Sapiens. Da animali a dèi. Breve storia dell’umanità
Yuval Noah Harari
La storia dell’uomo nel rapporto con la Terra in 500 pagine non ci sta.
«Sapiens» Il libro (credo il più celebre, sin qui) di Yuval Harari è sicuramente il più affascinante della trilogia, proseguita con «Homo deus. Breve storia del futuro» (Bompiani 2017) e terminata con le «21 lezioni per il XXI secolo» (Bompiani, 2018). Per quanto riguarda i primi due, parliamo di best-seller planetari che hanno avuto come lettori e testimonial niente meno che personaggi come Barak Obama, Emmanuel Macron e Mark Zuckerberg. Ma giurerei che anche Elon Musk lo tenga sul comodino.
Da giornalista ci si aspetta da me che arrivi al dunque nel primo paragrafo, quindi sono già in ritardo. E dunque: "NI". Nel senso che le domande che (ben) pone sono estremamente acute e urgenti, mentre le credenziali scientifiche delle risposte non sono affidabili al 100%. Per entrare nel merito delle questioni che Harari ambisce sviscerare con tale e tanta potenza espositiva (scrive bene) servirebbero dei dati più solidi di quelli che presenta.
Spesso cita studi facilmente ritrovabili e confrontabili, altre volte le fonti sono più misteriose e altre ancora sono fonti molto dubbiose. Il suo è certamente un grande lavoro, lo raccomando, e deve essere letto e riflettuto. Quel che però "frega" e, talvolta illude il lettore è la straordinaria capacità di sorytelling dell’autore, lui grande copywriter.
Mi riferisco alla capacità suggestiva delle parole e degli altri mezzi retorici per evocare gli scenari proposti nel volume: posti come li pone sembrano assolutamente esistiti o inevitabili, quando più onestamente dovrebbero essere verosimili (ancora, sia per quanto riguarda il passato che il futuro. Del resto si parla di storia). Quindi, per certi versi, talvolta, c'è l'impressione che qualcosa sia forzato o almeno immaginato in buona parte. In effetti, durante frequenti chiacchierate con antropologi, più di una volta mi è capitato di sentire la stessa critica, parlando di Harari: «Quello è uno studio vecchissimo, non ha senso inserirlo in bibliografia, è superato: lo usa per fare tornare le cose».
Cercherò di non andare troppo nel dettaglio delle spiegazioni scientifiche, perché questa collocazione non lo permette. Questa (se non è troppo tardi per dirlo) è una recensione del metodo, meno dei contenuti. Rimaniamo quindi in superficie. Almeno per adesso. E mettiamola così: una sera, a cena, si parlava avidamente di libri e a un genetista italiano, tra i più noti nel nostro Paese ed anche all’estero, ho chiesto cosa ne pensasse di «Sapiens». Risposta: «Bompiani mi ha chiesto di recensirlo sul Sole 24 Ore. Ho detto che sarebbe stato meglio di no per loro, perché l’avrei demolito».
Però a quel punto ero diventato curioso, giacché anche io avevo alcune perplessità, e allora ho studiato. Il succo, a mio modestissimo parere, è che «non si distingue il grano dal loglio». Quando dico che Harari è un gran copywriter intendo dire che sa amalgamare le storie con gli ingredienti giusti del fascino letterario fiabesco e stregonesco, puntellando il tutto con una bibliografia che, se andata a spulciare da parte di chi se ne intende non sempre regge, ma fa comunque effetto.
Il punto è: secondo me Harari semplifica eccessivamente scenari passati e futuri enormi, e troppo complessi e intrecciati tra loro, da raccontare (attenzione) con la sua ambizione: spiegarli in senso assoluto e darli per buoni. La realtà è, invece, molto, molto più complessa. Vi faccio un piccolo esempio.
Ricordo, durante la mia tesi di laurea, studiando l’effetto di una molecola sul DNA mutato di cellule di Tumore polmonare al 4° stadio (cellule NSCLC, il “Big killer”, quello dei fumatori), quanto fosse affascinante, ma allo stesso tempo complesso (più che complicato) capire il significato di una, e magari una sola, infima, via biochimica: nello spazio di cento millesimi di metro avviene una tempesta di eventi simultanei che l’occhio umano non può vedere e il cervello può appena immaginare. Ho i brividi, allora, pensando a quanto è complessa la vita e di più pensando alla vita oltre quello che conosciamo. Racchiuderla in una lista di sentenze è ardito.
Ciò che sappiamo è tanto ed utile a fare approssimazioni del funzionamento della vita. Ma esistono molti limiti. Per alcuni versi la biologia (intesa come disciplina), attualmente, è abbastanza efficiente, per esempio, nel capire cosa accade nell’acuto (divisioni cellulari, attacchi al genoma, dialoghi tra sistema nervoso centrale e periferico etc.), ma meno nel lungo periodo (tossicità cronica all’esposizione di sostanze, adattamento a nuove condizioni alimentari e ambientali, eziopatologia e sviluppo di malattie neurodegenerative come Alzheimer e Parkinson) e molto poco nel lunghissimo periodo: evoluzione, trasformazione degli ecosistemi, effetti delle estinzioni.
È per i motivi di cui sopra che sono scettico su molte tesi (quasi mai ipotesi) dell’autore. Ancora di più credo si debba fare attenzione ai «pastoni» (proprio come «Sapiens»). Quando qualcuno promette di raccontare la storia della Terra e dell’uomo non mi aspetterei rivelazioni, perché non le abbiamo: non sappiamo dire a un enzima «Proteggi il genoma dalle mutazioni», figuriamoci anticipare il futuro e riscoprire quante ne sono passate in milioni di anni nel passato: troppo caos.
Yuval Harari è storico e professore universitario israeliano (Univeristà Ebraica di Gerusalemme). È inoltre specializzato prima in storia medievale e storia militare, e successivamente ha completato il suo Ph.D proprio in storia. Insomma, un umanista che parla di scienza: gli umanisti tendono, in effetti, a essere tuttologi, perché spesso, durante il loro percorso non hanno mai subito in faccia i «frontali» della ricerca scientifica: arrivare vicino alla comprensione di qualcosa di grande (o anche molto meno), per poi, da un giorno all’altro, buttare via tutto e con esso milioni di dollari… per una proteina, che dico, una base azotata, che dico, un legame a idrogeno che in quella posizione ha vanificato la teoria che sino al giorno prima pareva "perfetta".
Molti abili scrittori umanisti hanno, a mio avviso, fidelizzato troppo con la filosofia, da dare troppo peso alle opinioni e agli scenari, facendo poco caso ai dati.
È pur vero anche che i dati non sono l'Oracolo. La scienza oggi, per esempio, si avvale di inferenze e del metodo induttivo, dunque non sempre di certezze, e ci è comunque utile: come quando si eseguono le previsioni del tempo, si studia la distribuzione epidemiologica di una malattia virale e il suo picco nel prossimo anno, il cambiamento climatico stesso e le grandi trasformazioni sociali come le migrazioni: otteniamo dei risultati che ci suggeriscono che con alta probabilità una certa cosa è o sarà così e non in un altro modo. L'economia fa lo stesso. La scienza non sempre deve e può essere precisa: è sufficiente che sia utile. In un dato momento. Per esempio: tra trenta anni sicuramente rideranno di come curiamo, per esempio, i tumori oggi. Ma allora oggi non lo dovremmo fare? Rideranno di come facciamo le previsioni del tempo o anticipiamo gli scenari economici, ma non è che perché non abbiamo strumenti "definitivi" allora meglio lasciare stare tutto, anzi: la ricerca serve ad affinare tali strumenti. Sarebbe sufficiente e onesto, però specificare che si parla, di ipotesi.
La ricerca è un processo lungo e laborioso: la scienza si regge sulle proprie incertezze, si alimenta delle proprie mancanze, mette in fila un sassolino dopo l’altro per non perdersi sul percorso, è paziente (È così, per esempio, che le molecole tossiche con cui “curavamo” il cancro al seno negli anni 90 adesso, modifica dopo modifica, sono diventate selettive e potenti). La scienza parla quindi di ambiti ed evoluzioni sostanzialmente ristretti temporalmente (dalla mutagenesi alla fase della progressione tumorale, nell'esempio sopra etc.) aggiungendo poche pagine lungo gli anni.
Insomma, non abbiamo lenti abbastanza potenti per vedere molto oltre. Al di là delle considerazioni sociologiche sul presente, abbastanza condivisibili, Harari parla invece della storia dell'uomo sulla Terra (un salto immenso: da una mutazione al singolo gene alla vita sulla Terra. Io impallidirei: tre miliardi di anni) e potrebbe sembrare un tentativo necessariamente semplicistico: non abbiamo abbastanza strumenti per costruire, con tanta dovizia, gli scenari che va raccontando con altrettanta sicurezza.
Prendo, a esempio, un tema cui Harari si appassiona e dedica molto spazio: la scomparsa di centinaia di specie animali per mano dell’uomo antico, che di volta in volta conquistava terre nuove. In realtà, se estinguessimo molte altre centinaia di specie non succederebbe niente, alla nostra specie, nel giro di pochi anni. L’interessante è il perché e quali siano queste specie.
Quelle che abbiamo estinto migliaia di anni fa sono per la maggior parte specie molto grandi, di notevole impatto sugli ecosistemi, e molto molto spesso anche specie insulari, che abitavano cioè sulle isole. Estinguendo le specie più grandi (Uro in Europa, per esempio) o insulari (come il Dodo) le conseguenze sugli ecosistemi sono state però “soffocate” dalla completa modifica degli ecosistemi stessi da parte dell’uomo.
L’Uro abitava nelle foreste europee, che ora non ci sono più, molti uccelli altrettanto estinti predavano i pesci artici o dei mari freddi, che ora sono ridotti al lumicino. Il Dodo era indispensabile per la dispersione di specie vegetali che sono state sostitute da altre importate dagli europei. Ciò significa che oltre che estinguere le specie, l’uomo ha estinto anche gli ecosistemi in cui queste vivevano. Ciò cambia molto le cose: una specie poteva scomparire, spesso, senza danni per la catena alimentare e per l’uomo. E succede ancora.
Il fatto fondamentale è che abbiamo distrutto interi ecosistemi (vedi le foreste in Europa, o quelle tropicali in Sud-Est asiatico e in futuro quella amazzonica), senza conseguenze per la nostra specie, fino ad ora, perché quello che “facevano” le specie scomparse o gli ecosistemi modificati lo fanno ora le specie del passato. E con questo mi riferisco per esempio ai depositi di energia del Carbonifero e periodi successivi, che stanno alimentando praticamente tutta la civiltà esistente sul pianeta.
Abbiamo cioè sostituito l’energia del sole che circolava in continuazione negli ecosistemi esistenti con quella immagazzinata in periodi in cui la CO2 era molto più alta di adesso e alimentava (con il sole) le foreste e le alghe che sono diventate poi petrolio, carbone e gas.
Le conseguenze della scomparsa di una o migliaia di specie potrebbero anche non essere rilevanti (le specie sono forse oltre 10 milioni) adesso, ma resta che la politica di distruzione degli ecosistemi e sostituzione delle dinamiche naturali con quelle artificiali, alimentate da energia fossile, avrà sicuramente conseguenze tragiche per la nostra specie più avanti. Quello che non sappiamo però è se esistono specie cardine di alcuni ecosistemi, senza i quali tutto crolla (Si parla degli squali, per esempio, senza i quali le reti alimentari oceaniche sarebbero profondamente cambiate).
Sicuramente, stiamo giocando col fuoco. Certamente, ne sappiamo davvero poco di questo «gioco»: io non ci scriverei un libro.
Ecco, avrei apprezzato di più il volume se Harari si fosse concentrato su uno dei troppi aspetti che prende di mira. L’impatto dell’uomo sulla Terra dipende da molte, troppe, variabili, come dicevamo, micro e macro. Proprio come il destino della cellula tumorale che studiavo oltre quindici anni fa sotto cappa, dove, alle mie sollecitazioni chimiche, centinaia di enzimi, e migliaia di geni spostavano i destini dell’ecosistema-cellula, adattandosi con una velocità ed efficienza incredibile, per cercare di mantenerla in salute e aggressiva come non mai. E i tesisti dopo di me non è che hanno capito molto di più, in quindici anni. Il mondo microscopico (non parliamo della fisica) è qualcosa di insondabile. Come quella via biochimica che doveva portare al suicidio programmato (apoptosi) la mia cellula tumorale. E invece, pimpante, lei si faceva beffa del tesista!
Il mondo microscopico è qualcosa di insondabile con gli strumenti che abbiamo: mi spaventa soltanto chiedermi come possa funzionare l’Universo o anche soltanto l’uomo nel suo rapporto con la Terra. Allora come fa Harari, e rispondere con tanta sicurezza e presunta solidità argomentativa a tutto quanto e anche di più?
Devo ammettere (o forse ribadire), infine, che le elaborazioni del professore si basano su alcuni presupposti che egli dà per scientificamente provati, mentre in realtà non lo sono (non sempre). Ciò tende a rendere meno plausibili le sue previsioni sul futuro. Questo diventa particolarmente evidente quando l’autore prende a parlare del libero arbitrio, estremizzando pensieri e teorie che nemmeno i neuroscienziati che le hanno elaborate tratterebbero con tanta semplicità.
Concludendo: sicuramente da leggere, per la parte storica ed espositiva, stilistica. Ottimo esercizio per imparare a scrivere come si dice oggi da «copywriter». Perfetto per imparare a farsi domande: tutte giuste. E costruirsi, ognuno, una propria coscienza filosofica ed ecologica che superi la storica dicotomia tra le "due culture". Soltanto: un occhio cauto sulla scienza e gli scenari antichi e passati proposti.