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Language
Italian
Publishing house
Mondadori
Series
Piccola biblioteca osca Mondadori
Edition number
1
Publication year
2003
Number of pages
210
Position in the list
1
The Review
Bambini infiniti non è un'antologia sullo sport, né un pedissequo elenco delle vite e delle vittorie dei grandi atleti della storia. Emanuela Audisio, giornalista de La Repubblica e inviata da oltre 30 anni nei principali eventi sportivi che si svolgono per il mondo, traccia una strada che attraversa due secoli e raccoglie santi e peccatori, perdenti e vincenti, pazzi e truffatori. Ma soprattutto, stacca un biglietto di sola andata per le anime perse.
Venticinque coppie di atleti, cinquanta ritratti di uomini e donne che hanno intrecciato il loro percorso con qualcuno di apparentemente lontano, ma in realtà più vicino di quanto si possa pensare.
Atletica, calcio, nuoto, ginnastica, pattinaggio, si arriva fino agli scacchi: il tutto permeato dai fantasmi di chi non ha mai fatto nient'altro che vincere, senza sapere quale fosse il suo reale posto nel mondo. E per questo punito dagli dèi, che tormentano solo coloro che riescono a vedere. Oppure, al contrario, storie di poveri diavoli che si sono imbattuti in situazioni più grandi di loro, senza saperle gestire, capitolando dinanzi l'impossibilità della loro vita.
Una scrittura dura, tagliente, che mozza il respiro e non lascia altro ossigeno al lettore che quello della pagina successiva.

Introduzione:

È nei caldi pomeriggi d'estate quando tutto è immobile e tu batti e ribatti la palla contro il muro del garage. Quando ti metti a palleggiare nel cortile, a correre in giardino, a scattare sul marciapiede. Avanti e indietro, con ossessione. Quando sei solo. Ma senti il fiato di un avversario invisibile. Quando il mondo dorme, stremato. E suda. Quando tu sei sveglio, pieno di frenesia. E non senti il sole che scotta. Quando scompare il garage, il cortile, il marciapiede. Quando i confini si deformano, si allargano, si travestono. E tu non sei più lì. Sei a Wimbledon, al Maracanà, al Tour, nell'NBA, al Madison Square Garden, nella finale olimpica più importante. E c'è la folla, che ti guarda. E dai, ancora un colpo, ancora uno sprint, ancora un tiro. È in quel momento magico, delirante, tirannico. Quando non sei mai stanco, quando pensi che non ti arrenderai ai draghi. Quando hai la lingua di fuori, ma non hai paura. Quando non sai che significa vincere, perdere, vuoi solo giocare, giocare, giocare. È lì che ti prende il sentimento confuso che nulla può finire, che sopravviverai alla terra. Quando alzi le braccia sul traguardo, che esiste solo per te. È in quel momento di puro sport, di prima piccola immortalità, di denso piacere. Hai incontrato l'infinito.
Non c'è niente come lo sport che ti dica in tempo reale chi sei. Quanto vali. E ti sprema i sogni per farne uscire il succo. Anche e soprattutto quando non hai l'età. Lo sport consente quello che famiglia, scuola, società non permettono. Ti fa essere. Tu lo adoperi per uscire dalla fame, da una vita misera, da un ambiente che non ti piace, dalla timidezza, da un disagio fisico, psicologico, sociale. Perché vuoi di più, perché vuoi altro. Lo sport ti risponde, ti asseconda, ti aiuta. Ma tu cambi, cresci, pretendi. Il tuo infinito ora è pieno di cose. Lo puoi cavalcare con leggerezza, con qualche trucco, con divertita saggezza. O ci puoi naufragare, perché nulla ti basta più. Diventi rancoroso, famelico, bulimico. Esigi che lo sport nutra il tuo buco nero, quel senso di inadeguatezza che non se ne va, quella patina di noia che rende tutto senza senso. Vuoi tutto, mangi troppo. La tua digestione diventa difficile, il tuo talento obeso. Se ti va bene, vomiti. Se ti va male, scoppi. Lo sport non è più un mezzo per rivelare subito, ora, chi sei. Ma uno strumento che ti deve ricompensare delle mancanze, delle assenze, di quello che non hai avuto. Cominci a usarlo come arma retroattiva, non funziona. C'è un tempo per tutto e non è facendo male agli altri che ti vendichi di quello fatto a te. Non diventi ricco comprando le cose dei ricchi.
Ho mangiato un gelato con Tyson, a casa sua a Las Vegas. I vicini si lamentavano delle tigri in giardino. Per gli interni l'arredatore aveva scelto di giocare sul bianco e nero. Il divano era bianco, il tappeto era nero, le sedie erano bianche, il tavolo nero. C'era il pianoforte a coda, perfetto per l'armonia dell'ambiente. Ma Tyson non ha mai saputo suonare. Sempre a Las Vegas ho visto il peso massimo Mike Dokes uscire dal ring, a torso nudo, tutto sudato, e buttarsi addosso una pelliccia di visone. A Buenos Aires ho visto Maradona giocare la sua ultima partita nello stadio del Boca, dire addio a 353 gol, solo 6 con il destro. Diego si trascinava sul campo come un pinguino. L'ho sentito urlare: "Io sono sporco, ma il calcio è pulito". Piangeva, piangevano tutti. Per la bugia, per la verità, per la residua innocenza che hanno solo i grandi peccatori.
A Roma nell'87 ho incontrato alle tre di notte Carl Lewis, camminava a piedi per i Parioli continuando a scuotere la testa e a dire "Non è possibile". Era appena stato sconfitto sui 100 metri da Ben Johnson. A Seoul nell'88 ho visto lo stesso Johnson fuggire, drogato marcio, sotto gli sputi di chi gli aveva appena preparato la torta per il record. Ai giochi di Atlanta nel'96 ho aspettato i maratoneti al traguardo. Ho visto arrivare un povero corpo, un fagotto nero, imbrattato dalla sua crisi intestinale, che continuava a correre, gli occhi pazzi di dolore. Basta, basta, gli facevano cenno i giudici. Ma lui si liberava e riprendeva. Per fermarlo gli si sono buttati addosso in cinque. Ai mondiali di atletica di Siviglia nel '99 avevo la camera d'albergo di fianco a quella di Maurice Greene, l'uomo più veloce del pianeta. Credo che in quella notte di vigilia Greene abbia corso nella sua stanza tutti i 100 metri del mondo. Radio alta, tv a tutto volume, sbattere di porte, telefonate, rumore di cartoni animati, di chi faceva capriole e si arrampicava sui muri.
Non so quali infiniti cercassero tutte queste persone. Non so nemmeno se Leopardi sia stato sincero. So che ogni volta allo stadio, prima della partita, della gara, prima che qualcuno si butti o scatti o entri in campo, proprio l'attimo prima che tutto cominci, è come se fosse la prima volta. Come se tutto dovesse ancora capitare. E fosse un purissimo gioco da bambini infiniti.

Premessa:

Rubin "Hurricane" Carter - O.J Simpson: il pugile condannato dalla giustizia solo perché nero. Anni '60. Per lui si mossero Bob Dylan, Bertrand Russell e Mohammad Alì. L'ex campione di football salvato dalla giustizia solo perché nero. Anni '90. Per lui si sono mossi i migliori avvocati americani.

Carl Lewis - Ben Johnson: i duellanti dei 100 metri, due rivali che si detestavano. Due stili opposti. Il primo, elegante come un cigno. Gran parlatore. Sindacalista del privilegio. Il secondo, una fiera pronta a sbranare. Balbuziente. E il primo grande dopato della storia.

Mohammad Alì - Janet Evans: l'ex ribelle del ring, il musulmano, diventato, da malato, il nonno buono dell'America. Non più il campione che divide, ma quello che unisce. La ragazza bianca, cocca delle piscine a stelle e strisce, che si ribella al mito dei vincenti. Lei ai giochi di Atlanta del '96 aveva passato la fiaccola a lui.

Cathy Freeman - Marie-José Perec: la sfida che tutti aspettavano. Sui 400 metri. E che non ci fu. Ai giochi di Sydney del 2000. La prima aborigena soffocata dalla responsabilità di dover far vincere il suo popolo, a casa sua. La prima campionessa, francese, che, soffocata dallo stress, fugge alla vigilia della gara olimpica.

Diego Armando Maradona 1987 - Diego Armando Maradona 2001: il giocatore che arriva a Napoli, si prende la città e la porta allo scudetto. L'uomo che non può più arrivare da nessuna parte, deve solo guarire. Muy triste, muy solitario, muy final.

Gretel Bergmann - Sydeny Maree: la signora ebrea che non vuole fare pace con la Germania perché da ragazza fu esclusa dai giochi di Berlino. Il corridore sudafricano che all'estero viene boicottato perché appartiene a una nazione che attua l'apartheid e che nel suo paese non ha diritti perché nero.

Edwin Moses - Sergej Bubka: un campione degli ostacoli che non ha mai fatto lo sbruffone, anche se vinceva sempre. Il re dell'asta che saltava da un record all'altro. Grandi avversari, solo di se stessi.

Bjorn Borg - Fedor Cherenkov: il campione svedese, freddo e senza emozioni, che a un certo punto si rompe e sente la nausea. Il calciatore sovietico, troppo sensibile, che deve servire la patria e la nausea la sente subito.

Nadia Comaneci - Kerri Strug: la prima bambina a prendere 10 nella ginnastica. Una delle tante bambine costrette a prendere botte nella ginnastica.

Roberto Baggio 1994 - Roberto Baggio 2002: il giocatore che nel '94 si ferma a un passo dall'infinito. E che nel 2002 viene fermato, prima di riprovarci.

Max Schmeling - Dinamo Kiev (Makar Goncharenko): il pugile tedesco denigrato dall'America perché stereotipo del campione ariano. La squadra di calcio della Dinamo Kiev sterminata dai nazisti perché non fece fare bella figura ai giocatori di Hitler.

Pietro Paolo Mennea - Michael Johnson: il nero bianco, il primo vero professionista della pista, l'atleta del Sud che sui 200 portò l'Italia in cima al mondo. Il nero, primo grande operaio della fatica, che dopo diciassette anni riprese quel record, ma non volle mai farsi re.

Mike Tyson 1995 - Mike Tyson 1997: il disadattato che dopo tre anni e mezzo di galera per stupro torna a casa sua, sul ring. L'uomo più cattivo del pianeta che diventa cannibale e mangia un pezzo dell'orecchio del suo avversario.

Magich Johnson - Greg Louganis: il grande campione di basket con cui nessuno vuole più giocare, perché sieropositivo. Il grande tuffatore, gay e sieropositivo, con cui nessuno vuole più avere a che fare, perché non si è pentito.

Evander Holyfield - Buster Douglas: il pugile che batte Tyson due volte e non perde la testa. Il pugile che batte Tyson una volta e perde tutto.

Fiona May - Merlene Ottey: la ragazza inglese che si trasferisce a Firenze, diventa italiana, soffre la gara come un'italiana. La signora giamaicana dello sprint che soffre all'idea di arrivare prima sul traguardo, e alla fine cede anche al lifting del doping.

Tommie Smith - Michael Jordan: l'uomo che nel '68 con il pugno nero fece vergognare l'America. Il cattivo esempio. L'uomo che con i suoi canestri l'ha riportata in volo. Il buon esempio.

Paolo Vidoz - Socrates: un pugile friulano, con il mito di Carnera, che va a vivere in America e incontra l'11 settembre. Il calciatore brasiliano impegnato, lettore di Gramsci, che incrocia il calcio del Duemila.

Ronaldo 1998 - Ronaldo 2002: Il pupazzone che gioca a calcio in maniera strepitosa e trascina tutti. L'arte antica in forma moderna. Il calciatore che, inciampato sul dolore e sulle sue paure, non ha più tempo da perdere in finte, dribbling e domande. Ha le risposte, ha la mira, ha il mondiale.

Carlos Monzon - Marcel Cerdan: l'indio che prende a pugni la vita e che per non perdere l'orgoglio ammazza l'ex moglie. Il campione del ring che fa a meno dell'orgoglio e muore per raggiungere più in fretta la donna che ama, Edith Piaf.

Maurice Greene - Tonya Harding: Un ragazzo di periferia, born in the U.S.A., che diventa l'uomo più veloce del mondo e a denti stretti si tiene il bottino. La ragazza proletaria, pattinatrice su ghiaccio, che se ne frega del barone de Coubertin e fa sprangare la rivale.

Florence Joyner Griffith - Ana Fidelia Quirot: la donna che voleva correre in fretta ed è morta in fretta. Dallo sprint miracoloso. La donna che all'improvviso volle morire e che lentamente tornò a correre. La sola a credere nel miracolo.

Christian Vieri - Alessandro Del Piero: il calciatore che la butta dentro, all'antica. Senza problemi. Il calciatore che la butta dentro, in maniera moderna. Con qualche problema.

Kasparov - Karpov: il campione degli scacchi eretico e quello ortodosso. Due Beautiful Mind, che vedevano la vita in bianco e nero e volevano gli stessi pezzi del mondo.

Ekaterina Gordeeva - Ayrton Senna: una campionessa olimpica che, morto il marito, non volle più pattinare. Lui sul ghiaccio era la sua metà. Un popolo che, senza il suo pilota, non vuole più correre. Lui in pista era tutti.
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