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DioclezianoUmberto Roberto in uno dei pochi libri sugli imperatori della crisi del terzo secolo si focalizza sulla figura di Diocleziano, imperatore importantissimo nella storia di Roma. Si potrebbe dire che è il punto nodale dell'evoluzione dell'impero romano, perchè con la nascita del dominato si apre la via all'inizio dell'alto medioevo. E' necessario cambiare il sistema istituzionale e politico, perché il mondo romano è ormai pervaso da una crisi cinquantennale dove si susseguono continuamente i signori della guerra che si scannano per il potere. Diocleziano sarà colui che sistematizzerà un nuovo modello politico, la tetrarchia, come soluzione ad un mondo in cui il centro politico di Roma diventa sempre più debole e le periferie si trovano isolate a risolvere i problemi di frontiera. Se l'imperatore è lontano e inefficace per molti versi allora diventa necessario che chi dispone di truppe assuma su di se anche le vesti del potere, diventando di fatto un “usurpatore”. Quindi di nuovo ri-centralizzazione con un diverso assetto costituzionale, ridefinizione della suddivisione amministrativa e militare. Nuove competenze sotto controllo però del Imperatore Augusto, che sorveglierà i suoi collaboratori non piu da Roma ma da Nicomedia. L'impero cambia faccia e l'opera di Diocleziano, poi perfezionata da Costantino, è talmente imponente che durerà negli aspetti strutturali fino al quinto secolo. E sotto il suo impero, che dura vent'anni perchè sarà uno degli pochi potenti nella storia che abdica al potere dimettendosi, si vede anche il primo tentativo di controllo statale nell'economia, con l'inefficace editto sui prezzi. Ma Diocleziano passa alla storia anche come il primo grande persecutore dei cristiani. A torto criminalizzato dalla Chiesa, il suo è però il tentativo di riportare il vecchio impero romano nella tradizione, ovvero in quel rapporto privilegiato tra romani, destinati al dominio, e i vecchi dei. In questo senso il cristianesimo è oggetto di persecuzione esattamente come il manicheismo, proprio perchè a Diocleziano non interessa la specificità di una religione, ma semplicemente rimediare a quell'antico patto, rotto e lo si vede nella crisi politica del terzo seoclo, tra dei e uomini. In tal senso la persecuzione, sottolinea Roberto, inizia nel 303 d.C., con i festeggiamenti del dio Terminus, il dio di ogni diritto e di ogni impegno, proprio perché Diocleziano ritiene di aver adempiuto al suo impegno di ripristinare i vecchi fasti e la antica romanitas.antoniusblock4 -
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Verso il ParadisoRomanzo magnifico che riesce a mettere nella stessa storia almeno tre temi enormi egualmente attuali: omosessualità, climate change, pandemia. Mi mancheranno le sere passate a leggerlo.pempi -
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Poeta al comandoChe succede a un poeta, esteta e decadente, messosi a capo di una città stato indipendente, invisa al mondo? Non è lo spunto per un fantasy ma per la storia pazzesca, pazzescamente vera di Gabriele D’Annunzio a Fiume. Il romanzo ripercorre gli ultimi giorni dell’impresa fiumana, con la città di fatto assediata dall’esercito italiano, e ormai solo in attesa di essere invasa. E D’Annunzio, D’Annunzio è lì, reggente, politico, soldato, ardito e poeta, alle prese tanto con i capitalisti cittadini, che con le loro mogli smaniose e figlie adolescenti; occupato a organizzare le inutili difese, ma anche a far luce sulla morte di una prostituta, truce delitto che lo fa inorridire e orribilmente eccitare. Dedito, infine, a inseguire la gloria battagliera e letteraria, ma costretto a trattare con generali italiani che adoperano la locuzione “chiunque il quale”… Il romanzo, narrato dal luogotenente di D’Annunzio, Tom, che scrive molti anni dopo da Salò, altra impresa che chissà il poeta come avrebbe giudicato, il romanzo dicevamo sfrutta evidentemente documenti e fonti per ricostruire in modo preciso il contesto e alcuni eventi particolari, sfruttando poi l’immaginazione di Tom per inventare liberamente dialoghi e situazioni, risultando in una lettura piacevole a livello narrativo ma molto approfondita a livello storiografico. Ora, speriamo che a Barbero venga voglia di raccontare anche il resto della biografia del poeta, perché troppe ce ne sarebbero, da raccontare così…Barbaking -
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L’Italia della DisfattaE' un libro amarissimo, doloroso per un italiano. Copre il breve ma fatale periodo storico che va dal 10 giugno 1940 all'8 settembre 1943. Descrive quindi la guerra dell'Italia fascista. Emerge, chiarissima nella scrittura secca e spedita, la tragica inadeguatezza della classe dirigente politica e militare, in quegli anni fatali. Strategie assurde (perché e come si arrivò ad attaccare la Grecia, ad esempio, ha dell'incredibile), incapacità di comando, debolezze di carattere, fuga dalle responsabilità, carrierismo, improvvisazione, non manca nulla nella tristissima galleria. Le pagine forse più disarmanti sono quelle sull'avvicinamento all'armistizio e soprattutto sulla fuga del re, di Badoglio, di tanti generali. Il molo di Ortona, con la ressa di "massimi servitori dello Stato" che si accalcano e giungono quasi alla rissa pur di scappare, anziché rimanere al proprio posto di combattimento, avendo per di più lasciato quasi senza ordini e di certo senza comando le truppe, è l'immagine indelebile del fallimento ignominioso dello Stato italiano. Dal libro non esce bene nessuno tra i protagonisti: non Mussolini, che sbaglia sostanzialmente ogni cosa, ogni previsione, ogni strategia; non Badoglio, non il re, che fanno forse la peggior figura. I gerarchi che ebbero il coraggio del 25 luglio già assumono maggiore dignità, mentre alcuni comandanti militari e reparti, ed eroi quali Durand de la Penne sono gli unici a offrire lampi di valore degni di ammirazione. Nell'introduzione, Montanelli (certamente autore della medesima, mentre la scrittura del libro è da attribuirsi principalmente a Cervi) ha un tono cupo. Complessivamente, tale introduzione non è forse uno dei migliori pezzi montanelliani, ma propone un'idea non frequentissima: la guerra non fu solo una pessima prova dei comandi, il che è senz'altro vero, ma anche del popolo, che non seppe combattere e meritò la sconfitta. Così Montanelli conclude la sua premessa: "L'Italia non aveva mai dato di sé uno spettacolo tanto miserando. Nessun capitolo della sua Storia è più umiliante, vergognoso e, specie per chi ne fu partecipe, più doloroso da rievocare". Come spesso accade con Montanelli, sintesi lapidaria che rivela il vero.Marco Rossi -
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Elogio della Galera. Lettere 1930/1943Tra le fissazioni di Pannella c’era la figura di Ernesto Rossi, che era intellettualmente opposta a quella di Pannella e pure quella da lui ostentatamente più venerata. Tutti gli “autori” di Pannella – da Croce, a Bergson – erano estranei o invisi a Rossi, che era un positivista molto ottocentesco, allergico alla filosofia idealistica e a qualunque inquietudine religiosa, con la tempra e la cultura trasversale – giuridica, economica e politica – di un militante risorgimentale, che non avrebbe sfigurato tra gli eroi della Repubblica romana. Quando lessi questo libro, che è la raccolta dell’incredibile epistolario di Rossi con la moglie e la madre nella sua lunga prigionia dal 1930 al 1943, ne rimasi letteralmente folgorato, perché rappresentava la prova della resistenza di uno spirito irriducibile anche tra le restrizioni e le angherie del regime. Le pagine più belle per me sono le lunghe corrispondenze con la moglie, insegnante di matematica, per comprendere i fondamenti delle teorie economiche che gli stavano a cuore e che rappresentarono sempre il centro della sua riflessione politica. E io ero letteralmente esterrefatto pensando a questo matto che, nel pieno degli anni ’30, si scervellava dietro le sbarre per studiare matematica e trovarsi pronto all’appuntamento con il futuro dell’Italia, che peraltro solo un matto come lui avrebbe potuto immaginare e concepire dal buio di una galera fascista negli anni in cui, appunto, solo i matti non erano fascisti.Carmelo Palma -
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La canzone di AchilleL'ira del Pelide Achille, a cantarla, non è qui la Musa ma Patroclo in persona. Povero Patroclo, condannato in eterno al ruolo di espediente narrativo, ingranaggio senza il quale il racconto non va avanti, ma del quale in sostanza non frega niente a nessuno. Grazie Patroclo, grazie di esserti fatto scannare, adesso sì che gli Uomini Veri possono iniziare a darsele. Sia chiaro, io non lo so se l'autrice sia partita da qui, ma il romanzo questo fa: riesce a dar voce all’unico greco che a Troia va in battaglia non per l’onore, la gloria o il bottino, ma perché è la cosa giusta da fare. E per amore. “Non otterrai la gloria per la tua abilità in combattimento”, gli dice Chirone, “tuttavia diventare un buon soldato non è al di là delle tue possibilità. Desideri imparare?” E Patroclo risponde di no. In un mondo in cui gli uomini sono valutati in base alla loro capacità omicida, Patroclo ha il coraggio di decidere di non volerne sapere, di non voler sapere altro, della guerra, se non quanto può viverne attraverso il suo amato Achille. E veniamo quindi ad Achille, perché sai com'è, ci sarebbe il suo nome nel titolo. Visto attraverso gli occhi di Patroclo, anche il Pie’ Veloce esce dai rigidi confini del personaggio omerico, della macchina di morte talvolta un po’ frignona, e guadagna lo spessore dell’uomo, pardon, del semidio alle prese con le mille contraddizioni della sua doppia natura, dei suoi sentimenti contrastanti, del suo destino forse troppo grande. Non è tutto perfetto nel romanzo, intendiamoci, alcuni personaggi sono tagliati abbastanza con l’accetta (tipo Agamennone) e alcune situazioni sono gestite in modo piuttosto implausibile (tipo tutto ciò che riguarda Briseide). Eppure l’autrice riesce nella non facile impresa di dare una originale ma fedele rilettura del mito che ricordano tutti ma pochi conoscono davvero (c’è tutto, il mito, non solo i dieci anni di guerra ma anche il prima, e il dopo), riportando a dimensione umana una storia in cui dei, centauri e ombre dei morti camminano in mezzo ai mortali. E in cui due amanti separati dal Fato possono ancora sperare di rincontrarsi dopo la morte.Barbaking -
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QualityLand – Per ottimistiQuando ho deciso di comprarlo, ho sicuramente frainteso la trama del libro. Credevo che fosse un libro in cui venissero discussi i profili giuridici, sociali, economici legati all’intelligenza artificiale. Si tratta, invece, di una storia di fantascienza, simpatica sicuramente, relativa a un mondo in cui convivono umani e robot. Ad ogni modo, la lettura di questo libro non mi spinge a leggere anche la versione del libro “per pessimisti”.Lovereading -
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Il Vecchio e il MareUn breve romanzo famoso quanto appassionante, ultima grande opera di Hemingway. La lotta tra il vecchio pescatore e il gigantesco marlin può essere letta godendo del ritmo incalzante e della sua drammaticità e allo stesso tempo fornire abbondante materiale per riflettere su realtà e motivazioni della nostra vita.Marco il Nero -
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La Storia d’Italia a FumettiSe penso alla mia infanzia, come quella di molti ragazzi degli anni '80 e '90, c'è un fumetto che ha risvegliato più di ogni altro l'interesse latente nella storia: "Storia d'Italia a fumetti" di Enzo Biagi è stata la via per iniziare ad esplorare la storia del nostro Paese in modo divertente e accessibile. La narrazione di Biagi è coinvolgente e appassionante e ci porta in un viaggio attraverso i secoli, dalla Roma antica fino ai giorni nostri, facendoci vivere gli eventi salienti della nostra storia. La cosa che amo di più di questo libro - al di là dei contenuti - è il lavoro stellare dei disegnatori, tra i migliori della scuola italiana: Milo Manara, Sergio Toppi, Dino Battaglia e Hugo Pratt si sono alternati a realizzare i fumetti. Alcune pagine sono impresse nella mia memoria da decenni. Interessante il modo in cui Biagi riesce a rendere facilmente comprensibili i momenti più complessi della storia: con un mix di humor e chiarezza espositiva, ci guida attraverso le guerre, le alleanze politiche e gli sviluppi culturali che hanno plasmato il nostro Paese nel corso dei secoli. Detto questo, la parte dei testi è forse la più debole dell'opera: "Storia d'Italia a fumetti" penso che soffra dello stesso problema di "Storia d'Italia" di Montanelli, ovvero si nota subito che è scritto da un giornalista che non ha perso anni ad analizzare le fonti, ma si limita a riportare il chiacchiericcio, più che la storia, quanto generalmente noto, il mito e non la realtà. I volumi non hanno la precisione scientifica della controparte francese alla quale è chiaramente ispirato. Detto questo, ciò che rende davvero speciale "Storia d'Italia a fumetti" è il suo potere di ispirare: magari nessuno avrà imparato davvero la storia su quelle pagine, ma può essere stata un'occasione per approfondire altrove, come è stato il caso per me: "Storia d'Italia" è un podcast che - nello spirito se non nella forma - deve molto a questo fumetto.Marco Cappelli -
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La fiera delle vanitàIniziato per puro caso su un aereo intercontinentale, questo romanzo mi ha accompagnata per tutta la durata del viaggio e, considerata la mole, per del tempo a seguire. E' stato tempo ben speso. Il titolo originale ci dice qualcosa di essenziale su cosa ci si debba attendere dal romanzo: "Vanity Fair: A novel without a Hero". "La fiera delle vanità" è un romanzo contemporaneo, proprio perché Becky Sharp (nomen omen) è un'antieroina ben lontana da quelle caratterizzazioni tutto vizio o tutta virtù a cui il lettore dell'epoca era senz'altro abituato. Una Madame Bovary inglese, Becky ci è senz'altro più simpatica perché padrona del proprio destino. La scrittura è intelligente e scorrevole, la lettura avvincente. Molto interessante lo sfondo su cui si staglia la storia, quello delle guerre napoleoniche. Se avete amato anche voi questo libro, non consiglio la trasposizione cinematografica del 2004: solo una pallida (e davvero troppo stringata) riproduzione dell'originale letterario.Vanessa Sebastianutti -
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La rivoluzione romanaCaio Ottavio Turino, figlio adottivo di Caio Giulio Cesare, è in realtà il figlio politico di Pompeo, il giovane macellaio, che a 23 arruolò 3 legioni private per schierarsi con Silla nella guerra civile. Sembrerebbe strano ma Augusto più che prendere le mosse da Cesare in realtà ripercorre il percorso politico di Pompeo Magno, prima come signore della guerra per finire poi come campione del senato e degli ottimati. Il libro di Ronald Syme, fondamentale per capire il passaggio dalla repubblica al principato, prende le mosse non da uno scontro tra individui e personalità, che è sempre una visione ingenua e elementare della storia, ma uno sguardo allargato su un processo politico frastagliatissimo. La rivoluzione romana, quella che cambierà Roma e la porterà alla definitiva gestione di un impero, vede uno scontro tra fazioni e personaggi minori, innumerevoli, che si scontrano e si confondono fino ad arrivare a maxigruppi, da cui ne uscirà appunto la fazione più rivoluzionaria. Da Silla a Mario, sinteticamente si passa a Catilina e Cicerone, per finire nell'epico scontro tra Cesare, che ancora si muove con le logiche e in un contesto repubblicano, contro i nobiles e il senato capeggiati da Pompeo. La vera rivoluzione, che rivolgerà Roma come un calzino, la si avrà con la fazione di Caio Ottaviano, il portavoce della società di mezzo, fatta di provinciali, cavalieri, finanzieri, pubblicani e lestofanti che brigherà per il potere, e lo raggiungerà attingendo dal grande capitale politico lasciato da Cesare come campione del popolo e dei populares. Maestro dell'inganno, Ottaviano prima sfrutta Cicerone e il Senato in funzione anti Marco Antonio, ponendosi sotto l'ala della repubblica e dei liberatori, per poi passare subito dopo ad un accordo con Marco Antonio ed arrivare persino al colpo di stato presentandosi con 3 legioni private a Roma e davanti al senato. Forzando la sua elezione a console si accorda per un triumvirato legale e sotto i crismi della legge, per arrivare prima ad estromettere il collega Lepido, e poi finire il lavoro distruggendo Marco Antonio con la scusa di Cleopatra. Da gelido, spregiudicato, calcolatore e freddamente sanguinario usa il mito fondativo di Azio per inaugurare una nuova era di Roma sotto il segno della fine di ogni fazione, perché è rimasta solo la sua, e modificare le leve politiche e costituzionali. Ma non sarà il solo, perché da solo nessuno può governare né Roma né tanto meno un impero. Lo farà con i suoi stretti e più fidati collaboratori, stritolando a poco a poco il corpo repubblicano. Non saranno anni semplici quelli del decennio dopo Azio, perché il suo delicatissimo disegno politico può morire da un momento all'altro, soprattutto per frizioni interne alla fazione, in cui molti sgomitano e alcuni ritengono di non essere adeguatamente ricompensati. Ma finissimo politico Ottaviano Cesare ne uscirà Augusto e padre della patria, spogliandosi di tutti gli aspetti esteriori del potere, che avevano portato al tirannicidio di Cesare, per rivestire i panni effettivi ma non vistosi dell'imperio: l'imperium proconsulare maius, per essere a capo dell'esercito, e la tribunicia potestas, per essere il capo del popolo. Ronald Syme, in quello che è forse il libro più importante del ventesimo secolo su Augusto, ci spiega l'effettiva rivoluzione romana, e del come e del perché dopo una crisi costituzionale che parte dai gracchi vi siano tutta una serie di potentati e di fazioni che sotto le parole di libertas e repubblica ricercano il potere e l'ambizione personale. Ma ne usciranno i più furbi e i più spietati, e tra questi ne è il degno capo e portavoce il sinistro Caio Cesare Ottaviano Augusto.antoniusblock4 -
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L’erborista di corteIl libro racconta la storia di Costanza Calenda, la prima donna nella storia ad essersi laureata in medicina. L’ho letto tutto d’un fiato, nonostante le sue 356 pagine, perché è un libro bellissimo, avvincente e stimolante. Molto apprezzate le note finali dell’autrice in cui specificano quali sono i dati storici che abbiamo ad oggi in merito a Costanza e agli altri protagonisti del libro, tra cui la regina Giovanna II.Lovereading -
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Le ConfessioniLessi “Le Confessioni” tanti anni fa, mi pare negli anni del Liceo. Fu una lettura importante. Ricordo il vivido, coinvolto interesse per il percorso di ricerca intellettuale e spirituale raccontato dall'autore. Un'opera geniale, una sorta di autobiografia della ragione e della fede di Agostino. Ne trassi in un certo senso un'autorizzazione e un incoraggiamento a non ancorare la riflessione, perfino sulla metafisica e la teologia, a sentieri strettamente predefiniti e inderogabili. La storia di Agostino è in fondo la storia di un uomo assetato di Verità, che non si accontenta delle prime ipotesi di risposta incontrate sul cammino ma continua a cercare, fino – nel suo caso – all'illuminazione della conversione, dopo la quale, tuttavia, non mette di certo a riposo l'intelletto, e produce pilastri essenziali, da più di mille e seicento anni, per il pensiero e la fede della Chiesa di cui è Padre e Dottore, oltre che Santo. Tra le mille cose notevoli di questa opera somma, è come la memoria, la grande Storia, la ragione, l'ispirazione, la poesia, la trascendenza e la stessa Divinità si fondano in un unico eccezionale. Lo stile giunge a vette di poesia straordinaria e spesso sorprendente, anche per l'erotismo che in più casi rivelano, almeno nella traduzione che lessi, adeguate all'irruzione di Dio stesso nella storia di una vita e nel trascorrere del tempo. Si riesce a intendere, o quanto meno intuire, cosa sia l'esperienza della grazia della Fede per chi, non essendolo ma essendovi in un certo senso vocato, diviene credente. Tanto più che ciò si innesta su un sostrato razionale, con un forte impianto filosofico, esposto a ed esperto di tante differenti interpretazioni e proposte di spiegazione del mondo visibile e invisibile. E questi continui controcanti tra fides e ratio, dubbio e certezza, fisico e metafisico, terreno e trascendente, vita di un uomo con passioni, totalmente comprese quelle sensuali, debolezze, esitazioni, irresolutezze e Assoluto Eterno intrecciano un tessuto meraviglioso, ricco e prezioso difficilmente dimenticabile, in un racconto al lettore che è anche un costante inno a Dio, preghiera e invocazione, narrazione della memoria, riflessione – anche celeberrima, come quella sul tempo. Il tutto a formare un unicum armonioso. Il testo è poi interessantissimo pure come testimonianza storica, di quella che era la vita per un brillante nordafricano nato a metà del quarto secolo che ancora viveva in una società ordinata, culturalmente vibrante, in cui si studiavano e praticavano i Classici e al contempo si dibattevano le nuove dottrine religiose e filosofiche, in grado di muoversi per tutto l'Impero e percorrere una eccezionale carriera, incontrare personaggi storici di prima grandezza fino a diventare egli stesso uno di loro. Tutto questo, mentre in questo ultimo barlume di pace, ordine e apparente serenità per l'Impero la società va cambiando, il ruolo degli ecclesiastici schizza esponenzialmente, quello del potere civile però è ancora forte e presente. Uno squarcio dal presente di mille e seicento anni fa, subito prima della tempesta, che stupisce e commuove un po' come i rari filmati giunti fino a noi che riprendono le quotidianità dei primi del Novecento, nel 1913, per esempio, subito prima della Grande Guerra che tutto stravolse. Le “Confessioni” sono del 398 circa. Meno di dieci anni dopo, la disintegrazione dell'Occidente era già iniziata. Agostino è un gigante dell'Occidente, della Chiesa, della Fede, del Pensiero e anche della Letteratura. Una lettura che reputo fondamentale.Marco Rossi -
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12 regole per la vita. Un antidoto al caos“12 regole per la vita”, secondo libro di Jordan Peterson, arriva in un momento di enorme celebrità dell’autore, oggetto di dibattito per le sue posizioni sul politicamente corretto e seguito da milioni di persone su ogni media. Chi non lo conoscesse, soprattutto in Italia, non tradirebbe alcuna ignoranza ma potrà trovare miriadi di informazioni e discussioni sull’autore cercando su Google, soprattutto in ambienti anglosassoni. Per presentazioni biografiche rimandiamo a quelle, concentrandoci invece sulla recensione del libro che si sposa con la sua attività di psicologo clinico e di carismatica guida nei suoi podcast. Il successo di Peterson può essere ricondotto alle seguenti ragioni: si trova a comunicare a una generazione che pone al primo posto la tolleranza, valore che se vissuto senza sufficiente consapevolezza può far cadere nel relativismo. In un mondo in cui come mai prima si sono attenuate moltissime strutture sociali: religioni, partiti, sindacati, paradigmi familiari e lavorativi. Umanità precarizzata ma dotata di nuovi strumenti in grado di annullare tempo e distanze, e anche per questo portata a sviluppare rapidamente assuefazione quasi a ogni cosa. Bombardata da modelli di successo, di vite almeno apparentemente felici, continuamente misurata nelle proprie capacità sociali attraverso follower, reaction e commenti. Per questo più sola e impreparata ad affrontare la sofferenza, quando arriva, spesso senza reti di protezione e supporto. Molte persone di questa generazione si trovano per la prima volta a sentire il bisogno di regole. Non è un caso che molti dei suoi giovani fan nei commenti descrivano Peterson come una vera e propria figura paterna. Le 12 regole sono trattate con notevole approfondimento, dovizia di aneddoti e soprattutto riferimenti alla cultura tradizionale e al mondo della natura, con una sottile ironia come sfondo costante. Si basano sull’idea che nell’esperienza umana il mondo si divida tra ordine e caos, senza assolutizzarli rispettivamente come positivo e negativo, proprio come nello yin e nello yang. Il filo che lega ciascuna regola è invece l’idea che per evitare di cadere nel fanatismo collettivo o nel nichilismo individuale, ogni persona debba costantemente spingere le proprie possibilità al confine tra “ordine e caos”, per come intesi nel libro, assumendosi integralmente e coscientemente il peso della propria vita, nella società e rispetto al mondo. Affrontare quello che gli sceneggiatori chiamano il percorso dell’eroe. L’obiettivo dell’essere umano non può essere la felicità (“Happiness is a pointless goal”) ma esperienze dense di significato, rese tali dall’assunzione di responsabilità. Dopo un lungo periodo di ascesa di intellettuali impegnati a destituire tradizione e religione (Richard Dawkins, Sam Harris, Steven Pinker e il più classico Chomsky per citarne solo alcuni) Jordan Peterson riscopre e reinterpreta antichi miti e valori dell’esperienza umana. Anche senza apprezzare necessariamente il Peterson “intellettuale politico”, è possibile trarre dai suoi scritti più che dai suoi video un profilo intellettuale conservatore all’altezza del dibattito del 21esimo secolo. E fare tesoro dell’esperienza di uno psicologo clinico in grado di indicarci antidoti contro il nostro caos o più spesso ricordarci, dandogli nuovo smalto, insegnamenti che razionalmente sentiamo già di possedere ma che nuove interpretazioni possono aiutarci ad applicare davvero.Stefano Leanza -
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Sostiene PereiraQuesto breve romanzo contiene molte delle cose che mi appassionano: la riflessione sulla storia e sul proprio posto nel mondo, il ruolo della politica, Lisbona. Un personaggio dolente e meraviglioso, o meglio meravigliosamente umano, è però il pregio maggiore del libro.Marco il Nero -
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L’isola del tesoroUn libro che ha formato la mia gioventù, e che ho letto decine di volte, ogni volta sognando di essere anche io un ragazzo coraggioso, pronto a rubare un'intera nave da soloMarco Cappelli -
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Maus“Maus” è un fumetto che racconta di una storia familiare intimistica, che pure appartiene all’umanità tutta. E’ la storia dell’autore alle prese con il racconto dell’olocausto della sua famiglia di origine. Il racconto vive attraverso le parole del burbero – e piuttosto insopportabile! – padre, Vladek Spiegelman, ebreo polacco sopravvissuto ad Auschwitz, mai ripresosi dal suicidio dell’amatissima madre dei suoi figli, Anja, anch’essa sopravvissuta ai campi di concentramento nazisti, e dallo sterminio della sua famiglia. Nel racconto di Art Spiegelman, gli ebrei sono topi e i nazisti sono gatti, con una metafora semplicissima, quasi bambinesca, eppure molto evocativa. Il racconto della Shoah da parte di Spiegelman è crudo, crudele, eppure non ci risparmia momenti di pura umanità e coraggio. Meravigliosa l’idea di includere, quasi verso la fine del racconto, una foto del giovane Vladek, così come conservata dalla fragile e dolce Anja. “Maus” è talmente bello che è stato il primo nel suo genere a vincere un Pulitzer nel 1992, a ricordarci che il fumetto può essere arte e a volte anche letteratura.Vanessa Sebastianutti -
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Carmina. Il libro delle poesie.Catullo di solito a scuola passa come il poeta dell'amore, nonché l'autore di una delle poche poesie in latino che almeno qualcuno ha imparato a memoria: Odi et amo... Invece, scrive Nicola Gardini nell'introduzione alla (bella) edizione Feltrinelli, e io da povero scemo qual sono mi permetto di essere d'accordo, Catullo non è questo o almeno non è *solo* questo. Catullo è il poeta della perdita: la perdita della donna amata e dei baci del fianciullo prediletto, certo, ma anche la perdita dei valori della Repubblica, fatti a pezzi da Cesare e dal genero Pompeo ("Perdidistis omnia!"), del fratello che a lui, proprio a lui la sorte ha strappato ("Fortuna mihi tete abstulit ipsum"), e della propria identità, di uomo e di maschio, come Attis evirato che viaggia sull'alto mare, ma in generale di tutto ciò che lui, Gaio Valerio Catullo, è ed è stato, lui donna, lui adolescente, lui fanciullo, come esprime in alcuni dei versi più belli della poesia latina e non solo di quella latina: ego non quod obierim? ego mulier, ego adolescens, ego ephebus, ego puer, ego gymnasi fui flos, ego eram decus olei... L'edizione Feltrinelli curata da Gardini offre, oltre all'introduzione da cui (indegnamente) proviene quasi tutto quello che è scritto qua sopra, una rinnovata traduzione in versi ad opera dello stesso Gardini, che riesce ad essere fedele al testo originale pur mostrando una propria, autoriale bellezza.Barbaking -
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Holy BibleNella Bibbia c'e la storia umana, gli archetipi di Oriente ed Occidente, ogni sentimento che alberga nel cuore dell'uomo. Da leggere per comprendere e comprendersi.Valeriav -
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Tucidide. La menzogna, la colpa, l’esilio"La Ricostruzione Scrupolosa della Conoscenza del Passato" Noi spesso pensiamo, sbagliando, che di alcuni elementi importanti, anche fondamentali, del passato sia noto, se non tutto, il più. Frequentemente non è così, la nostra conoscenza è assai meno completa e certa, e questo libro lo dimostra. Della biografia del fondamentale e più grande storico, di un autore ininterrottamente famoso nei secoli, non sappiamo quasi nulla. Abbiamo pochi punti fermi, ed è probabile che le ricostruzioni biografiche contengano errori essenziali (un esilio che non sarebbe mai avvenuto, ad esempio) fin dall'epoca alessandrina. Quest'opera – scritta a valle di decenni di innovativi studi canforiani sulla questione tucididea - riesamina minutamente quanto sappiamo e quanto nei secoli si è creduto di sapere, cercando di discriminare ciò che è certo da ciò che non lo è. In questa operazione, Luciano Canfora mostra la competenza del filologo di vaglia, l'intelligenza della persona acuta, la polemica ironica dello studioso appassionato. Canfora dispiega una padronanza della materia che appare assoluta, con citazioni che spaziano senza limiti tra gli studiosi e le epoche e un dominio totale e intelligente della lessicologia oltre che, naturalmente, della storia. Quest'opera è un esercizio di alto livello di "ricostruzione della conoscenza": ricomporre per mezzo della ragione e dello studio dettagliato eventi, personaggi, decisioni che furono quasi 2.500 anni fa e i cui contorni, talvolta perfino la cui intima natura, non conosciamo più completamente, ma solo per testimonianze parziali e imprecise. E questi eventi, personaggi, decisioni hanno ancora da dirci tanto, sulle società degli uomini, sul potere, sul sorgere e il disfarsi di strutture sociali e politiche, sui moventi e l'arte di chi racconta e tramanda tutto ciò. Il testo appare per lo più molto convincente, quanto meno per logicità e verosimiglianza delle ipotesi proposte, anche se, a mio avviso, sono e restano insufficienti le informazioni disponibili per conseguire una ragionevole certezza sui dati biografici mancanti. E infatti Canfora soprattutto critica luoghi comuni biografici in essere da millenni ma che, alla luce della sua analisi serrata, appaiono effettivamente improbabili. Si leggono alcune cose interessanti, ad esempio sulla possibilità che l'opera di Tucidide sia arrivata a noi collazionata e pubblicata da Senofonte, che sarebbe l'autore del cosiddetto "secondo proemio" del V libro e le cui Elleniche sarebbero una prosecuzione del lavoro di Tucidide al punto che i primi libri sarebbero in realtà tucididei, almeno per il materiale di base: il tutto si sarebbe confuso a seguito delle vicende materiali dei manoscritti. Si colgono tangenzialmente alcune informazioni storiche importanti, che personalmente conoscevo meno in dettaglio, ad esempio sulla pace di Nicia o sulla violenza dei rivolgimenti politici ateniesi del 411 e del 404-403. Molto interessanti le riflessioni - molte delle quali nelle prime pagine - sul pensiero politico di Tucidide, assai critico della democrazia, sulla evoluzione di questo pensiero, sulla sua lettura della figura di Pericle e del rapporto ambiguo di quest'ultimo con la democrazia (campione democratico, che però fu di fatto un princeps). Lo stile è quello classico di Canfora: colto, non molto leggero ma chiaro, spesso piuttosto divertente per la sua ironia. C'è anche il tipico vezzo canforiano di citare brani - anche estesi - da molteplici lingue, antiche e moderne, senza preoccuparsi di tradurle. Numerose le note. La lettura è consigliata agli appassionati di storia e storiografia o letteratura greca. Per apprezzare, è necessario un interesse per il tema e un buon bagaglio di conoscenze classiche, che permettano di contestualizzare quanto si legge, dato che il contesto, le vicende, le figure storiche richiamati sono dati quasi interamente per scontati.Marco Rossi -
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La svastica sul soleDivorato in una sera.FV -
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Steve JobsUna biografia consigliata ai nerd dell’elettronica e a chi, come me, è appassionato di information technology. Nel libro vengono approfonditi i dettagli tecnici delle rivoluzionarie invenzioni Apple ma vengono anche rivelati i dettagli più intimi, ironici e strambi del grande Mr Jobs. Un consiglio pratico: io l’ho letto durante l’estate, perché trovare il tempo per un libro di più di 600 pagine diventava ardua!Lovereading -
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Memorie dal sottosuoloUno a caso tra i suoi che ho apprezzato. In genere leggo le storie brevi, tranne “L’Idiota” e “I demoni”, perché poi leggerlo diventa pesante. Andrebbe bene anche “Le notti Bianche”.pietromons79 -
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I Vicerè"Una pessimistica visione degli uomini" "I Viceré" è certamente opera di rilievo nella storia letteraria italiana, meno conosciuta e meno letta di quanto meriti. Assai ben scritta, ben raccontata, avvincente, anima personaggi forti e memorabili, con più di un protagonista e altri attori subito in secondo o terzo piano, dimostrandosi esempio particolarmente riuscito di romanzo corale. E' un'altra opera di pregio proveniente dalla Sicilia e in Sicilia ambientata, negli anni del passaggio dal regno borbonico a quello italiano, costituendo in un certo modo un dittico con il - notevolmente posteriore e viene da pensare debitore - "Gattopardo" di Tomasi di Lampedusa. Come "Il Gattopardo", offre una rappresentazione non convenzionale e non retorica della storia patria, tanto più notevole in quanto scritta in un'epoca - la fine dell'Ottocento - ancora, invece, sommamente retorica. La Storia succede, si sviluppa, e i personaggi ci si muovono dentro, come qualcuno che rimane a galla in un fiume che scorre. E quella rete di azioni e soggetti in cui si muovono - visti da vicino - sono diversi da quello che sembra da lontano. Scompaiono la grandiosità, l'epica, rimangono le piccinerie, le mistificazioni, i piccoli calcoli, le private ambizioni, in qualche caso le frustrate illusioni. Nulla è nobile, tutto si rivela meschino, o tremendamente ingenuo, in una terra dove - alla fine - nulla cambia, non davvero almeno, anche qui, come poi in Tomasi. Ma l'oggetto principale del romanzo non è la Storia, non è neppure la Sicilia. Sono gli uomini, quali espressioni dell'umanità generale. Dai più entusiasti lettori de "I Vicerè" mi è capitato di sentire proposti paragoni tra l'opera di De Roberto e quella massimamente famosa del Manzoni. Ecco, su questo dissento. L'opera del De Roberto, molto pregevole, non ha in sé quella varietà di casi e fenomeni umani, belli e brutti, che - nella maestria del Manzoni - tutti insieme, e raccontati con varietà di toni, compongono il capolavoro. De Roberto presenta una grande varietà di figure umane, tutte verosimili, tutte caratterizzate con grande abilità, ma, in fondo, il suo è lavoro più monocromo rispetto a quello del Manzoni. De Roberto, infatti, propone un'umanità avida, spesso ipocrita, spesso attaccabrighe, frequentemente piccina, talvolta ambiziosa, talaltra patologicamente illusa, quando non vicina alla follia o quantomeno lontana dalla "normalità"; non mancano figure di una fragilità anch'essa eccessiva, non sana. E' un po' come se ne "I Promessi Sposi" fossero presenti solo l'Innominato, don Abbondio, il Conte Zio e pochi altri. Ma anche solo con l'Innoniminato, don Abbondio e il Conte Zio "I Promessi Sposi" sarebbero opera pregevole, e così è per "I Vicerè", che in bello stile, in bella - e ricca e in parte inconsueta - lingua racconta una storia in sé privata di questioni familiari, e di ambizioni private e pubbliche che emergono e lottano con differenti fortune per farsi largo. Offre una rappresentazione potente, per quanto limitata, dell'umanità, visione certo non positiva e in fondo disperante. E' un romanzo nel quale non si salvano niente e nessuno; sapendo questo, va letto. Il lettore interessato di Storia vi troverà per di più un interessante racconto di Catania, della Sicilia, per certi aspetti dell'Italia intera tra Borboni e Savoia, con certi memorabili spaccati di vita dell'epoca, atmosfere e intuizioni quasi sociologiche, una visione ravvicinata della grana grossa della politica di quanti "fecero l'Italia", quanto meno nel Sud garibaldino e post-garibaldino. Si ricorderanno i monaci amorali e parassiti del vecchio regime; si ricorderà cos'era una società scossa da frequenti epidemie, come quelle del colera assassino, che proiettavano una frequente incertezza sulla stessa vita, una perenne possibilità di esodo nella campagna per fuggire a un temuto destino di morte. Si ricorderà molto, di questo libro.Marco Rossi -
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Partire leggeri. Il metodo Lean Startup: innovazione senza sprechi per nuovi business di successoThis book has many interesting and – so it seems – useful ideas. It deserves to be read by start-uppers, entrepreneurs and managers. That said, I had the impression that its content could have been concentrated into an excellent HBR-like article and that the general tone of the writing is too enthusiastic and too much into the “I am the prophet that explains you everything you need to know to succeed” mode, which is typical of many business books. Generally speaking, the Lean Startup method is a sort of extension to the management of innovation of the Lean Manufactory method introduced by Toyota. In fact, it shares with the Lean Manufactory model the aim of eliminating waste in product development, in product launches and in their marketing, so to avoid to end up perfectly executing wrong plans. The book also reconsiders Taylorism, acknowledging the huge value of that revolution, but also illustrating where Taylor might have not been fully understood and followed by businessmen and managers after him, as well as where Tayorism has to be integrated with next developments in management. My take-aways: -> “The Audacity of Zero”: “The irony is that it is often easier to raise money or acquire other resources when you have zero revenue, zero customers, and zero traction than when you have a small amount. Zero invites imagination, but small numbers invite questions about whether large numbers will ever materialize.”; -> Detailed planning works only in an environment with a long and stable operating experience; -> Innovation must be executed through quick business cycles, made of the Build → Measure → Learn sequence; -> It is central to test the assumptions of each idea through these cycles, testing them through Minimum Viable Products, developed just enough to have a meaningful result from the test; -> Among key assumptions: “what is the value brought by this innovation/ product” and “how will the growth work”: defining them is truly important, but “analytical paralysis” must be avoided in this phase; -> For the assumption on value, identifying the “customer archetype” is very helpful; -> For the assumption on growth, four possible dynamics must be considered: word of mouth, a side effect of using the product, paid advertising, repeat use. Those dynamics combine into three engines of growth: the sticky engine of growth, when churn rate is lower than customers acquisition rate; the viral engine of growth; the paid engine of growth. More engines of growth can operate at the same time, but successful companies tend to focus on one of them; -> To be able to learn from the test, it is essential to focus on the right metrics, that must be actionable; Ries introduces a nice wording for other metrics that might be very tempting for process owners, but actually useless or even misleading: vanity metrics; -> To really understand what happens, the “5 Whys Analysis” can be extremely effective: asking why something happened 5 times in a row, therefore moving from the immediate cause to the real, fundamental and less immediate one; -> Developers must be ready to learn which assumptions are correct (and to proceed with the plan) and which ones are not (and to change the plan accordingly, also signficantly, with a pivot); -> Such a process - which might seem less efficient - allows to avoid executing perfectly and entirely wrong plans, testing them only when they are completed in every detail and launched at full scale (which, if the plan was based on wrong assumptions, would be clearly less, not more efficient). Such a process is associated with “small batches” in product development and deployment; -> “If you can't fail, you can't learn”. A few final notes. There is a key caveat at the end, that also hedges a risk here and there looming into the book: what is described in this book is an approach: it must not become a pseudo-science, like business management sometimes does, ending up following dogmatic routines which are not actually able to grasp and create all the potential hidden value. Also, it is really interesting to read the author's acknowledgments section at the end of the book. It makes very clear to the reader what an ecosystem of universities, foundations, companies and venture capitalists is working synergically today for the purpose of allowing innovation to be developed and unleashed. Also, the names and surnames of all the people mentioned by the author show with no possibilities to be misunderstood what a melting pot is innovation in America today, it being able to attract and catalyze talents from all the world, immigrants themselves or sons and daughters of people who converged there from any corner of the planet.Marco Rossi -
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I fratelli KaramazovDostoevskij non si limita a narrarci un magnifico thriller, ma ci fa un compendio di Fede, Passione e Ragione.Marco Cappelli -
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History of the GothsLa Bibbia sui Goti come Maenchen-Helfen è la Bibbia sugli Unni. Ricostruisce l’intero percorso della storia gotica, dalle origini mitiche ai regni storici da loro costituiti. Preziosissimo per comprendere il mondo dal punto di vista dei Goti e della loro cultura, per capire l’origine dei Visigoti e degli Ostrogoti e per capire in che modo si relazionarono con l’Impero Romano. In generale è un ottimo complemento ad Heather per comprendere tutta la storia del Tardo Impero. [Recensione originariamente pubblicata nella pagina "Fonti" del sito di "Storia d'Italia": link sottostante]Il Miglior Nemico di Roma - Marco Cappelli -
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La battaglia Storia di WaterlooL'ideale sarebbe far leggere il libro ad una persona che non "conosca" l'esito finale della battaglia..La maestria del'autore è anche nel "come" narrare la storiapepe -
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La Manomissione delle Parole"Deludente" Di Carofiglio avevo letto e apprezzato "L'arte del dubbio". Mi ero quindi avvicinato ben disposto a questo testo. L'oggetto è d'altronde promettente: il valore delle parole, del loro significato, la messa in guardia dalla loro banalizzazione e svilimento. Le prime pagine lasciano viva la speranza che sia un buon libro, ma poi la qualità delude alquanto. Sembra che l'autore dovesse scrivere, ma senza ispirazione. Il tutto diviene una specie di mediocre tema del liceo, con considerazioni rapsodiche piuttosto soggettive e poche idee interessanti o anche solo sorprendenti. Da un certo momento in poi il tutto precipita in una polemica antiberlusconiana anche piuttosto esagerata, troppo immersa nelle passioni - eccessive - dei giorni in cui il libro venne scritto e che già oggi quindi non ha niente da dire. Ci sono invero qua e là citazioni (moolto estese, in qualche caso) di grande valore; ma non si può certo dare merito a Carofiglio di quanto scrisse Gramsci, per esempio. Il tutto si risolleva un po' nella seconda, assai più breve, parte, relativa al linguaggio giuridico, nella quale sostanzialmente si invita a distinguere tra tecnicismi (buoni) e pseudotecnicismi (cattivi, per il loro significato sociale e politico) e si censura l'abuso di lessico raro e costruzioni ampollose, prolisse, ridondanti e inutilmente complesse, avanzando una critica importante e a mio avviso corretta a un frequentissimo vizio del linguaggio giuridico italiano (ma lo stesso vale per altri campi specialistici), che sembra spesso esprimersi per celare e non per svelare, con il fine di attribuire a chi lo utilizza uno status quasi sacerdotale, mentre questi dovrebbe pronunciarsi "in nome del popolo italiano", e dunque comprensibilmente. Si vede che su questo tema, a differenza che sul resto, l'autore aveva un'idea chiara e dunque ha trovato modo di esprimerla chiaramente. Ma non basta a salvare il libro nel suo complesso.Marco Rossi -
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I Buddenbrook“Il romanzo che cala il sipario sulla Borghesia dell'Ottocento e prelude alla complessità, alla frantumazione e alla rottura dell'equilibrio del Novecento, un capolavoro assoluto, una lettura fondamentale” Lessi “I Buddenbrook” da ragazzo, credo al Liceo. Uno dei primi grandi romanzi, uno dei primi grandi capolavori letterari che affrontai. Da allora, ne ho serbato un ricordo vivido. Ricordo la qualità straordinaria della scrittura, preziosa, curatissima, di esiti felicissimi. Di questo va certamente dato merito, oltre che alla maestria somma di Thomas Mann, all'abilità della sua tradutrice dell'edizione Einaudi del 1967, Anita Rho. Allo stesso modo, ricordo la figura di Thomas, il suo senso del dovere, il conflitto tra il compito e il ruolo da una parte e una ricerca diversa di senso e di scopo dall'altra. Ricerca, quest'ultima, sempre repressa e soffocata - come il suo amore di gioventù per Anna la fioraia - al fine di adempiere alla propria missione per la famiglia. Ricordo dunque la sua tragedia, ma una tragedia ben diversa da quelle classiche, una tragedia che si potrebbe definire anti-eroica, quasi fiacca nella sua rassegnazione. Una tragedia fatta di rovesci, anche accenni di umiliazione per il protagonista, divorato, finanche al di là dell'effettivo merito degli eventi, da una crescente ansia, da una crescente percezione di inadeguatezza personale al dovere verso la famiglia. Una tragedia che non giunge mai alla catastrofe, se non, forse, nel momento della morte, la somma ironia. E ricordo Hanno, il piccolo Hanno, la sua diversità dal senso del dovere del padre, la sua scelta, la sua abdicazione agli obblighi verso il destino della famiglia a favore dell'Arte, della Musica, in particolare della Musica di Wagner, raccontata in pagine straordinarie per forza, potenza e poesia. Ricordo Hanno e il suo salto verso una vita altra che il padre ha sempre rifiutato, e che tuttavia porta alla fine della famiglia, nel segno della sterilità e della prematura morte. La famiglia, dunque, che certo è l'oggetto del romanzo. La famiglia borghese, alto-borghese per la precisione. L'unità sociale alla base della fioritura economica dell'Ottocento della quale è descritta, come da sottotitolo originale dell'opera, “la decadenza”; decadenza economica, ma non solo, perchè si accompagna alla crescente insoddisfazione, ansia, infelicità dei patriarchi, nel susseguirsi delle generazioni. Ho sempre avuto la percezione che questa non fosse la storia di “una” famiglia, ma una vicenda esemplare che rappresentasse – per sineddoche – la vicenda di una classe sociale, la Borghesia che tocca l'apice e poi declina. La stessa vicenda che è anche vicenda personale, di un figlio della Borghesia che non riesce a esserne fino in fondo padre, Thomas: vicenda umana universale, a ben considerare. Un grande romanzo tedesco, quasi una summa della Germania ottocentesca, della sua storia – vista da una libera città del Nord, facilmente riconoscibile in Lubecca – e della sua vicenda culturale, oltre che politica e sociale. Ma non solo: “I Buddenbrook” è il grande romanzo della Borghesia e della sua Decadenza, il grande romanzo che a inizio Novecento, alla vigilia di trasformazioni immense, chiude l'Ottocento, i suoi splendori, i suoi successi, conduce dal lineare al complesso, dal semplice al frantumato, nel presagio della rottura dell'equilibrio interno agli uomini; rottura che si riverserà, nel Novecento incipiente, su tutto, all'esterno. Un capolavoro assoluto, una lettura fondamentale.Marco Rossi -
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L’imperatore GiulianoChi è Giuliano l'Aposta, il traditore, questa figura strana e quasi fuori posto tra gli imperatori romani non solo dopo Costantino? Dopo la grande trasformazione dell'impero romano Giuliano è una figura contrastante, anche per il suo breve periodo di regno e per il ritratto che l'apologetica cristiana consegnerà ai posteri. Il libro di Ignazio Tantilla è innanzitutto breve, almeno rispetto alle monografie sul tema, quasi a voler cercare di dare un immagine quanto più possibile inparziale, ed è più incentrato sulla dimensione politica più che immersa nelle controversie dottrinarie dell'epoca. Giuliano, diversamente da molti altri imperatori, che hanno una connotazione geografia precisa, incarna in sé proprio l'ambivalenza del mondo occidentale e orientale che sono al limite dell'imminente separazione. E' infatti figlio di secondo letto di Giulio Costanzo, cugino di Costantino. Quindi se il fratellastro viene dall'unione del padre con una nobile di stirpe senatoriale romana, Giuliano è invece figlio di Basilina, nobile di provenienza del mondo greco orientale. E questo segnerà profondamente il futuro imperatore. Egli infatti, dopo un infanzia drammatica, segnata dalla morte dei suoi familiari nell'ottica di una preminenza del ramo principale dei costantinidi, diviene ostaggio del volere del cugino, che lo assegna alla tutela ed educazioni di varie figure tra cui vescovi e maestri. Dalla prima infanzia quindi, nell'isolamento, è immerso negli studi della cultura classica, e non riuscirà, come invece faticosamente si stava iniziando a fare nel nuovo mondo cristiano, a conciliare la nuova religione con la tradizione millenaristica culturale di cui era imbevuto, ossia con quella paideia greco romana in cui divinità, sapere, conoscenza e società erano un sistema coordinato che regolavano tutto l'universo antico, in armonia regolata tra uomo cielo e natura. L'imperatore filosofo quindi, prima di essere associato come cesare da Costanzo II, con un ruolo per lo più di rappresentanza senza potere effettivo, frequenta le grandi città greco orientali sempre a contatto con le più avanzate scuole di filosofia, retorica ed eloquenza, alla ricerca del sapere ultimo e completo. Ed in quel mondo, il IV secolo, in cui la nuova religione è in antitesi col vecchio sapere multipagano, in cui ancora il primo non si è completamente affermato e lo è soprattutto nelle elite culturali, c'è uno spazio ancora molto grande tra i due opposti. Giuliano una volta al potere cercherà allora di ripristinare il vecchio, perché il nuovo Dio mal si concilia con il sapere secolare, anzi ne auspica una cesura netta. Non c'è dialettica tra i due mondi e quindi il primo deve essere completametne abbandonato e oscurato. Deve essere talmente negato da farne sparire dalla faccia della terra ogni traccia. E questo tentativo oscurantista del nuovo pensiero religioso provoca in giuliano una reazione uguale e contraria, tanto da arrivare a proibire con un editto l'insegnamento della nuova paideia cristiana. Ma sarà una battaglia persa, perchè per quanto il filosofo impari a maneggiare le armi nel suo ruolo di Cesare in Gallia, troverà la morte nel 363 nella spedizione contro il grande nemico orientale, la Partia. Ed è una morte confusa nella leggenda, perché in una banale scaramuccia durante la ritirata dell'esercito da senofonte, troverà la morte colpito da un giavellotto, che storici antichi e moderni sospettano sia partito dagli stessi romani. Incidente o complotto? Intrighi di palazzo politici o religiosi? E' una domanda che non ha una risposta definitiva, ma riporta ad allusioni, sospetti.antoniusblock4 -
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Budapest e UngheriaUna buona guida, sintetica, ma che offre le informazioni utili per preparare e gestire efficientemente il viaggio; segnala non solo i monumenti, ma anche hotel, ristoranti e bar, locali ecc., fornendo per lo più buone valutazioni sul loro valore. Molte soluzioni aiutano una consultazione rapida, dalla proposta di itinerari per il turista agli elenchi di luoghi da non perdere, alla segnalazione di attività da svolgere. Ci sono infine brevi ma efficaci approfondimenti sulla storia, la cucina, la cultura, e su alcuni selezionati monumenti. Insomma, una Lonely Planet.Marco Rossi -
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Storia Sociale dell’Impero Romano"Quel che non sai della vita nell'Impero Romano" Un libro interessante nei contenuti, anche se la scrittura potrebbe essere migliore. Tratta la struttura politica e economica dell'Impero, nonché aspetti salienti della società (famiglia, religione ecc.). Ne emerge un quadro non scontato, dal quale passa chiaro il messaggio che - nonostante la mole di testimonianze archeologiche e letterarie - molti sono gli aspetti della società romana a noi noti solo a grandi linee. Il forte ricambio delle elite centrali, l'alto senso dello status sociale che pervadeva le città dell'Impero ed era il motore della loro vita politica, il governo provinciale ai tempi del Principato leggero e per certi aspetti rudimentale, la famiglia la cui vita pratica era lontana dal conservatorismo della legge con i relativi poteri vitae necisque ancora formalmente riconosciuti al pater familias fino a Adriano, i collegia - associazioni di gente comune - e il loro ruolo nella vita comunitaria civica e in particolare plebea sono solo alcuni degli spunti del libro. Spunti dai quali si intuisce una società vibrante in molti luoghi e tempi, arcaica e di mera sussistenza in altri, una molteplicità di destini, aspirazioni, interessi, gratificazioni cercate o mancate, insomma la quotidianità protrattasi per secoli di moltitudini di vite ormai dimenticate. Un rimando a Roma e all'Impero quali erano oltre le battaglie, i monumenti e gli imperatori. Una pagina lunga e articolata nella Storia degli uomini.Marco Rossi -
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The Jungle BooksSebbene sia inserito tra i libri per l'infanzia ( ed infatti l'ho letto la prima volta a 7 anni) , i Libri della Jungla sono qualcosa di più profondo come ho potuto constatare nel rileggerlo più volte in diverse fasi della vita. Dentro ci sono soprattuto il tema della libertà e della legge.Francesca M. -
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Dune"Un capolavoro maestoso, un intero affascinante universo" Lessi “Dune” da ragazzo, non ricordo più se alla Medie o al Liceo. Già avevo letto molto di Asimov, ma in qualche modo venni a conoscenza di questo libro che era considerato l’altro grande capolavoro della fantascienza, forse l’unico paragonabile alla Trilogia della Fondazione, e quindi me lo assicurai, nella per me pregevole edizione Cosmo Serie Oro di Editrice Nord, una serie ben nota agli appassionati di fantascienza italiani e stimata dai più. La lettura non deluse le aspettative. Come spesso si dice, ed è assolutamente vero, Herbert riuscì a costruire un intero universo in sé coerente, tremendamente affascinante e suggestivo. Un universo abitato da una civiltà multiplanetaria, e quindi futuro, ma che presupponeva ed echeggiava dei grandi momenti della storia umana, tra Impero, Case, religione, guerre sante… un futuro che sapeva ora di antichità, ora – spesso – di medioevo, con un risultato complessivo che mi suggeriva il Fantasy, genere che tuttavia non conoscevo – e non conosco – quasi per nulla. La scoperta della struttura estremamente complessa e della cultura estremamente composita di questo universo, attraverso il racconto e attraverso le appendici e il glossario finale, era appassionante. Alcuni personaggi (gli Harkonnen, il Duca e il suo tragico destino, Lady Jessica, madre e sorta di sacerdotessa, Duncan Idaho, Chani, e – sopra tutti, naturalmente – Paul Atreides) mi sono rimasti nella memoria, così come la storia a grandi linee e la forza del duro ambiente desertico di Dune. Soprattutto, del libro mi colpì l’abilità nel dipingere un enorme affresco - fatto di storia pregressa, istituzioni, ambienti, situazioni, caratteri, razionalità e fattualità ma anche psicologia, spiritualità e mistero - nel quale una individualità innesca una scintilla da cui scaturisce un movimento di massa che stravolge tutto, compiendo l’impensabile. Ho sempre trovato forti analogie – alcune esplicite – tra Dune e la genesi dell’Islam, che nasce dal deserto; i Fremen per me erano una sorta di Beduini. Trovai inoltre estremamente stimolante l’ipotesi sul futuro dell’umanità, l’evoluzione delle religioni, il Jihad Butleriano come momento di svolta che cambia la traiettoria del progresso tecnologico: grande ammirazione per la mente di Herbert capace di concepire tutto questo, e grande apprezzamento per la migliore fantascienza, che permette di pensare con occhi nuovi, fuori dagli schemi, permettendo così di capire di più del nostro mondo, mentre ne descrive uno di invenzione. Anche la scrittura di Dune mi colpì. Ricordo un effetto complessivo maestoso, che fluiva come un grande fiume, eccezionale nella creazione di atmosfere e suggestioni. Efficaci gli inserimenti di estratti da opere seguenti i fatti narrati e che ne parlano, tecnica non inedita, già utilizzata per esempio nella Fondazione di Asimov con gli estratti dell’Enciclopedia Galattica, che qui riesce a rendere ancor più forte la sensazione di trovarsi in un universo completo. Abbondanti i dialoghi, ficcanti, e frequenti le esplicitazioni dei pensieri dei personaggi, che giocano un ruolo chiave nell’opera. Insomma, non una lettura “leggera”, non particolarmente veloce, più impegnativa rispetto alla Fondazione di Asimov, ma non difficile o sgradevolmente faticosa: una esperienza potente. A un neofita di fantascienza consiglierei di affrontare Herbert dopo Asimov, ma a tutti consiglio di leggere, a un certo punto, questo capolavoro. PS1: ricordo che poco dopo giocai per qualche tempo a un videogioco su Dune; mi divertiva, mi riportava all’atmosfera di Dune, ma – mi pare – non lo finii, a un certo punto arrivavo in una situazione da cui non crescevo più, non andavo più avanti; almeno così mi sembra di ricordare. PS2: ho appena visto al cinema il primo film di Villeneuve su Dune: mi è piaciuto moltissimo. Credo che sia riuscita la difficilissima impresa di rendere pienamente l’atmosfera e la storia del libro: raccomandato!Marco Rossi -
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The Social War, 91 to 88 BCE. A history of the Italian insurgency against the Roman RepublicLa mia principale fonte per il podcast “Guerre incivili”, l’opera di Christopher J. Dart è davvero encomiabile ed è un vero peccato che non sia tradotta in italiano: è, per quanto ne sappia io, l’unica opera storica contemporanea dedicata alla Guerra Sociale, un evento che merita a mio avviso molta più attenzione da parte degli storici italiani, e in generale del grande pubblico, in quanto è il vero punto “di non ritorno” dell’evoluzione della penisola italiana: da una collezione di città-stato confederate con Roma ad uno stato unitario (quasi proto-nazionale), da un sistema politico repubblicano piuttosto stabile, ad uno nel quale la violenza politica è ormai endemica. Si tratta di un saggio agevole e documentatissimo: è di appena 250 pagine, ma racchiude davvero tutto quello che è necessario conoscere sulla guerra sociale. La prima parte (la più ostica) rivede la storia della storiografia sulla guerra sociale. Il secondo capitolo è una disanima delle varie fonti antiche sulla guerra sociale (per me fondamentale per poi andare a leggerle tutte!). Molto interessante il passaggio sui vari nomi della Guerra Sociale. E’ un po' data per scontata una conoscenza della struttura politica della Roma repubblicana (che ho narrato nell’episodio “La Repubblica” del podcast), quindi vale la pena rinfrescare la memoria a riguardo prima di leggere il libro. Il resto del libro segue la struttura che ho voluto dare anche a “Guerre incivili”: prima un’analisi degli eventi del II secolo a.C., poi una disanima degli eventi immediatamente precedenti allo scoppio della guerra (centrati su Livio Druso). Nei seguenti capitoli, Dart ricostruisce sapientemente il complicato puzzle militare della guerra, dal 91 all’88, senza mai abbandonare lo sguardo sull’evoluzione politica a Roma e il passaggio delle varie leggi che estendono la cittadinanza alle comunità italiane. L’ultimo capitolo analizza invece l’importanza delle questione rimaste aperte della guerra sociale nei decenni seguenti (dall’88 al 70) relative soprattutto al suffragio, la possibilità per gli italiani di votare nelle elezioni romane. In generale, è uno sguardo molto innovativo e dettagliato sulla guerra sociale, sui suoi antefatti e sulle sue conseguenze. Un’ottima lettura, che però necessita di una buona conoscenza del contesto di base. Strepitosa bibliografia. [Recensione originariamente pubblicata nella pagina "Fonti" del sito di "Storia d'Italia": link sottostante]Roma vs. Italia - Guerre Incivili -
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The Logic of Collective Action: Public Goods and the Theory of GroupsA Mises mancava una vera teoria politica. Con Olson ho iniziato a costruirmene una. Il coronamento degli studi di Olson è poi "The rise and decline of nations", che trae le conseguenze più importanti dal primo.pietromons79 -
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IliadeRacconta il mito che Protesilao, principe di Tessaglia, fu il primo guerriero acheo a morire sulla spiaggia di Troia. Da allora, prosegue il mito, un ciliegio, sorto su quel suolo, fiorisce ogni anno solo dal lato che guarda alla Grecia. Il racconto di Omero comincia dopo dieci anni da questo episodio, che segna tragicamente l’inizio della Guerra di Troia. La storia degli ultimi 50 giorno del decimo anno di assedio della città-fortezza sulle coste dell’Asia Minore è la narrazione di una terra eroica e di un cielo capriccioso. E’ la storia di un conflitto atavico, quello tra Occidente e Oriente, tra potere e sentimento, fortuna e strategia. Un conflitto fratricida nel quale i ruoli di vincitori e vinti si confondono fino a capovolgersi completamente. Ettore e Achille sono i due antagonisti del poema epico. Ma è Ettore, il principe troiano, strenuo difensore della propria città, il vero protagonista. Ettore che, prima di andare a morire per mano di Achille, saluta per l’ultima volta la moglie e il figlioletto con struggente commozione, raccontata in versi di un’umanità e finezza sorprendenti. Non è certo facile descrivere in poche righe un’opera che ha contribuito a gettare le fondamenta della cultura occidentale. Certo è che non deve stupire che dopo migliaia di anni siamo ancora qui, a narrare le gesta del Pelide Achille, l’uomo più invincibile della Grecia, uomo fragile e amico fedele, a commuoverci per l’infausta sorte di Ettore, marito dolcissimo. Sono versi ancestrali e per questo moderni, quelli dell’Iliade. Un classico senza tempo. Da rileggere e recitare per strada, mentre si cucina o in metropolitana in particolare il Proemio, idealmente nei versi del Monti.Vanessa Sebastianutti -
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Elementi di Diritto Romano"Buona struttura, ma editing inadeguato" Premetto che ho letto questo libro per interesse personale, non per esigenze di studio. Anche la valutazione, quindi, non lo inquadra come strumento di preparazione a un esame. Ho trovato il volumetto di adeguata estensione e buona costruzione per un primo approccio al diritto privato romano. Di quest'ultimo emerge bene la dimensione storica, vale a dire la profonda evoluzione che lo ha trasformato nei secoli, dall'epoca arcaica - con frequenti quanto concisi approfondimenti sulle ipotesi storiografiche e sociologiche che tentano di spiegare le più antiche forme del diritto dei Quiriti, ai nostri occhi spesso bizzarre, per quanto suggestive - a Giustiniano, che ancora introduce innovazioni di alta sofisticazione giuridica, adeguate a una società sviluppata, direi avanzata, ben differente da quella "decadenza" che - parlando del pur travagliato e luttuoso VI secolo - frequentemente estendiamo un po' troppo automaticamente anche all'Oriente. Il lettore riesce, attraverso una rassegna che pare piuttosto completa delle varie branche del diritto privato, così come della procedura, a intuire l'accesa vitalità della civiltà romana, il fiorire dei commerci, lo sviluppo della proprietà, l'espandersi dei contatti, delle relazioni, degli accordi e degli scambi interpersonali, riesce insomma a intuire la grandezza quotidiana di Roma. Si impone infine all'evidenza, e non potrebbe essere altrimenti, la linea di continuità profonda, impressionante tra le elaborazioni giuridiche romane e il diritto privato dell'Occidente odierno, e ormai sotto molti aspetti dell'intero pianeta.Marco Rossi -
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Abissi d’Acciaio"Avvincente food for thought per un ragazzo, indimenticato" Lessi "Abissi d'Acciaio" da ragazzo. Conoscevo già Asimov, avendo avuto la fortuna di iniziare a leggerlo dal Ciclo della Fondazione, proprio da "Cronache della Galassia", per la precisione. Con "Abissi d'Acciaio", ecco invece il Ciclo dei Robot, che mi pare di ricordare di avere approcciato proprio con questo romanzo. Ricordo una lettura avvincente, un "page turner", come si suol dire, animata, oltre che dalla dimensione di giallo e thriller della storia, dalle folgoranti intuizioni di Asimov sulla società umana, sui meccanismi storici, su alcuni fenomeni psicologici, che sono a mio avviso il maggiore valore dei suoi libri di fantascienza più celebri. Qui si parla dell'introduzione di nuove tecnologie e dell'effetto spiazzante che hanno su ampie fasce di popolazione, che presto sviluppano una profonda diffidenza e una sorda ostilità nei loro confronti; si ipotizza una società che si è letteralmente chiusa all'ambiente naturale, al punto che sostanzialmente nessuno sa stare all'aperto, è solo - densamente - urbana ed è sotto diverse dimensioni collettivista; la si confronta con un modello opposto, che ne è figlio ma ne è diventato l'antitesi e il dominatore e si raccontano le relazioni (tese) in una situazione del genere: tutto food for thought di prima qualità, per un giovane, che fa pensare, sviluppare esperimenti mentali, guardare alle cose da una prospettiva diversa. Poi - certo - ci sono, non solo qui, le Leggi della Robotica, una soluzione di sintesi che ha una sua genialità (<<1 - Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano riceva danno; 2 - Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non vadano in contrasto alla Prima Legge; 3 - Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché la salvaguardia di essa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge.»: sicurezza, servizio, autoconservazione). Non ho più dimenticato il personaggio burbero, non scevro di difetti, che non manca neppure di adottare ipotesi investigative totalmente errate, ma forte per dirittura morale e onestà intellettuale, che lo portano anche a cambiare profondamente le proprie convinzioni, di Elijah Baley (che mi pare di essermi sempre immaginato con le fattezze di Clint Eastwood), più ancora del personaggio di R. Daneel Olivaw (che mi pare di essermi sempre immaginato - un po' impropriamente - con le fattezze di Data, dalla saga di Star Trek). Se vi piace pensare da differenti prospettive, confrontarvi con una mente fervida brillante di intelligenza quale quella di Isaac Asimov, ma anche intrattenervi, leggetelo, e, soprattutto, fatelo leggere ai vostri figli giovani.Marco Rossi -
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Il Grande GatsbyLessi “Il Grande Gatsby” anni fa. Ricordo una lettura non priva di elementi suggestivi per le atmosfere anni Venti, per alcuni tratti dei personaggi, per la centralità dell’amore per Daisy in Gatsby, per il suo costruire e vivere la sua magnificente ricchezza solo in funzione di lei, del desiderio di impressionarla e piacerle, ma – devo dire – non fu all’altezza delle aspettative, legate alla fama dell’opera. E’ del tutto possibile che ci fossero dimensioni di interiorità e livelli di lettura delle vicende umane oggetto della storia che non colsi perché troppo giovane; forse dovrei rileggerlo, se ne avessi il tempo. Ma ad oggi non è tra i libri che più mi abbiano segnato. E’ comunque un classico della letteratura americana che porta il lettore nei Roaring Twenties, e quindi tutto sommato ne raccomando la lettura a chi se ne sentisse interessato.Marco Rossi -
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GeticaLa “Getica” di Iordanes o Giordane è una delle fonti primarie più interessanti – e più complesse da decifrare – della tarda antichità. Scritto da un monaco ortodosso di etnia Gotica che aveva studiato al monastero calabrese fondato da Cassiodoro – importante ministro della corte di Teoderico – Giordane riassume qui la perduta opera sulla storia dei Goti di Cassiodoro, che aveva messo su carta molte delle leggende del popolo Gotico, unite a vere e proprie fonti scritte contemporanee come Prisco. Le storie sui Goti non possono essere prese alla lettera ma sono l’unica vera fonte che abbiamo su molti eventi del mondo extradanubiano, come la battaglia di Nedao (454). Fornisce anche il resoconto più completo della battaglia dei Campi Catalaunici. [Recensione originariamente pubblicata nella pagina "Fonti" del sito di "Storia d'Italia": link sottostante]Il Miglior Nemico di Roma - Marco Cappelli -
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HHhHLa passione con cui viene narrata tutta la storia del complotto , unita ad una precisione storica rende il libro un romanzo nel termine alto del terminepepe -
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Doctor Faustus"Sotto le aspettative" Sono stato lettore entusiasta de "I Buddenbrook", il capolavoro giovanile di Thomas Mann. Sapendo che questa è un'altra acclamata sua opera, ne ho dunque iniziato la lettura con elevate attese. Tuttavia, queste attese non sono state soddisfatte, anzi: ho trovato il "Doctor Faustus" lento, pesante, noioso, cerebrale.Marco Rossi -
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La tirannia dei valori"La tirannia dei valori" è un interessante pamphlet con cui il giurista e filosofo Carl Schmitt sottopone a critica durissima la cd.filosofia dei valori, della quale (al pari di Heidegger) egli rinviene l'origine nella crisi nichilista del XIX secolo. In estrema sintesi, ad essa il pensatore tedesco non perdona l'aver elaborato una illusoria concezione neutrale dei valori che, egli afferma, altro non farebbe che provocare gli interessi e le convinzioni del singolo. Da profana, ma interessata ai temi propri della filosofia morale, l'ho trovato piacevole e piuttosto fruibile.Vanessa Sebastianutti -
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Sogni di Robot"Food for thought" Isaac Asimov è cibo per la mente. Lessi questa raccolta molti anni fa, da ragazzo, quando già conoscevo il ciclo della Fondazione, mi sembra di ricordare. Le storie sono di lettura agevole e rapida, come è proprio dell’asciutto stile di Asimov, spesso capace di creare con poche secche frasi e con dialoghi serrati un’ambientazione vivida e verosimile, oltre che – naturalmente – “fantascientifica”. Ma non è solo questo il pregio, non è solo la leggibilità suggestiva. Il pregio di tutti i migliori lavori di Asimov, inclusa questa antologia di racconti, è la scintilla dell’intelligenza che viene fatta scoccare qui e lì e che è il vero motore della storia. L’intelligenza di una osservazione psicologica o sociologica, di una dinamica storica riproposta in un contesto (apparentemente) diverso e futuribile, di una ipotesi portata alle estreme conseguenze, di una domanda di cui nessuno conosce la risposta messa al centro della narrazione. Di questa antologia, alcuni racconti mi colpirono con forza, e a decenni di distanza ne ho ancora memoria: in particolare, cito “L’ultima domanda”, un capolavoro, con quel finale indimenticabile, e “Diritto di voto”. Trovai di valore anche le illustrazioni di Ralph McQuarrie, suggestive e non scontate, eppure appropriate, in grado di aggiungere una sfumatura in più, inattesa, all’esperienza della lettura.Marco Rossi -
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Il SilmarillionLa base della subcreazione tolkieniana: un'esperienza mistica!Cronache dalla Terra di Mezzo -
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La Ragazza di BubeUn romanzo che parla della staria du una ragazza Mara, tra la resistenza e i primi anni del dopoguerra.Paolamaga -
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Sapiens: A Brief History of HumankindHarari ci dà una visione evoluzionistica dei sistemi culturali umani. Che differenza c'è tra Dio e una S.r.l.? Secondo Harari entrambi sono miti condivisi. I miti però hanno una importante funzione all'interno delle società umane: costituiscono in qualche modo il presupposto per la cooperazione degli uomini. Qual è la miglior cultura quindi? Da un punto di vista evoluzionistico non ci sono dubbi: quella capace di spingere il maggior numero possibile di individui ad uno sforzo coordinato. In conclusione, più una cultura è inclusiva e più ha probabilità di sopravvivere.MichaelSermoneta -
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Canale Mussolini"Canale Mussolini" è uno di quei libri in cui la gioia della lettura e quella della scrittura si rispecchiano così perfettamente da fare della letteratura una vera e propria esperienza di vita. Qualcosa del tutto diverso da una esperienza “culturale”.Carmelo Palma