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Book
Fiction
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Language
Italiano
Publishing house
Feltrinelli
Series
Biblioteca di Letteratura - I Contemporanei
Edition number
79
Publication year
1962
Number of pages
332
Position in the list
47
The Review
SCHEDA ORIGINALE DEL LIBRO (4 Novembre 1994 – redatta come compito a casa per la IV Ginnasio)
L’AUTORE - BIOGRAFIA
G. Tomasi, nato da nobile famiglia a Palermo il 23 dicembre 1896, fu uomo colto e visse con moderata agiatezza, viaggiando molto all'estero in gioventù. Ebbe un'educazione che non mirava a prepararlo a nessuna professione, così come accadeva per tutti gli aristocratici del tempo, ma che gli offrì preziosi strumenti per raggiungere una raffinata cultura.
Partecipò alla I Guerra Mondiale, fu fatto prigioniero e fuggì avventurosamente. Dopo la guerra intraprese la carriera militare, ma si dimise all' avvento del fascismo, nei confronti del quale non provò simpatie, pur non combattendolo mai attivamente. In occasione di uno dei suoi numerosi viaggi all' estero, presso lo zio, ambasciatore a Londra, conobbe la baronessa lettone Alessandra Wolff-Stomerse, che poi sposò.
Partecipò alla II Guerra mondiale come capitano d' artiglieria. Nel 1943 la distruzione, dovuta ad un bombardamento, del suo palazzo lo turbò profondamente. Questo ed altri avvenimenti provocarono un consistente assottigliamento del suo patrimonio, procurandogli problemi finanziari e legali.
Trascorse il resto della sua vita appartato fra studi e pochi viaggi all' estero. Non frequentò abitualmente gli ambienti letterari: fu un'eccezione il suo partecipare nel 1954 ad un convegno culturale, tenuto a S. Pellegrino Terme, come accompagnatore del cugino Lucio Piccolo, poeta allora sconosciuto.
Probabilmente fu questo evento che lo spinse ad iniziare la stesura del romanzo ambientato in Sicilia al tempo dello sbarco di Marsala e imperniato sulla figura, in parte modificata, del suo bisnonno paterno, l'astronomo Giulio di Lampedusa (il principe di Salina), romanzo cui pensava da venticinque anni.
In questo periodo produsse anche altri scritti, quali "Lezioni su Stendhal" e i "Racconti".
Morì a Roma nel 1957, dopo il rifiuto della pubblicazione del romanzo da parte di alcuni editori.
"Il Gattopardo", l'unica opera veramente importante di Tomasi, venne pubblicato postumo da Feltrinelli e raccolse immediatamente un enorme successo, nonché un grande consenso anche da parte della critica. Anche oggi viene considerato un romanzo estremamente pregevole, anche se delle valutazioni critiche e non "sfornate a caldo" stanno mettendo in evidenza imperfezioni di stile (giudicato da alcuni troppo ricco di aggettivi) e di contenuto (dei critici sottolineano che il Lampedusa aveva una visione forse troppo cinica e semplicistica ad un tempo della storia).
L’AUTORE – CULTURA E IDEOLOGIA
Tomasi era uomo intelligentissimo, estremamente appartato e poco incline alla vita di società, alla quale partecipò il meno possibile.
Fu sempre fiero delle sue origini aristocratiche, ma non stimò mai molto la nobiltà palermitana, che considerava viziata, sciattona, miope. D'altronde vedeva la borghesia come meschina, immorale, goffa, ipocrita, priva di ideali.
Non fu un vero scrittore, ma possedette una cultura amplissima.
Amava la letteratura inglese e francese, in maniera minore quella italiana. Diceva di disinteressarsi della letteratura italiana contemporanea.
Era estremamente pessimista e, forse troppo semplicisticamente, vedeva alla radice delle azioni degli uomini quasi sempre egoismo, debolezza e cattiveria. Questa sua visione della vita è il cardine de "Il Gattopardo".
Lampedusa aveva, dunque, una concezione negativa dell'uomo in generale, e a questa regola non sfuggivano i Siciliani, che reputava pigri, dotati sì d'astuzia, ma esclusivamente per raggirare il prossimo, omertosi e incapaci di mantenere un qualsiasi segreto al tempo stesso. Li riteneva oltretutto irredimibili, poiché‚ convinti di essere già perfetti, così forgiati dalla loro terra, arida, "concepita in un momento delirante della creazione", usata spesso dal Tomasi come metafora dell'aridità interiore dell'uomo moderno.
AMBIENTAZIONE
Il romanzo si svolge fra il 1860 e il 1910 in alcuni luoghi della Sicilia (Palermo, la residenza dei principi di Salina vicino a Palermo, il paese di Donnafugata, feudo dei Salina), non tutti realmente esistenti (Donnafugata, i palazzi dei Salina), ma tutti perfettamente verosimili.
La natura di questi luoghi è dominata dal sole e dal suo eccessivo, "apocalittico", calore, che rende aridi i terreni e induce alla pigrizia gli uomini. Raramente, quando la storia si svolge a Palermo, viene menzionato anche il mare, identificato con una "macchia di puro colore".
Ma non è tanto la natura, quanto la situazione sociale della Sicilia di questi anni protagonista del libro.
Essa è efficacemente descritta.
All' inizio del romanzo il potere spetta ancora all' aristocrazia insulare, che dai suoi lussuosi palazzi governa (o, meglio, non governa) incontrastata i propri feudi, che vivono in uno stato di grandissima povertà e arretratezza culturale. I nobili, però, non si curano dei propri patrimoni, che sperperano con una cattiva amministrazione e un eccessivo lusso. Mentre alcune casate vanno in rovina, acquista sempre più potere e ricchezza una nuova classe sociale, formata da borghesi senza scrupoli (chiamati dall' autore "gli sciacalli"), che approfittano della situazione creatasi dopo la fine del Regno delle Due Sicilie e l'annessione al Piemonte e si sostituiscono di fatto ai nobili, che nulla fanno per evitare il declino, anche quando lo percepiscono.
Nel corso di questo sconvolgimento sociale ben poco comunque cambia nella vita degli abitanti dei paesini siciliani, che vivono sempre in povertà e governati feudalmente dal proprietario di turno, nobile o meno che sia.
Se si vuole avere una visione dell'ambiente sociale e umano del Gattopardo, si deve ad ogni modo tenere presente l'idea che l'autore ha dei Siciliani, illustrata nel paragrafo precedente, idea che aleggia su tutto il romanzo.
TRAMA E TEMATICHE
Il romanzo inizia nel 1860, poco prima dello sbarco di Garibaldi.
Il protagonista, Don Fabrizio Corbera, principe di Salina, importante aristocratico, si muove nella situazione sociale sopra illustrata. Egli percepisce l'imminente rovina della nobiltà e la corrispondente ascesa della borghesia, ma non lotta per mutare questo destino, né per favorirne il compimento. Questo non significa che il futuro gli piaccia: esso sarà dominato da uomini volgari e arroganti.
Cerca invece di lottare per la sopravvivenza dell'aristocrazia il nipote e figlio adottivo del Principe, per il quale don Fabrizio nutre un sincero affetto e ammirazione, Tancredi Falconieri, che si va unire ai garibaldini per combattere contro i Borboni e che sostiene che "se non ci siamo anche noi quelli ti combinano la repubblica. Se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi". Tancredi è molto ambizioso, vuole dedicarsi alla politica, ma per far questo necessita di denaro: anziché sposare Concetta, figlia di don Fabrizio, sposa Angelica, la bellissima figlia di Calogero Sedara, uno dei borghesi che si sono recentemente arricchiti. Mentre iniziano a verificarsi le previsioni di don Fabrizio, un inviato del governo piemontese, Chevalley, propone al Principe la carica di Senatore del Regno. Don Fabrizio la rifiuta e propone per lo scranno senatoriale Calogero Sedara, che in realtà disprezza, ma che otterrà veramente la carica.
Poi l'autore fa un balzo di una ventina d' anni, fino al 1883.
Tancredi è divenuto ambasciatore, il Principe ha trascorso gli anni immerso nei suoi studi di astronomia e aspettando la morte, che finalmente arriva.
L' autore nulla dice dei seguenti ventisette anni e ci fa ritrovare nel 1910 le figlie zittelle e bigotte di don Fabrizio, abitanti uno dei palazzi dei Salina, ormai ammuffito e decadente. Esse adorano delle reliquie, che conservano nella loro cappella privata. Un' ispezione ecclesiastica dichiara però false la gran parte di esse: è la fine del loro mondo, la fine del mondo dei Salina, della famiglia che ha nello stemma il gattopardo rampante.
Per un'analisi del messaggio del libro, si deve innanzitutto chiarire che "Il Gattopardo" non vuole essere un romanzo storico, dato che sotto questo aspetto può effettivamente essere ritenuto non molto approfondito e semplicistico, ma un romanzo "filosofico", che, partendo da un singolo periodo storico, vuole enunciare dei concetti validi sempre e ovunque. Ciò assodato, possiamo passare all'illustrazione delle tematiche del libro.
Il tema fondamentale del romanzo è la morte, presente nel paesaggio, nella sua aridità, nei palazzi (nei quali paiono ancora vivere i defunti antenati dei Salina), nella decadenza della classe nobiliare, in tutti i Siciliani (ogni azione dei quali è in realtà "desiderio d'oblio") e, l'autore sembra suggerirci, in fondo in tutti gli uomini, nel Principe specialmente (che la desidera, la "corteggia", e vuole raggiungere finalmente quella pace e quella serenità che riesce appena ad intravvedere fra le sue amate stelle).
Altro tema del libro è il non mutare delle situazioni sociali nella storia. Per l'autore nulla realmente cambia, anche se a tutti sembra di vivere in un'epoca di transizione: saranno sempre delle ristrette élite, non importa se basate sulla nobiltà, la ricchezza, la conoscenza di un testo presunto sacro o altro, a governare il mondo (cercando esclusivamente di realizzare i propri fini, che solo accidentalmente possono corrispondere al bene comune, o sapendosi creare delle illusioni, come dice il Principe a Chevalley). Avverrà solo qualche "inavvertibile sostituzione di ceti": le cose cambiano in superficie, mai nella sostanza. L' autore coglie quindi la sterilità dell'agire di chi crede di poter cambiare tutto: gli uomini sono solo "mosche cocchiere" che si possono "illudere di influire sul torrente delle sorti che invece fluiva per conto suo, in un'altra vallata".
Ultimo tema, ma non molto approfondito, è l'amore, che l'autore non considera eterno e non annovera fra le cose più importanti della vita. Certo, c'è il fidanzamento di Tancredi e Angelica, tuttavia questo avviene non tanto per amore (anche se, almeno in principio, questo sentimento traspare, ma è più che altro identificabile con il desiderio), ma per interesse.
PERSONAGGI
Il Principe è il personaggio principale del romanzo. L' autore ci svela le sue opinioni, i suoi ragionamenti, i suoi dialoghi, dietro i quali si celano in realtà le convinzioni del Lampedusa stesso.
Ciò avviene assai più sporadicamente per gli altri personaggi, che sono inseriti nel romanzo quasi solo per dare l'occasione al Principe di riflettere sulle loro azioni.
Don Fabrizio Corbera, Principe di Salina, è alto, imponente, fortissimo, biondo (è di discendenze normanne); quando è adirato, e ciò accade non di rado, riesce spesso a contenersi stritolando con le mani ciò che gli capita a tiro. Non si comporta molto diversamente dagli altri nobili: vive lussuosamente nei suoi palazzi, partecipa ai balli mondani (l'unico citato nel libro è il famoso ballo a palazzo Ponteleone), né favorisce, né ostacola il nuovo stato di cose.
Interiormente, però, si sente superiore agli altri aristocratici, poiché li crede più superficiali e frivoli, pur sapendo di essere della loro medesima risma. Non è esente da vizi (all' inizio del libro si reca da una prostituta). Ha una visione pessimistica della vita, dell'amore e della storia (le sue convinzioni sono quelle su cui si basa il libro e sono state esposte precedentemente) e pare non credere in valori incrollabili, quali l'onestà, la libertà, l'amore, il potere. Partecipa a funzioni religiose o recita il rosario con la famiglia tutti i giorni, ha un consigliere spirituale, ma non viene dipinto bigotto come sua moglie: sembra essere, piuttosto, tenuamente credente. Ha una buona cultura e una grande passione per l'astronomia, che gli ha procurato anche un prestigioso riconoscimento in Sorbona.
Altro importante personaggio del romanzo è Tancredi Falconieri. E' figlio della sorella del principe e di un nobile della famiglia Falconieri. Suo padre ha dilapidato il proprio patrimonio e, alla sua morte, Tancredi è stato adottato dallo zio, che lo stima più dei propri sette figli. E' ben istruito e ricco di fascino, ha un "volto magro e distinto", gli "occhi azzurro-torbido", la "voce leggermente nasale [...] carica di brio giovanile". Sa essere ironico, ma ha anche degli "accessi di serietà"; è comunque molto astuto.
Vuole battersi per la sopravvivenza della nobiltà e quando sbarca Garibaldi va a combattere con lui: "se non ci siamo anche noi quelli ti combinano la repubblica. Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi". Questa frase esemplifica estremamente bene il pensiero di Tancredi, che è un vero "gattopardista" ed è estremamente ambizioso: riuscirà a diventare ambasciatore. Egli ha spesso una visione relativistica dei valori (si sposa soprattutto per convenienza, per avere le ricchezze del padre di Angelica), ma nutre un sincero affetto per il suo "zione".
E' ben descritto dall' autore, anche se non è, come è invece don Fabrizio, un alter ego dello stesso.
C'è poi Angelica. E' figlia di Calogero Sedara, nuovo ricco e sindaco di Donnafugata. E' bellissima, alta, dai capelli corvini e dalla pelle chiara. Non è affatto stupida; le sue origini rozze sono state in parte, ma non totalmente, modificate dalla permanenza in un collegio a Firenze.
Insieme a Tancredi, che sposa specialmente per entrare nel mondo della nobiltà, imparerà a vivere nella mondanità. Non sarà fedele al suo sposo.
La ritroviamo nel 1910, ancora arzilla vedova: l'autore ci dice che morirà dopo qualche anno.
Le sue idee e i suoi valori non sono ben delineati: forse è, fra i personaggi principali, quello descritto più superficialmente.
Il padre di Angelica, Calogero Sedara, è estremamente astuto; per guadagnare non esita a calpestare gli altri. E' d'altronde ignorante e ben poco raffinato e neanche i contatti con il Principe, più frequenti dopo il fidanzamento di Tancredi e Angelica, lo migliorano molto. Crede nel denaro e in poco altro. Svolge un'intensa attività "patriottica" prima dello sbarco di Marsala, in quanto ha compreso che i suoi interessi sono nell'unità.
Non è descritto fisicamente.
L'autore è senza dubbio estraneo alla figura di Sedara, che certamente non stima, ma non la odia: per l'autore nessun essere umano si può odiare. Al massimo si può compatire, dato che è destinato a morire.
Vi sono anche altri personaggi, come Padre Pirrone, il gesuita che si occupa della tutela spirituale di casa Salina. E' interlocutore di don Fabrizio in numerosi dialoghi, nei quali cerca, ovviamente, di difendere la Chiesa e il regno borbonico (che tutelava gli ecclesiastici). Nel romanzo è inoltre descritta una sua visita ai parenti, per mezzo della quale l'autore ci fa conoscere la Sicilia popolare del tempo, più povera e rozza, ma non certo meno ipocrita della Sicilia aristocratica.
C'è quindi don Ciccio Tumeo, organista della chiesa di Donnafugata e compagno di caccia del Principe, ancora riconoscente verso i Borbone, che avevano aiutato la sua famiglia, al punto da votare "no" al plebiscito sull'unificazione dell'ex Regno delle Due Sicilie al neonato Regno d'Italia (Sedara modificherà il suo voto: a Donnafugata risulteranno solo "sì").
Uomo di onestà intellettuale, riconosciuta dallo stesso don Fabrizio, è, infine, Chevalley, il rappresentante del Governo che chiede al Principe di diventare senatore e che crede che il nuovo stato italiano saprà e potrà risolvere il problema siciliano.
STILE
Il romanzo è, piuttosto che storico, quasi "filosofico". E' quindi naturale che prevalgano le scene poco dinamiche, di riflessione, nelle quali sono riportati monologhi (interiori o meno), discorsi indiretti liberi o, soprattutto, dialoghi. E' comunque frequente anche il narrato, che non di rado delinea i paesaggi, ma che spesso, naturalmente, descrive delle azioni, mai ad ogni modo impetuose. Vi sono digressioni dalla vicenda centrale, come ad esempio la visita di Padre Pirrone ai parenti o la descrizione dell'incontro fra il Principe e il re, avvenuto a Napoli alcuni anni prima del 1860. Per mezzo di queste apparenti divagazioni, l'autore vuole farci comprendere meglio in quale contesto sociale si svolge la storia e vuole avere la possibilità di far compiere ai suoi personaggi alcune riflessioni.
Non si ricorre al simbolismo, anche se sono frequenti le metafore e vengono utilizzate anche alcune similitudini. Non ho rilevato un uso rilevante di altre figure retoriche da me conosciute.
Per quanto riguarda l'organizzazione sintattica del discorso, sono pochi i periodi composti da un'unica proposizione indipendente: sono frequenti sia le costruzioni paratattiche, sia quelle ipotattiche. Le frasi non sono comunque mai molto complesse (è raro l'impiego di più di tre subordinate o coordinate).
Sulle scelte lessicali, si possono affermare due cose: il Lampedusa amava scrivere utilizzando molti aggettivi, che sono numerosissimi nel libro, e non inseriva parecchi termini particolari (se escludiamo i nomi degli abiti e poche frasi in francese).
L' uso della punteggiatura è regolare, né ridotto, né eccessivo.
RECENSIONE
Ho letto il libro con grande piacere e interesse, poiché è stimolante il contenuto e pregevole lo stile dell'autore.
Del contenuto posso dire che ha suscitato in me delle riflessioni sul senso della storia e della vita (anche se il Tomasi è stato accusato di essere eccessivamente pessimista e semplicistico, credo di poter condividere parecchie delle sue affermazioni); mi ha fornito, inoltre, alcune informazioni sull'organizzazione sociale, nemmeno molto remota, dell'isola siciliana a me in parte sconosciute, ma molto utili anche come chiave di lettura per cercare di comprendere le motivazioni della condizione, spesso arretrata socialmente e culturalmente, della Sicilia di oggi.
Lo stile è elevato, non sciatto, ma comprensibile ed espressivo.
I capitoli che più mi hanno colpito sono il terzo e il quarto, dove, attraverso le memorabili discussioni di don Fabrizio con Tumeo (nel terzo capitolo) e con Chevalley (nel quarto), vengono espresse una gran parte delle convinzioni dell'autore.
"Il Gattopardo", del quale pur non mi era ignoto il valore letterario, ha saputo in modo inaspettato coinvolgermi emotivamente e razionalmente: emotivamente perché non ho saputo resistere alla tentazione di immedesimarmi in alcuni personaggi (nel Principe specialmente, ma alcune volte anche in Tancredi), razionalmente per l'importanza dei temi trattati.
IL FILM
Alcuni anni dopo la pubblicazione del libro, dal romanzo è stato tratto il film "Il Gattopardo" (regia di L. Visconti; con Burt Lancaster, il Principe, Alain Delon, Tancredi, Claudia Cardinale, Angelica), che ho avuto modo di vedere recentemente in televisione.
Ho molto apprezzato anche la versione cinematografica: mi pare che, pur con tutti i limiti che ha sempre il film nei confronti del libro, riesca a rendere l'atmosfera del testo, anche attraverso la recitazione di molti dialoghi, immutati rispetto al romanzo, e che cerchi di trasmettere i messaggi del Lampedusa.
La trama del film solo in minima parte modifica quella del libro (vengono tagliate la visita ai parenti di Padre Pirrone e la parte che segue il ballo a palazzo Ponteleone; sono aggiunte scene sulle battaglie fra garibaldini e borbonici, si indugia molto sul ballo). Mi sono apparse degne di nota sia la scenografia, valorizzata da una fotografia che usa sapientemente i toni caldi, sia l'interpretazione degli attori, sia le musiche.
La scenografia è elegante, quasi sfarzosa negli interni, capace di riprodurre la miseria dei paesi e di sottolineare la poesia dei paesaggi naturali negli esterni. Le interpretazioni di Burt Lancaster e degli attori che danno vita ai personaggi di Sedara, di Padre Pirrone e di Concetta sanno cogliere l'essenza dello spirito dei loro personaggi (un po' meno Delon e la Cardinale, che forse non sempre riescono convincenti nei difficili ruoli di Tancredi e Angelica).
Le musiche, di Nino Rota, ben sottolineano l'atmosfera di grandezza in declino che pervade tutta l'opera.
POST SCRIPTUM (Febbraio 2022): questa edizione contiene una prefazione di Giorgio Bassani, il quale vi racconta come venne a conoscenza del romanzo e ne decise la pubblicazione. La prefazione è piacevole alla lettura e interessante per chi voglia apprendere qualcosa in più sulle vicende che portarono alla scrittura prima e alla pubblicazione poi del “Gattopardo”, purtroppo per Tomasi di Lampedusa postuma. E’ toccante pensare come un’opera pensata dall’autore per decenni, infine scritta rapidamente solo pochi mesi prima della morte, sia divenuta un enorme e incisivo successo letterario, ma solo quando l’autore ormai non poteva più saperne nulla né goderne alcunché, perché morto mentre ancora il suo romanzo era un’opera prima sconosciuta e senza alcun editore che si accingesse a stamparla.
L’AUTORE - BIOGRAFIA
G. Tomasi, nato da nobile famiglia a Palermo il 23 dicembre 1896, fu uomo colto e visse con moderata agiatezza, viaggiando molto all'estero in gioventù. Ebbe un'educazione che non mirava a prepararlo a nessuna professione, così come accadeva per tutti gli aristocratici del tempo, ma che gli offrì preziosi strumenti per raggiungere una raffinata cultura.
Partecipò alla I Guerra Mondiale, fu fatto prigioniero e fuggì avventurosamente. Dopo la guerra intraprese la carriera militare, ma si dimise all' avvento del fascismo, nei confronti del quale non provò simpatie, pur non combattendolo mai attivamente. In occasione di uno dei suoi numerosi viaggi all' estero, presso lo zio, ambasciatore a Londra, conobbe la baronessa lettone Alessandra Wolff-Stomerse, che poi sposò.
Partecipò alla II Guerra mondiale come capitano d' artiglieria. Nel 1943 la distruzione, dovuta ad un bombardamento, del suo palazzo lo turbò profondamente. Questo ed altri avvenimenti provocarono un consistente assottigliamento del suo patrimonio, procurandogli problemi finanziari e legali.
Trascorse il resto della sua vita appartato fra studi e pochi viaggi all' estero. Non frequentò abitualmente gli ambienti letterari: fu un'eccezione il suo partecipare nel 1954 ad un convegno culturale, tenuto a S. Pellegrino Terme, come accompagnatore del cugino Lucio Piccolo, poeta allora sconosciuto.
Probabilmente fu questo evento che lo spinse ad iniziare la stesura del romanzo ambientato in Sicilia al tempo dello sbarco di Marsala e imperniato sulla figura, in parte modificata, del suo bisnonno paterno, l'astronomo Giulio di Lampedusa (il principe di Salina), romanzo cui pensava da venticinque anni.
In questo periodo produsse anche altri scritti, quali "Lezioni su Stendhal" e i "Racconti".
Morì a Roma nel 1957, dopo il rifiuto della pubblicazione del romanzo da parte di alcuni editori.
"Il Gattopardo", l'unica opera veramente importante di Tomasi, venne pubblicato postumo da Feltrinelli e raccolse immediatamente un enorme successo, nonché un grande consenso anche da parte della critica. Anche oggi viene considerato un romanzo estremamente pregevole, anche se delle valutazioni critiche e non "sfornate a caldo" stanno mettendo in evidenza imperfezioni di stile (giudicato da alcuni troppo ricco di aggettivi) e di contenuto (dei critici sottolineano che il Lampedusa aveva una visione forse troppo cinica e semplicistica ad un tempo della storia).
L’AUTORE – CULTURA E IDEOLOGIA
Tomasi era uomo intelligentissimo, estremamente appartato e poco incline alla vita di società, alla quale partecipò il meno possibile.
Fu sempre fiero delle sue origini aristocratiche, ma non stimò mai molto la nobiltà palermitana, che considerava viziata, sciattona, miope. D'altronde vedeva la borghesia come meschina, immorale, goffa, ipocrita, priva di ideali.
Non fu un vero scrittore, ma possedette una cultura amplissima.
Amava la letteratura inglese e francese, in maniera minore quella italiana. Diceva di disinteressarsi della letteratura italiana contemporanea.
Era estremamente pessimista e, forse troppo semplicisticamente, vedeva alla radice delle azioni degli uomini quasi sempre egoismo, debolezza e cattiveria. Questa sua visione della vita è il cardine de "Il Gattopardo".
Lampedusa aveva, dunque, una concezione negativa dell'uomo in generale, e a questa regola non sfuggivano i Siciliani, che reputava pigri, dotati sì d'astuzia, ma esclusivamente per raggirare il prossimo, omertosi e incapaci di mantenere un qualsiasi segreto al tempo stesso. Li riteneva oltretutto irredimibili, poiché‚ convinti di essere già perfetti, così forgiati dalla loro terra, arida, "concepita in un momento delirante della creazione", usata spesso dal Tomasi come metafora dell'aridità interiore dell'uomo moderno.
AMBIENTAZIONE
Il romanzo si svolge fra il 1860 e il 1910 in alcuni luoghi della Sicilia (Palermo, la residenza dei principi di Salina vicino a Palermo, il paese di Donnafugata, feudo dei Salina), non tutti realmente esistenti (Donnafugata, i palazzi dei Salina), ma tutti perfettamente verosimili.
La natura di questi luoghi è dominata dal sole e dal suo eccessivo, "apocalittico", calore, che rende aridi i terreni e induce alla pigrizia gli uomini. Raramente, quando la storia si svolge a Palermo, viene menzionato anche il mare, identificato con una "macchia di puro colore".
Ma non è tanto la natura, quanto la situazione sociale della Sicilia di questi anni protagonista del libro.
Essa è efficacemente descritta.
All' inizio del romanzo il potere spetta ancora all' aristocrazia insulare, che dai suoi lussuosi palazzi governa (o, meglio, non governa) incontrastata i propri feudi, che vivono in uno stato di grandissima povertà e arretratezza culturale. I nobili, però, non si curano dei propri patrimoni, che sperperano con una cattiva amministrazione e un eccessivo lusso. Mentre alcune casate vanno in rovina, acquista sempre più potere e ricchezza una nuova classe sociale, formata da borghesi senza scrupoli (chiamati dall' autore "gli sciacalli"), che approfittano della situazione creatasi dopo la fine del Regno delle Due Sicilie e l'annessione al Piemonte e si sostituiscono di fatto ai nobili, che nulla fanno per evitare il declino, anche quando lo percepiscono.
Nel corso di questo sconvolgimento sociale ben poco comunque cambia nella vita degli abitanti dei paesini siciliani, che vivono sempre in povertà e governati feudalmente dal proprietario di turno, nobile o meno che sia.
Se si vuole avere una visione dell'ambiente sociale e umano del Gattopardo, si deve ad ogni modo tenere presente l'idea che l'autore ha dei Siciliani, illustrata nel paragrafo precedente, idea che aleggia su tutto il romanzo.
TRAMA E TEMATICHE
Il romanzo inizia nel 1860, poco prima dello sbarco di Garibaldi.
Il protagonista, Don Fabrizio Corbera, principe di Salina, importante aristocratico, si muove nella situazione sociale sopra illustrata. Egli percepisce l'imminente rovina della nobiltà e la corrispondente ascesa della borghesia, ma non lotta per mutare questo destino, né per favorirne il compimento. Questo non significa che il futuro gli piaccia: esso sarà dominato da uomini volgari e arroganti.
Cerca invece di lottare per la sopravvivenza dell'aristocrazia il nipote e figlio adottivo del Principe, per il quale don Fabrizio nutre un sincero affetto e ammirazione, Tancredi Falconieri, che si va unire ai garibaldini per combattere contro i Borboni e che sostiene che "se non ci siamo anche noi quelli ti combinano la repubblica. Se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi". Tancredi è molto ambizioso, vuole dedicarsi alla politica, ma per far questo necessita di denaro: anziché sposare Concetta, figlia di don Fabrizio, sposa Angelica, la bellissima figlia di Calogero Sedara, uno dei borghesi che si sono recentemente arricchiti. Mentre iniziano a verificarsi le previsioni di don Fabrizio, un inviato del governo piemontese, Chevalley, propone al Principe la carica di Senatore del Regno. Don Fabrizio la rifiuta e propone per lo scranno senatoriale Calogero Sedara, che in realtà disprezza, ma che otterrà veramente la carica.
Poi l'autore fa un balzo di una ventina d' anni, fino al 1883.
Tancredi è divenuto ambasciatore, il Principe ha trascorso gli anni immerso nei suoi studi di astronomia e aspettando la morte, che finalmente arriva.
L' autore nulla dice dei seguenti ventisette anni e ci fa ritrovare nel 1910 le figlie zittelle e bigotte di don Fabrizio, abitanti uno dei palazzi dei Salina, ormai ammuffito e decadente. Esse adorano delle reliquie, che conservano nella loro cappella privata. Un' ispezione ecclesiastica dichiara però false la gran parte di esse: è la fine del loro mondo, la fine del mondo dei Salina, della famiglia che ha nello stemma il gattopardo rampante.
Per un'analisi del messaggio del libro, si deve innanzitutto chiarire che "Il Gattopardo" non vuole essere un romanzo storico, dato che sotto questo aspetto può effettivamente essere ritenuto non molto approfondito e semplicistico, ma un romanzo "filosofico", che, partendo da un singolo periodo storico, vuole enunciare dei concetti validi sempre e ovunque. Ciò assodato, possiamo passare all'illustrazione delle tematiche del libro.
Il tema fondamentale del romanzo è la morte, presente nel paesaggio, nella sua aridità, nei palazzi (nei quali paiono ancora vivere i defunti antenati dei Salina), nella decadenza della classe nobiliare, in tutti i Siciliani (ogni azione dei quali è in realtà "desiderio d'oblio") e, l'autore sembra suggerirci, in fondo in tutti gli uomini, nel Principe specialmente (che la desidera, la "corteggia", e vuole raggiungere finalmente quella pace e quella serenità che riesce appena ad intravvedere fra le sue amate stelle).
Altro tema del libro è il non mutare delle situazioni sociali nella storia. Per l'autore nulla realmente cambia, anche se a tutti sembra di vivere in un'epoca di transizione: saranno sempre delle ristrette élite, non importa se basate sulla nobiltà, la ricchezza, la conoscenza di un testo presunto sacro o altro, a governare il mondo (cercando esclusivamente di realizzare i propri fini, che solo accidentalmente possono corrispondere al bene comune, o sapendosi creare delle illusioni, come dice il Principe a Chevalley). Avverrà solo qualche "inavvertibile sostituzione di ceti": le cose cambiano in superficie, mai nella sostanza. L' autore coglie quindi la sterilità dell'agire di chi crede di poter cambiare tutto: gli uomini sono solo "mosche cocchiere" che si possono "illudere di influire sul torrente delle sorti che invece fluiva per conto suo, in un'altra vallata".
Ultimo tema, ma non molto approfondito, è l'amore, che l'autore non considera eterno e non annovera fra le cose più importanti della vita. Certo, c'è il fidanzamento di Tancredi e Angelica, tuttavia questo avviene non tanto per amore (anche se, almeno in principio, questo sentimento traspare, ma è più che altro identificabile con il desiderio), ma per interesse.
PERSONAGGI
Il Principe è il personaggio principale del romanzo. L' autore ci svela le sue opinioni, i suoi ragionamenti, i suoi dialoghi, dietro i quali si celano in realtà le convinzioni del Lampedusa stesso.
Ciò avviene assai più sporadicamente per gli altri personaggi, che sono inseriti nel romanzo quasi solo per dare l'occasione al Principe di riflettere sulle loro azioni.
Don Fabrizio Corbera, Principe di Salina, è alto, imponente, fortissimo, biondo (è di discendenze normanne); quando è adirato, e ciò accade non di rado, riesce spesso a contenersi stritolando con le mani ciò che gli capita a tiro. Non si comporta molto diversamente dagli altri nobili: vive lussuosamente nei suoi palazzi, partecipa ai balli mondani (l'unico citato nel libro è il famoso ballo a palazzo Ponteleone), né favorisce, né ostacola il nuovo stato di cose.
Interiormente, però, si sente superiore agli altri aristocratici, poiché li crede più superficiali e frivoli, pur sapendo di essere della loro medesima risma. Non è esente da vizi (all' inizio del libro si reca da una prostituta). Ha una visione pessimistica della vita, dell'amore e della storia (le sue convinzioni sono quelle su cui si basa il libro e sono state esposte precedentemente) e pare non credere in valori incrollabili, quali l'onestà, la libertà, l'amore, il potere. Partecipa a funzioni religiose o recita il rosario con la famiglia tutti i giorni, ha un consigliere spirituale, ma non viene dipinto bigotto come sua moglie: sembra essere, piuttosto, tenuamente credente. Ha una buona cultura e una grande passione per l'astronomia, che gli ha procurato anche un prestigioso riconoscimento in Sorbona.
Altro importante personaggio del romanzo è Tancredi Falconieri. E' figlio della sorella del principe e di un nobile della famiglia Falconieri. Suo padre ha dilapidato il proprio patrimonio e, alla sua morte, Tancredi è stato adottato dallo zio, che lo stima più dei propri sette figli. E' ben istruito e ricco di fascino, ha un "volto magro e distinto", gli "occhi azzurro-torbido", la "voce leggermente nasale [...] carica di brio giovanile". Sa essere ironico, ma ha anche degli "accessi di serietà"; è comunque molto astuto.
Vuole battersi per la sopravvivenza della nobiltà e quando sbarca Garibaldi va a combattere con lui: "se non ci siamo anche noi quelli ti combinano la repubblica. Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi". Questa frase esemplifica estremamente bene il pensiero di Tancredi, che è un vero "gattopardista" ed è estremamente ambizioso: riuscirà a diventare ambasciatore. Egli ha spesso una visione relativistica dei valori (si sposa soprattutto per convenienza, per avere le ricchezze del padre di Angelica), ma nutre un sincero affetto per il suo "zione".
E' ben descritto dall' autore, anche se non è, come è invece don Fabrizio, un alter ego dello stesso.
C'è poi Angelica. E' figlia di Calogero Sedara, nuovo ricco e sindaco di Donnafugata. E' bellissima, alta, dai capelli corvini e dalla pelle chiara. Non è affatto stupida; le sue origini rozze sono state in parte, ma non totalmente, modificate dalla permanenza in un collegio a Firenze.
Insieme a Tancredi, che sposa specialmente per entrare nel mondo della nobiltà, imparerà a vivere nella mondanità. Non sarà fedele al suo sposo.
La ritroviamo nel 1910, ancora arzilla vedova: l'autore ci dice che morirà dopo qualche anno.
Le sue idee e i suoi valori non sono ben delineati: forse è, fra i personaggi principali, quello descritto più superficialmente.
Il padre di Angelica, Calogero Sedara, è estremamente astuto; per guadagnare non esita a calpestare gli altri. E' d'altronde ignorante e ben poco raffinato e neanche i contatti con il Principe, più frequenti dopo il fidanzamento di Tancredi e Angelica, lo migliorano molto. Crede nel denaro e in poco altro. Svolge un'intensa attività "patriottica" prima dello sbarco di Marsala, in quanto ha compreso che i suoi interessi sono nell'unità.
Non è descritto fisicamente.
L'autore è senza dubbio estraneo alla figura di Sedara, che certamente non stima, ma non la odia: per l'autore nessun essere umano si può odiare. Al massimo si può compatire, dato che è destinato a morire.
Vi sono anche altri personaggi, come Padre Pirrone, il gesuita che si occupa della tutela spirituale di casa Salina. E' interlocutore di don Fabrizio in numerosi dialoghi, nei quali cerca, ovviamente, di difendere la Chiesa e il regno borbonico (che tutelava gli ecclesiastici). Nel romanzo è inoltre descritta una sua visita ai parenti, per mezzo della quale l'autore ci fa conoscere la Sicilia popolare del tempo, più povera e rozza, ma non certo meno ipocrita della Sicilia aristocratica.
C'è quindi don Ciccio Tumeo, organista della chiesa di Donnafugata e compagno di caccia del Principe, ancora riconoscente verso i Borbone, che avevano aiutato la sua famiglia, al punto da votare "no" al plebiscito sull'unificazione dell'ex Regno delle Due Sicilie al neonato Regno d'Italia (Sedara modificherà il suo voto: a Donnafugata risulteranno solo "sì").
Uomo di onestà intellettuale, riconosciuta dallo stesso don Fabrizio, è, infine, Chevalley, il rappresentante del Governo che chiede al Principe di diventare senatore e che crede che il nuovo stato italiano saprà e potrà risolvere il problema siciliano.
STILE
Il romanzo è, piuttosto che storico, quasi "filosofico". E' quindi naturale che prevalgano le scene poco dinamiche, di riflessione, nelle quali sono riportati monologhi (interiori o meno), discorsi indiretti liberi o, soprattutto, dialoghi. E' comunque frequente anche il narrato, che non di rado delinea i paesaggi, ma che spesso, naturalmente, descrive delle azioni, mai ad ogni modo impetuose. Vi sono digressioni dalla vicenda centrale, come ad esempio la visita di Padre Pirrone ai parenti o la descrizione dell'incontro fra il Principe e il re, avvenuto a Napoli alcuni anni prima del 1860. Per mezzo di queste apparenti divagazioni, l'autore vuole farci comprendere meglio in quale contesto sociale si svolge la storia e vuole avere la possibilità di far compiere ai suoi personaggi alcune riflessioni.
Non si ricorre al simbolismo, anche se sono frequenti le metafore e vengono utilizzate anche alcune similitudini. Non ho rilevato un uso rilevante di altre figure retoriche da me conosciute.
Per quanto riguarda l'organizzazione sintattica del discorso, sono pochi i periodi composti da un'unica proposizione indipendente: sono frequenti sia le costruzioni paratattiche, sia quelle ipotattiche. Le frasi non sono comunque mai molto complesse (è raro l'impiego di più di tre subordinate o coordinate).
Sulle scelte lessicali, si possono affermare due cose: il Lampedusa amava scrivere utilizzando molti aggettivi, che sono numerosissimi nel libro, e non inseriva parecchi termini particolari (se escludiamo i nomi degli abiti e poche frasi in francese).
L' uso della punteggiatura è regolare, né ridotto, né eccessivo.
RECENSIONE
Ho letto il libro con grande piacere e interesse, poiché è stimolante il contenuto e pregevole lo stile dell'autore.
Del contenuto posso dire che ha suscitato in me delle riflessioni sul senso della storia e della vita (anche se il Tomasi è stato accusato di essere eccessivamente pessimista e semplicistico, credo di poter condividere parecchie delle sue affermazioni); mi ha fornito, inoltre, alcune informazioni sull'organizzazione sociale, nemmeno molto remota, dell'isola siciliana a me in parte sconosciute, ma molto utili anche come chiave di lettura per cercare di comprendere le motivazioni della condizione, spesso arretrata socialmente e culturalmente, della Sicilia di oggi.
Lo stile è elevato, non sciatto, ma comprensibile ed espressivo.
I capitoli che più mi hanno colpito sono il terzo e il quarto, dove, attraverso le memorabili discussioni di don Fabrizio con Tumeo (nel terzo capitolo) e con Chevalley (nel quarto), vengono espresse una gran parte delle convinzioni dell'autore.
"Il Gattopardo", del quale pur non mi era ignoto il valore letterario, ha saputo in modo inaspettato coinvolgermi emotivamente e razionalmente: emotivamente perché non ho saputo resistere alla tentazione di immedesimarmi in alcuni personaggi (nel Principe specialmente, ma alcune volte anche in Tancredi), razionalmente per l'importanza dei temi trattati.
IL FILM
Alcuni anni dopo la pubblicazione del libro, dal romanzo è stato tratto il film "Il Gattopardo" (regia di L. Visconti; con Burt Lancaster, il Principe, Alain Delon, Tancredi, Claudia Cardinale, Angelica), che ho avuto modo di vedere recentemente in televisione.
Ho molto apprezzato anche la versione cinematografica: mi pare che, pur con tutti i limiti che ha sempre il film nei confronti del libro, riesca a rendere l'atmosfera del testo, anche attraverso la recitazione di molti dialoghi, immutati rispetto al romanzo, e che cerchi di trasmettere i messaggi del Lampedusa.
La trama del film solo in minima parte modifica quella del libro (vengono tagliate la visita ai parenti di Padre Pirrone e la parte che segue il ballo a palazzo Ponteleone; sono aggiunte scene sulle battaglie fra garibaldini e borbonici, si indugia molto sul ballo). Mi sono apparse degne di nota sia la scenografia, valorizzata da una fotografia che usa sapientemente i toni caldi, sia l'interpretazione degli attori, sia le musiche.
La scenografia è elegante, quasi sfarzosa negli interni, capace di riprodurre la miseria dei paesi e di sottolineare la poesia dei paesaggi naturali negli esterni. Le interpretazioni di Burt Lancaster e degli attori che danno vita ai personaggi di Sedara, di Padre Pirrone e di Concetta sanno cogliere l'essenza dello spirito dei loro personaggi (un po' meno Delon e la Cardinale, che forse non sempre riescono convincenti nei difficili ruoli di Tancredi e Angelica).
Le musiche, di Nino Rota, ben sottolineano l'atmosfera di grandezza in declino che pervade tutta l'opera.
POST SCRIPTUM (Febbraio 2022): questa edizione contiene una prefazione di Giorgio Bassani, il quale vi racconta come venne a conoscenza del romanzo e ne decise la pubblicazione. La prefazione è piacevole alla lettura e interessante per chi voglia apprendere qualcosa in più sulle vicende che portarono alla scrittura prima e alla pubblicazione poi del “Gattopardo”, purtroppo per Tomasi di Lampedusa postuma. E’ toccante pensare come un’opera pensata dall’autore per decenni, infine scritta rapidamente solo pochi mesi prima della morte, sia divenuta un enorme e incisivo successo letterario, ma solo quando l’autore ormai non poteva più saperne nulla né goderne alcunché, perché morto mentre ancora il suo romanzo era un’opera prima sconosciuta e senza alcun editore che si accingesse a stamparla.