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Language
Italiano
Translator
Alessandro Passi
Publishing house
Adelphi
Series
Piccola Biblioteca
Edition number
24
Publication year
2017
Number of pages
170
Position in the list
15
The Review
2 voted this review
“L'Uomo e la Morte, nella più antica epica a noi conosciuta”


<<Gilgamesh a lei rispose: "[...] Ma ora, fanciulla che fai il vino, ora che ho visto il tuo volto fa' che io non veda il volto della morte da me tanto temuta". Ella rispose: "Gilgamesh, dove ti affretti? Non troverai mai la vita che cerchi. Quando gli dei crearono l'uomo, gli diedero in fato la morte, ma tennero la vita per sè”. >>

Gilgamesh è la prima grande figura epica di cui abbiamo, oggi, testimonianze numerose e solide.

Derivato da una figura protostorica della metà del terzo millennio avanti Cristo, è stato per almeno duemila anni un pilastro della cultura di tutto il Medio-Oriente: di lui cantavano Sumeri, Hurriti, Accadi, Babilonesi, Ittiti, Assiri. Poi venne dimenticato, scomparve dalle menti degli uomini per altre migliaia di anni, per essere infine riscoperto nel XIX secolo grazie all'archeologia e alla decifrazione delle lingue e delle scritture antiche.

Questo volumetto di Nancy Sandars è una importante “volgarizzazione” di testi antichi su Gilgamesh: li rende fruibili anche per i lettori non specialisti, ricucendo in un'unica storia molti contributi a noi noti da diverse epoche e lingue su Gilgamesh, tutti verosimilmente derivati dallo stesso sostrato, già allora antichissimo, di narrazione, ma tra loro originariamente distinti e separati in alcuni casi da millenni. Quello di Gilgamesh, in effetti, non era un unico poema, ma un corpus di opere, un ciclo epico, se vogliamo.

Sandars ha selezionato il materiale da inserire in un racconto coerente, scartandone altro e arricchendo il tutto con qualche inserto “esplicativo” da altre composizioni ad oggetto adiacente a quello di Gilgamesh, ma estranee al ciclo. Il materiale prescelto viene qui tutto ricondotto a una singola narrazione, quasi interamente volta in prosa. I dubbi interpretativi e di traduzione, le enormi incertezze e incompletezze della tradizione, i dilemmi degli studiosi sono a malapena percettibili in qualche passaggio.

Il risultato non è dunque, né si prefigge di essere, filologico, ma è altamente divulgativo, suggestivo e, nella cornice di quanto sopra delineato, scrupoloso e affidabile: non per caso questa opera, che ha venduto oltre un milione di copie, ha dato un contributo fondamentale al ritorno di Gilgamesh nel panorama culturale dell'umanità.

Colpisce la modernità (o forse meglio: l'eterno riproporsi) di alcuni temi e accenti.

Gilgamesh e il suo amico e compagno d'avventura, Enkidu, uomini eccellenti sugli altri, pervasi da una sorta di brama smaniosa di misurarsi con grandi imprese, fare quanto mai fatto da altri, lasciare un segno e una eccelsa memoria di sé, cercano azione, fama, gloria. Sperimentano fino in fondo la paura e il coraggio. Colgono supremi allori, ma ben presto indispettiscono alcune divinità. E arriva la morte, per Enkidu. Gilgamesh non riesce ad accettare la morte dell'amico, che quell'uomo così vivo e gagliardo non sia più, se non cibo per vermi, né il proprio destino di morte. Cerca l'immortalità, viaggia un viaggio straordinario, fino alla terra degli dei, conosce Utnapistim, l'unico uomo – insieme a sua moglie – sopravvissuto al Diluvio (e qui i punti di contatto con il racconto biblico sono semplicemente impressionanti) e divenuto immortale. Gilgamesh ottiene da Utnapistim il segreto della giovinezza, ma lo perde. Infine, muore.

L'incapacità di accettare la morte, mentre la vita si dispiega e ribolle, e poi man mano che la morte si avvicina, appare il grande tema che lega e rende poeticamente coerenti i tanti contributi qui ben messi insieme da Sandars. C'è un senso di frustrazione, in un certo senso di disperazione sempre più manifesta, che tocca il lettore contemporaneo. C'è la ribellione al destino di morte e la tentata risposta tramite la fama, tentativo che più volte si ripeterà nella storia della cultura. C'è la risposta della saggezza edonistica, fornita a Gilgamesh dalla divinità Siduri (in sintesi, la vita finirà, senza scampo: se ne goda appieno finché c'è, senza andar cercando altro), una risposta tanto frequente quanto frequentemente vissuta come inappagante, e infatti rifiutata da Gilgamesh.

C'è anche altro: ad esempio, Enkidu che dallo stato naturale, in cui è quasi animale tra le bestie, passa alla civiltà, presentata in chiara contrapposizione allo stato di natura, perdendo però nel passaggio l'appartenenza alla dimensione precedente, e lo fa attraverso il contatto con la donna e, in particolare, il sesso.

Ci sono gli dei, ora favorevoli e protettori, ora ostili, non necessariamente saggi e giusti, che interagiscono tra loro e influenzano profondamente la vita degli uomini (sì, il classicista ravvisa assonanze con le divinità omeriche, sotto questo punto di vista).

Lo stile attraverso cui tutto questo viene espresso risente certamente dell'eterogeneità e – spesso – frammentarietà dei testi d'origine. Presenta di frequente ripetizioni e formule, forse anche lascito dell'originaria trasmissione e/o recitazione verbale. Si eleva in alcuni momenti a grandi vette di poesia.

Non so quanto quest'ultimo pregio sia da attribuirsi alla libera resa di Sandars. So chiaramente che questa resa, assai meritevole, non è pacificamente scientifica, così come non è di certo aggiornata (l'opera ormai è vecchia: prima edizione nel 1960, edizione in oggetto del 1972). Certamente, per conoscere al meglio quanto oggi sappiamo di Gilgamesh, questa figura culturalmente importantissima per millenni, prima di essere dimenticata e poi riemergere dall'oblio dei secoli, esistono pubblicazioni più aggiornate, complete, filologiche; non so se altrettanto approcciabili e fruibili dal lettore non specialista.

Questa di Sandars resta comunque, anche oggi, un'ottima strada per il primo contatto con l'antichissimo e imprescindibile eroe sumero, che lottava contro la morte ai tempi remoti della prima civiltà, come contro la morte lottiamo oggi noi, suoi lontanissimi epigoni, nei quali è ancora, e nuovamente, il suo ricordo.
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