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Il Pensiero Politico Medievale"Un testo piacevole e istruttivo" Scrive nelle prime pagine l’autore, Gianluca Briguglia: <<Se ci pensiamo bene, è inconfutabile che noi siamo contemporanei della cattedrale di Strasburgo, che pure è una costruzione medievale. [...] Siamo contemporanei del Medioevo nel momento in cui lo vediamo, lo studiamo, lo troviamo nella nostra formazione, nella nostra vita quotidiana e culturale in varie forme. [...] Ma c'è dell'altro. Infatti, se ci pensiamo bene, della cattedrale di Strasburgo noi non sappiamo nulla, perché il concreto mondo storico che l'ha prodotta non esiste più. [...] E' questo il secondo elemento di interesse, quello cioè del tentativo di ricostruire almeno una mappa, il più dettagliata possibile, di un mondo storico che non esiste più, ma di cui ci resta molto e di cui a volte abbiamo l'impressione di essere contemporanei. E' forse alla congiunzione mobile tra queste direttrici che si produce il fascino di una ricerca, quella della storia intellettuale, per chiamarla così, che ci conduce spesso, al tempo stesso, a percepire qualcosa di molto familiare e di radicalmente altro.>> Questo dunque è l’obiettivo del libro, un libro ricco di informazioni, spunti e considerazioni di fortissimo stimolo alla riflessione, e che permette di riconsiderare sotto una luce migliore e più piena vari aspetti della storia intellettuale, politica, ideale delle nostre comunità, in particolare europee: <<Una volta che comprendiamo le idee, le teorie, i concetti di quel pensiero, di fatto lo riattiviamo e lo mettiamo in collegamento con un mondo più vasto, che è il nostro mondo e anche con tutte le sedimentazioni storiche che il nostro mondo porta con sé e di cui è costituito>>. Scrive Briguglia: << lo studio di autori e correnti rivela la presenza di una ricca pluralità di posizioni filosofico-politiche e di approcci e metodi d'indagine e di riflessione >>, ed è verissimo: idee, teorie, concetti del pensiero medievale sono molteplici, tra loro contradditori, in tensione, in continua evoluzione. Il recupero dell’autorità degli Autori antichi (da un certo momento in poi primo tra tutti, per molti pensatori, Aristotele), così come delle Scritture, è spesso fondamentale, ma a proposito di questo atteggiamento intellettuale si può citare una calzante definizione di Le Goff: <<il travestimento antico di idee nuove>>. O, per dirlo in modo più esteso ancora con Briguglia: <<la costruzione di una rete di referenze comuni, il loro contatto imprevisto e simultaneo, la riattivazione in un nuovo contesto di argomentazioni (o anche di spezzoni argomentativi) […] possono creare un orizzonte cognitivo nuovo>>. Referenze e contatti che mostrano non solo una interconnessione temporale, ma pure una interconnessione spaziale molto ampia. Colpisce il respiro europeo (in particolare tra Francia e Italia, ma anche Germania e Inghilterra ecc.) di molte biografie: lo spazio intellettuale è infatti - quanto meno - europeo, ma Dante ad esempio non manca di rifarsi ad Averroè. Il risultato di questa continua contaminazione ed ibridazione, va sottolineato, è una qualità del pensiero raffinata ed elevata, espressione di grande civiltà, che ben poco ha da invidiare al migliore pensiero contemporaneo. Il rapporto con le urgenze politiche è imprescindibile per la comprensione delle idee e delle correnti di pensiero. <<Senza un orizzonte di pensiero che l'anticipi, o che l'accompagni, ogni azione politica diventa irriflessa (benché non necessariamente inutile); nel contribuire a creare quell'orizzonte ogni pensiero politico, che sia originale nel nostro senso moderno o no, si trasforma anche in un agire politico. In questo senso è proprio quel nuovo orizzonte, nel suo rendere possibile un agire della politica, che determina una sua misteriosa ma evidente originalità>>. E’ suggestivo quanto dibattiti roventi, politici di secoli fa, su questioni a volte ormai quasi dimenticate e totalmente inattuali (Papato e Impero, certo, ma anche Papato e Re di Francia; la proprietà e il possesso dei beni in uso ai Francescani al tempo di Giovanni XXIII; il movimento conciliarista; il governo dei Comuni, ecc.) abbiano plasmato l'evoluzione del pensiero politico e della filosofia politica occidentale, portando a quello che oggi pensiamo, alla nostra interpretazione del mondo, alle nostre categorie, alla nostra lettura dei fenomeni di oggi, apparentemente così dissimili da quelli di ieri. E’ per esempio impressionante – anche se non sorprendente - quanto la Chiesa sia sempre centrale nell’elaborazione concettuale ed ideologica, in particolare, per quanto riguarda il taglio di questo libro, per quei nodi e quelle criticità affrontati dall’ "ecclesiologia politica”, con esiti talvolta precorritori di sviluppi assai “laici”. Il libro va da Giovanni di Salisbury (XII secolo) ad autori di poco seguenti Carlo V di Francia (XIV secolo, con qualche incursione nei primissimi anni del XV). E’ un libro scritto da un professore universitario sul proprio campo di ricerca, con un ampio apparato di note e bibliografico, ma non si perde nel dettaglio, nelle questioni di erudizione, nella sfumatura importante per lo studioso, meno interessante per il lettore dilettante. E’ infatti un libro scritto per lettori certamente curiosi, certamente a conoscenza delle macro-coordinate storiche, ma niente affatto necessariamente dell’accademia. La scrittura – mai sciatta né banale, anzi dalla sintassi propria di chi è abituato alla complessità del ragionamento – è comunque scorrevole e piacevole, in un risultato dall’equilibrio non così frequente. Prima di approfondire le idee principali e più rilevanti di un autore, e non ogni aspetto della sua produzione, sono premesse brevissime note biografiche e storico-politiche sulle questioni di cui si dibatte, ma interessantissime. Alcuni brevi saggi della varietà di spunti e linee di riflessione offerti da questo testo: -> Colpiscono le idee di Dante sulla conoscenza umana, da intendersi come conoscenza di tutto il genere umano, espresse tra linguaggio aristotelico e richiami ad Averroè nel “De Monarchia”: <<Il compito proprio del genere umano preso nella sua totalità è di attuare sempre e completamente la potenza dell'intelletto possibile, in primo luogo per speculare e secondariamente, per estensione, per operare di conseguenza [...] compito che è quasi divino>>. Fin qui parole di Dante. Efficace Briguglia: <<un'idea potente, cioè quella secondo cui esisterebbe “un operare che è proprio dell'intero corpo dell'umanità”, che non è il semplice conoscere degli individui, ma che coincide con lo svolgimento di tutte le potenzialità intellettuali dell'umanità in quanto tale>>. E qui, cercando di cogliere il pensiero di Dante, la sua attrazione per il tutto oltre l’esperienza dell’individuo, il lettore non può non riandare al XXXIII del Paradiso, 85-90 (<<Nel suo profondo vidi che s’interna, / legato con amore in un volume, / ciò che per l’universo si squaderna: / sustanze e accidenti e lor costume / quasi conflati insieme, per tal modo / che ciò ch’i’ dico è un semplice lume>>). E, più prosaicamente, il lettore, forse ingenuo, non può non chiedersi quanto Dante sarebbe stato lieto di una creazione del genere umano come Wikipedia. -> A proposito dell’affacciarsi di intuizioni che poi – in diversi contesti – torneranno prepotentemente nella storia del pensiero occidentale, chi ha inclinazioni liberali non può non vedere con simpatia un Giovanni di Parigi <<per cui i beni di ognuno sono acquisiti arte, labore et industria, la comunità ha un limitato potere di intervento su questa sfera personale e la varietà delle forme di governo è accettata>>. -> Il potere assoluto trova invece in Egidio Romano un teorico non trascurabile, in particolare in relazione alla “plenitudo potestatis” papale: la nozione esisteva già <<ma Egidio ne fa il cardine di una teoria del potere che intende mostrare come la creazione di uno spazio politico sia impensabile senza presupporre un punto di pienezza giuridica che, di fatto, lega la dimensione umana alla sua fondazione divina. [...] Non c'è dunque grado o ordine di poteri che non sia sottoposto a questa pienezza di potere, non c'è capacità di potere naturale o livello di mediazione che il pontefice, come successore di Pietro e vicario di Cristo, non possa sconvolgere. [...] Resta quindi disponibile alla teoria politica successiva una nozione di potere che altro non è che fondazione della comunità, potere istituente, e potenza di azione eccezionale>>. -> Potere assoluto e tirannia spesso si confondono. Ecco infatti Guglielmo da Ockham e la resistenza al tiranno, anche se è un papa eretico. Il papa può errare, e il suo potere non può essere assoluto (non può ad esempio istituire nuovi sacramenti). <<Quel che è certo è che anche una piccola minoranza, un minuscolo gruppo di dissidenti o anche un singolo, un solo individuo, assistito dallo Spirito Santo, o anche una sola donna, come fu per Maria nei giorni della morte di Cristo, può conservare nel proprio cuore tutta la verità della Chiesa, mantenendola viva nei momenti oscuri di un'intera generazione>>, concetto quasi poetico, e commovente. -> In un’opera sul pensiero politico medievale scritta nel XX o XXI secolo non può certo mancare Marsilio da Padova, largamente considerato – magari ingenuamente – il precursore per antonomasia di idee con un grande futuro. Marsilio che, nel “Defensor Pacis”, afferma che il legislatore è il popolo (o la sua parte prevalente) e chi governa è autorizzato dal legislatore a farlo: la <<causalità primaria>> è infatti del legislatore, mentre all’esecutivo appartiene quella <<secondaria, che è strumentale ed esecutiva>>. Marsilio introduce chiaramente anche il concetto di "rappresentanza", e lo fa (splendido medievale) nella sua ecclesiologia politica: conciliarista, per lui i padri conciliari dovrebbero essere eletti dal legislatore (<<Sarebbe infatti inutile e dannoso che in questa sede si riunisse tutta la moltitudine dei cristiani, che non conosce le questioni di cui si discute>>). Intuizioni che non possono non colpire l’uomo contemporaneo, ma Briguglia ricorda opportunamente che Marsilio non è un frammento del presente ritrovatosi per qualche sortilegio nel Medioevo: è un ghibellino ed esprime un’elaborazione politica ghibellina. C'è <<un legislatore umano <<che non riconosce superiori>> e che è un singolo, cioè l'imperatore. [...] non si tratta qui di due esecutivi e di due legislatori in competizione, ma [...] si tratta piuttosto di un doppio livello di poteri e di responsabilità. [...] Marsilio è stato invece capace di restituire in termini filosofici la complessità delle istituzioni contemporanee, schierandosi per un riordino dei poteri in chiave ghibellina. [...] Se la sua opera è apparsa a molti modernissima è forse proprio perché in realtà è così medievale, cioè così radicalmente decisa a capire e risolvere i problemi della sua contemporaneità>>. -> A proposito di Marsilio, non si può non menzionare l’altra grande evoluzione storica di cui è visto – e venne visto anche all’epoca – come anticipatore. In lui, si dice, c’è il seme della Riforma. Il suo acceso e originale conciliarismo si combina con critiche fortissime al ruolo del Papa. Eppure, al contempo in Marsilio si trova una consapevolezza che a noi può parere poco medievale dell'importanza della religione e del premio eterno o della punizione eterna per ottenere dal popolo un comportamento virtuoso (si riferisce naturalmente ai pagani, ma qui sembra un illuminista scettico se non agnostico... ma già c'era Agostino nel “De Civitate Dei” a parlare della religione romana come strumento di governo... sulla scorta di Varrone). -> A proposito del lungo sentiero che porterà alla Riforma, la contaminazione delle idee è a volte davvero sorprendente, fino a parere ironica. La “grazia individuale” e la “predestinazione”, per esempio, delle quali Wyclif è stato uno dei grandi teorizzatori. Cosa riecheggia nel suo pensiero? C’è Agostino, certo. Ma ci sono anche certe riflessioni del papista inscalfibile Egidio Romano (in particolare nel “De ecclesiastica potestate”!), e un certo vescovo irlandese di nome Fitzralph. incaricato a metà del XIV secolo (dal papa!) di scrivere un “De Pauperie Salvatoris” per attaccare i Francescani sulla povertà della Chiesa. Insomma, purissima eterogenesi dei fini. -> Nell’ultima parte del volume, un approfondimento interessante sulla lingua del pensiero, prendendo spunto dalle traduzioni e i commenti fioriti al tempo di Carlo V "le Sage" di Francia. La traduzione (e il commento) – propone Briguglia - come agire politico: quanto prima era solo espresso in latino, ora è pensabile nella lingua di una cerchia più ampia di lettori. Come Oresme scrive nel prologo alla sua traduzione di “Etica” e “Politica” di Aristotele (che per altro traduce da una versione latina): <<attraverso la mia traduzione questa nobile scienza potrà essere meglio compresa e in un prossimo futuro essere trattata da altri in lingua francese e trattare in francese le arti e le scienze è un'attività che è molto utile, perché è una lingua nobile e comune a gente di grande ingegno e capacità>>. La modernità, come la lingua volgare, nasce nel Medioevo.Marco Rossi -
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Vite ParalleleLe migliori biografie dei personaggi storici del mondo classico.FV -
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Collasso. Come le società scelgono di morire o vivereIl libro del grande antropologo culturale Jared Diamond (consigliatissimo anche “Guns, Germs, and Steel”) è la risposta ad una semplice domanda: perchè alcune culture “scelgono” di morire? Come mai, pur di fronte all’avvicinarsi dell’abisso, non prendono le misure necessarie alla sopravvivenza? I capitoli sull’Isola di Pasqua e sulla colonia vichinga della Groenlandia sono assolutamente stupendi, come è utilissimo il concetto qui sviluppato per la prima volta della “creeping normality”, la nuova normalità del declino a cui gli essere umani finiscono per abituarsi. Non riguarda direttamente la caduta dell’Impero Romano, ma mi ha dato diversi spunti a riguardo. [Recensione originariamente pubblicata nella pagina "Fonti" del sito di "Storia d'Italia": link sottostante]Marco Cappelli -
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I Have a DreamPerché se ce l’ha fatta lui, “against all odds”, c’è sempre speranza.pietromons79 -
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The Goal: A Process of Ongoing Improvement"A different - and effective - way to learn business!" Great introductory book to operations management. Clear and... a page turner! Recommended. Could you believe that business techniques could be explained through a compelling novel-style story?Marco Rossi -
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Storia degli Stati Uniti d’America. Dalle prime colonie inglesi ai giorni nostri“Una lettura per chi voglia approfondire come gli Stati Uniti siano diventati il grande, complesso paese al centro della Storia che sono oggi” Lessi questo libro molti anni fa, credo durante l’università, o forse mentre lavoravo in ISPI. E’ un libro che trovai interessantissimo. La storia americana è un’epopea straordinaria, che nel nostro programma di studi, dalla scuola dell’obbligo al liceo, viene trattata per sommi capi, apparendovi con la Rivoluzione americana, poi di nuovo con la Guerra di secessione e entrandovi infine più stabilmente con la Prima guerra mondiale. Ma naturalmente la storia americana è più ampia, e alcune sue tappe fondamentali sono poco frequentate dai nostri libri di testo. Questo libro fu dunque una panoramica necessaria sulla storia della grande potenza del Novecento, e me ne suggerì più chiaramente di quanto ne sapessi allora quella complessità e perfino contraddittorietà che le è propria. Ricordo una lettura rapida, appassionante, piacevole di un’opera che non è solo una storia politica, ma anche sociale degli Stati Uniti. Per questo motivo, una lettura che consiglio a chi voglia approfondire come gli Stati Uniti siano diventati il grande, caleidoscopico paese al centro della Storia che sono oggi.Marco Rossi -
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Sette Brevi Lezioni di Fisica"Da leggere" "Sette brevi lezioni di fisica" è stato un best seller inatteso. Centinaia di migliaia di copie, traduzioni, ristampe che sono tuttora, ad anni di distanza dalla prima edizione, in bella mostra nelle librerie. Perchè è accaduto? Il libro ha vari pregi. Il primo è l'argomento, che potremmo riassumere ne "le frontiere della fisica contemporanea". Lo spazio, il tempo, la materia, la probabilità, l'universo... sono temi di enorme interesse, che si intrecciano, sempre più, con la filosofia e che infatti portano l'autore, in particolare sul finale, a dichiarare alcune sue considerazioni filosofiche. Quello che ci pare di comprendere e che gli esperimenti sembrano confermare è via via più lontano dalle nostre percezioni, dalle nostre intuizioni, ma al contempo straordinariamente affascinante. Ci si addentra non solo nell'epistemologia, ma nella stessa ontologia del reale, tutto, individui compresi. Il secondo pregio è l'onestà nel riconoscere che alcune ipotesi, che pure reggono agli esperimenti, sembrano troppo bizzarre per essere vere, o che di alcuni aspetti della fisica non abbiamo ancora descrizioni e spiegazioni soddisfacenti. Il terzo pregio è l'efficacia divulgativa. Rovelli scrive per tutti, senza tecnicismi, senza formule. Non intende "dimostrare" ciò che dice: si richiede da questo punto di vista – e non potrebbe essere altrimenti – fiducia dal lettore nell'autore, ma c'è uno sforzo quasi sempre riuscito di rendere comprensibile come la fisica oggi descriva l'universo, nonostante questa descrizione sia – come accennato – controintuitiva e sconvolgente. Il quarto pregio è la qualità della scrittura, alta. Una bella lingua italiana, sempre chiara, mai banale, anzi spesso suggestiva e musicale. Insomma, è un libro scritto da uno scienziato di grande cultura e che al contempo, nel campo specifico, sa di cosa parla. E' un'ottima divulgazione sulle frontiere della fisica. Non è un libro "scientifico", nel senso che non ci sono dimostrazioni. E' una introduzione, uno stimolo. Per chi non è già più addentro alla materia, un libro decisamente consigliato.Marco Rossi -
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Big Bang. Origine e destino dell’universoRECENSIONE ORIGINALE (prima metà anni Novanta, effettuata come compito per le scuole medie): Carattere dell'opera: divulgazione scientifica Argomento e linee narrative: Il libro parla in modo chiaro e semplice dell'astronomia e dell'astrofisica in tutte le loro sfaccettature. All'inizio, fa una breve storia dell'astronomia e della concezione dell'Universo, poi descrive ciò che si ipotizza riguardo al big bang, la grande esplosione che sembra abbia dato origine a tutto il Cosmo. In seguito tratta la vita delle stelle e il Sistema Solare. Alla fine dell'opera c'è un'interessantissima sezione di documenti che espone le idee sulla creazione del Cosmo, sul suo destino e sulla possibilità della vita su altri mondi, dei filosofi greci oppure di Isaac Asimov o di Stephen Hawking... Protagonisti: l'Universo Ambiente: l'Universo Tempo: da 15 miliardi di anni fa a qualche miliardo di anni a venire Pagine scelte: le pagine che preferisco sono quelle in cui si parla del big bang (per il lato scientifico) e quelle dei documenti Note: Il libro mi ha interessato moltissimo, un po' perchè l'astronomia mi piace, un po' perchè, pur trattando argomenti abbastanza specialistici, è chiaro per tutti. Lo consiglierei senz'altro a chiunque voglia avere qualche nozione sull'Universo che ci circonda.Marco Rossi -
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The Veil of Isis: An Essay on the History of the Idea of NatureNearly twenty-five hundred years ago the Greek thinker Heraclitus supposedly uttered the cryptic words "Phusis kruptesthai philei." This is a journey exploring the successive interpretations of this timeless aphorism and its everlasting influence on Western culture.gwren -
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Se questo è un uomo / La treguaSe qursto é uomo é lx vera stiria di Primo Levi e de suo petio in campo di concentramento ad Auschwitz. La tregua é il racconto della sua odissea attravetso mezza Europa per ritornare a casa. Nella edizione da me letta erano presenti entrambi, ma La tregua l'ho letto solo dopo alcuni anni.Paolamaga -
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Come Lavorare nel XXI Secolo. Un sistema operativo per le organizzazioni moderneIL VADEMECUM DEL MANAGER Luca Foresti, normalista, già amministratore delegato del Centro Medico Santagostino, è diventato negli ultimi anni una voce seguita e ascoltata su vari temi di management e business – ma non solo – tra social e podcast. La logica e chiarezza espositiva, le tesi e le argomentazioni il più delle volte evidentemente radicate in una profonda esperienza personale gli conferiscono efficacia divulgativa e credibilità personale. Questo suo libro vuole essere un libro di “principi”, un libro che comunichi le “fondamenta” basandosi sulle quali “lavorare bene”. Dichiaratamente, non vuole essere “un libro di management tradizionale, pieno di acronimi di quattro lettere e casi studio di aziende americane del 1985”. E certamente non è un libro del genere: è invece un libro estremamente utile. Il management è anche il mio mestiere, e non posso che consigliare questo libro a chi voglia cimentarvisi, o voglia migliorarsi dopo anni di pratica. Ci sono idee e consigli per tutti, di massimo valore pratico, non ovvi. Tra le fonti di ispirazione dichiarate, Taleb, Kahneman, Grove, Graham, Simon, Goldratt (e Feynman… Foresti è un fisico di formazione): uno dei pregi di questo libro è essere un distillato di esperienza pratica, ma conseguito tramite una riflessione consapevole del migliore pensiero accademico. Le singole tesi sono spesso non scontate ma non vogliono essere inedite o rivoluzionarie; il contributo che l’autore vuole portare è metterle a sistema: il sottotitolo è “un sistema operativo per le organizzazioni moderne”. Non è comunque un libro di teorie – verso le quali per altro l’autore nutre un certo pragmatico scetticismo: è una guida, un manuale, una proposta di un modus operandi, un libro di principi operativi e cultura pratica; soprattutto, è una lettura che impone di fermarsi e chiedersi “sto lavorando in modo sensato? sono efficace?”. Non da meno, è un libro che oltre al “come” dice la sua anche sul “perché”, questo convitato di pietra di troppe vite immolate sull’altare della carriera e della professione senza mai dirsene il motivo. La scrittura è diretta, il testo denso, senza sprechi, zero fronzoli, dritto al punto, ma – essendo chiaro e non inutilmente tecnico – di agevole lettura per chiunque. Molto utili le sintesi a bullet point alla fine di ogni capitolo. Un vademecum prezioso per il mestiere del management.Marco Rossi -
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Pensieri lenti e veloci"Great book" A must-read. A state-of-the-art overview on our knowledge of how our brain works when taking decisions, making estimates etc. Main take away: rational behavior (still key assumption in economics, and not only) can not explain everything about the way we act. Actually, it does not explain a large part of what we do. This is the case because the brain operates only rarely in a "rational", self-conscious way. "By default", it works through heuristics and shortcuts that are great in allowing us to cope with reality but suffer also from biases and limitations. The book goes through these biases and limitations. Did you know that we are not good at thinking statistically? Or that we are averse to risk when deciding about likely gains, but (often tragically) risk-seeking when deciding about likely losses? Or that - when assessing ex post an event - we assess its peaks and its end, almost not considering all the rest of it? Or that we consistently overestimate our ability to predict what will happen (without detecting the overestimation... neither after our expectations did not come true)? Etc. etc. Extremely well written by Daniel Kanheman, psychologist, Nobel prize in Economics. Super-recommended.Marco Rossi -
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Vita di Carlo XII re di SveziaPersonaggio storico poco conosciuto, ma incredibile. La sua vita merita di essere conosciuta.FV -
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Il Miglior Nemico di Roma. Storia dei Goti: rivali e alleati dell’Impero“L’integrazione fallita di un popolo, la destabilizzazione di un Impero, raccontati dal principale podcaster di Storia italiano” Mi sembra che sia in corso una rivalutazione del “canone storico”. Cerco di spiegarmi: la storia studiata a scuola, quantomeno ancora dalla mia generazione, si concentrava su alcuni momenti, perfino su alcune figure, ritenuti fondamentali, correndo invece a perdifiato, superficialmente, su intere epoche, sostanzialmente glissandole. Questo perché, credo, quei momenti, quelle figure su cui ci si concentrava erano sentiti più vicini al presente, più direttamente ad esso collegati, più carichi di promesse e di premesse per l’oggi, mentre le altre epoche erano sentite lontane, erano considerate di declino, degradazione, regresso, momentaneo allontanamento, dunque, dal percorso di civilizzazione verso il presente. Più distanti dalla “civiltà” e più vicine alla “barbarie”, e quindi necessariamente meno interessanti per l’oggi, per definizione punta della civiltà nella storia fin qui e premessa a ulteriori, ineluttabili progressi. In questa impostazione, Roma aveva un ruolo assolutamente centrale, in particolare in Italia, per motivi ovvi, consacrati nella scuola gentiliana ma ben pre-esistenti e assai risalenti nell’evoluzione della cultura nazionale. Roma era ovviamente solo l’Occidente; anzi, Roma era quella dei secoli in cui l’Urbe era la capitale. Non solo: la “vera” Roma era quella imperiale, tra Cesare e Traiano, e quella gloriosa e molto idealizzata della potenza inarrestabile medio e tardo repubblicana. Oggi, la distribuzione tra le epoche dell’interesse credo degli storici stessi, certamente degli appassionati, sta cambiando. Cambia la percezione del presente, cambia quella del passato. C’è un’attenzione assai maggiore per le epoche che un tempo erano sommariamente dette “di decadenza”. In Occidente, il timore di aver superato il culmine, la grande ed evidente complessità dei tempi che si stanno attraversando, una certa impressione diffusa che le cose andranno probabilmente peggio, non meglio (con la quale peraltro non concordo), si accompagnano a una riconsiderazione del passato. Nel caso di Roma, c’è un nuovo, forte interesse per le epoche di crisi, in particolare per quelle che si susseguirono dalla fine del Principato alla fine del V secolo. Marco Cappelli, il principale podcaster di storia italiano, ha intercettato e lavorato su tutto questo in entrambi i suoi libri. Il primo, “Per un Pugno di Barbari”, si concentrava sulla profondissima crisi dell’Impero nel III secolo. Una crisi dalla quale è abbastanza incredibile che Roma sia riemersa come un Impero ancora unito e fortissimo. Il secondo, “Il Miglior Nemico di Roma”, tratta invece l’inizio delle convulsioni che avrebbero portato alla trasformazione dell’Occidente e in definitiva, nel volgere di due secoli (non di uno, come si sarebbe detto un tempo), all’effettiva fine del Tardo Antico in quella che era la porzione occidentale dell’Impero Romano. Negli ultimi tempi, questo “inizio della fine” è stato spesso identificato nella battaglia di Adrianopoli del 378, nella quale i Goti massacrarono l’esercito orientale e ne uccisero l’imperatore, Valente. Cappelli, pur non concordando con questa lettura di Adrianopoli, segue la storia dei Goti (in particolare di quelli che noi avremmo poi chiamato Visigoti) dalle origini allo stabilimento tra Gallia e penisola iberica. Questi Goti compirono il sacco di Roma del 410, e si aggirarono per decenni nell’Impero, spesso in conflitto con i suoi governi. Un fattore certo importante della crisi. Ma Cappelli in quest’opera mostra come questi Goti non fossero gli alieni feroci, i barbari indomabili assetati di distruzione e bottino che a lungo sono stati considerati. Cappelli riesce a mostrare come questo popolo fosse simile a tanti altri con cui Roma era entrata in contatto e che nel corso del tempo aveva assimilato, giovandosi così della continua acquisizione di nuove e fresche forze, energie e volontà. L’opera mostra come, in questo specifico caso, tante cose, davvero tante, siano andate storte, spesso per una casualità, un piccolo dettaglio, una leggera deviazione dal solito corso degli eventi. La destabilizzazione del mondo gotico determinata dagli Unni, i numeri superiori al consueto degli esuli del 376, la distrazione della corte imperiale e dell’imperatore, concentrati sulla Persia, il particolare mix di incompetenza, corruzione e sfortuna dei comandanti romani alla frontiera danubiana, alcuni scontri andati in un verso anziché nell’altro, le moltissime contingenze, incluso l’accendersi stesso della battaglia, che fecero di Adrianopoli quel massacro romano che era assai improbabile che fosse. Ma si mostra anche come – tutto sommato – Adrianopoli fosse del tutto recuperabile, e sia stata in effetti recuperata dall’Impero (non va dimenticato che ad Adrianopoli venne distrutto l’esercito orientale, e ad Oriente Roma sopravvisse per oltre mille anni ad Adrianopoli, un po’ troppo tempo per identificare la battaglia come una causa della sua caduta). E come poi con Teodosio i Goti stessero finalmente trovando il loro posto nell’Impero, anche se nell’ingrato ruolo di carne da macello dell’imperatore. Da qui in poi davvero la casualità e la sfortuna degli eventi, e l’incrociarsi di personalità incompatibili, portarono ad esiti rovinosi. La sua sintesi: <<Questo libro è anche la storia di un’integrazione fallita: in questo, narra una grande tragedia, come sempre sono i disastri evitabili. Non credo, infatti, che fosse destinata al fallimento in partenza, nonostante si tratti forse della più celebre integrazione fallita della storia>>. Il fallimento di questa integrazione è ben mostrato dalla xenofobia che a un certo punto emerge tra i Romani come mai prima, la cui crescita è ben delineata attingendo alle fonti e che porta a episodi raccapriccianti, come i pogrom antigotici alla caduta di Gainas e poi a quella di Stilicone. E proprio la violenza intestina feroce e incontenibile della politica romana di cui anche quei pogrom sono una – va detto, inconsueta - espressione viene fuori dal libro come la macchia di Roma che porterà l’Occidente a non superare unito le sfide del V secolo. Leggere della rapida successione di uomini forti e delle loro morti violente, dopo Teodosio, ricorda una pellicola sulla mafia italo-americana di Al Capone, più che rimandare a una grande civiltà capace di portare ordine al mondo. Infatti, scrive Cappelli: <<In ultima analisi, il problema di fondo a fine IV e inizio V secolo fu l’instabilità intrinseca della politica romana, avvinghiata a un sistema autoritario che prevedeva delle figure monarchiche, con immensi poteri, ma la cui successione non era regolata da nessuna Costituzione, da nessuna legge ufficiale>>. Non i Goti, ma il caso e l’ambizione personale distrussero Roma (in parte, e solo a Occidente, va sempre ricordato). Nelle conclusioni viene a questo proposito efficacemente citato lo storico Guy Halsall: <<La cosa più ironica di tutte è che durante il secolo precedente (alla caduta dell’Impero) è quasi impossibile identificare una sola figura storica che abbia in qualche modo voluto attivamente causarne la rovina. Tutte le azioni decisive che portarono alla dissoluzione dell’Impero furono decise da uomini intenti a creare una posizione migliore per loro stessi all’interno delle strutture imperiali. […] L’Impero romano non fu assassinato e non morì di una morte naturale; si è suicidato per sbaglio>>. Ma certo il fallimento dell’integrazione gotica, l’azione di Alarico sì da attore della politica romana, ma comandando in quanto “rex Gothorum” un popolo ben distinto dai Romani dentro i confini dell’Impero, fecero parte di quella miscela che i governanti dell’Occidente non seppero governare, e posero le premesse per una svolta epocale: <<I Goti furono i catalizzatori del cambiamento che portò alla trasformazione dell’Europa: da un mondo diviso tra “romanità” e “barbaricum” si passò a una cultura unitaria romano-germanica […] Questa cultura “latina occidentale” dominerà a lungo il continente>>. Cappelli non mitizza il passato e non ne mette su un piedistallo i protagonisti. Alarico è un “populista nazionalista”. Giovanni Crisostomo, santo dottore della Chiesa, è anch’egli – tra le altre cose - un demagogo. In questo, come anche nel suo podcast, Cappelli mostra un approccio intellettualmente fresco e libero da incrostazioni e preconcetti alla storia che la aprono a nuove prospettive e migliori letture. Il libro si legge molto bene, scorre fluidamente, beneficiando delle acclarate abilità narrative di Cappelli. E’ articolato in paragrafetti brevi e dai titoli spesso brillanti, che mantengono vivo l’interesse per il proseguimento della lettura. Sono numerosissimi i rimandi pop e alla contemporaneità, spesso ironici, che aggiungono freschezza alla scrittura. Scrittura che appare rapida; questo porta quasi sempre a esiti felici, ogni tanto un colpo di cesello in più potrebbe starci. Nella prima edizione c’è qualche occasionale typo o giro di frase da sciogliere, qualche occasionale soluzione di stile rivedibile, ma sono poche inezie che verranno certamente rettificate nella seconda. La fluidità dell’esperienza di lettura conseguita è risultato particolarmente notevole, dato che l’argomento, ampio e complicato come spesso è la realtà storico-militare-politica, rischiava di portare a un’elencazione sterminata di fatti e fattarelli che si perdesse in infiniti dettagli: soprattutto nella parte centrale, il libro è una storia politica e di battaglie, ma il rischio dell’arida elencazione è scongiurato. Notevoli l’approfondimento etnografico iniziale e la ricostruzione dichiaratamente immaginaria ma verosimile della vita di un goto che avesse vissuto il grosso delle vicende narrate nel libro sul finale, quest’ultima una tecnica per raccontare la storia dal punto di vista degli uomini che la attraversano di cui Cappelli aveva già dato ottima prova, ad esempio nel suo podcast. Cappelli non è uno storico accademico, ma il suo monumentale pluriennale lavoro di podcasting e divulgazione sta portando ottimi frutti. Infatti, il lavoro sulle fonti, antiche e contemporanee, è amplissimo, e queste sono usate nel testo con grande perizia, portando a un libro documentatissimo e a una polifonia di voci che contribuisce a quella lettura fresca e intelligente della storia di cui Cappelli è capace e cui accennavo prima. A riprova della serietà del lavoro svolto, sono numerose le note. Molto belle le mappe e le illustrazioni di Fabio Porfidia che accompagnano la narrazione, con uno stile grafico che richiama – non casualmente, essendo questa una delle passioni dell’autore – la dimensione fantasy de “Il Signore degli Anelli”.Marco Rossi -
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Statecraft: Strategies for a Changing WorldLa mia visione del mondo, peccato che Maggie l’abbia già scritta: è dunque inutile per me scrivere libri. Va bene anche l’autobiografia: “The path to power”, “The Downing Street years”.pietromons79 -
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L’editoria italiana nell’era digitale – Tradizione e attualità"Un affascinante tuffo nel mondo del libro e dell'editoria attraverso i secoli" Anche attraverso un approccio moderno ai social network e all'online in genere, l'Accademia della Crusca sta tornando a interpretare al meglio la sua missione. La pubblicazione di questo lavoro con contributi di vari autori, pubblicazione avvenuta - per quanto so - dapprima via ebook, lo conferma. L'opera infatti, presa nel suo insieme, costituisce un'affascinante introduzione al mondo del libro, inteso come medium, come oggetto, come prodotto di artigianato e di industria. Permette quindi di (ri)scoprire aspetti troppo spesso dati per scontati, se non ignorati, anche dai fruitori più accorti, e di ritrovarvi indici di civiltà e cultura sui quali quasi sempre si sorvola e non ci si sofferma come invece la grande tradizione e arte che stanno dietro i mestieri dell'editore, dello stampatore, del legatore meriterebbero. Una bella sorpresa, dunque. Naturalmente, il grado di interesse può variare tra i vari contributi, così come la piacevolezza del testo e dello scrivere; tuttavia, la leggibilità non viene mai meno.Marco Rossi -
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The Game“Scrittura così così, ma pieno di idee interessantissime” “The Game” è un libro pieno di spunti interessanti, considerazioni intelligenti, punti di vista che fanno pensare. Non è un libro scritto con uno stile che io apprezzi particolarmente: la scrittura di Baricco è gigiona, spesso di registro volutamente colloquiale nei termini scelti, con un’abbondanza di calchi del parlato, inclusi alcuni errori grammaticali, anche nella costruzione della frase; si eleva vistosamente ogni tanto, quando cerca un vocabolo o un’affermazione memorabile. Non una scrittura – dicevo – che io apprezzi particolarmente, ma certamente in grado di farsi leggere senza difficoltà e non noiosa. E’ indubbio che l’autore faccia mostra di una sostenuta autoconsiderazione; quanto meno, la esibisce da istrione anziché da trombone. “The Game” non è neppure un libro che dimostri alcunché, almeno in senso stretto. Propone un’ampia chiave interpretativa del fenomeno storico in corso, cioè dell’affermazione del mondo (l’autore lo chiama “oltremondo”) digitale e web (vale a dire di quello che nel libro è chiamato “il Game”). Lo fa ricapitolandone e mappandone – letteralmente e con scelte grafiche suggestive - la storia, in uno dei primi tentativi storiografici su questo grande tema che mi capiti di leggere. E interpretandola. L’esercizio è altamente meritevole, dacché si propone di produrre una visione non contingente, non troppo parziale né di comodo di un processo di grande portata sul quale, in assenza di contributi come questo, ci si va fin troppo dividendo, nei confronti quotidiani, tra acritici e apocalittici. La chiave interpretativa proposta può essere accettata o respinta, considerata esaustiva o no, ma sprigiona alcune scintille sulle quali riflettere e approfondire ulteriormente, magari in modo più strutturato o accademico o scientifico o – ove possibile - quantitativo. Essa propone una lettura della “insurrezione digitale” come di una rottura radicale rispetto ai fondamenti e ai principi dell’epoca precedente: <<Pensavo a quelle virate spettacolari a cui abbiamo dato nomi come Umanesimo, Illuminismo, Romanticismo, ed ero convinto che stavamo vivendo un analogo, formidabile, cambio di paradigma. Stavamo facendo ruotare i nostri principi di centottanta gradi, come avevamo fatto in quelle circostanze storiche poi divenute memorabili>>. E ancora: <<Intuiamo in quella rivoluzione minore, perché tecnologica, il passo di una rivoluzione maggiore, apertamente mentale>>. Infatti, stiamo passando dal Novecento, in cui “il senso autentico delle cose” era custodito “in profondità” ed esperirlo era <<un lusso infrequente, talvolta il risultato di qualche privilegio, sempre il lascito di qualche casta sacerdotale>>, al “Game”, in cui <<l’essenza dell’esperienza era risalita dalle sue tane sotterranee, scegliendo la superficie come suo habitat naturale>> ed è distrutta “l’opposizione apparenza/ essenza”: <<essenza e apparenza coincidevano>>, il che, però, non significa annullare o banalizzare l’esperienza, ma spostarne la sede, dalla profondità alla superficie. Non solo: stiamo passando dall’era dell’ “infinito” cui aspirare a quella del “tutto”, che ora, a differenza di prima, è nel nostro dominio (esempi: Spotify, tutta la musica del mondo; Google; Wikipedia) e finisce per negare l’infinito: <<se puoi arrivare al fondo del tutto, l’infinito non esiste>>. Baricco fa su questo un’ulteriore notazione interessante: chi lavora sul tutto spesso finisce per essere il tutto (cioè un monopolista). Per dirla in altri termini: <<la civiltà che ha generato un mondo così […] non amava il pluralismo nel senso novecentesco del termine (la convivenza di diversi soggetti all’interno dello stesso campo da gioco), anzi lo trovava un principio destinato a complicare inutilmente le cose, a generare caos e disperdere energie. Piuttosto che logorarsi a gestire la coesistenza di tanti soggetti in un unico campo da gioco, preferiva utilizzare le sue energie a moltiplicare il numero di campi da gioco. […] In questo schema trovava il suo sistema di difesa dai monopoli, dalle concentrazioni di potere>>. Baricco vede nella genesi della “insurrezione digitale” un impulso, uno scopo: evitare il ripetersi della tragedia del Novecento, con le sue carneficine, i suoi massacri, che hanno costituito il punto d’arrivo della civiltà romantica, quella che non a caso il Game sta rovesciando. Una civiltà, quella romantica e poi novecentesca, basata sulla profondità, sulle élite e sulle intermediazioni, sull’immobilismo dei confini e delle linee di demarcazione, il cui <<prodotto coerente e inevitabile>> erano le grandi guerre mondiali, la possibilità dell’olocausto nucleare, le tragedie dalle quali i primi attori della rivoluzione digitale volevano scappare. Questo ammutinamento, questa rivoluzione sono ricostruiti oggi da Baricco, ma questi non sostiene che la rivoluzione sia mai stata teorizzata o trasformata in un sistema coerente di idee. Le persone in fuga dal Novecento che l’hanno realizzata erano per lo più ingegneri e comunque di cultura ingegneristica: <<non stavano infatti costruendo una teoria sul mondo, stavano instaurando una pratica del mondo>>, attraverso soluzioni pratiche, strumenti, tool. Senza neppure una piena e lucida consapevolezza, ma con una ferrea coerenza. Ad ogni modo, Baricco ribalta il luogo comune secondo il quale la rivoluzione tecnologica abbia mutato chi l’ha praticata: <<crediamo che la rivoluzione mentale sia un effetto della rivoluzione tecnologica, e invece dovremmo capire che è vero il contrario>>. Senza la preesistente, non pienamente consapevole esigenza che l’ha scagionata, non sarebbe accaduto alcunché. A proposito degli autori della rivoluzione, c’è per altro un’informazione interessante: sono stati praticamente tutti uomini. All’autore è riuscito di trovare una sola donna (Caterina Fake, cofondatrice di Flickr). Ma perché il nome, “The Game”? Perché le caratteristiche di fondo di quello che si sta affermando tendono ad essere caratteristiche proprie dei videogame, hanno una evidente natura ludica, e non a caso Baricco individua in un vecchio videogame, Space Invaders, un precoce manifesto di quello che sarebbe arrivato. Quali dunque le caratteristiche del Game? Qui Baricco distilla una serie di tratti per certi aspetti sorprendenti, eppure, pensandoci, estremamente centrati della rivoluzione digitale. Uno dei motivi per cui mi sono convinto a comprare il libro è che – quando la sera del 10 ottobre andai a ascoltarne la presentazione al Teatro Argentina – trovai molto interessanti e illuminanti alcune di queste caratteristiche, lì accennate da Baricco. Eccole: design piacevole e “sensoriale”, ripetizione dello schema problema/ soluzione, tempi brevi tra la manifestazione del problema e la soluzione, aumento progressivo delle difficoltà, assenza dell’immobilità, apprendimento dal e nel gioco: non esistono manuali, immediata fruibilità, punteggio esibito. I concetti promettenti non sono finiti. Non si può non menzionare quello che Baricco – con scelta lessicologica a mio avviso poco felice – definisce “oltremondo”. Cioè quel mondo digitale che si sviluppa nel web, per poi estendersi anche ad altro, fatto di link tra i quali ci si muove liberamente, in analogia al funzionamento della mente umana, in modo non lineare, in cui le idee e le azioni iniziano, poi ne innescano altre, e non necessariamente hanno una fine, un compimento. Un oltremondo che – e questa è un’altra intuizione importante – non sostituisce affatto il mondo concreto e reale, ma lo integra, in una crescente simbiosi: <<un secondo cuore, che pompa la realtà, accanto al primo. […] una seconda forza motrice, immaginando che il flusso del reale potesse scorrere in un sistema sanguigno in cui due cuori pompavano armonicamente, uno accanto all’altro, uno correggendo l’altro, uno sostituendosi ritmicamente all’altro>>; <<una doppia forza motrice>>, dunque, ma di <<un unico sistema di realtà>>. A questo si affianca un’altra intuizione brillante: nell’oltremondo si esperisce la “post-esperienza” (altra scelta lessicale che trovo poco felice). Cosa sono i post, le fotografie – magari filtrate -, i selfie, se non elaborazioni dell’esperienza nel mondo, il tentativo di estrarne ancora di più, di viverli più pienamente? A questa intuizione si collega tra l’altro un interessante approfondimento, in fondo al libro, su quel tentativo di “completamento della creazione” per cogliere la “vera vita” che è l’arte. Che è costituita, e non da oggi, da oltremondi, solo dall’accesso più esclusivo e – fino ad oggi, ma oggi sempre meno – con “caste sacerdotali” di intenditori, critici ecc. a dispensarla e mediare con essa. La “post-esperienza”, dunque, ha le sue caratteristiche e le sue regole. E qui succede una cosa che devia da quanto abbiamo detto fino a qui sulle “intenzioni” (più o meno consapevoli) dell’insurrezione digitale. Una delle ambizioni era rimuovere élite e mediatori, ma non tutti sanno muoversi allo stesso modo, con la stessa efficacia e gli stessi risultati nell’oltremondo e con la post-esperienza. Non tutti, ad esempio, sanno adottare storytelling efficaci per l’oltremondo: non tutti padroneggiano quella che Baricco chiama “verità-veloce”, che esiste da millenni (i miti, per esempio), ma nel Game ha trovato un habitat ideale. E – dice Baricco con un’altra considerazione interessante – non aiuta chiamare ciò che funziona “fake news” o “post-verità” (<<in altri tempi, le chiamavamo eresie>>), ignorando che se funziona è perché coglie, seppur con le nuove regole più centrate sul movimento che sulla precisione, qualcosa che c’è e vuole essere raccolto e usato. Nuove élite, composte da chi sa muoversi nel nuovo habitat, si stanno dunque affermando. E amano segnare il punteggio (una caratteristica del Game) in un modo semplice: con il risultato economico. E questo provoca reazioni, sia da quanti non vogliono abbandonare il Novecento sia da parte di chi vede traditi gli ideali originari sia infine da parte di quelli che - <<cacciati ai margini, o sconfitti, o non riconosciuti, o illusi, o sfruttati>> - sono ulteriormente esasperati da <<rinnovata percezione di sé, individualismo di massa, egoismo di massa>> a loro volta prodotti da quel gioco per giocatori singoli, e nel quale non è facile consolidare un’identità, che è il Game. Il Game infatti <<è un habitat molto difficile, che offre intensità in cambio di sicurezza, genera diseguaglianze e non è adatto a un sacco di gente, che pure vi abita>>. Questa “guerra di resistenza” su più fronti finirà con l’abbandono del Game? L’autore – che in tutto il libro appare ottimista - non lo crede, non vede la vera volontà di <<tornare a una civiltà pre-digitale>>, e sembra considerare impossibile il desiderio di alcuni di tenersi la rivoluzione tecnologica tornando però indietro da quella mentale; Baricco pensa che il Game potrà trovare un suo equilibrio, risolvere quelle che oggi sembrano quadrature del cerchio quando sarà in mano ai nativi digitali, uomini e donne nati nel Game e non in un’epoca altra, che vedranno soluzioni che a chi è stato formato nel Novecento sono invisibili. A proposito di queste tensioni e dell’ “ammutinamento” di molti, tra le altre Baricco individua una grande criticità nell’inadeguatezza delle istituzioni pubbliche, a partire dalla scuola, a preparare al Game: <<a essere generosi, le istituzioni preparano a vivere in un brillante mondo novecentesco post-bellico e democratico: non certo nel Game>>. Altri concetti interessanti sono nel libro, ad esempio il ruolo delle macchine e dei device, che divengono <<prolungamenti “naturali” del corpo e della mente>> e generano posture simbolo di un’epoca: <<uomo-tastiera-schermo>>. Questo libro è esplicitamente presentato dall’autore come il seguito – dodici anni dopo – de “I Barbari”, sua opera del 2006 sulla mutazione già allora in corso e oggi più avanzata. Baricco promette di completare in futuro una trilogia, che includerà “I Barbari”, “The Game” e un futuro libro su quella che a suo avviso già si profila come la prossima tappa della mutazione: l’intelligenza artificiale. Appuntiamocelo. Forse, tra qualche tempo, avremo a disposizione nuove riflessioni fresche e stimolanti su quello che sta accadendo e sarà nel frattempo accaduto.Marco Rossi -
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L’Italia in Camicia Nera"Com'è che l'Italia divenne fascista" In questo volume, parte della sua Storia d'Italia, Indro Montanelli affronta un tema storiografico delicatissimo, perché relativo a un passaggio cruciale e al contempo totalmente divisivo della storia dell'Italia unita: l'avvento del Fascismo. Per un libro pubblicato nel 1976, e dunque in anni in cui la marea ideologica andava a sinistra, all'antifascismo dichiarato - anzi, "costituzionale" - e per un autore al centro della quotidiana, infiammata polemica politica di quegli anni, scrivere questo libro su questo tema era una sfida rischiosa. Una sfida che naturalmente Montanelli vince. Il libro delinea la biografia del primo Mussolini, tratteggia il suo burbero carattere giovanile, l'esperienza socialista, la direzione dell'Avanti, la scelta interventista, l'uscita dal Partito Socialista. Questa prima parte del libro è istruttiva, efficace nel raccontare la complessità della forte personalità e dell'intricato percorso umano e soprattutto politico del futuro Duce. Anche se - mi pare - lo stile di scrittura qui non è sempre del più sfolgorante Montanelli, pur essendo buono e non mancando i guizzi e i brani di grande forza. Il libro poi va a raccontare degli anni che dalla Grande Guerra portano alla Marcia su Roma. Qui Montanelli lavora con le sue eccelse caratteristiche di grande giornalista (e storico). Racconta in modo semplice, ma tutt'altro che sciatto, una realtà proteiforme, mutante, piena di accidenti, coincidenze, fatalità, casualità, personaggi più o meno minori, più o meno comprimari. Non parte da un evidente schema ideologico forzando nei suoi augusti confini una recalcitrante realtà. Al contrario, riporta della realtà anche alcuni dettagli, alcuni aspetti che poi non hanno informato di sé il tempo, e questo pur tenendo sempre ben salde le fila del racconto. Fa comprendere chiaramente come la presa del potere di Mussolini sia se non nel fine certo nei mezzi un risultato quasi preterintenzionale, come il talento politico dell'uomo, sommato al collasso del sistema liberale da un lato, alle inadeguatezze delle sinistre e dei popolari dall'altro e infine all'indocile, violenta spinta delle squadre, come tutto ciò sommato abbia condotto al cambio di regime. Descrive anche quello che la vulgata - anche deliberatamente - ignora e consegna al lettore distinzioni da storico raffinato con efficacia - e nonchalance - da fuoriclasse del giornalismo: Mussolini, in questa fase, non controlla davvero il movimento fascista come sarà poi, è un freno a squadre e ras e una loro controparte almeno quanto ne è il capo. E assai bene descrive Montanelli come il definitivo cambiamento di regime, come l'instaurazione della dittatura sia stato evento non subitaneo, ma catalizzato dopo mesi e mesi - in cui, per dire, e Montanelli lascia cadere lì la notazione con grande mestiere, il futuro Duce deve ingaggiare un duro braccio di ferro con la burocrazia romana... per abrogare la pausa dall'orario d'ufficio dopo pranzo, e con esiti tutt'altro che trionfali. Il catalizzatore è il delitto Matteotti, naturalmente. E' il 1976, eppure nel 1976 Montanelli scrive del delitto Matteotti quello che si sa grazie al meglio della ricerca storiografica (per esempio De Felice nell'opera è molto citato, non a caso), e non quello che l'antifascismo militante dell'epoca esige: Mussolini non ordinò il delitto, perpetrato da fascisti, ma non per volontà del Capo del Governo. Il quale - vicino alla crisi definitiva - riprende la briglia del proprio destino e attraverso esso il destino di un popolo e il 3 Gennaio 1925 pronuncia il discorso d'instaurazione della dittatura. In queste pagine anche lo stile, secco, memorabile, avvincente, essenziale, è all'altezza del dramma: naturalmente Montanelli non perde l'appuntamento con il tragico soggetto. Solo due considerazioni finali. La prima: qui si entra nelle pagine della Storia d'Italia che sono anche nella memoria dell'autore, nel suo vissuto. La partecipazione c'è, la faziosità no. La seconda: il rapporto di Montanelli con la figura del Duce. E' un rapporto che esprime un'Italia profonda, silenziosa, ma maggioritaria. La esprime, le dà voce, ma anche la supera. Un rapporto non assolutorio. Non demonizzante. Politicamente non connivente. Umanamente non antipatizzante. Un rapporto in chiaroscuro, nel quale si intuisce il distacco intellettuale dopo l'immedesimazione viscerale. Sotto il segno di una impressionante onestà intellettuale.Marco Rossi -
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VilletteSo che a molti lettori è piaciuto e per questo motivo avevo deciso di iniziarne la lettura. Purtroppo, la scrittura e la struttura del racconto non incontra il mio gusto di comune lettrice.Lovereading -
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Storia NuovaZosimo sta ai Pagani come Orosio sta ai Cristiani: questo autore dell’inizio del sesto secolo era un pagano veementemente anti-cristiano. La sua storia ne è inevitabilmente influenzata, come quella di Orosio. E’ infatti interessante leggere i due autori per formarsi una opinione sugli eventi. [Recensione originariamente pubblicata nella pagina "Fonti" del sito di "Storia d'Italia": link sottostante]Il Miglior Nemico di Roma - Marco Cappelli -
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Simply Intelligenza Artificiale"Per un'infarinatura" L'obiettivo di questo libro è fornire una panoramica chiara, divulgativa, sintetica sull'intelligenza artificiale, coprendone la storia, i concetti-chiave, le principali tipologie, le applicazioni, le implicazioni. L'obiettivo è complessivamente centrato. E' un'introduzione agile e facile da consultare che può essere utile in alcune circostanze per non affrontare un argomento brancolando nella completa oscurità; le descrizioni sono in alcuni casi efficaci, in altri un po' troppo alte e succinte, risultando non troppo soddisfacenti.Marco Rossi