non monodimensionale, nel quale c’è sì una crisi tremenda, ma l’organizzazione complessa della società, come anticipato sopra, non va in pezzi; nell’orizzonte temporale del libro sono compresi e menzionati grandi giuristi come Papiniano o Ulpiano, e grandissimi filosofi, come Plotino. La passione e lo studio per l’argomento consentono insomma all’autore di andare ben oltre la mera enunciazione delle nozioni storiche; gli consentono anche di proporre una chiave interpretativa su numerosi eventi e personaggi. Ad esempio, su Gallieno, regnante nelle ore più buie della crisi, proposto anche come iniziatore di alcune di quelle riforme che permisero infine all’impero di salvarsi, e come suo tenace e quasi instancabile difensore. Un personaggio storico cerniera tra i vecchi e i nuovi imperatori, tra i senatori e gli illirici, che esce come figura da rivalutare. Un personaggio, dico per inciso, che meriterebbe una piece shakespeariana per le sfide impossibili, i rovesci, le scelte, le contraddizioni che si trovò ad affrontare e vivere. Un altro elemento positivo del libro sono alcune soluzione comunicative scelte dall’autore. Lettura agevole e godibile, tanti paragrafetti brevi ma pregni di contenuto, similitudini e analogie “pop” solitamente azzeccate e utili per connettere più pienamente il lettore a quanto si sta raccontando; dimensione “pop” che dona anche una certa freschezza (con titoletti quali “la minaccia fantasma” o “mission impossible” o “il cavaliere”, ma c’è anche “dramatis personae”, una piacevole varietà di spunti e rimandi, insomma). Ci sono alcuni esiti stilistici molto felici (ad esempio, un capitolo finisce così: “Bang!”; immagino abbiate già voglia di leggere cosa è accaduto prima e cosa accadrà dopo). All’inizio dei capitoli, ci sono scene – basate sulle fonti ma deliberatamente più immaginative – che sono zoomate su momenti storici significativi raccontati in presa diretta dalla prospettiva “di chi c’era”, che di nuovo aiutano il lettore a connettersi con quello di cui sta leggendo e introducono un’efficace variazione al racconto. C’è anche un apparato iconografico - di Laura Guglielmo - curato e suggestivo, così come mappe accurate - anch'esse di Laura Guglielmo - realizzate in uno stile che richiama quello che spesso si trova nelle edizioni de “Il Signore degli Anelli”, altra passione dell’autore, e utile a ricordare che la Storia è spesso tanto fantastica, maestosa e sorprendente quanto le più geniali storie d’invenzione. Venendo invece ai punti non perfetti, sostanzialmente si possono riassumere nella mancata correzione di alcuni refusi, typo e sviste chiaramente identificabili, che saranno senz’altro corretti nella seconda edizione. Non ho rilevato maggiori imprecisioni di una qualche rilevanza, cioè di contenuto, se si fa eccezione per l’argomento oggetto di un discorso di Claudio in Senato, per una erronea ricostruzione dell’intervento di Settimio Severo sulla sacrosanctitas legata alla tribunicia potestas, e in particolare sulla sua estensione al figlio Caracalla, e per una resa poco chiara e probabilmente fuorviante della dinamica della successione a Nerva. Anche in questo caso, credo proprio che la seconda edizione rettificherà senza problemi, dovendo in ciascun caso intervenire su poche parole. Personalmente, non sono persuaso dalla ricostruzione dell’assassinio di Gallieno fornita dalle fonti e sposata anche dall’autore, ma è verosimilmente una mia fissazione (e – giova ricordarlo - la ricostruzione dell’autore è fondata sulle fonti). A mio gusto, mi sarebbe piaciuta qualche pagina ulteriore sull’evoluzione filosofico-spirituale dell’epoca, su questa tensione al dio unico (o alla contrapposizione tra due divinità come nel caso dei Manichei). Allo stesso modo, per completare il quadro, mi sarebbe piaciuto un accenno alle evoluzioni artistiche e letterarie dell’epoca di cui si tratta. Ma qui si tratta per l’appunto di mio gusto personale, tendente all’enciclopedico, e le scelte dell’autore in merito alla selezione dei temi e del dettaglio della loro trattazione sono del tutto legittime e credo anche efficaci. Ho voluto inserire questi dettagli critici per completezza. Ciò non toglie, mi sembra evidente, che il mio giudizio su questo libro sia largamente positivo: un eccellente esempio di divulgazione storica, di lettura piacevole e agevole, e con il grandissimo pregio di non perdere mai di vista la “big picture”, il macro-significato di quello che si sta raccontando, la vista dall’alto. Questa consapevolezza dell’approccio dell’autore alla Storia, evidente anche nel suo podcast, è certamente uno dei suoi punti di forza e uno degli aspetti di maggiore valore della sua divulgazione. Leggete a questo proposito l’ultimo capitolo, “La Morale della Favola”. Ci sono “just world fallacy” e “creeping normality”, ci troverete alcuni appropriati accenni alla “teoria dei sistemi complessi” e alla sua proiezione sugli eventi e sui personaggi storici; c’è la domanda sacrosanta: perché Roma non cadde prima? Cose che troverete di rado nei libri di Storia, ma che sono le vere questioni su cui la Storia potrebbe, un po’, esserci “magistra”. Stra-consigliato! POST SCRIPTUM (Gennaio 2022): ho avuto modo di esaminare in libreria la seconda edizione. Come mi attendevo, è stata eseguita la correzione di refusi, typo, sviste e piccole imprecisioni.Marco Rossi -
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Piccoli suicidi tra amici“Fallire un suicidio non è poi la cosa più tragica al mondo: non si può riuscire sempre in tutto”. Secondo me Arto Paasilinna è uno di quegli autori che si divertiva a scrivere. Il suo sguardo sorridente segue le strane avventure di un nutrito gruppo di aspiranti suicidi riunitosi nella “Libera Associazione Morituri Anonimi”. Una comitiva eterogenea e bislacca di finlandesi a cui è facile affezionarsi, alla ricerca del miglior dirupo in cui gettarsi con il bus che li trasporta in giro per mezza Europa. In questa storia, estremamente legata alla società e alla cultura della Finlandia, ci si ritrova spesso a sorridere, nonostante il tema di fondo del romanzo (o forse proprio per questo). Consigliato per chi vuole provare ad avvicinare una tradizione letteraria poco comune per le abitudini italiane.Marco il Nero