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Book
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Language
English
Translator
Sabrina Placidi
Publishing house
Bollati Boringhieri
Publication year
2018
Number of pages
422
Position in the list
2
The Review
6 voted this review
Immaginate di essere al volante della vostra auto. Probabilmente ascoltate la radio, magari fischiettate oppure pensate agli affari vostri. Di certo, se è da molto che guidate, non siete particolarmente concentrati sulla forza che state imprimendo all’acceleratore, su quanto stiate bilanciando con la frizione o sull’angolo dello sterzo. Queste sono operazioni diventate ormai completamente automatiche o, tecnicamente, «inconsce». Che esista una parte della coscienza completamente autonoma da quella razionale è stato dimostrato anche dalle neurotecnologie come l’imaging cerebrale, capace di evidenziare l’attività inconsapevole del nostro «computer centrale». Le neuroscienze possono senz’altro registrare questo genere di dati, ma spetta alla psicologia del profondo spiegarceli: andare oltre il referto per fornirci una ragione e semmai insegnarci come convivere proficuamente con il nostro Mister Hyde.
In realtà Mister Hyde non è una metafora azzeccata, perché l’inconscio non sarebbe squisitamente malvagio. Semplicemente consta di tutte quelle fantasie ed esperienze realmente vissute che o per economia o per convenienza abbiamo appartato lontano dalla consapevolezza ma comunque conservato. Costituiscono – nella definizione classica – una personalità semisconosciuta e un serbatoio di pulsioni legittime e di fatto agenti. Scoprire di non essere l’unico padrone in casa propria può generare scetticismo verso la teoria. Non a caso Sigmund Freud, padre della psicoanalisi, propose che la scoperta dell’inconscio fosse la «terza umiliazione» all’orgoglio dell’umanità, dopo quella inferta da Copernico, che aveva tolto l’uomo dal centro dell’universo e quella di Charles Darwin, che l’aveva ricollocato tra i tanti animali, frutto casuale dell’evoluzione e non più il prediletto di Dio.
Non sarei così talebano come Freud. Come anticipavo i vissuti rimossi (per usare la sua terminologia) sono tali non solo perché spiacevoli ma più semplicemente anche perché l’organismo ha bisogno di fare economia: non possiamo ovviamente registrare nella memoria 24 ore di informazioni ininterrotte al giorno. Ciò non toglie che esse abbiano un impatto e che questo prolunghi la sua influenza. Secondo il pensiero di Henri Bergson il sistema nervoso avrebbe una funzione sostanzialmente eliminatoria e non produttiva: il suo scopo sarebbe quello di proteggerci dalla tempesta di informazioni alla quale siamo esposti durante la giornata dalla comune esperienza. Secondo questa spiegazione il cervello escluderebbe gran parte di quello che altrimenti potremmo conoscere e ricordare. Effettivamente ci vorrebbe una mappa per orientarsi nelle tante teorie sul tema. Una guida che ho trovato ottima è «A tua insaputa. La mente inconscia che guida le nostre azioni» (appena stampato da Bollati Boringhieri), un’opera di oltre quattrocento pagine a firma di John Bargh, psicologo sociale e docente a Yale.
Si tratta di un saggio estremamente moderno: non incede nella psicoanalisi, piuttosto ordina tutte le conoscenze scientifiche più recenti, molte derivate dalle sue osservazioni presso il laboratorio che ha fondato, l’«Automaticity in Cognition, Motivation, and Evaluation (ACME) Laboratory» dell’Università di Yale. E poi si sa, gli americani non amano eccessivamente Freud e i colleghi europei. Sono soprattutto cognitivisti. Cosa è l’inconscio, perché esiste, a cosa serve e come possiamo servircene: sono questi i punti, estremamente pratici, che Bargh sviluppa con piglio molto preciso. Ripeto: non tanto filosofico ma puntualmente scientifico. La chiave per seguire il professore è avere una visione evolutiva della mente: la necessità che giustifica l’esistenza di istanze inconsapevoli è una necessità adattiva. Insomma, non può non esistere l’inconscio perché ci è necessario proprio come un qualsiasi altro organo del corpo che è stato progettato dalla vita.
Non mi dilungo sui dati, per quello c’è il saggio. Qui può essere prezioso presentare un sunto. Sicuramente potrei riportare la seguente, lunga e curiosa digressione, collaterale al discorso centrale. Bargh fa entrare nel suo laboratorio elettori democratici e repubblicani (dichiarati ma anche «verificati» da un quiz che chiede l’approvazione o meno verso leggi dell’una e dell’altra parte effettivamente presentate o annunciate). Ai primi somministra una esperienza cognitiva utile ad aumentare l’emozione della paura e il senso di insicurezza, per sempio chidendogli di immaginare la propria morte e facendogli rivivere questa fantasia con numerosi dettagli. Ai secondi dà un input analogo ma contrario, utile a rafforzare il senso di sicurezza, per esempio chiedendogli di desiderare un superpotere e accompagnandoli nell’esperienza di volare oppure di parare colpi e proiettili. Una volta resi forti questi vissuti (lo scienziato spiega che l’effetto è chiaramente temporaneo ma comunque sufficiente per la durata dell'esperimento) somministra ai due gruppi un nuovo questionario di natura politica. Si tratta anche questa volta di un questionario sviluppato per identificare e predire inclinazioni liberali, progressiste, conservatrici etc. Chi si all’inizio di dichiarava democratico, dopo il «lavaggio del cervello», risultava in una percentuale importante, più conservatore (Ovviamente c’era un gruppo di controllo che non aveva preso parte alla fortificazione dei vissuti paurosi o rassicuranti e che confermava la bontà del test) mentre chi si dichiarava repubblicano, sebbene in percentuale minore ma statisticamente significativa, dava questa volta risposte più «progressiste».
Al di là del mostrare l’effettiva influenza dei vissuti consapevoli (lo sforzo di immaginazione attivo che chiede il professore) sull'agire inconsapevole (diagnosticato attraverso il secondo questionario) l'esperimento – nell’interpretazione di Bargh – esplora la possibilità, secondo una certa tradizione della psicologia politica, che i cosiddetti democratici abbiano una personalità più predisposta a sentirsi «al sicuro», dunque più favorevoli a proposte di legge, per così dire, rivoluzionarie. I cosiddetti repubblicani (conservatori), invece, avrebbero una personalità naturalmente più predisposta a percepire le minacce e sarebbero quindi più restii al cambiamento. Ecco perché – argomenta lo psicologo – nel secondo quiz, che verificava con nuove domande l’appartenenza politica di ciascuno, i democratici erano meno disinvolti verso proposte come il matrimonio omosessuale o la depenalizzazione di reati legati all’uso della marjuana, mentre i repubblicani erano più dubbiosi verso strette autoritarie sui dreamers o su controlli severi alla sfera della privacy per motivi di sicurezza nazionale.
Ho elencato questo esperimento soltanto a titolo di esempio. Quello di Bargh non è un libro di psicologia politica. È sicuramente da leggere tutto e non come un manuale: il passo è quello del racconto, di uno scienziato che ti porta nel suo mondo, nel suo laboratorio, tra i colleghi e nella propria infanzia. Si parla di Led Zeppelin, o del perché alcuni luoghi e certi ricordi ci fanno rizzare i peli delle braccia mentre altri ci lasciano completamente indifferenti. Non solo per chi è appassionato di ricerca: è per tutti dai 15 anni in su.
In realtà Mister Hyde non è una metafora azzeccata, perché l’inconscio non sarebbe squisitamente malvagio. Semplicemente consta di tutte quelle fantasie ed esperienze realmente vissute che o per economia o per convenienza abbiamo appartato lontano dalla consapevolezza ma comunque conservato. Costituiscono – nella definizione classica – una personalità semisconosciuta e un serbatoio di pulsioni legittime e di fatto agenti. Scoprire di non essere l’unico padrone in casa propria può generare scetticismo verso la teoria. Non a caso Sigmund Freud, padre della psicoanalisi, propose che la scoperta dell’inconscio fosse la «terza umiliazione» all’orgoglio dell’umanità, dopo quella inferta da Copernico, che aveva tolto l’uomo dal centro dell’universo e quella di Charles Darwin, che l’aveva ricollocato tra i tanti animali, frutto casuale dell’evoluzione e non più il prediletto di Dio.
Non sarei così talebano come Freud. Come anticipavo i vissuti rimossi (per usare la sua terminologia) sono tali non solo perché spiacevoli ma più semplicemente anche perché l’organismo ha bisogno di fare economia: non possiamo ovviamente registrare nella memoria 24 ore di informazioni ininterrotte al giorno. Ciò non toglie che esse abbiano un impatto e che questo prolunghi la sua influenza. Secondo il pensiero di Henri Bergson il sistema nervoso avrebbe una funzione sostanzialmente eliminatoria e non produttiva: il suo scopo sarebbe quello di proteggerci dalla tempesta di informazioni alla quale siamo esposti durante la giornata dalla comune esperienza. Secondo questa spiegazione il cervello escluderebbe gran parte di quello che altrimenti potremmo conoscere e ricordare. Effettivamente ci vorrebbe una mappa per orientarsi nelle tante teorie sul tema. Una guida che ho trovato ottima è «A tua insaputa. La mente inconscia che guida le nostre azioni» (appena stampato da Bollati Boringhieri), un’opera di oltre quattrocento pagine a firma di John Bargh, psicologo sociale e docente a Yale.
Si tratta di un saggio estremamente moderno: non incede nella psicoanalisi, piuttosto ordina tutte le conoscenze scientifiche più recenti, molte derivate dalle sue osservazioni presso il laboratorio che ha fondato, l’«Automaticity in Cognition, Motivation, and Evaluation (ACME) Laboratory» dell’Università di Yale. E poi si sa, gli americani non amano eccessivamente Freud e i colleghi europei. Sono soprattutto cognitivisti. Cosa è l’inconscio, perché esiste, a cosa serve e come possiamo servircene: sono questi i punti, estremamente pratici, che Bargh sviluppa con piglio molto preciso. Ripeto: non tanto filosofico ma puntualmente scientifico. La chiave per seguire il professore è avere una visione evolutiva della mente: la necessità che giustifica l’esistenza di istanze inconsapevoli è una necessità adattiva. Insomma, non può non esistere l’inconscio perché ci è necessario proprio come un qualsiasi altro organo del corpo che è stato progettato dalla vita.
Non mi dilungo sui dati, per quello c’è il saggio. Qui può essere prezioso presentare un sunto. Sicuramente potrei riportare la seguente, lunga e curiosa digressione, collaterale al discorso centrale. Bargh fa entrare nel suo laboratorio elettori democratici e repubblicani (dichiarati ma anche «verificati» da un quiz che chiede l’approvazione o meno verso leggi dell’una e dell’altra parte effettivamente presentate o annunciate). Ai primi somministra una esperienza cognitiva utile ad aumentare l’emozione della paura e il senso di insicurezza, per sempio chidendogli di immaginare la propria morte e facendogli rivivere questa fantasia con numerosi dettagli. Ai secondi dà un input analogo ma contrario, utile a rafforzare il senso di sicurezza, per esempio chiedendogli di desiderare un superpotere e accompagnandoli nell’esperienza di volare oppure di parare colpi e proiettili. Una volta resi forti questi vissuti (lo scienziato spiega che l’effetto è chiaramente temporaneo ma comunque sufficiente per la durata dell'esperimento) somministra ai due gruppi un nuovo questionario di natura politica. Si tratta anche questa volta di un questionario sviluppato per identificare e predire inclinazioni liberali, progressiste, conservatrici etc. Chi si all’inizio di dichiarava democratico, dopo il «lavaggio del cervello», risultava in una percentuale importante, più conservatore (Ovviamente c’era un gruppo di controllo che non aveva preso parte alla fortificazione dei vissuti paurosi o rassicuranti e che confermava la bontà del test) mentre chi si dichiarava repubblicano, sebbene in percentuale minore ma statisticamente significativa, dava questa volta risposte più «progressiste».
Al di là del mostrare l’effettiva influenza dei vissuti consapevoli (lo sforzo di immaginazione attivo che chiede il professore) sull'agire inconsapevole (diagnosticato attraverso il secondo questionario) l'esperimento – nell’interpretazione di Bargh – esplora la possibilità, secondo una certa tradizione della psicologia politica, che i cosiddetti democratici abbiano una personalità più predisposta a sentirsi «al sicuro», dunque più favorevoli a proposte di legge, per così dire, rivoluzionarie. I cosiddetti repubblicani (conservatori), invece, avrebbero una personalità naturalmente più predisposta a percepire le minacce e sarebbero quindi più restii al cambiamento. Ecco perché – argomenta lo psicologo – nel secondo quiz, che verificava con nuove domande l’appartenenza politica di ciascuno, i democratici erano meno disinvolti verso proposte come il matrimonio omosessuale o la depenalizzazione di reati legati all’uso della marjuana, mentre i repubblicani erano più dubbiosi verso strette autoritarie sui dreamers o su controlli severi alla sfera della privacy per motivi di sicurezza nazionale.
Ho elencato questo esperimento soltanto a titolo di esempio. Quello di Bargh non è un libro di psicologia politica. È sicuramente da leggere tutto e non come un manuale: il passo è quello del racconto, di uno scienziato che ti porta nel suo mondo, nel suo laboratorio, tra i colleghi e nella propria infanzia. Si parla di Led Zeppelin, o del perché alcuni luoghi e certi ricordi ci fanno rizzare i peli delle braccia mentre altri ci lasciano completamente indifferenti. Non solo per chi è appassionato di ricerca: è per tutti dai 15 anni in su.