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Book
Non-fiction
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Language
Italiano
Translator
Giuseppe Bernardi
Publishing house
Bompiani
Series
I Grandi Tascabili
Edition number
4
Publication year
2018
Number of pages
540
Position in the list
14
The Review
1 voted this review
Questo è un gran bel libro.
Non è solo un racconto della storia dell’umanità (anzi, della macrostoria: non è una storia politica o militare, ma la storia di come l’uomo vive, di come ragiona, dei suoi miti, delle sue credenze e dei suoi obiettivi, della sua società e ideologia, delle sue tecniche).
E’ in un certo senso un testo ideologico: un punto di vista piuttosto coerente sull’uomo, il suo agire, la direzione e il senso di tutto questo. Un punto di vista laico e razionalista, da scettico empirista e - direi - materialista, che vede nella capacità propria di Homo Sapiens di costruire “miti”, realtà intersoggetive intorno alle quali organizzare il vivere e l’azione sociale, la chiave di volta della storia di straordinario successo dell’umanità. E’ proprio grazie a questi miti condivisi, dice l’autore, che siamo in grado di organizzare società complesse con perfetti sconosciuti, di mantenere un ordine costituito immaginario, far girare un’economia, ecc. Le culture sono insomma un sistema di istinti artificiali che consentono a milioni di estranei di cooperare con efficacia. Culture che peraltro tendono a descriversi come un qualcosa di stabile e coerente, mentre sono in perenne mutamento, principalmente endogeno, e piene di contraddizioni e dissonanze cognitive, delle quali pure spesso non sono pienamente consapevoli (mentre il più delle volte sono immediatamente rilevabili da chi alla cultura in esame non appartiene). D’altronde “si sa che gli umani hanno la meravigliosa capacità di credere in cose contraddittorie”.
Tutto questo è parte della prima grande Rivoluzione tra quelle che scandiscono il libro: la Rivoluzione Cognitiva, che a detta dell’autore ha permesso a Sapiens di essere quello che è e diventare padrone della Terra, mentre le altre numerose specie del genere Homo si sono tutte estinte.
Viene poi la Rivoluzione Agricola. Qui l’autore introduce un altro concetto molto interessante: non necessariamente ciò che giova alla specie nel suo complesso giova ai suoi singoli componenti. L’autore descrive la Rivoluzione Agricola come una sorta di “trappola” per gran parte della popolazione, costretta dalle esigenze della coltivazione a una vita meno sana, a una dieta meno variata, a una esposizione a catastrofi come le carestie superiore rispetto ai cacciatori-raccoglitori. Eppure, solo la Rivoluzione Agricola ha permesso alla specie di moltiplicarsi come ha fatto. Motivo per cui, tra l’altro, una volta intrapresa la strada non si sarebbe mai potuti tornare indietro, neppure se lo si fosse voluto.
Altro passaggio-chiave: il I Millennio a.C., quando compaiono tre potenziali ordini universali, che rendono possibile governare “l’intero mondo e l’intera razza umana” come “una singola unità governabile da un’unica serie di leggi”, avviando una tendenza alla fusione in un unico mondo interdipendente e interconnesso di realtà sociopolitiche un tempo numerosissime e non solamente indipendenti, ma totalmente all’oscuro dell’esistenza le une delle altre (ad esempio, le realtà sociopolitiche delle Americhe e l’Eurasia prima di Colombo). I tre potenziali ordini universali sono: l’ordine monetario, l’ordine imperiale, l’ordine delle religioni universali. Nota interessante: le ideologie (liberalismo, comunismo, nazionalismo, nazismo) sono per l’autore delle forme di religione universale, perché ne svolgono la stessa funzione (“se una religione è un sistema di norme e valori umani che si fonda sulla fede in un ordine oltreumano [cioè non legiferato da umani, ndr] , il comunismo sovietico non fu meno <<religione>> dell’islam”).
Accade poi la Rivoluzione Scientifica, cui l’autore annette un’importanza eccezionale: “attorno al 1500 d.C. la storia ha compiuto la propria scelta di maggior portata, cambiando non solo il destino dell’umanità, ma probabilmente anche quello di tutti gli esseri viventi della Terra”. Anche qui, l’autore ha un punto di vista illuminante: “la Rivoluzione scientifica non è stata una rivoluzione della conoscenza. E’ stata soprattutto la rivoluzione dell’ignoranza. La grande scoperta che lanciò la Rivoluzione scientifica fu la scoperta che gli umani non conoscevano le risposte alle questioni più importanti”, mentre prima si riteneva che tutto ciò che fosse importante sapere fosse già conosciuto (rivelato, spesso). Oltre a creare forti tensioni con la credenza nei miti condivisi, tensione affrontata in modi non molto coerenti, ma che hanno permesso di tenere insieme la società, la Rivoluzione Scientifica ha portato a una enorme crescita di importanza per il linguaggio matematico e statistico, impiegato in formule e algoritmi per descrivere e governare ogni cosa.
La Rivoluzione Scientifica modifica anche l’ordine universale dell’impero: “l’imperialismo europeo non assomiglia a nessuno degli altri progetti imperiali della storia. In precedenza coloro che cercavano di costruire un impero di solito presumevano di avere già capito il mondo. […] Viceversa, gli imperialisti europei partirono per lidi lontani nella speranza di ottenere nuove conoscenze insieme a nuovi territori”. Ma la Rivoluzione Scientifica si combina anche con l’ordine universale del denaro, con conseguenze straordinarie: “poi arrivarono la Rivoluzione scientifica e l’idea di progresso. Quest’idea è fondata sulla nozione secondo cui, se ammettiamo la nostra ignoranza e investiamo risorse nella ricerca, è possibile migliorare le cose. E fu subito tradotta in termini economici. Chiunque crede nel progresso crede anche che le scoperte geografiche, le invenzioni tecnologiche e lo sviluppo dei sistemi organizzativi possano incrementare l’ammontare totale della produzione, del commercio e della ricchezza”. La torta insomma si può ingrandire (e prima non lo si pensava complessivamente possibile), il che stimola il credito, gli investimenti e porta davvero alla crescita. Il “credo capitalista” è che il futuro sarà meglio del presente, ed è un credo che, da quando ha preso piede, sul piano economico si è autoavverato.
C’è ancora spazio per punti di vista non convenzionali e in un certo senso illuminanti. La crisi delle comunità, famiglia compresa, cui assistiamo a fronte di una crescente individualizzazione, viene letta così: “spesso la letteratura romantica presenta l’individuo come qualcuno che si trova a lottare contro lo stato e contro il mercato. Niente di più lontano dalla verità. Lo stato e il mercato sono la mamma e il papà dell’individuo, e l’individuo può sopravvivere solo grazie a loro”, perché forniscono quei servizi per i quali prima era indispensabile la comunità. “Il patto tra stati, mercati e individui è un patto problematico. Stato e mercato sono in disaccordo circa i loro reciproci diritti e obblighi, e gli individui lamentano che sia lo stato sia il mercato pretendono troppo e danno troppo poco. […] E’ sorprendente, comunque, che questo patto alla fine funzioni, per quanto imperfettamente”.
Questo libro ingegnoso dedica, verso la fine, un capitolo alla felicità. Già, un indicatore che dovrebbe essere importante, ma che è sempre poco studiato: si vive sempre meglio, si è sempre più felici, o no? Siamo più felici noi o i nostri antenati cacciatori-raccoglitori? Qui l’autore presenta una rapida panoramica sullo stato dell’arte degli studi sulla felicità, interessante di per sé. Si evidenzia anche una certa almeno apparente contraddizione di fondo: l’autore sembra una persona ottimista, in vari punti del libro. C’è però il problema frequente negli scettici non religiosi, forse materialisti: il nichilismo. “Da un punto di vista puramente scientifico, la vita umana è assolutamente senza senso. Gli umani sono il risultato di ciechi processi evoluzionistici che agiscono senza un obiettivo o uno scopo. Le nostre azioni non fanno parte di un cosmico progetto divino […]. Per cui qualsiasi significato che possiamo assegnare alle nostre vite è semplicemente un’illusione. I significati ultraterreni che nel Medioevo la gente attribuiva alla propria vita non erano più illusori dei significati di tipo umanistico, nazionalistico o capitalistico tipici degli uomini moderni”. In realtà, subito dopo e in altre pagine sembra che l’autore trovi una sua consolazione e serenità nel buddhismo.
Il titolo dell’ultimo capitolo è “La fine di Homo Sapiens”. E’ possibile, dice l’autore, che grazie ai progressi in discipline come biotecnologia, ingegneria biomedica, ingegnerizzazione degli essere non organici, siamo ormai prossimi a una “Singolarità” che cambierà radicalmente la natura dell’umanità, trasformandola in qualcosa di diverso, o creerà addirittura una nuova forma di vita. Ed è possibile che saremo noi stessi a innescare questa Singolarità: “Homo Sapiens sta oltrepassando i propri limiti. Sta incominciando a spezzare le leggi della selezione naturale, sostituendole con quelle del disegno intelligente. […] I biologi di tutto il mondo hanno dichiarato guerra all’ideologia del disegno intelligente […]. I biologi hanno ragione circa il passato; ma i propugnatori del disegno intelligente, per ironia della sorte, potrebbero aver ragione circa il futuro”. E’ quindi molto importante, conclude, che ci domandiamo, finché siamo in tempo ad indirizzare il futuro: “che cosa vogliamo diventare?”, “che cosa vogliamo volere?”.
Il libro è ben scritto: la lettura è fluida e costantemente motivata da agilità di pensiero, esempi appropriati, dati curiosi e sorprendenti. La quantità di informazioni e pensiero racchiusi nel libro è sorprendente, ma l’esperienza di lettura è intellettualmente avvincente, mai pesante. Questo anche grazie all’utilizzo di dettagli storici, episodi minori o poco noti, esempi o esperimenti mentali che riescono sempre a chiarire efficacemente i concetti chiave, aggiungendo nello stesso tempo curiosità, movimento e varietà alla narrazione.
Naturalmente è possibile che qua e là ci sia qualche piccola inesattezza e soprattutto qualche rilevante semplificazione, su qualche sensibilità o opinione dell’autore non mi ritrovo, ma non trovo da segnalare nulla che impedisca al libro di essere di prima qualità.
Chiudendo su quanto anticipavo all’inizio di queste note, questo libro non è semplicemente un libro di macrostoria: è una sorta di manifesto ideologico, che dalla propria interpretazione della storia dell’umanità deriva una visione del mondo. Una sorta de “Il Capitale”, ma con idee assai differenti. E’ una sorta di manifesto razionale, scettico, laico, a-religioso, che dichiara cose come quelle contenute nel capitolo “La legge della religione”, forse il più “scandaloso”, in cui è evidente la distanza abissale sia dalle religioni sia dalle ideologie (compreso l’umanesimo liberale, ai dogmi del quale l’autore mostra chiaramente di non credere); è al contempo evidente l’ingegno spesso spiazzante con il quale tale distanza viene motivata. E’ un testo che sfiora il nichilismo, ma all’apparenza con una certa serenità, lasciando l’impressione che ci sia un po’ di buddhismo a trattenerlo dalla sconforto. E’ un testo che descrive tutta la storia dell’uomo, rimettendone in discussione i punti fermi ideologici. Tutto ciò con un’attitudine che a me pare complessivamente positiva ed ottimistica, in qualche modo illuminista.
Nel dibattito politico di questi anni, tra fautori del futuro, nostalgici di un passato chiuso e idealizzato con ritorni al sacro e ad altri miti, liberal in crisi, in cui si cerca una sintesi – o un’affermazione chiara – che ancora non si vede arrivare, arriva questo libro, come un contributo certamente importante e stimolante, che potrebbe concorrere alla definizione e all’evoluzione ideologica di almeno alcune delle parti in gioco. Per questo, oggi, lo considero una lettura fondamentale.
Non è solo un racconto della storia dell’umanità (anzi, della macrostoria: non è una storia politica o militare, ma la storia di come l’uomo vive, di come ragiona, dei suoi miti, delle sue credenze e dei suoi obiettivi, della sua società e ideologia, delle sue tecniche).
E’ in un certo senso un testo ideologico: un punto di vista piuttosto coerente sull’uomo, il suo agire, la direzione e il senso di tutto questo. Un punto di vista laico e razionalista, da scettico empirista e - direi - materialista, che vede nella capacità propria di Homo Sapiens di costruire “miti”, realtà intersoggetive intorno alle quali organizzare il vivere e l’azione sociale, la chiave di volta della storia di straordinario successo dell’umanità. E’ proprio grazie a questi miti condivisi, dice l’autore, che siamo in grado di organizzare società complesse con perfetti sconosciuti, di mantenere un ordine costituito immaginario, far girare un’economia, ecc. Le culture sono insomma un sistema di istinti artificiali che consentono a milioni di estranei di cooperare con efficacia. Culture che peraltro tendono a descriversi come un qualcosa di stabile e coerente, mentre sono in perenne mutamento, principalmente endogeno, e piene di contraddizioni e dissonanze cognitive, delle quali pure spesso non sono pienamente consapevoli (mentre il più delle volte sono immediatamente rilevabili da chi alla cultura in esame non appartiene). D’altronde “si sa che gli umani hanno la meravigliosa capacità di credere in cose contraddittorie”.
Tutto questo è parte della prima grande Rivoluzione tra quelle che scandiscono il libro: la Rivoluzione Cognitiva, che a detta dell’autore ha permesso a Sapiens di essere quello che è e diventare padrone della Terra, mentre le altre numerose specie del genere Homo si sono tutte estinte.
Viene poi la Rivoluzione Agricola. Qui l’autore introduce un altro concetto molto interessante: non necessariamente ciò che giova alla specie nel suo complesso giova ai suoi singoli componenti. L’autore descrive la Rivoluzione Agricola come una sorta di “trappola” per gran parte della popolazione, costretta dalle esigenze della coltivazione a una vita meno sana, a una dieta meno variata, a una esposizione a catastrofi come le carestie superiore rispetto ai cacciatori-raccoglitori. Eppure, solo la Rivoluzione Agricola ha permesso alla specie di moltiplicarsi come ha fatto. Motivo per cui, tra l’altro, una volta intrapresa la strada non si sarebbe mai potuti tornare indietro, neppure se lo si fosse voluto.
Altro passaggio-chiave: il I Millennio a.C., quando compaiono tre potenziali ordini universali, che rendono possibile governare “l’intero mondo e l’intera razza umana” come “una singola unità governabile da un’unica serie di leggi”, avviando una tendenza alla fusione in un unico mondo interdipendente e interconnesso di realtà sociopolitiche un tempo numerosissime e non solamente indipendenti, ma totalmente all’oscuro dell’esistenza le une delle altre (ad esempio, le realtà sociopolitiche delle Americhe e l’Eurasia prima di Colombo). I tre potenziali ordini universali sono: l’ordine monetario, l’ordine imperiale, l’ordine delle religioni universali. Nota interessante: le ideologie (liberalismo, comunismo, nazionalismo, nazismo) sono per l’autore delle forme di religione universale, perché ne svolgono la stessa funzione (“se una religione è un sistema di norme e valori umani che si fonda sulla fede in un ordine oltreumano [cioè non legiferato da umani, ndr] , il comunismo sovietico non fu meno <<religione>> dell’islam”).
Accade poi la Rivoluzione Scientifica, cui l’autore annette un’importanza eccezionale: “attorno al 1500 d.C. la storia ha compiuto la propria scelta di maggior portata, cambiando non solo il destino dell’umanità, ma probabilmente anche quello di tutti gli esseri viventi della Terra”. Anche qui, l’autore ha un punto di vista illuminante: “la Rivoluzione scientifica non è stata una rivoluzione della conoscenza. E’ stata soprattutto la rivoluzione dell’ignoranza. La grande scoperta che lanciò la Rivoluzione scientifica fu la scoperta che gli umani non conoscevano le risposte alle questioni più importanti”, mentre prima si riteneva che tutto ciò che fosse importante sapere fosse già conosciuto (rivelato, spesso). Oltre a creare forti tensioni con la credenza nei miti condivisi, tensione affrontata in modi non molto coerenti, ma che hanno permesso di tenere insieme la società, la Rivoluzione Scientifica ha portato a una enorme crescita di importanza per il linguaggio matematico e statistico, impiegato in formule e algoritmi per descrivere e governare ogni cosa.
La Rivoluzione Scientifica modifica anche l’ordine universale dell’impero: “l’imperialismo europeo non assomiglia a nessuno degli altri progetti imperiali della storia. In precedenza coloro che cercavano di costruire un impero di solito presumevano di avere già capito il mondo. […] Viceversa, gli imperialisti europei partirono per lidi lontani nella speranza di ottenere nuove conoscenze insieme a nuovi territori”. Ma la Rivoluzione Scientifica si combina anche con l’ordine universale del denaro, con conseguenze straordinarie: “poi arrivarono la Rivoluzione scientifica e l’idea di progresso. Quest’idea è fondata sulla nozione secondo cui, se ammettiamo la nostra ignoranza e investiamo risorse nella ricerca, è possibile migliorare le cose. E fu subito tradotta in termini economici. Chiunque crede nel progresso crede anche che le scoperte geografiche, le invenzioni tecnologiche e lo sviluppo dei sistemi organizzativi possano incrementare l’ammontare totale della produzione, del commercio e della ricchezza”. La torta insomma si può ingrandire (e prima non lo si pensava complessivamente possibile), il che stimola il credito, gli investimenti e porta davvero alla crescita. Il “credo capitalista” è che il futuro sarà meglio del presente, ed è un credo che, da quando ha preso piede, sul piano economico si è autoavverato.
C’è ancora spazio per punti di vista non convenzionali e in un certo senso illuminanti. La crisi delle comunità, famiglia compresa, cui assistiamo a fronte di una crescente individualizzazione, viene letta così: “spesso la letteratura romantica presenta l’individuo come qualcuno che si trova a lottare contro lo stato e contro il mercato. Niente di più lontano dalla verità. Lo stato e il mercato sono la mamma e il papà dell’individuo, e l’individuo può sopravvivere solo grazie a loro”, perché forniscono quei servizi per i quali prima era indispensabile la comunità. “Il patto tra stati, mercati e individui è un patto problematico. Stato e mercato sono in disaccordo circa i loro reciproci diritti e obblighi, e gli individui lamentano che sia lo stato sia il mercato pretendono troppo e danno troppo poco. […] E’ sorprendente, comunque, che questo patto alla fine funzioni, per quanto imperfettamente”.
Questo libro ingegnoso dedica, verso la fine, un capitolo alla felicità. Già, un indicatore che dovrebbe essere importante, ma che è sempre poco studiato: si vive sempre meglio, si è sempre più felici, o no? Siamo più felici noi o i nostri antenati cacciatori-raccoglitori? Qui l’autore presenta una rapida panoramica sullo stato dell’arte degli studi sulla felicità, interessante di per sé. Si evidenzia anche una certa almeno apparente contraddizione di fondo: l’autore sembra una persona ottimista, in vari punti del libro. C’è però il problema frequente negli scettici non religiosi, forse materialisti: il nichilismo. “Da un punto di vista puramente scientifico, la vita umana è assolutamente senza senso. Gli umani sono il risultato di ciechi processi evoluzionistici che agiscono senza un obiettivo o uno scopo. Le nostre azioni non fanno parte di un cosmico progetto divino […]. Per cui qualsiasi significato che possiamo assegnare alle nostre vite è semplicemente un’illusione. I significati ultraterreni che nel Medioevo la gente attribuiva alla propria vita non erano più illusori dei significati di tipo umanistico, nazionalistico o capitalistico tipici degli uomini moderni”. In realtà, subito dopo e in altre pagine sembra che l’autore trovi una sua consolazione e serenità nel buddhismo.
Il titolo dell’ultimo capitolo è “La fine di Homo Sapiens”. E’ possibile, dice l’autore, che grazie ai progressi in discipline come biotecnologia, ingegneria biomedica, ingegnerizzazione degli essere non organici, siamo ormai prossimi a una “Singolarità” che cambierà radicalmente la natura dell’umanità, trasformandola in qualcosa di diverso, o creerà addirittura una nuova forma di vita. Ed è possibile che saremo noi stessi a innescare questa Singolarità: “Homo Sapiens sta oltrepassando i propri limiti. Sta incominciando a spezzare le leggi della selezione naturale, sostituendole con quelle del disegno intelligente. […] I biologi di tutto il mondo hanno dichiarato guerra all’ideologia del disegno intelligente […]. I biologi hanno ragione circa il passato; ma i propugnatori del disegno intelligente, per ironia della sorte, potrebbero aver ragione circa il futuro”. E’ quindi molto importante, conclude, che ci domandiamo, finché siamo in tempo ad indirizzare il futuro: “che cosa vogliamo diventare?”, “che cosa vogliamo volere?”.
Il libro è ben scritto: la lettura è fluida e costantemente motivata da agilità di pensiero, esempi appropriati, dati curiosi e sorprendenti. La quantità di informazioni e pensiero racchiusi nel libro è sorprendente, ma l’esperienza di lettura è intellettualmente avvincente, mai pesante. Questo anche grazie all’utilizzo di dettagli storici, episodi minori o poco noti, esempi o esperimenti mentali che riescono sempre a chiarire efficacemente i concetti chiave, aggiungendo nello stesso tempo curiosità, movimento e varietà alla narrazione.
Naturalmente è possibile che qua e là ci sia qualche piccola inesattezza e soprattutto qualche rilevante semplificazione, su qualche sensibilità o opinione dell’autore non mi ritrovo, ma non trovo da segnalare nulla che impedisca al libro di essere di prima qualità.
Chiudendo su quanto anticipavo all’inizio di queste note, questo libro non è semplicemente un libro di macrostoria: è una sorta di manifesto ideologico, che dalla propria interpretazione della storia dell’umanità deriva una visione del mondo. Una sorta de “Il Capitale”, ma con idee assai differenti. E’ una sorta di manifesto razionale, scettico, laico, a-religioso, che dichiara cose come quelle contenute nel capitolo “La legge della religione”, forse il più “scandaloso”, in cui è evidente la distanza abissale sia dalle religioni sia dalle ideologie (compreso l’umanesimo liberale, ai dogmi del quale l’autore mostra chiaramente di non credere); è al contempo evidente l’ingegno spesso spiazzante con il quale tale distanza viene motivata. E’ un testo che sfiora il nichilismo, ma all’apparenza con una certa serenità, lasciando l’impressione che ci sia un po’ di buddhismo a trattenerlo dalla sconforto. E’ un testo che descrive tutta la storia dell’uomo, rimettendone in discussione i punti fermi ideologici. Tutto ciò con un’attitudine che a me pare complessivamente positiva ed ottimistica, in qualche modo illuminista.
Nel dibattito politico di questi anni, tra fautori del futuro, nostalgici di un passato chiuso e idealizzato con ritorni al sacro e ad altri miti, liberal in crisi, in cui si cerca una sintesi – o un’affermazione chiara – che ancora non si vede arrivare, arriva questo libro, come un contributo certamente importante e stimolante, che potrebbe concorrere alla definizione e all’evoluzione ideologica di almeno alcune delle parti in gioco. Per questo, oggi, lo considero una lettura fondamentale.