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The Goal: A Process of Ongoing Improvement"A different - and effective - way to learn business!" Great introductory book to operations management. Clear and... a page turner! Recommended. Could you believe that business techniques could be explained through a compelling novel-style story?Marco Rossi -
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Storia degli Stati Uniti d’America. Dalle prime colonie inglesi ai giorni nostri“Una lettura per chi voglia approfondire come gli Stati Uniti siano diventati il grande, complesso paese al centro della Storia che sono oggi” Lessi questo libro molti anni fa, credo durante l’università, o forse mentre lavoravo in ISPI. E’ un libro che trovai interessantissimo. La storia americana è un’epopea straordinaria, che nel nostro programma di studi, dalla scuola dell’obbligo al liceo, viene trattata per sommi capi, apparendovi con la Rivoluzione americana, poi di nuovo con la Guerra di secessione e entrandovi infine più stabilmente con la Prima guerra mondiale. Ma naturalmente la storia americana è più ampia, e alcune sue tappe fondamentali sono poco frequentate dai nostri libri di testo. Questo libro fu dunque una panoramica necessaria sulla storia della grande potenza del Novecento, e me ne suggerì più chiaramente di quanto ne sapessi allora quella complessità e perfino contraddittorietà che le è propria. Ricordo una lettura rapida, appassionante, piacevole di un’opera che non è solo una storia politica, ma anche sociale degli Stati Uniti. Per questo motivo, una lettura che consiglio a chi voglia approfondire come gli Stati Uniti siano diventati il grande, caleidoscopico paese al centro della Storia che sono oggi.Marco Rossi -
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Sette Brevi Lezioni di Fisica"Da leggere" "Sette brevi lezioni di fisica" è stato un best seller inatteso. Centinaia di migliaia di copie, traduzioni, ristampe che sono tuttora, ad anni di distanza dalla prima edizione, in bella mostra nelle librerie. Perchè è accaduto? Il libro ha vari pregi. Il primo è l'argomento, che potremmo riassumere ne "le frontiere della fisica contemporanea". Lo spazio, il tempo, la materia, la probabilità, l'universo... sono temi di enorme interesse, che si intrecciano, sempre più, con la filosofia e che infatti portano l'autore, in particolare sul finale, a dichiarare alcune sue considerazioni filosofiche. Quello che ci pare di comprendere e che gli esperimenti sembrano confermare è via via più lontano dalle nostre percezioni, dalle nostre intuizioni, ma al contempo straordinariamente affascinante. Ci si addentra non solo nell'epistemologia, ma nella stessa ontologia del reale, tutto, individui compresi. Il secondo pregio è l'onestà nel riconoscere che alcune ipotesi, che pure reggono agli esperimenti, sembrano troppo bizzarre per essere vere, o che di alcuni aspetti della fisica non abbiamo ancora descrizioni e spiegazioni soddisfacenti. Il terzo pregio è l'efficacia divulgativa. Rovelli scrive per tutti, senza tecnicismi, senza formule. Non intende "dimostrare" ciò che dice: si richiede da questo punto di vista – e non potrebbe essere altrimenti – fiducia dal lettore nell'autore, ma c'è uno sforzo quasi sempre riuscito di rendere comprensibile come la fisica oggi descriva l'universo, nonostante questa descrizione sia – come accennato – controintuitiva e sconvolgente. Il quarto pregio è la qualità della scrittura, alta. Una bella lingua italiana, sempre chiara, mai banale, anzi spesso suggestiva e musicale. Insomma, è un libro scritto da uno scienziato di grande cultura e che al contempo, nel campo specifico, sa di cosa parla. E' un'ottima divulgazione sulle frontiere della fisica. Non è un libro "scientifico", nel senso che non ci sono dimostrazioni. E' una introduzione, uno stimolo. Per chi non è già più addentro alla materia, un libro decisamente consigliato.Marco Rossi -
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Big Bang. Origine e destino dell’universoRECENSIONE ORIGINALE (prima metà anni Novanta, effettuata come compito per le scuole medie): Carattere dell'opera: divulgazione scientifica Argomento e linee narrative: Il libro parla in modo chiaro e semplice dell'astronomia e dell'astrofisica in tutte le loro sfaccettature. All'inizio, fa una breve storia dell'astronomia e della concezione dell'Universo, poi descrive ciò che si ipotizza riguardo al big bang, la grande esplosione che sembra abbia dato origine a tutto il Cosmo. In seguito tratta la vita delle stelle e il Sistema Solare. Alla fine dell'opera c'è un'interessantissima sezione di documenti che espone le idee sulla creazione del Cosmo, sul suo destino e sulla possibilità della vita su altri mondi, dei filosofi greci oppure di Isaac Asimov o di Stephen Hawking... Protagonisti: l'Universo Ambiente: l'Universo Tempo: da 15 miliardi di anni fa a qualche miliardo di anni a venire Pagine scelte: le pagine che preferisco sono quelle in cui si parla del big bang (per il lato scientifico) e quelle dei documenti Note: Il libro mi ha interessato moltissimo, un po' perchè l'astronomia mi piace, un po' perchè, pur trattando argomenti abbastanza specialistici, è chiaro per tutti. Lo consiglierei senz'altro a chiunque voglia avere qualche nozione sull'Universo che ci circonda.Marco Rossi -
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The Veil of Isis: An Essay on the History of the Idea of NatureNearly twenty-five hundred years ago the Greek thinker Heraclitus supposedly uttered the cryptic words "Phusis kruptesthai philei." This is a journey exploring the successive interpretations of this timeless aphorism and its everlasting influence on Western culture.gwren -
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Se questo è un uomo / La treguaSe qursto é uomo é lx vera stiria di Primo Levi e de suo petio in campo di concentramento ad Auschwitz. La tregua é il racconto della sua odissea attravetso mezza Europa per ritornare a casa. Nella edizione da me letta erano presenti entrambi, ma La tregua l'ho letto solo dopo alcuni anni.Paolamaga -
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Come Lavorare nel XXI Secolo. Un sistema operativo per le organizzazioni moderneIL VADEMECUM DEL MANAGER Luca Foresti, normalista, già amministratore delegato del Centro Medico Santagostino, è diventato negli ultimi anni una voce seguita e ascoltata su vari temi di management e business – ma non solo – tra social e podcast. La logica e chiarezza espositiva, le tesi e le argomentazioni il più delle volte evidentemente radicate in una profonda esperienza personale gli conferiscono efficacia divulgativa e credibilità personale. Questo suo libro vuole essere un libro di “principi”, un libro che comunichi le “fondamenta” basandosi sulle quali “lavorare bene”. Dichiaratamente, non vuole essere “un libro di management tradizionale, pieno di acronimi di quattro lettere e casi studio di aziende americane del 1985”. E certamente non è un libro del genere: è invece un libro estremamente utile. Il management è anche il mio mestiere, e non posso che consigliare questo libro a chi voglia cimentarvisi, o voglia migliorarsi dopo anni di pratica. Ci sono idee e consigli per tutti, di massimo valore pratico, non ovvi. Tra le fonti di ispirazione dichiarate, Taleb, Kahneman, Grove, Graham, Simon, Goldratt (e Feynman… Foresti è un fisico di formazione): uno dei pregi di questo libro è essere un distillato di esperienza pratica, ma conseguito tramite una riflessione consapevole del migliore pensiero accademico. Le singole tesi sono spesso non scontate ma non vogliono essere inedite o rivoluzionarie; il contributo che l’autore vuole portare è metterle a sistema: il sottotitolo è “un sistema operativo per le organizzazioni moderne”. Non è comunque un libro di teorie – verso le quali per altro l’autore nutre un certo pragmatico scetticismo: è una guida, un manuale, una proposta di un modus operandi, un libro di principi operativi e cultura pratica; soprattutto, è una lettura che impone di fermarsi e chiedersi “sto lavorando in modo sensato? sono efficace?”. Non da meno, è un libro che oltre al “come” dice la sua anche sul “perché”, questo convitato di pietra di troppe vite immolate sull’altare della carriera e della professione senza mai dirsene il motivo. La scrittura è diretta, il testo denso, senza sprechi, zero fronzoli, dritto al punto, ma – essendo chiaro e non inutilmente tecnico – di agevole lettura per chiunque. Molto utili le sintesi a bullet point alla fine di ogni capitolo. Un vademecum prezioso per il mestiere del management.Marco Rossi -
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Pensieri lenti e veloci"Great book" A must-read. A state-of-the-art overview on our knowledge of how our brain works when taking decisions, making estimates etc. Main take away: rational behavior (still key assumption in economics, and not only) can not explain everything about the way we act. Actually, it does not explain a large part of what we do. This is the case because the brain operates only rarely in a "rational", self-conscious way. "By default", it works through heuristics and shortcuts that are great in allowing us to cope with reality but suffer also from biases and limitations. The book goes through these biases and limitations. Did you know that we are not good at thinking statistically? Or that we are averse to risk when deciding about likely gains, but (often tragically) risk-seeking when deciding about likely losses? Or that - when assessing ex post an event - we assess its peaks and its end, almost not considering all the rest of it? Or that we consistently overestimate our ability to predict what will happen (without detecting the overestimation... neither after our expectations did not come true)? Etc. etc. Extremely well written by Daniel Kanheman, psychologist, Nobel prize in Economics. Super-recommended.Marco Rossi -
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Vita di Carlo XII re di SveziaPersonaggio storico poco conosciuto, ma incredibile. La sua vita merita di essere conosciuta.FV -
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Il Miglior Nemico di Roma. Storia dei Goti: rivali e alleati dell’Impero“L’integrazione fallita di un popolo, la destabilizzazione di un Impero, raccontati dal principale podcaster di Storia italiano” Mi sembra che sia in corso una rivalutazione del “canone storico”. Cerco di spiegarmi: la storia studiata a scuola, quantomeno ancora dalla mia generazione, si concentrava su alcuni momenti, perfino su alcune figure, ritenuti fondamentali, correndo invece a perdifiato, superficialmente, su intere epoche, sostanzialmente glissandole. Questo perché, credo, quei momenti, quelle figure su cui ci si concentrava erano sentiti più vicini al presente, più direttamente ad esso collegati, più carichi di promesse e di premesse per l’oggi, mentre le altre epoche erano sentite lontane, erano considerate di declino, degradazione, regresso, momentaneo allontanamento, dunque, dal percorso di civilizzazione verso il presente. Più distanti dalla “civiltà” e più vicine alla “barbarie”, e quindi necessariamente meno interessanti per l’oggi, per definizione punta della civiltà nella storia fin qui e premessa a ulteriori, ineluttabili progressi. In questa impostazione, Roma aveva un ruolo assolutamente centrale, in particolare in Italia, per motivi ovvi, consacrati nella scuola gentiliana ma ben pre-esistenti e assai risalenti nell’evoluzione della cultura nazionale. Roma era ovviamente solo l’Occidente; anzi, Roma era quella dei secoli in cui l’Urbe era la capitale. Non solo: la “vera” Roma era quella imperiale, tra Cesare e Traiano, e quella gloriosa e molto idealizzata della potenza inarrestabile medio e tardo repubblicana. Oggi, la distribuzione tra le epoche dell’interesse credo degli storici stessi, certamente degli appassionati, sta cambiando. Cambia la percezione del presente, cambia quella del passato. C’è un’attenzione assai maggiore per le epoche che un tempo erano sommariamente dette “di decadenza”. In Occidente, il timore di aver superato il culmine, la grande ed evidente complessità dei tempi che si stanno attraversando, una certa impressione diffusa che le cose andranno probabilmente peggio, non meglio (con la quale peraltro non concordo), si accompagnano a una riconsiderazione del passato. Nel caso di Roma, c’è un nuovo, forte interesse per le epoche di crisi, in particolare per quelle che si susseguirono dalla fine del Principato alla fine del V secolo. Marco Cappelli, il principale podcaster di storia italiano, ha intercettato e lavorato su tutto questo in entrambi i suoi libri. Il primo, “Per un Pugno di Barbari”, si concentrava sulla profondissima crisi dell’Impero nel III secolo. Una crisi dalla quale è abbastanza incredibile che Roma sia riemersa come un Impero ancora unito e fortissimo. Il secondo, “Il Miglior Nemico di Roma”, tratta invece l’inizio delle convulsioni che avrebbero portato alla trasformazione dell’Occidente e in definitiva, nel volgere di due secoli (non di uno, come si sarebbe detto un tempo), all’effettiva fine del Tardo Antico in quella che era la porzione occidentale dell’Impero Romano. Negli ultimi tempi, questo “inizio della fine” è stato spesso identificato nella battaglia di Adrianopoli del 378, nella quale i Goti massacrarono l’esercito orientale e ne uccisero l’imperatore, Valente. Cappelli, pur non concordando con questa lettura di Adrianopoli, segue la storia dei Goti (in particolare di quelli che noi avremmo poi chiamato Visigoti) dalle origini allo stabilimento tra Gallia e penisola iberica. Questi Goti compirono il sacco di Roma del 410, e si aggirarono per decenni nell’Impero, spesso in conflitto con i suoi governi. Un fattore certo importante della crisi. Ma Cappelli in quest’opera mostra come questi Goti non fossero gli alieni feroci, i barbari indomabili assetati di distruzione e bottino che a lungo sono stati considerati. Cappelli riesce a mostrare come questo popolo fosse simile a tanti altri con cui Roma era entrata in contatto e che nel corso del tempo aveva assimilato, giovandosi così della continua acquisizione di nuove e fresche forze, energie e volontà. L’opera mostra come, in questo specifico caso, tante cose, davvero tante, siano andate storte, spesso per una casualità, un piccolo dettaglio, una leggera deviazione dal solito corso degli eventi. La destabilizzazione del mondo gotico determinata dagli Unni, i numeri superiori al consueto degli esuli del 376, la distrazione della corte imperiale e dell’imperatore, concentrati sulla Persia, il particolare mix di incompetenza, corruzione e sfortuna dei comandanti romani alla frontiera danubiana, alcuni scontri andati in un verso anziché nell’altro, le moltissime contingenze, incluso l’accendersi stesso della battaglia, che fecero di Adrianopoli quel massacro romano che era assai improbabile che fosse. Ma si mostra anche come – tutto sommato – Adrianopoli fosse del tutto recuperabile, e sia stata in effetti recuperata dall’Impero (non va dimenticato che ad Adrianopoli venne distrutto l’esercito orientale, e ad Oriente Roma sopravvisse per oltre mille anni ad Adrianopoli, un po’ troppo tempo per identificare la battaglia come una causa della sua caduta). E come poi con Teodosio i Goti stessero finalmente trovando il loro posto nell’Impero, anche se nell’ingrato ruolo di carne da macello dell’imperatore. Da qui in poi davvero la casualità e la sfortuna degli eventi, e l’incrociarsi di personalità incompatibili, portarono ad esiti rovinosi. La sua sintesi: <<Questo libro è anche la storia di un’integrazione fallita: in questo, narra una grande tragedia, come sempre sono i disastri evitabili. Non credo, infatti, che fosse destinata al fallimento in partenza, nonostante si tratti forse della più celebre integrazione fallita della storia>>. Il fallimento di questa integrazione è ben mostrato dalla xenofobia che a un certo punto emerge tra i Romani come mai prima, la cui crescita è ben delineata attingendo alle fonti e che porta a episodi raccapriccianti, come i pogrom antigotici alla caduta di Gainas e poi a quella di Stilicone. E proprio la violenza intestina feroce e incontenibile della politica romana di cui anche quei pogrom sono una – va detto, inconsueta - espressione viene fuori dal libro come la macchia di Roma che porterà l’Occidente a non superare unito le sfide del V secolo. Leggere della rapida successione di uomini forti e delle loro morti violente, dopo Teodosio, ricorda una pellicola sulla mafia italo-americana di Al Capone, più che rimandare a una grande civiltà capace di portare ordine al mondo. Infatti, scrive Cappelli: <<In ultima analisi, il problema di fondo a fine IV e inizio V secolo fu l’instabilità intrinseca della politica romana, avvinghiata a un sistema autoritario che prevedeva delle figure monarchiche, con immensi poteri, ma la cui successione non era regolata da nessuna Costituzione, da nessuna legge ufficiale>>. Non i Goti, ma il caso e l’ambizione personale distrussero Roma (in parte, e solo a Occidente, va sempre ricordato). Nelle conclusioni viene a questo proposito efficacemente citato lo storico Guy Halsall: <<La cosa più ironica di tutte è che durante il secolo precedente (alla caduta dell’Impero) è quasi impossibile identificare una sola figura storica che abbia in qualche modo voluto attivamente causarne la rovina. Tutte le azioni decisive che portarono alla dissoluzione dell’Impero furono decise da uomini intenti a creare una posizione migliore per loro stessi all’interno delle strutture imperiali. […] L’Impero romano non fu assassinato e non morì di una morte naturale; si è suicidato per sbaglio>>. Ma certo il fallimento dell’integrazione gotica, l’azione di Alarico sì da attore della politica romana, ma comandando in quanto “rex Gothorum” un popolo ben distinto dai Romani dentro i confini dell’Impero, fecero parte di quella miscela che i governanti dell’Occidente non seppero governare, e posero le premesse per una svolta epocale: <<I Goti furono i catalizzatori del cambiamento che portò alla trasformazione dell’Europa: da un mondo diviso tra “romanità” e “barbaricum” si passò a una cultura unitaria romano-germanica […] Questa cultura “latina occidentale” dominerà a lungo il continente>>. Cappelli non mitizza il passato e non ne mette su un piedistallo i protagonisti. Alarico è un “populista nazionalista”. Giovanni Crisostomo, santo dottore della Chiesa, è anch’egli – tra le altre cose - un demagogo. In questo, come anche nel suo podcast, Cappelli mostra un approccio intellettualmente fresco e libero da incrostazioni e preconcetti alla storia che la aprono a nuove prospettive e migliori letture. Il libro si legge molto bene, scorre fluidamente, beneficiando delle acclarate abilità narrative di Cappelli. E’ articolato in paragrafetti brevi e dai titoli spesso brillanti, che mantengono vivo l’interesse per il proseguimento della lettura. Sono numerosissimi i rimandi pop e alla contemporaneità, spesso ironici, che aggiungono freschezza alla scrittura. Scrittura che appare rapida; questo porta quasi sempre a esiti felici, ogni tanto un colpo di cesello in più potrebbe starci. Nella prima edizione c’è qualche occasionale typo o giro di frase da sciogliere, qualche occasionale soluzione di stile rivedibile, ma sono poche inezie che verranno certamente rettificate nella seconda. La fluidità dell’esperienza di lettura conseguita è risultato particolarmente notevole, dato che l’argomento, ampio e complicato come spesso è la realtà storico-militare-politica, rischiava di portare a un’elencazione sterminata di fatti e fattarelli che si perdesse in infiniti dettagli: soprattutto nella parte centrale, il libro è una storia politica e di battaglie, ma il rischio dell’arida elencazione è scongiurato. Notevoli l’approfondimento etnografico iniziale e la ricostruzione dichiaratamente immaginaria ma verosimile della vita di un goto che avesse vissuto il grosso delle vicende narrate nel libro sul finale, quest’ultima una tecnica per raccontare la storia dal punto di vista degli uomini che la attraversano di cui Cappelli aveva già dato ottima prova, ad esempio nel suo podcast. Cappelli non è uno storico accademico, ma il suo monumentale pluriennale lavoro di podcasting e divulgazione sta portando ottimi frutti. Infatti, il lavoro sulle fonti, antiche e contemporanee, è amplissimo, e queste sono usate nel testo con grande perizia, portando a un libro documentatissimo e a una polifonia di voci che contribuisce a quella lettura fresca e intelligente della storia di cui Cappelli è capace e cui accennavo prima. A riprova della serietà del lavoro svolto, sono numerose le note. Molto belle le mappe e le illustrazioni di Fabio Porfidia che accompagnano la narrazione, con uno stile grafico che richiama – non casualmente, essendo questa una delle passioni dell’autore – la dimensione fantasy de “Il Signore degli Anelli”.Marco Rossi -
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Statecraft: Strategies for a Changing WorldLa mia visione del mondo, peccato che Maggie l’abbia già scritta: è dunque inutile per me scrivere libri. Va bene anche l’autobiografia: “The path to power”, “The Downing Street years”.pietromons79 -
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L’editoria italiana nell’era digitale – Tradizione e attualità"Un affascinante tuffo nel mondo del libro e dell'editoria attraverso i secoli" Anche attraverso un approccio moderno ai social network e all'online in genere, l'Accademia della Crusca sta tornando a interpretare al meglio la sua missione. La pubblicazione di questo lavoro con contributi di vari autori, pubblicazione avvenuta - per quanto so - dapprima via ebook, lo conferma. L'opera infatti, presa nel suo insieme, costituisce un'affascinante introduzione al mondo del libro, inteso come medium, come oggetto, come prodotto di artigianato e di industria. Permette quindi di (ri)scoprire aspetti troppo spesso dati per scontati, se non ignorati, anche dai fruitori più accorti, e di ritrovarvi indici di civiltà e cultura sui quali quasi sempre si sorvola e non ci si sofferma come invece la grande tradizione e arte che stanno dietro i mestieri dell'editore, dello stampatore, del legatore meriterebbero. Una bella sorpresa, dunque. Naturalmente, il grado di interesse può variare tra i vari contributi, così come la piacevolezza del testo e dello scrivere; tuttavia, la leggibilità non viene mai meno.Marco Rossi -
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The Game“Scrittura così così, ma pieno di idee interessantissime” “The Game” è un libro pieno di spunti interessanti, considerazioni intelligenti, punti di vista che fanno pensare. Non è un libro scritto con uno stile che io apprezzi particolarmente: la scrittura di Baricco è gigiona, spesso di registro volutamente colloquiale nei termini scelti, con un’abbondanza di calchi del parlato, inclusi alcuni errori grammaticali, anche nella costruzione della frase; si eleva vistosamente ogni tanto, quando cerca un vocabolo o un’affermazione memorabile. Non una scrittura – dicevo – che io apprezzi particolarmente, ma certamente in grado di farsi leggere senza difficoltà e non noiosa. E’ indubbio che l’autore faccia mostra di una sostenuta autoconsiderazione; quanto meno, la esibisce da istrione anziché da trombone. “The Game” non è neppure un libro che dimostri alcunché, almeno in senso stretto. Propone un’ampia chiave interpretativa del fenomeno storico in corso, cioè dell’affermazione del mondo (l’autore lo chiama “oltremondo”) digitale e web (vale a dire di quello che nel libro è chiamato “il Game”). Lo fa ricapitolandone e mappandone – letteralmente e con scelte grafiche suggestive - la storia, in uno dei primi tentativi storiografici su questo grande tema che mi capiti di leggere. E interpretandola. L’esercizio è altamente meritevole, dacché si propone di produrre una visione non contingente, non troppo parziale né di comodo di un processo di grande portata sul quale, in assenza di contributi come questo, ci si va fin troppo dividendo, nei confronti quotidiani, tra acritici e apocalittici. La chiave interpretativa proposta può essere accettata o respinta, considerata esaustiva o no, ma sprigiona alcune scintille sulle quali riflettere e approfondire ulteriormente, magari in modo più strutturato o accademico o scientifico o – ove possibile - quantitativo. Essa propone una lettura della “insurrezione digitale” come di una rottura radicale rispetto ai fondamenti e ai principi dell’epoca precedente: <<Pensavo a quelle virate spettacolari a cui abbiamo dato nomi come Umanesimo, Illuminismo, Romanticismo, ed ero convinto che stavamo vivendo un analogo, formidabile, cambio di paradigma. Stavamo facendo ruotare i nostri principi di centottanta gradi, come avevamo fatto in quelle circostanze storiche poi divenute memorabili>>. E ancora: <<Intuiamo in quella rivoluzione minore, perché tecnologica, il passo di una rivoluzione maggiore, apertamente mentale>>. Infatti, stiamo passando dal Novecento, in cui “il senso autentico delle cose” era custodito “in profondità” ed esperirlo era <<un lusso infrequente, talvolta il risultato di qualche privilegio, sempre il lascito di qualche casta sacerdotale>>, al “Game”, in cui <<l’essenza dell’esperienza era risalita dalle sue tane sotterranee, scegliendo la superficie come suo habitat naturale>> ed è distrutta “l’opposizione apparenza/ essenza”: <<essenza e apparenza coincidevano>>, il che, però, non significa annullare o banalizzare l’esperienza, ma spostarne la sede, dalla profondità alla superficie. Non solo: stiamo passando dall’era dell’ “infinito” cui aspirare a quella del “tutto”, che ora, a differenza di prima, è nel nostro dominio (esempi: Spotify, tutta la musica del mondo; Google; Wikipedia) e finisce per negare l’infinito: <<se puoi arrivare al fondo del tutto, l’infinito non esiste>>. Baricco fa su questo un’ulteriore notazione interessante: chi lavora sul tutto spesso finisce per essere il tutto (cioè un monopolista). Per dirla in altri termini: <<la civiltà che ha generato un mondo così […] non amava il pluralismo nel senso novecentesco del termine (la convivenza di diversi soggetti all’interno dello stesso campo da gioco), anzi lo trovava un principio destinato a complicare inutilmente le cose, a generare caos e disperdere energie. Piuttosto che logorarsi a gestire la coesistenza di tanti soggetti in un unico campo da gioco, preferiva utilizzare le sue energie a moltiplicare il numero di campi da gioco. […] In questo schema trovava il suo sistema di difesa dai monopoli, dalle concentrazioni di potere>>. Baricco vede nella genesi della “insurrezione digitale” un impulso, uno scopo: evitare il ripetersi della tragedia del Novecento, con le sue carneficine, i suoi massacri, che hanno costituito il punto d’arrivo della civiltà romantica, quella che non a caso il Game sta rovesciando. Una civiltà, quella romantica e poi novecentesca, basata sulla profondità, sulle élite e sulle intermediazioni, sull’immobilismo dei confini e delle linee di demarcazione, il cui <<prodotto coerente e inevitabile>> erano le grandi guerre mondiali, la possibilità dell’olocausto nucleare, le tragedie dalle quali i primi attori della rivoluzione digitale volevano scappare. Questo ammutinamento, questa rivoluzione sono ricostruiti oggi da Baricco, ma questi non sostiene che la rivoluzione sia mai stata teorizzata o trasformata in un sistema coerente di idee. Le persone in fuga dal Novecento che l’hanno realizzata erano per lo più ingegneri e comunque di cultura ingegneristica: <<non stavano infatti costruendo una teoria sul mondo, stavano instaurando una pratica del mondo>>, attraverso soluzioni pratiche, strumenti, tool. Senza neppure una piena e lucida consapevolezza, ma con una ferrea coerenza. Ad ogni modo, Baricco ribalta il luogo comune secondo il quale la rivoluzione tecnologica abbia mutato chi l’ha praticata: <<crediamo che la rivoluzione mentale sia un effetto della rivoluzione tecnologica, e invece dovremmo capire che è vero il contrario>>. Senza la preesistente, non pienamente consapevole esigenza che l’ha scagionata, non sarebbe accaduto alcunché. A proposito degli autori della rivoluzione, c’è per altro un’informazione interessante: sono stati praticamente tutti uomini. All’autore è riuscito di trovare una sola donna (Caterina Fake, cofondatrice di Flickr). Ma perché il nome, “The Game”? Perché le caratteristiche di fondo di quello che si sta affermando tendono ad essere caratteristiche proprie dei videogame, hanno una evidente natura ludica, e non a caso Baricco individua in un vecchio videogame, Space Invaders, un precoce manifesto di quello che sarebbe arrivato. Quali dunque le caratteristiche del Game? Qui Baricco distilla una serie di tratti per certi aspetti sorprendenti, eppure, pensandoci, estremamente centrati della rivoluzione digitale. Uno dei motivi per cui mi sono convinto a comprare il libro è che – quando la sera del 10 ottobre andai a ascoltarne la presentazione al Teatro Argentina – trovai molto interessanti e illuminanti alcune di queste caratteristiche, lì accennate da Baricco. Eccole: design piacevole e “sensoriale”, ripetizione dello schema problema/ soluzione, tempi brevi tra la manifestazione del problema e la soluzione, aumento progressivo delle difficoltà, assenza dell’immobilità, apprendimento dal e nel gioco: non esistono manuali, immediata fruibilità, punteggio esibito. I concetti promettenti non sono finiti. Non si può non menzionare quello che Baricco – con scelta lessicologica a mio avviso poco felice – definisce “oltremondo”. Cioè quel mondo digitale che si sviluppa nel web, per poi estendersi anche ad altro, fatto di link tra i quali ci si muove liberamente, in analogia al funzionamento della mente umana, in modo non lineare, in cui le idee e le azioni iniziano, poi ne innescano altre, e non necessariamente hanno una fine, un compimento. Un oltremondo che – e questa è un’altra intuizione importante – non sostituisce affatto il mondo concreto e reale, ma lo integra, in una crescente simbiosi: <<un secondo cuore, che pompa la realtà, accanto al primo. […] una seconda forza motrice, immaginando che il flusso del reale potesse scorrere in un sistema sanguigno in cui due cuori pompavano armonicamente, uno accanto all’altro, uno correggendo l’altro, uno sostituendosi ritmicamente all’altro>>; <<una doppia forza motrice>>, dunque, ma di <<un unico sistema di realtà>>. A questo si affianca un’altra intuizione brillante: nell’oltremondo si esperisce la “post-esperienza” (altra scelta lessicale che trovo poco felice). Cosa sono i post, le fotografie – magari filtrate -, i selfie, se non elaborazioni dell’esperienza nel mondo, il tentativo di estrarne ancora di più, di viverli più pienamente? A questa intuizione si collega tra l’altro un interessante approfondimento, in fondo al libro, su quel tentativo di “completamento della creazione” per cogliere la “vera vita” che è l’arte. Che è costituita, e non da oggi, da oltremondi, solo dall’accesso più esclusivo e – fino ad oggi, ma oggi sempre meno – con “caste sacerdotali” di intenditori, critici ecc. a dispensarla e mediare con essa. La “post-esperienza”, dunque, ha le sue caratteristiche e le sue regole. E qui succede una cosa che devia da quanto abbiamo detto fino a qui sulle “intenzioni” (più o meno consapevoli) dell’insurrezione digitale. Una delle ambizioni era rimuovere élite e mediatori, ma non tutti sanno muoversi allo stesso modo, con la stessa efficacia e gli stessi risultati nell’oltremondo e con la post-esperienza. Non tutti, ad esempio, sanno adottare storytelling efficaci per l’oltremondo: non tutti padroneggiano quella che Baricco chiama “verità-veloce”, che esiste da millenni (i miti, per esempio), ma nel Game ha trovato un habitat ideale. E – dice Baricco con un’altra considerazione interessante – non aiuta chiamare ciò che funziona “fake news” o “post-verità” (<<in altri tempi, le chiamavamo eresie>>), ignorando che se funziona è perché coglie, seppur con le nuove regole più centrate sul movimento che sulla precisione, qualcosa che c’è e vuole essere raccolto e usato. Nuove élite, composte da chi sa muoversi nel nuovo habitat, si stanno dunque affermando. E amano segnare il punteggio (una caratteristica del Game) in un modo semplice: con il risultato economico. E questo provoca reazioni, sia da quanti non vogliono abbandonare il Novecento sia da parte di chi vede traditi gli ideali originari sia infine da parte di quelli che - <<cacciati ai margini, o sconfitti, o non riconosciuti, o illusi, o sfruttati>> - sono ulteriormente esasperati da <<rinnovata percezione di sé, individualismo di massa, egoismo di massa>> a loro volta prodotti da quel gioco per giocatori singoli, e nel quale non è facile consolidare un’identità, che è il Game. Il Game infatti <<è un habitat molto difficile, che offre intensità in cambio di sicurezza, genera diseguaglianze e non è adatto a un sacco di gente, che pure vi abita>>. Questa “guerra di resistenza” su più fronti finirà con l’abbandono del Game? L’autore – che in tutto il libro appare ottimista - non lo crede, non vede la vera volontà di <<tornare a una civiltà pre-digitale>>, e sembra considerare impossibile il desiderio di alcuni di tenersi la rivoluzione tecnologica tornando però indietro da quella mentale; Baricco pensa che il Game potrà trovare un suo equilibrio, risolvere quelle che oggi sembrano quadrature del cerchio quando sarà in mano ai nativi digitali, uomini e donne nati nel Game e non in un’epoca altra, che vedranno soluzioni che a chi è stato formato nel Novecento sono invisibili. A proposito di queste tensioni e dell’ “ammutinamento” di molti, tra le altre Baricco individua una grande criticità nell’inadeguatezza delle istituzioni pubbliche, a partire dalla scuola, a preparare al Game: <<a essere generosi, le istituzioni preparano a vivere in un brillante mondo novecentesco post-bellico e democratico: non certo nel Game>>. Altri concetti interessanti sono nel libro, ad esempio il ruolo delle macchine e dei device, che divengono <<prolungamenti “naturali” del corpo e della mente>> e generano posture simbolo di un’epoca: <<uomo-tastiera-schermo>>. Questo libro è esplicitamente presentato dall’autore come il seguito – dodici anni dopo – de “I Barbari”, sua opera del 2006 sulla mutazione già allora in corso e oggi più avanzata. Baricco promette di completare in futuro una trilogia, che includerà “I Barbari”, “The Game” e un futuro libro su quella che a suo avviso già si profila come la prossima tappa della mutazione: l’intelligenza artificiale. Appuntiamocelo. Forse, tra qualche tempo, avremo a disposizione nuove riflessioni fresche e stimolanti su quello che sta accadendo e sarà nel frattempo accaduto.Marco Rossi -
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L’Italia in Camicia Nera"Com'è che l'Italia divenne fascista" In questo volume, parte della sua Storia d'Italia, Indro Montanelli affronta un tema storiografico delicatissimo, perché relativo a un passaggio cruciale e al contempo totalmente divisivo della storia dell'Italia unita: l'avvento del Fascismo. Per un libro pubblicato nel 1976, e dunque in anni in cui la marea ideologica andava a sinistra, all'antifascismo dichiarato - anzi, "costituzionale" - e per un autore al centro della quotidiana, infiammata polemica politica di quegli anni, scrivere questo libro su questo tema era una sfida rischiosa. Una sfida che naturalmente Montanelli vince. Il libro delinea la biografia del primo Mussolini, tratteggia il suo burbero carattere giovanile, l'esperienza socialista, la direzione dell'Avanti, la scelta interventista, l'uscita dal Partito Socialista. Questa prima parte del libro è istruttiva, efficace nel raccontare la complessità della forte personalità e dell'intricato percorso umano e soprattutto politico del futuro Duce. Anche se - mi pare - lo stile di scrittura qui non è sempre del più sfolgorante Montanelli, pur essendo buono e non mancando i guizzi e i brani di grande forza. Il libro poi va a raccontare degli anni che dalla Grande Guerra portano alla Marcia su Roma. Qui Montanelli lavora con le sue eccelse caratteristiche di grande giornalista (e storico). Racconta in modo semplice, ma tutt'altro che sciatto, una realtà proteiforme, mutante, piena di accidenti, coincidenze, fatalità, casualità, personaggi più o meno minori, più o meno comprimari. Non parte da un evidente schema ideologico forzando nei suoi augusti confini una recalcitrante realtà. Al contrario, riporta della realtà anche alcuni dettagli, alcuni aspetti che poi non hanno informato di sé il tempo, e questo pur tenendo sempre ben salde le fila del racconto. Fa comprendere chiaramente come la presa del potere di Mussolini sia se non nel fine certo nei mezzi un risultato quasi preterintenzionale, come il talento politico dell'uomo, sommato al collasso del sistema liberale da un lato, alle inadeguatezze delle sinistre e dei popolari dall'altro e infine all'indocile, violenta spinta delle squadre, come tutto ciò sommato abbia condotto al cambio di regime. Descrive anche quello che la vulgata - anche deliberatamente - ignora e consegna al lettore distinzioni da storico raffinato con efficacia - e nonchalance - da fuoriclasse del giornalismo: Mussolini, in questa fase, non controlla davvero il movimento fascista come sarà poi, è un freno a squadre e ras e una loro controparte almeno quanto ne è il capo. E assai bene descrive Montanelli come il definitivo cambiamento di regime, come l'instaurazione della dittatura sia stato evento non subitaneo, ma catalizzato dopo mesi e mesi - in cui, per dire, e Montanelli lascia cadere lì la notazione con grande mestiere, il futuro Duce deve ingaggiare un duro braccio di ferro con la burocrazia romana... per abrogare la pausa dall'orario d'ufficio dopo pranzo, e con esiti tutt'altro che trionfali. Il catalizzatore è il delitto Matteotti, naturalmente. E' il 1976, eppure nel 1976 Montanelli scrive del delitto Matteotti quello che si sa grazie al meglio della ricerca storiografica (per esempio De Felice nell'opera è molto citato, non a caso), e non quello che l'antifascismo militante dell'epoca esige: Mussolini non ordinò il delitto, perpetrato da fascisti, ma non per volontà del Capo del Governo. Il quale - vicino alla crisi definitiva - riprende la briglia del proprio destino e attraverso esso il destino di un popolo e il 3 Gennaio 1925 pronuncia il discorso d'instaurazione della dittatura. In queste pagine anche lo stile, secco, memorabile, avvincente, essenziale, è all'altezza del dramma: naturalmente Montanelli non perde l'appuntamento con il tragico soggetto. Solo due considerazioni finali. La prima: qui si entra nelle pagine della Storia d'Italia che sono anche nella memoria dell'autore, nel suo vissuto. La partecipazione c'è, la faziosità no. La seconda: il rapporto di Montanelli con la figura del Duce. E' un rapporto che esprime un'Italia profonda, silenziosa, ma maggioritaria. La esprime, le dà voce, ma anche la supera. Un rapporto non assolutorio. Non demonizzante. Politicamente non connivente. Umanamente non antipatizzante. Un rapporto in chiaroscuro, nel quale si intuisce il distacco intellettuale dopo l'immedesimazione viscerale. Sotto il segno di una impressionante onestà intellettuale.Marco Rossi -
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VilletteSo che a molti lettori è piaciuto e per questo motivo avevo deciso di iniziarne la lettura. Purtroppo, la scrittura e la struttura del racconto non incontra il mio gusto di comune lettrice.Lovereading -
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Storia NuovaZosimo sta ai Pagani come Orosio sta ai Cristiani: questo autore dell’inizio del sesto secolo era un pagano veementemente anti-cristiano. La sua storia ne è inevitabilmente influenzata, come quella di Orosio. E’ infatti interessante leggere i due autori per formarsi una opinione sugli eventi. [Recensione originariamente pubblicata nella pagina "Fonti" del sito di "Storia d'Italia": link sottostante]Il Miglior Nemico di Roma - Marco Cappelli -
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Simply Intelligenza Artificiale"Per un'infarinatura" L'obiettivo di questo libro è fornire una panoramica chiara, divulgativa, sintetica sull'intelligenza artificiale, coprendone la storia, i concetti-chiave, le principali tipologie, le applicazioni, le implicazioni. L'obiettivo è complessivamente centrato. E' un'introduzione agile e facile da consultare che può essere utile in alcune circostanze per non affrontare un argomento brancolando nella completa oscurità; le descrizioni sono in alcuni casi efficaci, in altri un po' troppo alte e succinte, risultando non troppo soddisfacenti.Marco Rossi -
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Selva OscuraNicole Krauss é un talento. Un talento che migliora sempre piú. Da "Un uomo sulla soglia", il suo romanzo d'esordio, che aveva innegabili qualitá nonostante non fosse del tutto riuscito, a questo, che é il suo miglior romanzo. La protagonista é Nicole Krauss stessa, a cui un vecchio affida un inaspettato tesoro...MichaelSermoneta -
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Nella Roma dei Cesari“Un piccolo gioiello, immancabile nella biblioteca degli appassionati di Storia, e dunque di Roma antica” Roma antica è una sorta di mito, una passione speciale per quasi tutti, non solo per i cultori di Storia. La grandezza della sua vicenda è una delle massime epopee umane, e Roma è la forza, la potenza, la grandiosità, lo splendore per antonomasia. Tutto questo è nato in un punto ben preciso del globo, si è irradiato da una singola città, “la” Città, l’Urbe. E dunque, l’ammirazione per la storia di Roma porta a un’affezione particolare per la città, per i monumenti e le rovine che a oltre mille e cinquecento anni di distanza restano superbi, esaltati da una cornice stupenda anche per ciò che è venuto dopo, certo. Ma l’affezione è anzitutto verso un’ “idea”, quella di Roma al culmine del suo splendore, la città con oltre un milione di abitanti multietnica, cosmopolita, abbagliante nella sua gloria, inarrivabile nella sua forza. Una Roma colta, quindi, in epoca imperiale, quando ormai tutti i monumenti sono al loro posto, l’estensione è massima, il declino non ha ancora intaccato templi, terme, archi, colonne. Quasi un archetipo platonico più che una precisa realtà storica, che tende a fondere la potenza d’epoca traianea con l’assetto urbanistico d’epoca costantiniana. E questa “idea” di Roma è stata concretizzata in alcune rappresentazioni. La più nota, che - ricordo - mi affascinò profondamente da bambino, quando ne vidi una fotografia credo nel sussidiario delle elementari, è il plastico di Roma Imperiale di Italo Gismondi, quello che è stato esposto per decenni al Museo della Civiltà Romana. “Nella Roma dei Cesari”, di Gilles Chaillet, si inserisce di diritto tra queste rappresentazioni dell’ “idea” di Roma: l’opera è un atto d’amore per Roma antica. Lo scrive lo stesso autore, noto disegnatore fumettista: “mai avrei potuto portare a termine questa mia utopistica impresa di fare rivivere Roma casa per casa. [...] Sono stati loro [antichi scrittori, archeologi e storici di ogni secolo] a permettermi di realizzare questo sogno un po’ folle germinato nella testa di un ragazzino di dieci anni: ricostruire Roma nel momento del suo massimo splendore, allo stato delle nostre attuali conoscenze”. Due sono le componenti di "Nella Roma dei Cesari": la riproduzione grafica di tutta Roma, attraverso tavole panoramiche a volo d’uccello, quale doveva apparire all’incirca all’epoca di Costantino (sono in realtà presenti anche alcuni monumenti seguenti), e il racconto di alcune giornate di un personaggio d’invenzione, un forestiero a Roma nell’anno 314 per un’importante missione politica, che permettono all’autore di raccontare la città in tutti i suoi quartieri, renderne atmosfere, situazioni, caratteri. Oltre alle tavole sono presenti fotografie dell’autore stesso scattate nella Roma contemporanea e altre splendide illustrazioni, sempre di sua mano. Un lavoro suggestivo e toccante, che ancor più scolpirà nel lettore quell’ “idea” di Roma antica. Non so se e quanto ciò che è mostrato sia preciso e accurato: credo che sia frutto di grande passione, ricerca, studio dell’autore, e che al contempo sia una riproduzione non pienamente realistica, anche al di là delle inevitabili lacune nella nostra conoscenza, perché nelle tavole tutto è perfetto, e bellissimo, e presente nello stesso istante, mentre alcuni monumenti probabilmente avevano superato il loro momento di miglior forma e manutenzione quando altri erano ancora da costruire, e forse i giardini non sono mai stati tutti insieme così rigogliosi e precisi, e le strade così ben pavimentate, e i tetti così ordinati. Ma questo è anzitutto un atto d’amore per un’ “idea”, quella sì esistita ed esistente non meno delle pietre e delle statue. I disegni sono bellissimi, il tratto preciso, i colori vividi e allegri. Il testo si lascia leggere con grande fluidità e piacevolezza, ed è assai efficace nel rendere le sensazioni, le atmosfere. Un libro che è quasi una porta attraverso le epoche, che proietta il lettore nel primo IV secolo, negli anni di Costantino imperatore, giusto in tempo per cogliere l’ultimo bagliore della Roma classica, negli ultimi istanti prima che le chiese sostituiscano i templi, che gli antichi dei inizino a svanire, subito prima, insomma, che inizi un’altra storia. Che questa sia la volontà dell’autore e la sua interpretazione di quel momento storico è esplicito. Un libro che non può mancare nella biblioteca di qualsiasi appassionato di Storia, e dunque appassionato di Roma antica. Anche un ottimo regalo per un ragazzo o un bambino, che passeranno ore sulle sue pagine, ad aggirarsi stupiti e incantati per le strade di Roma, genetrix hominum genetrixque deorum, Regina pulcherrima mundi.Marco Rossi -
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Racconti IncompiutiUna raccolta di testi che vanno dalla Prima alla Terza Era della Terra di Mezzo, dandoci tantissimi indizi sul worldbuilding del nostro Professore Preferito!Cronache dalla Terra di Mezzo -
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Catalogo dei Santi Ribelli. Storie di immigrati, ladri e prostitute che hanno cambiato la Chiesa"I Santi, ovvero degli esseri umani" Conoscevo le brevi biografie dei santi di Leonardo Tondelli dalla rubrica che a lungo “Il Post” ha dedicato loro. Alcune di queste biografie, quindi, le avevo già incontrate. All’uscita del volume, però, ho voluto acquistarlo perché ho sempre apprezzato l’approccio di Tondelli alle vite dei Santi: una buona penna, spesso ironica e comunque divertita, che descrive con approccio laico, ma non irrispettoso o irridente, biografie a volte straordinarie, a volte nebulose, a volte solo ipotetiche. Sono ritratti brevi, schizzi, non sempre completi, ma sempre con qualche pennellata illuminante e istruttiva sul contesto, specialmente sulla storia della Chiesa. Davvero interessanti, per esempio, gli Evangelisti e le relative informazioni e ipotesi sulla genesi dei Vangeli. Sono ritratti, come dicevo, scritti con approccio laico, che tendono a ricondurre i Santi al mondo, ai nostri schemi interpretativi secolari, e lasciano sempre riflettere su quanto biografie che nel corso dei secoli sono assurte alla santità oggi sarebbero spesso oggetto di letture molto diverse. I Santi trattati sono selezionati tra “i meno conformisti, i “ribelli””, dice l’autore, ma sono diversissimi tra loro, come tipi e nella collocazione temporale: si va da figure evangeliche agli Evangelisti, dai Padri della Chiesa a Giovanni Paolo II. Alcuni ritratti sono migliori, alcuni incompleti, a volte mancano aspetti molto importanti delle personalità trattate (ad esempio, è questo il caso di Sant’Ambrogio), ma la lettura è agevolissima, stimolante e istruttiva. Anche questa lettura dona il suo valore a chi apprezza la famosa linea di Terenzio: “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”. E’ in fondo molto onesto quanto scrive l’autore stesso in prefazione: “il libro che avete tra le mani è ancora una raccolta di leggende, estesa su venti secoli ma senza profondità. E’ come la mappa, non del tutto autentica, di un mondo che magari grazie a questo libro qualcuno scoprirà – dopodiché, se l’argomento davvero gli interessa, farà bene a disfarsene e a procurarsi cartine più professionali e dettagliate”.Marco Rossi -
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Giuliano"Vita Stupefacente e Grandiose Imprese di un Notevole Sconfitto in un'Epoca di Trasformazione" “Giuliano” è un bel libro. Romanzo storico documentato e piuttosto fedele, narra la vita di una figura storica di grande fascino: Flavio Claudio Giuliano, l'ultimo imperatore dichiaratamente pagano di Roma. Figura suggestiva che visse in un'epoca suggestiva: quella del rapido trapasso dal paganesimo al cristianesimo, dalle persecuzioni di Diocleziano al cristianesimo religione di Stato di Teodosio, dai templi alle chiese, dagli oracoli ai santi. Il momento storico, dunque: un mondo antico muore e un mondo nuovo sta prendendo forma. Oltre al protagonista, pare che anche l'autore non veda con particolare benevolenza ciò che arriva: non è un libro molto tenero verso la religione cristiana, di cui si sottolineano le contraddizioni, le divisioni, le feroci lotte intestine, i “prestiti” da altri culti e riti, miserie storiche e di alcuni personaggi poi assunti ad altissimi onori. Insomma, tutto molto umano e poco divino, sia per Giuliano che – si direbbe - per Vidal. Giuliano tenta di invertire il flusso della Storia, di riportare la primazia dell'ellenismo, dei suoi dei, della sua filosofia – quella neoplatonica, in particolare. In poche decine di anni, dopo le scelte di Costantino, il mondo è cambiato radicalmente, ma Giuliano vuole tornare a “prima”, alla continuità con una tradizione e una sapienza millenaria, emendando la rottura radicale che si sta delineando, il cambio di direzione e di traiettoria che la Storia sembra stia prendendo. Vuole riportare allo splendore ciò che sta rovinando e disperdendosi, domare e svigorire ciò che sta sorgendo. La cosa straordinaria è che questa impresa titanica e improbabile sembra, per buona parte della vita di Giuliano e dello sviluppo del libro, destinata a riuscire. L'ascesa di Giuliano al sommo titolo di Augusto è per certi aspetti incredibile. I suoi successi da Cesare sono straordinari. Sembra davvero un predestinato, protetto dal Fato. Poi, infine, un trionfo militare inaudito da secoli può essere colto, ma, in meno di un mese, tutto precipita, concludendosi nella morte dell'imperatore e nel tramonto, definitivo, del suo progetto. Una asimmetrica parabola, che compone il racconto di un fallimento. Ma c'è altro. Giuliano è un anticristiano mosso dagli stessi aneliti dei cristiani: la necessità dell'immortalità, della vita dopo la morte, l'attrazione per i misteri, la fascinazione per il magico (o il miracoloso). E' razionale e scettico nelle critiche feroci al cristianesimo, non sembra rendersi conto che eguali critiche possono essere mosse al suo credo. Non solo: vuole il ritorno agli antichi culti, ma li riorganizza copiando la struttura gerarchica – rivelatasi vincente – del cristianesimo e li interpreta secondo la – recente – chiave neoplatonica: Giuliano sente di tornare a una passata età dell'oro, ma è così o invece adotta soluzioni nuove sotto un'apparenza di antico? Giuliano, insomma, è un uomo del suo tempo, e così agisce, anche se desidera tornare a un tempo che non è più. E poi: Giuliano è imperatore di Roma, ma non vedrà mai Roma, parla poco e male latino, si sente ellenista, parla greco, scrive greco. E poi: Giuliano si considera filosofo, ma si rivela uno dei più grandi generali romani, almeno a livello tattico, imbattuto dalla Gallia alla Persia. E poi: Giuliano parla troppo, Giuliano – a un certo punto – si perde in un sogno di grandezza, quale novello Alessandro, Giuliano accorda molta fiducia a qualche consigliere che non lo merita, Giuliano porta una barba orribile, Giuliano acconsente a una esecuzione capitale ingiusta dovuta a ragioni politiche, Giuliano sembra avere una strana attrazione per il fratello, di cui non riconoscerà mai fino in fondo la ferocia. Giuliano è certamente l'eroe del libro, ha ambizioni e qualità che ne rivelano la nobiltà, ma non è perfetto. L'espediente narrativo scelto è quello di uno scambio epistolare, molti anni dopo la morte di Giuliano, tra due filosofi ellenisti, non cristiani, uno (Libanio) più vicino alla spiritualità di Giuliano, l'altro (Prisco), più scettico; alle lettere dei due si aggiungono memorie e appunti dello stesso Giuliano. Questo permette l'intrecciarsi di diversi punti di vista: il racconto di sé di Giuliano, complessivamente sincero, ma con qualche omissione che non appare casuale, al quale si aggiunge un continuo scolio critico, da punti di vista affini ma leggermente diversi, che contiene anche informazioni non presenti nel materiale di Giuliano. Pur essendo ogni riga del testo, nella finzione, redatta nel IV secolo, lo stile della scrittura è moderno, non manifesta particolari ambizioni di mimesi degli scritti antichi, ma rende quasi sempre atmosfere e ambientazioni con grande efficacia (l'azione si svolge in molti luoghi dell'Impero, a Oriente e a Occidente, oltre che nella Partia), così come fornisce descrizioni vivide di alcuni protagonisti (a mio avviso notevole, in particolare, oltre naturalmente a Giuliano, la complessità e la varietà di toni di Costanzo, suo predecessore). Non so se per scelte di traduzione, alcuni termini appaiono un po' fuori luogo (“università”, “agente segreto”...) . Il libro è voluminoso, ma la lettura riesce avvincente e rapida. Interessante e molto centrata la postfazione di Domenico De Masi, che offre chiavi di lettura condivisibili e non banali.Marco Rossi -
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Shantaram"Una lettura di qualità per le vacanze" Lessi “Shantaram” anni fa. Ricordo una bella lettura, coinvolgente, molto ben scritta e molto ben narrata, nella quale l'autobiografia si trasforma senza soluzione di continuità in romanzo, fino a sembrare eccedere la realtà. Questo è uno di quei libri capaci di raccontare un mondo, l'India principalmente ma non solo, ricreandolo attraverso l'affabulazione delle parole, di forte effetto e suggestione. Immerge il lettore nell'India di “Shantaram”, quasi ne potenzia i sensi, un effetto che d'altronde ha - pare - anche l'India reale sul suo visitatore. E' un libro che sa anche creare alcuni caratteri e situazioni memorabili (ricordo ancora con grande simpatia Prabaker, e alcuni episodi che lo coinvolgono sono tra quelli che ho sempre avuto ben presenti con una certa precisione, mentre il tempo ha molto sbiadito la trama generale; ricordo anche le riunioni al Leopold di quella sorta di circolo di amici stravaganti al quale il protagonista appartiene). “Shantaram”, oltre alla trama godibile e alle potenti descrizioni, spesso presenta riflessioni con una venatura filosofica. Di queste rammento una certa capacità di suggestione; non saprei dire – e mi sembra che la stessa impressione l'avessi al tempo della lettura – quanto siano solide e davvero profonde. Ad ogni modo, possono essere stimoli interessanti, quanto meno per il lettore che si è avvicinato al romanzo per altri motivi. Insomma, è un bel libro, che concilia l'evasione data dall'ambientazione “esotica” e dalla trama avventurosa con stimoli intellettuali, e presenta pagine di scrittura eccellente. Non tutto è perfetto: alcuni personaggi per esempio forse non sono – o non vogliono essere? - davvero tridimensionali, alcuni passaggi “filosofici” - come già accennato - possono convincere di più o di meno, a volte forse si rischia la verbosità o il melenso. Tutto sommato, però, è un romanzo la cui lettura consiglio, specialmente quando si vuole “staccare” dalla quotidianità, perché garantisce quel pizzico di immaginazione suggestiva che aiuta a rilassarsi. Infatti, non so se sia un ricordo costruito o meno, mi sembra di averlo letto in un'estate di mare.Marco Rossi -
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Il PadrinoBello tanto quanto il film!FV -
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La Cultura del Dato. Strategie e strumenti per il futuro delle organizzazioni“La Cultura del Dato” è un buon testo, che offre una panoramica completa sul ruolo dei dati nelle aziende contemporanee giovandosi di un’efficace abilità di sintesi e di una rimarchevole chiarezza espositiva. Il valore dei dati per le decisioni e i processi aziendali, le principali professionalità ad essi collegati, i modelli organizzativi possibili, i macro-trend che li riguardano sono trattati organicamente e con soddisfacente completezza, senza perdersi in dettagli non necessari, senza complicazioni inutili generate da superflui tecnicismi, inclusi quelli gergali, senza tentare di addentrarsi nella intricata selva delle infinite metodologie analitiche, tenendosi sul giusto livello, quello della strategia. Gli autori esprimono le proprie preferenze quando soluzioni alternative sono possibili, e questo è a mio avviso un pregio del libro, che offre un punto di vista ben argomentato con il quale il lettore può confrontarsi per meglio definire la propria opinione, che questa sia in accordo con gli autori o meno. Sono inoltre presenti interviste a professionisti di successo la cui carriera si è sviluppata nel mondo dei dati; queste interviste offrono a loro volta numerosi spunti interessanti, basati sull’esperienza diretta. In sintesi, un’utile sistematizzazione di un tema oggi imprescindibile per ogni azienda, e per la grande maggioranza dei professionisti che vi operano. Essenziale ma stimolante la bibliografia finale. Raccomandato.Marco Rossi -
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La Guerra del PeloponnesoLetto questo, il resto delle relazioni internazionali sono solo tecnicismi, o voli pindarici. Per una versione aggiornata, “Storia della diplomazia” di Henry Kissinger.pietromons79 -
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Il Ribelle. L’avventura della fondazione"Romanzo storico istruttivo, suggestivo e avvincente" Una ricostruzione affascinante e verosimile - rispetto alle più recenti ipotesi di storici e archeologi - della fondazione di Roma. Istruttiva, per apprendere come la nascita di Roma potrebbe essere stata. Suggestiva, nella ricostruzione dei luoghi, dei costumi ecc. Avvincente, nella costruzione della trama. Scorrevole alla lettura.Marco Rossi -
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The Craft of Thought: Meditation, Rhetoric, and the Making of Images, 400 1200Un interessante trattato sul ruolo della retorica nel Medioevo. Il libro esamina la meditazione monastica come disciplina per generare linee di pensiero. L'autore inoltre tratta l'influenza di tale disciplina sulla letteratura, sull'arte e sull'architettura. Un ruolo centrale è riconosciuto all'immaginazione e alle emozioni nella meditazione e nell'inventio retorica basata sulla creazione di immagini mentali.gwren -
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Augustus" Nella Trilogia dei grandi romanzi storici romani alto-imperiali, con "Memorie di Adriano" e "Io, Claudio" " Un fatto letterario curioso del secolo grandioso e tragico che è stato il Novecento è la scrittura di alcuni romanzi storici che hanno travalicato il valore di genere per assumerne uno più ampio, di letteratura tout court. Anche più curioso è che non pochi di questi romanzi storici abbiano riguardato la prima Roma imperiale, prendendo i suoi protagonisti a modello e pretesto per riflettere sulla condizione dell'uomo nella Storia, e sulla natura e il senso del potere. E' possibile costruire una Trilogia di questi romanzi storici romani alto-imperiali del Novecento, al vertice della quale sta probabilmente "Memorie di Adriano" di Marguerite Yourcenar, opera benedetta anche da un particolare afflato di poesia. Segue per me "Io, Claudio", di Robert Graves, l'avvincente pseudo-autobiografia romanzata del quarto imperatore di Roma. Nella personale graduatoria, "Augustus" si attesta buon terzo. Alcune peculiarità dell'opera ne sono i punti di forza. Anzitutto, la sua natura di collazione di vari scritti, con diverse finalità (epistola, diario, atto ufficiale ecc.), di numerosi personaggi del tempo, veri o verosimili. Questo permette un racconto polifonico, sfaccettato, in cui ogni fatto o personaggio viene rappresentato da molteplici punti di vista, e dunque con numerose sfumature e - talvolta - possibili interpretazioni. Ciò apre al lettore anche riflessioni interessanti sulla differenza tra una persona "in sé" e la sua variabile percezione esterna, come pure sul suo mutare nel tempo. Augusto, visto attraverso mille occhi, scrive in prima persona di sé solo nelle ultime pagine, quando è prossimo alla morte, e vi si rivela come un uomo saggio, distaccato e realista, freddo nell'azione e nel disegno, non sempre nel sentimento, non nella alta visione. Fino a quel momento, il protagonista dell'opera, il suo oggetto di studio, è raccontato solo dagli altri. Gli scritti non sono in realtà in uno stile filologico, tranne sporadici richiami: è evidente che si tratta di buona scrittura del Novecento, ma questo fa parte del gioco. Anche se - lo ammetto - questa distonia talvolta molto evidente è uno dei motivi che mi portano a mettere questo come gradino terzo della scala dei grandi romanzi storici romani alto-imperiali del Novecento, unitamente alle pagine finali scritte nella finzione dallo stesso Augusto, lettura per certi aspetti troppo esplicita, troppo sfacciata nello sciogliere - con una legittima presa di posizione dell'autore Williams, sia ben chiaro - molti enigmi e aspetti indefiniti della personalità magnanima di Augusto, che tali invece rimangono per la Storia e ben rimanevano nel resto dell'opera, dove erano gli altri a raccontare. Altro punto di forza è il soggetto in sé: l'uomo che realizzò una svolta storica di proporzioni immani, che informò non solo il proprio tempo, ma tutto il prosieguo della storia occidentale, e di lì mondiale, per oltre duemila anni. Questo in effetti è cruciale: il romanzo, per quanto storicamente piuttosto accurato, seppure non sempre precisissimo, prende spunto dal momento storico decisivo e dal personaggio grandissimo, e dell'uno e dell'altro offre una chiave di interpretazione verosimile. Ma il vero tema è più ampio e diventa (forse perfino troppo) evidente nelle pagine precedenti l'epilogo, quelle che nella finzione sono scritte dallo stesso Ottaviano: una riflessione - contemporanea - sul potere, sul suo esercizio, sulla sua finalità, e di qui sulla vita, di per sé e nella Storia. Per l'appunto come in "Memorie di Adriano" e in "Io, Claudio". Per l'appunto riflettendo su quel momento imprescindibile della Storia che è stata la Roma delle Guerre Civili, del Principato e dell'Alto Impero.Marco Rossi -
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L’Italia del Risorgimento"Un'Utile Introduzione" La "Storia d'Italia" di Indro Montanelli, redatta con l'ausilio di Gervaso nei primi libri e di Cervi negli ultimi, è una delle più rilevanti imprese culturali dell'Italia del secondo Novecento. Tramite la scrittura di Montanelli, moltissimi italiani hanno "scoperto" la storia del proprio Paese, hanno iniziato a pensarla, ne hanno appreso quanto meno i capisaldi, più chiaramente e organicamente - soprattutto meno retoricamente - che a scuola. Montanelli anche in quest'opera utilizza il suo stile, che resta modello di chiarezza e semplicità, e al contempo eleganza. Uno scrivere mai barocco, senza sfoggio di ricercatezza, con costruzioni sintattiche di immediata e facile comprensione anche al lettore non il più accanito; eppure così ben concepito, così sobrio e impeccabile, anche quando quasi si avvicina al colloquiale. Mai sciatto, sempre denso di significato. I guizzi di intelligenza si susseguono e avvincono. Montanelli è un uomo di valori e principi - i valori di una maggioranza silenziosa che in Italia c'è stata per lungo tempo, pur facendosi notare meno di altre, assai meno commendevoli minoranze - ma che non per questo rinuncia al buonsenso, all'uso e alla conoscenza del mondo, che talvolta, complice l'incomparabile esperienza accumulata in prima persona nelle grandi pagine della Storia del XX secolo, paiono quasi sfiorare il cinismo. Ma dietro all'occasionale cinismo resta una divertita e in fondo indulgente comprensione. Incomparabile nei ritratti dei personaggi, maggiori e minori. Il più delle volte con pochissimi tratti, Montanelli descrive rendendo risultati vividissimi il suo soggetto. E' impossibile non notare la differenza tra il suo realismo, radicato in una profonda conoscenza dell'umano, delle sue grandezze, delle sue miserie, soprattutto delle sue contraddizioni, tra il suo realismo si diceva e la prosopopea di tanta storiografia "colta" anche a lui contemporanea, spesso forse più ampiamente documentata, ma certo meno verosimile perchè meno esperta del mondo vero. E' in questa capacità di presentare il suo soggetto con realistica pregnanza, suscitando vivissimo interesse anche nel lettore qualunque, nel cittadino che vuole istruirsi, pur senza essere necessariamente né divenire un "cultore della materia", il più grande merito di Montanelli, che rende la sua "Storia d'Italia", insieme a quella dei Greci e alla "Storia di Roma", ancora oggi una delle migliori introduzioni alle vicende politiche, artistiche e culturali della nazione italiana. Certo, non è opera accademica e non è priva qua e là di imprecisioni, ma ben oltre a questi occasionali peccati veniali va il suo valore. Ne "L'Italia del Risorgimento", in particolare, Montanelli non paga il diffuso stanco tributo alla retorica patriottarda che ha quasi inventato un Risorgimento differente da quello che s'è realmente compiuto. Amico della verità, non esita ad evidenziare limiti, errori, ingenuità di vincitori e vinti, che si tratti di Mazzini, Vittorio Emanuele II, Garibaldi, Pio IX. Al contempo, però, riconosce slanci ideali, grandezze e eroismi. La stagione che porta al 1848 e poi al 1859 è descritta con una chiave di lettura centrata sull'ascesa tra i patrioti, a scapito dell'ormai inattuale Carboneria, e poi sul fallimento dell'opzione mazziniana, sulla progressiva elaborazione della posizione moderata, specialmente nel Regno di Sardegna, e quindi sulla capacità del Piemonte e di Casa Savoia di diventare campioni della causa nazionale, che si conferma a lungo intesa come un'unificazione del centro-nord, senza escludere affatto una coesistenza o anche una "federazione" con Stato della Chiesa e Due Sicilie. Non si manca di descrivere quindi le inadeguatezze di Pio IX e dei Borbone, che porteranno alla loro sconfitta. Non si nasconde la limitata estensione sociale e popolare dell'adesione agli ideali risorgimentali, anche se con eccezioni significative, pur tra le contraddizioni, come a Roma nel momento della Repubblica o a Milano nelle Cinque Giornate o a Venezia o a Brescia. A mio avviso è invece un poco sommaria la trattazione dell'impresa dei Mille, e dunque dell'unificazione del Sud al Nord. Ma va detto - e l'Autore lo ricorda - che Montanelli ha dedicato un libro intero a Garibaldi, scritto insieme a Marco Nozza. Libro che non ho letto e potrebbe dunque contenere quei dettagli di un'impresa fondativa della patria che qui sono raccontati piuttosto stringatamente.Marco Rossi -
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Il Paradiso delle SignoreEmile Zola non si smentisce: dopo Therese Raquin, anche questo libro mi ha conquistato il cuore. Si legge tutto d'un fiato e vorresti poter sapere di più della storia di Denise, protagonista del romanzo, anche dopo la fine del libro. Non solo. Dopo averlo letto, ho iniziato a entrare nei centri commerciali con una visione diversa, perché si tratta di un libro che apre il "vaso di Pandora" sulle logiche consumiste e a volte disumane che, purtroppo, a volte si celano dietro i grandi magazzini. E' un libro che consiglio in particolare a chi si diverte con stoffe, sete, velluti e merletti.Lovereading -
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Le Storie contro i PaganiOrosio è la principale fonte che abbiamo per il periodo seguente a quello coperto da Ammiano Marcellino. Fu incitato a scrivere la sua storia da Sant’Agostino, come risposta alle accuse dei pagani ai cristiani di aver causato il sacco di Roma. E’ ovviamente una storia molto di parte ma è fondamentale per alcuni eventi e anche per comprendere la mentalità cristiana del tempo. [Recensione originariamente pubblicata nella pagina "Fonti" del sito di "Storia d'Italia": link sottostante]Il Miglior Nemico di Roma - Marco Cappelli -
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Life of MendelConcittadino di Mendel, il biologo Hugo Iltis è l'autore della prima biografia sulla scienziato. A lui dobbiamo anche la pubblicazione dell'autobiografia scritta da Mendel nei suoi anni giovanili.Gregor Johann Mendel - Storie di Biologia -
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La Storia Spezzata. Roma antica e Occidente moderno"Una interpretazione profonda e sorprendente della Storia" A me questa pare un’opera di grande pregio, una interpretazione profonda della Storia. “Interpretazione”, non “racconto”, perché questo libro non si propone di spiegare “cosa” sia successo, ma “perché” sia successo. Sappiamo tutti che l’Impero Romano è caduto, non sappiamo perché. Ecco, questo è un tentativo di risposta alla domanda capitale della storiografia d’Occidente. E’ un’opera che ha qualcosa di marxista, perché ruota sull’economia, alla quale però affianca informazioni e considerazioni di pertinenza di molti campi dello scibile, dalla psicologia alla storia della filosofia, oltre naturalmente alla storia politica e sociale. I riferimenti a fonti ed autori sono inesauribili, sempre illuminanti, e non si limitano all’antichità classica, mentre i richiami ai contributi alla storiografia sono – non sorprendentemente – anch’essi numerosi e vari. E’ un’opera avvincente anche perché pone domande inconsuete, che aprono nuove linee di pensiero. Ad esempio: la differenza tra l’economia romana e quella moderna è solo quantitativa o più profondamente qualitativa? L’economia moderna è figlia di progressi che comunque, nonostante la parentesi medievale, derivano per linea diretta da quella romana o è qualcosa di diverso? Perché la prosperità dell’economia romana non ha continuato a crescere? Le risposte che l’autore propone, dopo aver presentato queste domande, si alimentano da un grandioso affresco della storia romana, dalla Repubblica al Principato e all’età degli Antonini, con poi ulteriori accenni ai secoli della crisi. La storia economica, sociale e politica di Roma viene letta da un’altezza inebriante, che permette un colpo d’occhio vertiginoso e suggestivo, in grado di cogliere costanti e mutamenti che – nella usuale rappresentazione della Storia – si perdono, e sono invece il succo stesso della civiltà. Il cuore della spiegazione che l’autore fornisce ai limiti dello sviluppo romano è costituito da – nelle sue parole – <<un trittico>>: <<la diffusione della schiavitù-merce, la svalutazione del lavoro e della materialità trasformatrice, il costante deficit meccanico nei processi produttivi>>. Roma non diventò l’Inghilterra di Sette-Ottocento perché gli schiavi sembravano bastare alle esigenze delle classi dominanti, e anzi le confermavano nel ruolo, perché non si svilupparono – pur essendoci alcune conoscenze che avrebbero potuto innescarne l’invenzione – delle tecnologie in grado di cambiare radicalmente i sistemi di produzione e – soprattutto, direi – perché non aveva nessuna volontà di diventare qualcosa del genere. Le molte pagine di storia del pensiero in cui viene descritto il distacco – anzi, la repulsione – della cultura classica, assai più che di quella arcaica, dalla trasformazione materiale e dal lavoro sono affascinanti e illuminanti. L’evidenziazione di questa profonda differenza rispetto all’Europa basso-medievale e post-medievale, in cui tali repulsioni non sarebbero più state dominanti, aggiunge una luce importante per la comprensione della Storia. In precedenza, non avevo mai colto appieno che, mentre nell’arte, nella politica, nella filosofia ecc. la nostra cultura può essere vista tutto sommato a buon diritto come il risultato di una evoluzione di quella antica, ciò non è vero per l’economia e per il sistema valoriale ad essa collegato. Né avevo messo a fuoco che il diritto romano è stato nel basso medioevo e nella modernità utilizzato per rivestire di forme antiche rapporti sociali affatto nuovi. Né avevo ben riflettuto sul fatto che per l’uomo moderno la natura, il reale, hanno un ruolo centrale, perché oggetto e fattore ineludibile della materialità trasformatrice, mentre per l’uomo classico bisogna leggere “al di là” della natura, essere in grado scorgerne il disegno nascosto, decifrare gli arcani che essa maschera: la cultura classica dà valore alla metafisica, può presentare la natura come una porta d’accesso a schemi segreti, e in quanto tale da assecondare, non certo da modificare, mentre lascia la materialità trasformatrice agli schiavi, o comunque agli strati sociali privi di prestigio; in effetti, ponendo così la questione, è meno sorprendente che nella Roma antica non si sia appieno attivato un circuito autorinforzante di accumulazione del capitale a fini produttivi. Di grande suggestione anche le pagine in cui si comparano l’idea di continuo sviluppo, di perenne, naturale inappagamento dovuto a sempre nuovi bisogni e desideri, propria dell’età moderna, con invece l’idea di soddisfazione, di compiutezza, di limite propria dell’età classica: <<la rivoluzione della modernità europea è stata innanzi tutto soppressione del limite: […] la storia dell’Occidente mai più avrebbe cercato “di rimanere qualcosa di divenuto” [..] ma prendeva a identificarsi con “il movimento assoluto del divenire”>>, nelle parole dell’autore.* A questa mancanza di prospettive, di un nuovo futuro, di nuovi orizzonti, l’autore lega l’inquietudine, l’ansia e l’angoscia che, già prima latenti, ebbero un peso ineludibile nella psiche delle classi dirigenti romane nei secoli della crisi. Quanto agli elementi più discutibili, l’autore da un lato ipotizza che il percorso imboccato dall’economia romana rendesse sostanzialmente ineluttabile l’esito di stagnazione prima e crisi poi (focalizzandosi a dire il vero sempre sull’Occidente, senza, sostanzialmente, interessarsi dei mille anni di Bisanzio), dall’altro si sforza di individuare il momento decisivo in cui si scartò il percorso alternativo che avrebbe potuto aprire prospettive diverse. Lo identifica nei decenni che terminano con l’instaurazione del Principato. A mio avviso, queste considerazioni – la biforcazione e la successiva ineluttabilità della stagnazione senza sbocchi – possono essere opinabili senza per questo intaccare il valore delle intuizioni del libro. La scrittura è colta, di alta qualità e piacevolezza alla lettura, pregna di significati e mai arida. La lettura è fortemente consigliata. * Aggiungo una riflessione – relativa all’Italia –che mi è sorta durante la lettura: la centralità quasi esclusiva della matrice classica nella formazione delle sue élite e a cascata nella cultura nazionale potrebbe avere qualcosa a che fare con l’eterna difficoltà del Paese a inserirsi a pieno titolo nella modernità economica da un lato, a scavalcare una visione bucolica e talvolta quasi sacralizzante della natura dall’altro, a pascersi meno del “divenuto” e ambire di più al “divenire” in conclusione.Marco Rossi -
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History of Middle EarthUna grande raccolta di 12 libri che contiene il succo dell'opera tolkieniana: l'evoluzione del legendarium dal suo inizio alla sua (incompiuta) conclusione.Cronache dalla Terra di Mezzo -
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SandroLa vita, le emozioni e le vicissitudini di Sandro Botticelli, raccontate da lui stesso, nel tempo di un tramonto a Bellosguardo...Francescaccardi -
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Potere senza responsabilità. La crisi della legittimità politica tra sfiducia nelle élite e miti populisti“Raccomandato a tutti gli appassionati di Politica!” Alcuni anni fa, partecipai al tentativo di cambiare la traiettoria del Paese attraverso Fare per fermare il declino, iniziativa generosa e audace che purtroppo naufragò. L’esperienza in Fare è stata ciò nonostante per me assai positiva, e mi ha lasciato molto, oltre alla convinzione di aver provato a fare la cosa giusta in un momento in cui era necessario darsi da fare: ad esempio, mi ha lasciato una rete di contatti e amicizie con persone brillanti e interessanti, che continuano a partecipare al dibattito politico e culturale con contributi di valore, i quali sempre più spesso prendono la forma del libro. Tra queste persone brillanti e interessanti, Andrea Babini, che sta producendo un’opera storica monumentale titolata “Il Medioevo in Italia e in Europa”, che vuole indagare le origini e le radici della civiltà europea, dalla quale e nella quale nasce e si sviluppa il pensiero liberale. Tra queste persone brillanti e interessanti, Pietro Monsurrò, ingegnere, mente attivissima su vasti campi dello scibile, studioso febbrile e originale, autore di questo pamphlet. “Potere senza responsabilità” è infatti un pamphlet, per stile e contenuto. Lo stile è agile, asciutto, sintetico, “dritto al punto”, spesso non dissimile dai post Facebook di Pietro, di agevole e rapida lettura. Il contenuto è un concentrato di idee, spunti e intuizioni, scaturito dall’urgenza del momento storico e delle sue crisi, ficcante nelle critiche agli attori in campo, succo di studio e riflessione non prolisso, non verboso, non accademico. Non ci sono note, ma riferimenti a paper scientifici e pubblicistica al termine di ogni capitolo e un’ottima lista di letture consigliate in fondo al volumetto. Ogni capitolo procede per capitoletti di pochi paragrafi, ma che lasciano il segno. Il libro affronta la crisi del regime politico democratico-liberale evidente in questi anni in molti paesi dell’Occidente. Il suo è un discorso generale, che non prescinde certo da quanto sta avvenendo negli Stati Uniti, per esempio, anche se il focus è sull’Italia e sulle sue vicende politico-sociali. Schematizzando, Monsurrò distingue due attori protagonisti della crisi, entrambi con delle responsabilità: - le élite - il popolo. E identifica due ideologie che li animano, entrambe fallaci, quelle che chiama, rispettivamente: - cosmopolitismo - sovranismo. Alla prima imputa di non sapere e non volere cogliere l’essenzialità della comunità politica come ambito nel quale definire un interesse condiviso, un “interesse nazionale”; con comunità politica l’autore intende il perimetro, tendenzialmente coincidente con quello dei “cittadini”, sul quale esercitare regole – anche attraverso coercizione pubblica – al fine di fornire beni pubblici. Monsurrò rimprovera al cosmopolitismo di non fare i conti con il fatto che concetti come “identità”, “gruppo”, “popolo”, “nazione” per ragioni evoluzionistiche sono fondamentali per spingere gli uomini a cooperare tra loro tramite interazioni complesse e anonime e che dunque, poiché non esistono un’identità politica globale, un’opinione pubblica mondiale, una “comunità globale coesa”, non si può definire un “interesse nazionale terrestre” (definizione mia) che possa reggere un sistema in cui gli stati e le cittadinanze siano superati. Rimprovera al cosmopolitismo di rifugiarsi in ideali slegati dalla realtà, utopistici, e usarli in pratica come strumento per allentare il controllo degli elettorati nazionali sull’azione e la selezione delle élite, anzitutto politiche. Ideali nei quali si rifugiano élite che appaiono molto distanti dalle preoccupazioni ed esigenze delle popolazioni, nei confronti delle quali Monsurrò ravvisa molteplici prove di governo insufficienti da parte delle classi dirigenti negli ultimi decenni. Ideali slegati dalla realtà e dalla responsabilità di governarla, ma utili come segnale della propria superiorità rispetto a chi all’élite non appartiene e tali ideali non condivide. Ideali ai quali le popolazioni non solo si sentono estranee, ma dai quali anzi si sentono danneggiate, in quanto non riconosciute come il destinatario necessario dei beni pubblici, che secondo il cosmopolitismo non sono da destinarsi ai membri della comunità politica in quanto tali, ma a tutti, anche agli estranei alla comunità. In questo modo, le élite hanno determinato la crisi di legittimità del sistema, e innescato una reazione che ha gettato il popolo tra le braccia del populismo sovranista. Verso il populismo e la sua ideologia sovranista, Monsurrò non è meno tenero. Nel momento in cui è venuta meno la fiducia nella classe dirigente, il popolo risponde alla propria percepita impotenza adottando qualunque idea e teoria, anche le più strampalate, non provenga dalla classe dirigente, passando quindi dalla sfiducia nelle élite al fideismo in ciò che si oppone alle élite. Reagisce a una realtà minacciosa o ingrata con una fuga dalla realtà che è anche una fuga dalla responsabilità e con la caccia al colpevole esterno alla comunità, colpendo il quale si vuole ristabilire l’ordine facilmente e senza sacrifici (è questa l’essenza del sovranismo). Mancanza di analisi e propositività, frustrazione, invidia, risentimento, odio, tratti noti del populismo attuale, sono giustamente richiamati e descritti. La contrapposizione di queste due tendenze, entrambe in fuga dalla realtà e dalla responsabilità, continua ad essere alimentata e gonfiata dal voluttuoso abbandonarsi di entrambe le parti a dinamiche tribalistiche: l’opinione politica diviene una parte centrale della propria identità, l’avversario è demonizzato, ogni critica o dissenso sono percepiti come un’aggressione personale. Tutto questo e il manicheismo che lo alimenta non hanno la finalità di comprendere e nei limiti del possibile governare la realtà; realtà e razionalità non hanno un ruolo centrale, il ruolo centrale lo ha l’autograficazione conseguente all’affermazione dell'identità tribale. Un merito di questo lavoro è tentare una pars construens, oltre alla pars destruens, sulla quale Monsurrò è sempre molto efficace. Mi ritrovo molto in sintonia con l’autore quando, contro le semplificazioni manichee intrinseche al tribalismo, richiama con forza la limitatezza della condizione umana, la nostra impossibilità di trovare la soluzione perfetta a ogni problema, poter risolvere ogni contrasto di esigenze o di valori, magari entrambi fondati, in modo netto e senza dover sacrificare alcunché. “La vita umana è fatta di problemi che non possono essere risolti empiricamente o razionalmente, ma che devono essere affrontati. […] Come per Creonte e Antigone, che non possono accordarsi tra i due valori dell’ordine e della giustizia, neanche per noi esistono questioni in bianco e nero, ma solo compromessi più o meno riusciti”: è questo, la consapevolezza di questo, quello che l’autore chiama il necessario “senso del tragico”. Il senso del tragico, dice ancora Monsurrò in pagine molto felici “è una piazza in cui si può discutere di qualunque cosa, senza necessità di prenderla sul serio, e con chiunque, senza farsi troppe illusioni”. Il senso del tragico permette di perseguire il ragionevole compromesso anziché l’irragionevole utopia, di comprendere e rispettare l’altro da cui si dissente, anziché convertirlo o cancellarlo, di essere soddisfatti del punto d’incontro, anziché abbandonarsi a un massimalismo fanatico. E questa cos’è, se non la consapevolezza che sta alla base del pensiero liberale? Scrive infatti Monsurrò: “c’è bisogno del liberalismo classico non come partito – che non ha mai funzionato nelle democrazie di massa – ma come substrato culturale”. Serve la sua epistemologia fatta di dubbio, tolleranza, dialogo, serve il suo apprezzamento per le interazioni sociali di cooperazione (come il mercato), serve la sua diffidenza per il potere che limita i rischi di degenerazione della politica verso il tribalismo e il costruttivismo. Inoltre, poiché serve la comunità politica, servono i suoi alfieri migliori, conservatori come – cita l’autore – Burke, Madison, Thatcher, Reagan. Un’ottima sintesi del pensiero di Monsurrò sta nella formula utilizzata per definirlo nella introduzione – a sua volta molto interessante – di Marco Valerio Lo Prete: “liberalismo realista”. Questa dunque la direzione. Ma come percorrere questa strada liberale, realista e conservatrice? Su questo, Monsurrò non ha una soluzione magica. Ma indica alcuni caposaldi. Anzitutto, serve il “capitale sociale” o “capitale politico”, che l’autore definisce come “la capacità di un gruppo di interagire costruttivamente: ha come requisito mimino la fiducia reciproca. […] Il capitale sociale è il lubrificante della società: riduce i costi di transazione e permette di uscire dagli innumerevoli paradossi del prigioniero dell’interazione sociale”. Per Monsurrò, inoltre, come sopra accennato la dimensione migliore in cui produrre gran parte dei necessari beni pubblici è quella statale. Le comunità infatti devono essere sufficientemente grandi da produrre i beni pubblici che servono, e per alcuni ne servono di molto grandi, ma al crescere delle dimensioni i problemi di coordinamento e di allineamento tra i componenti delle comunità aumentano, per cui è ben difficile andare oltre gli stati nazionali, e, nei pochi casi in cui è necessario, la cooperazione tra stati, essendo mutualmente vantaggiosa, è più che sufficiente (qui cita per esempio il caso del mercato unico, positivo, mentre diffida della costruzione europea sovranazionale). Non concordo su tutto con l’autore. Ad esempio, come appena accennato Monsurrò sostiene il mercato unico ma vede l’europeismo come una costruzione “cosmopolita” destinata al fallimento, mentre io – pur avendo diverse critiche da muovere alla struttura e ad alcune direzioni evolutive della UE – sono decisamente più favorevole a questo disegno e a questa ispirazione, che mi sembrano la migliore via da percorrere per il Vecchio Continente. Una critica in parte fondata può essere anche quella del noto politologo Alessandro Campi, che ho avuto modo di ascoltare in un interessante dibattito proprio su questo libro, secondo il quale – all’interno di un generale apprezzamento per il libro, specialmente per il punto di vista che questo esprime, insolito nel panorama italiano, di liberale realista aperto al conservatorismo culturale – Monsurrò si concentra molto su alcuni aspetti “moralisti” e meno sull’importanza di costruire un adeguato tessuto istituzionale. Non concordo dunque su tutto, non c’è l’indicazione di ogni cosa da fare per sistemare le cose, ma ho trovato la lettura del pamphlet estremamente stimolante, oltre che largamente condivisibile: “Potere senza responsabilità” è un libro intelligente, godibile e leggibile, che consiglio a chiunque si interessi della politica e delle trasformazioni che stanno attraversando i nostri sistemi di governo in questi anni, e sia interessato a comprenderle e a ridurne i pericoli, affrontandone le criticità.Marco Rossi -
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Il Signore degli AnelliEternoFV -
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the First Forty-Nine Storiesil libro che mi ha donato il piacere della lettura. non più un dovere imposto dalla scuola, ma un'esplorazione e una profonda esperienza personaletazzio -
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Rationality in Economics: Constructivist and Ecological FormsBrillante, illuminante, e in grado di tradurre in una lingua leggibile le idee di Hayek.pietromons79 -
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I Primi Guerrieri di Roma. 753-321 a.C."Molto interessante per appassionati della Roma regia e della prima età repubblicana" Come era Roma prima che diventasse la Roma nota a tutti, la superpotenza? Questo libro aiuta a chiarire il quadro. Copre il periodo che va dalla fondazione al IV secolo a.C., quello in cui si posero le premesse di ciò che sarebbe stato, ma che rimane per lo più sconosciuto a molti. Il lavoro ricostruisce la dimensione militare della prima Roma, coprendo in pratica due ere, quella della attività bellica per clan e quella della guerra oplitica seguente la riforma serviana. Libro divulgativo per un pubblico largo e non necessariamente pratico del tema, il suo fascino risiede nella capacità suggestiva di rievocare come combattevano e morivano i tanti anonimi cittadini-soldato che innaffiarono con il proprio sangue la pianta della crescente potenza romana. Piuttosto abbondante e interessante l'apparato iconografico, che si avvale anche di coinvolgenti tavole disegnate ad hoc da Sean O'Brogain per illustrare come erano, in azione, quegli antichi guerrieri (assai diversi dai romani che siamo abituati a rappresentarci). Non mancano alcuni difetti, in particolare relativi alla struttura del testo, non sempre ordinatissima e che talvolta torna su argomenti simili a distanza di alcune pagine, tornando ad esempio di quando in quando all'attività bellica per clan nella pagine che sembrerebbero invece dedicate all'età seguente la riforma serviana.Marco Rossi -
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Plant RevolutionUn libro davvero interessante con aneddoti sul mondo verde che ci circonda, un mondo a prima vista fermo e immobile ma invece profondo e pieno di dinamicità ed intelligenza. Ci sono anche diverse curiosità molto interessanti, come ad esempio la descrizione dell'acacia e del suo comportamento atto a "schiavizzare" le formiche attraverso una droga speciale, il proprio nettare.fantasyind -
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L’Italia dei Notabili"Interessante" Parte di un’opera storiografica fondamentale nella cultura italiana del secondo Novecento, questo volume tratta dei primi decenni dell’Italia unita, quelli tra il 1861 e il 1900. L’oggetto della narrazione è interessante, essendo questi anni cruciali per la formazione del nuovo Stato. Allora se ne definirono caratteristiche che spesso, ancora, ne informano il presente. Tuttavia, il racconto del periodo storico non è semplice, perché il percorso politico è piuttosto accidentato, segue traiettorie non lineari, gode di qualche personaggio maggiore, ma non di giganti. E questa difficoltà un poco traspare nel libro, perché Montanelli decide di incentrare la narrazione proprio sulla politica, pur se con digressioni significative su economia e società, oltre che - naturalmente - sui conflitti e i fatti d'arme . Il libro svolge comunque bene il compito di riassumere vicende complicate e l’evoluzione economico-sociale. Non mancano alcune “pennellate” montanelliane che in poche parole descrivono un personaggio con efficacia. Probabilmente, questo non è il più straordinario tra i volumi della Storia d’Italia di Indro Montanelli, ma certamente è un tassello utile, molto utile, per conoscere il nostro Paese e la sua storia.Marco Rossi -
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Experiments on Plant Hybrids (New translation with commentary).Con l’approssimarsi del bicentenario di Mendel è stata ristampata la sua storica pubblicazione “esperimenti sugli ibridi delle piante”. Il libro presenta il testo originale tedesco con di fianco una traduzione aggiornata in inglese. Oltre a ciò sono presenti numerose note ed approfondimenti che hanno dato utili spunti nella stesura del mio podcast. È un vero oggetto da collezione con all’interno anche foto integrali del manoscritto di Mendel.Gregor Johann Mendel - Storie di Biologia -
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The Worlds of J.R.R. TolkienUn ottimo libro di un ottimo saggista tolkieniano, che ci porta nei luoghi del maestro.Cronache dalla Terra di Mezzo -
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Il nome del ventoOne of the best fantasy I've ever read, I absolutely recommend it. This story will stay forever in my heart.Riyria -
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Roma sull’Orlo del Caos. Romani, visigoti e vandali nell’ultimo secolo dell’impero (376-476 d.C.)"Alcune informazioni interessanti " Questo lavoro, breve, verte sulle interrelazioni tra Romani, Vandali e Visigoti tra IV e V secolo. Non verte sui rapporti tra Roma e tutti i Barbari: ad esempio, Attila e gli Unni sono citati solo tangenzialmente. Non è un più generale lavoro sulla caduta dell'Impero Romano d'Occidente. Non espone teorie che spieghino il collasso dell'Occidente, se non un accenno finale, non particolarmente approfondito, agli studi della complessità, all'orlo del caos e ai molteplici esiti possibili della crisi che si rivelò fatale. Espone una serie di informazioni sui rapporti tra Roma, Vandali e Visigoti. Essendo il periodo meno frequentato di altri dalla scuola e dalla storiografia, alcune di queste informazioni risultano interessanti. Personalmente, ad esempio, ignoravo la temporanea riconquista di molte province ispaniche, grazie all'alleanza con i Visigoti di Vallia, così come non avevo del tutto compreso il livello di profondità che il foedus con i medesimi Visigoti aveva raggiunto. Strategia del foedus che non si compì invece con altri, tra i quali gli stessi Vandali, la cui conquista dell'Africa pare essere proposta anche da Nuti come un elemento, forse l'elemento, cruciale per dare ragione della caduta dell'Occidente. Altre informazioni che ignoravo sono la profondità e il prestigio del curriculum di alcuni degli ultimi imperatori, ad esempio Avito, e l'ambizione dei loro piani: si pensi alle flotte messe insieme da Maioriano - l'unica di cui avessi letto qualcosa - e poi da Antemio per dare l'assalto all'Africa. Le ultime forze dell'Impero ricordate nel volumetto - ogni tanto sono menzionati anche eserciti che appaiono apprezzabili - mostrano che ancora qualche vigore era rimasto: la caduta forse non era così ineluttabile come invece appare a posteriori. Questi spunti ed altri - tra i quali la vicenda urbana della Roma di quegli anni: lo scarso impatto materiale del sacco del 410 e il ben più duraturo effetto di quello del 455 - possono spingere alla lettura - che sarà rapida, viste le dimensioni ridotte dell'opera - chi fosse particolarmente interessato a un'epoca e ad eventi così decisivi per tutta la Storia seguente e così poco noti anche a gran parte degli appassionati di Storia e di Roma in particolare. Peccato per quell'accenno all'orlo del caos e agli studi della complessità, che molto promette ma non altrettanto mantiene in approfondimento e sistematizzazione teorica.Marco Rossi -
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Il SilmarillionOpera fondamentale del mondo tolkieniano.FV -
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Il lamento di PortnoyCAPOLAVORO.tazzio -
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Life at the Bottom: The Worldview That Makes the UnderclassIl più grande saggista vivente. Parla del sottoproletariato urbano britannico, per trarne lezioni universali. Qualunque cosa abbia scritto Dalrymple, leggetela.pietromons79