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"La più potente opera sull'olocausto è una riflessione sull'orrore che è dentro anche le vittime"

E' raro che mi permetta di leggere opere che sono al di fuori della linea temporale del podcast. Ho fatto un'eccezione con "Maus", graphic novel di Art Spiegelman che ho colpevolmente letto solo ora. Ritengo che sia un'opera indispensabile, oggi, più che mai. Innanzitutto perché è forse la più potente storia mai raccontata a riguardo dell'olocausto, ma anche perché riesce perfino ad andare oltre.

Maus racconta la storia di Vladek Spiegelman, sopravvissuto all'Olocausto, attraverso una serie di interviste con il figlio Art. Il tratto "grafico" distintivo di Maus è l'uso di animali antropomorfi per rappresentare i diversi gruppi etnici: gli ebrei sono topi (quasi a voler ribadire tutti i pregiudizi fascisti), i nazisti sono gatti, i polacchi maiali e così via.

Però a mio avviso la grande peculiarità dell'opera non è questa, ma il fatto che sia una storia così chiaramente e volutamente autobiografica, senza voler indorare la pillola e volutamente facendo vedere anche gli aspetti più spiacevoli della personalità di Vladek Spiegelman. La storia, infatti, non è solo ambientata durante la Seconda guerra mondiale, ma anche nel dopoguerra: Vladek ne esce fuori come un sopravvissuto, certo, ma non come un eroe. La graphic novel mostra il difficile rapporto tra padre e figlio. Art non riesce spesso a comprendere e relazionarsi con il padre, la cui personalità è stata forgiata dalla brutalità del passato. Questo dualismo tra presente e passato aggiunge profondità alla storia, rendendo Maus non solo un'opera sulla Shoah, ma anche una riflessione sulla memoria, sul trauma e sull'eredità familiare.

Maus mostra come chi è vittima dell'orrore può essere a sua volta pronto a compiere atti atroci sugli altri: Vladek è profondamente razzista nei confronti dei neri, maltratta chiunque gli sia vicino fino all'abuso. Ne traggo un insegnamento: non si può dimenticare l'orrore - che va fatto studiare a tutti i zucconi - ma che questo non sia mai la scusa per nuovi orrori.
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