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A tua insaputa. La mente inconscia che guida le nostre azioniImmaginate di essere al volante della vostra auto. Probabilmente ascoltate la radio, magari fischiettate oppure pensate agli affari vostri. Di certo, se è da molto che guidate, non siete particolarmente concentrati sulla forza che state imprimendo all’acceleratore, su quanto stiate bilanciando con la frizione o sull’angolo dello sterzo. Queste sono operazioni diventate ormai completamente automatiche o, tecnicamente, «inconsce». Che esista una parte della coscienza completamente autonoma da quella razionale è stato dimostrato anche dalle neurotecnologie come l’imaging cerebrale, capace di evidenziare l’attività inconsapevole del nostro «computer centrale». Le neuroscienze possono senz’altro registrare questo genere di dati, ma spetta alla psicologia del profondo spiegarceli: andare oltre il referto per fornirci una ragione e semmai insegnarci come convivere proficuamente con il nostro Mister Hyde. In realtà Mister Hyde non è una metafora azzeccata, perché l’inconscio non sarebbe squisitamente malvagio. Semplicemente consta di tutte quelle fantasie ed esperienze realmente vissute che o per economia o per convenienza abbiamo appartato lontano dalla consapevolezza ma comunque conservato. Costituiscono – nella definizione classica – una personalità semisconosciuta e un serbatoio di pulsioni legittime e di fatto agenti. Scoprire di non essere l’unico padrone in casa propria può generare scetticismo verso la teoria. Non a caso Sigmund Freud, padre della psicoanalisi, propose che la scoperta dell’inconscio fosse la «terza umiliazione» all’orgoglio dell’umanità, dopo quella inferta da Copernico, che aveva tolto l’uomo dal centro dell’universo e quella di Charles Darwin, che l’aveva ricollocato tra i tanti animali, frutto casuale dell’evoluzione e non più il prediletto di Dio. Non sarei così talebano come Freud. Come anticipavo i vissuti rimossi (per usare la sua terminologia) sono tali non solo perché spiacevoli ma più semplicemente anche perché l’organismo ha bisogno di fare economia: non possiamo ovviamente registrare nella memoria 24 ore di informazioni ininterrotte al giorno. Ciò non toglie che esse abbiano un impatto e che questo prolunghi la sua influenza. Secondo il pensiero di Henri Bergson il sistema nervoso avrebbe una funzione sostanzialmente eliminatoria e non produttiva: il suo scopo sarebbe quello di proteggerci dalla tempesta di informazioni alla quale siamo esposti durante la giornata dalla comune esperienza. Secondo questa spiegazione il cervello escluderebbe gran parte di quello che altrimenti potremmo conoscere e ricordare. Effettivamente ci vorrebbe una mappa per orientarsi nelle tante teorie sul tema. Una guida che ho trovato ottima è «A tua insaputa. La mente inconscia che guida le nostre azioni» (appena stampato da Bollati Boringhieri), un’opera di oltre quattrocento pagine a firma di John Bargh, psicologo sociale e docente a Yale. Si tratta di un saggio estremamente moderno: non incede nella psicoanalisi, piuttosto ordina tutte le conoscenze scientifiche più recenti, molte derivate dalle sue osservazioni presso il laboratorio che ha fondato, l’«Automaticity in Cognition, Motivation, and Evaluation (ACME) Laboratory» dell’Università di Yale. E poi si sa, gli americani non amano eccessivamente Freud e i colleghi europei. Sono soprattutto cognitivisti. Cosa è l’inconscio, perché esiste, a cosa serve e come possiamo servircene: sono questi i punti, estremamente pratici, che Bargh sviluppa con piglio molto preciso. Ripeto: non tanto filosofico ma puntualmente scientifico. La chiave per seguire il professore è avere una visione evolutiva della mente: la necessità che giustifica l’esistenza di istanze inconsapevoli è una necessità adattiva. Insomma, non può non esistere l’inconscio perché ci è necessario proprio come un qualsiasi altro organo del corpo che è stato progettato dalla vita. Non mi dilungo sui dati, per quello c’è il saggio. Qui può essere prezioso presentare un sunto. Sicuramente potrei riportare la seguente, lunga e curiosa digressione, collaterale al discorso centrale. Bargh fa entrare nel suo laboratorio elettori democratici e repubblicani (dichiarati ma anche «verificati» da un quiz che chiede l’approvazione o meno verso leggi dell’una e dell’altra parte effettivamente presentate o annunciate). Ai primi somministra una esperienza cognitiva utile ad aumentare l’emozione della paura e il senso di insicurezza, per sempio chidendogli di immaginare la propria morte e facendogli rivivere questa fantasia con numerosi dettagli. Ai secondi dà un input analogo ma contrario, utile a rafforzare il senso di sicurezza, per esempio chiedendogli di desiderare un superpotere e accompagnandoli nell’esperienza di volare oppure di parare colpi e proiettili. Una volta resi forti questi vissuti (lo scienziato spiega che l’effetto è chiaramente temporaneo ma comunque sufficiente per la durata dell'esperimento) somministra ai due gruppi un nuovo questionario di natura politica. Si tratta anche questa volta di un questionario sviluppato per identificare e predire inclinazioni liberali, progressiste, conservatrici etc. Chi si all’inizio di dichiarava democratico, dopo il «lavaggio del cervello», risultava in una percentuale importante, più conservatore (Ovviamente c’era un gruppo di controllo che non aveva preso parte alla fortificazione dei vissuti paurosi o rassicuranti e che confermava la bontà del test) mentre chi si dichiarava repubblicano, sebbene in percentuale minore ma statisticamente significativa, dava questa volta risposte più «progressiste». Al di là del mostrare l’effettiva influenza dei vissuti consapevoli (lo sforzo di immaginazione attivo che chiede il professore) sull'agire inconsapevole (diagnosticato attraverso il secondo questionario) l'esperimento – nell’interpretazione di Bargh – esplora la possibilità, secondo una certa tradizione della psicologia politica, che i cosiddetti democratici abbiano una personalità più predisposta a sentirsi «al sicuro», dunque più favorevoli a proposte di legge, per così dire, rivoluzionarie. I cosiddetti repubblicani (conservatori), invece, avrebbero una personalità naturalmente più predisposta a percepire le minacce e sarebbero quindi più restii al cambiamento. Ecco perché – argomenta lo psicologo – nel secondo quiz, che verificava con nuove domande l’appartenenza politica di ciascuno, i democratici erano meno disinvolti verso proposte come il matrimonio omosessuale o la depenalizzazione di reati legati all’uso della marjuana, mentre i repubblicani erano più dubbiosi verso strette autoritarie sui dreamers o su controlli severi alla sfera della privacy per motivi di sicurezza nazionale. Ho elencato questo esperimento soltanto a titolo di esempio. Quello di Bargh non è un libro di psicologia politica. È sicuramente da leggere tutto e non come un manuale: il passo è quello del racconto, di uno scienziato che ti porta nel suo mondo, nel suo laboratorio, tra i colleghi e nella propria infanzia. Si parla di Led Zeppelin, o del perché alcuni luoghi e certi ricordi ci fanno rizzare i peli delle braccia mentre altri ci lasciano completamente indifferenti. Non solo per chi è appassionato di ricerca: è per tutti dai 15 anni in su.MarcoPivato -
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Per un Pugno di Barbari. Come Roma fu salvata dagli imperatori soldatiLa storia insegnata e appresa ci è stata tramandata come compartimentazione di eventi ed epoche, insomma di cesure. Chi ama l'antichità, e il mondo romano nello specifico, è persino troppo abituato a compartimenti stagno: i re, la repubblica, il principato, il dominato, i regni romano/barbarici. Il libro di Marco tratta di quello che tradizionalmente è il secolo buio dei romani. Ci sono cosi tanti imperatori tali da generare una confusione per cui è meglio occuparsi fino a marco aurelio e riprendere con Constantino, con il rischio di avere di fronte due vasi non comunicanti. Ecco che invece la cesura diventa tratto di unione; collegamento imprescindibile tra passato e futuro di roma. Ciò che ci ritroviamo con Constantino non è una Roma aliena, apparsa all'improvviso nella storia, ma è il risultato di strutture economiche sociali e culturali che formatesi lentamente e destinate a una ‘lunga durata’ danno la loro impronta profonda. Con un stile di racconto anglosassone, non tipicamente italiano, e questo è un pregio, Marco ci accompagna nel secolo della crisi non tanto con le figure piu rilevanti, ma piuttosto per problemi che roma ha dovuto affrontare. Si capisce allora molto meglio sia il secolo precedente, con l'iniziale pressione meglio organizzata dei barbari ai confini, e l'irrompere di fattori esogeni quali la peste, sia il secolo successivo con la nuova roma e nuova romanità di Costantino. E' un libro chiarificatore che dipana con efficacia il groviglio di problemi sociali, militari, politici ed economici, e lo fa in maniera sincronica contro la diacronia sterile della manualistica. Si capiscono allora meglio le problematiche non più rinviabili che hanno dovuto affrontare gli illirici, barbari diventati più romani dei romani di Roma. Per un pugno di barbari; si, perché senza i barbari forse sarebbe potuta cambiare inesorabilmente la traiettoria della storia romana. Ed è il modo più plastico di vedere come il terzo secolo sia diventato sostanzialmente e non più formalmente impero, con una missione civilizzatrice universale. Non più cittadini e semicittadini e federati e schiavi, ma sostanzialmente tutti cittadini sotto un idea. E non è più importante venire dall'urbe o dal senato per dirigere questo impero, ma ognuno da ogni parte dell'impero, può appunto gestirlo, perchè è diventato romano nella mente e nel cuore. Tra le tante cose che ho apprezzato in questo piacevole excursus è come viene spiegato l'ambito economico e finanziario. Nessun altro libro mi ha fatto capire, come questo, il pericolo di un allegra gestione della moneta. Per certi versi mi ha illuminato con i continui raffronti tra inflazione galoppante e tentativi di soluzione momentanea. E si capisce molto bene allora il perchè e il per come Diocleziano sia arrivato a rivoltare, quasi come un calzino, quasi tutti gli aspetti della civiltà romana. Perché più che riformatore illuminato si può dire che abbia sistematizzato, in forma compiuta e razionale, soluzioni in nuce già tentate da altri. Si può dire, alla fine della lettura del libro, di aver una visione di insieme del terzo secolo, e ci si rende conto di comprenderlo di più, rispetto a quanto si è fatto prima.antoniusblock4 -
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Il giro del mondo in sei milioni di anniImmaginiamo di trovarci tra l'Etiopia, il Kenya e la Tanzania, approssimativamente Africa dell'est, circa sei milioni di anni fa. Il clima diventa tutto a un tratto più secco, le grandi foreste si fanno rade, l'immensa e rigogliosa vegetazione lascia il posto a gruppi di bassi arbusti e ad ampi spazi. Animali che oggi assoceremmo alle nostre scimmie e affollavano i rami per la maggior parte del giorno sono costretti scendere. E la vita in basso è molto diversa. Adesso occorre sapersi arrangiare: per esempio per passare da un luogo sicuro a un altro, da un boschetto all'altro, occorre muoversi rapidamente prima di essere notati dai grandi predatori. E se spostandosi si riesce anche a dare un'occhiatina intorno, alzandosi sugli arti inferiori, tanto meglio: servirà a salvare la pelle. Il bipedismo potrebbe essere nato così. E cosa ci fa un animale con le mani (o zampe anteriori) libere, se non gli servono più per camminare? Prima degli antropologi se lo devono essere chiesti gli stessi australopiteci. Soltanto doverci pensare è una cosa nuova. Tanto che probabilmente l'improvvisa espansione della loro scatola cranica (quindi del cervello) potrebbe essere una diretta conseguenza di tutto quel da fare e pensare improvviso. E così hanno cominciato a sperimentare, toccare cose, e poi maneggiarle, sino a forgiarvi, per l’appunto, manufatti. Con la nascita della tecnologia i primi ominidi si apprestavano a conquistare la vetta della catena alimentare e molto tempo dopo il mondo. Non solo metaforicamente. Si andava davvero a colonizzare nuovo spazio. Perché, una volta a terra, c’era da rimediare il cibo, cacciare, raccogliere. Era molto tempo prima dell’invenzione dell’agricoltura: quando un luogo era stato completamente sfruttato e non aveva più niente da dare, l’unica era spostarsi. E poi spostarsi ancora. Di generazione in generazione i chilometri si sommano ed è così che siamo addirittura usciti dal continente nel quale eravamo "apparsi". Dall’Africa al Medioriente, poi qualcuno verso l’Europa e qualcun altro verso l’India. A mano a mano che ci si spostava – e ci si evolveva – i resti di chi moriva lasciavano una bandierina ora qua, ora là. Tanto che oggi, tracciando i fossili, possiamo ripercorrere a ritroso il viaggio dell’umanità. Non solo, infatti i fossili "parlano": attraverso le ferite, i traumi, le patologie e quelli più recenti anche attraverso i geni (se c’è rimasto ancora del DNA). È questo il contributo che la genetica è in grado di dare alla storia: può dirci se c’eravamo, dove eravamo e quando eravamo. Con accuratezza scientifica, non basandosi cu vecchie e rimaneggiate carte (leggasi: Bibbia). E allora le scoperte sono tantissime. La storia delle migrazioni (elemento oggi tanto discusso) rivela l’uomo: come eravamo, cosa mangiavamo, come ci vestivamo, di quali malattie soffrivamo, come era il clima, a cosa eravamo destinati. Di certo rivela che l’uomo più che radici ha piedi. Da così tanto viaggiamo che ci siamo incontrati di nuovo milioni di volte e incrociati "infinite" volte. La riflessione, pur rimanendo scientifica, diventa quindi anche di carattere sociale: di fatto, dati alla mano, i genomi degli europei, degli americani e degli africani sono pressoché identici. A cambiare è, di ciascuno, semmai, l’aspetto. Questo dipende sì dai geni, ma anche dall'ambiente perché l'ambiente modula l'espressione dei geni (e quindi, in ultima analisi, l'aspetto esteriore). Può capitare di confondere genotipo (semplificando: il corredo completo dei geni che possono esprimere o meno le relative proteine e quindi certi caratteri) e fenotipo (semplificando: i caratteri che effettivamente vengono espressi a partire dal genotipo. Non è detto che tutti i geni siano espressi e quindi si traducano in caratteri). Forzando un po’ intercorre la stessa differenza che c’è tra noumeno e fenomeno. Via, questo lo dico io… ma ci siamo capiti. L’odore della pelle, il colore degli occhi, la statura e simili costituiscono il fenotipo (così come le peculiarità metaboliche, etc.). Ma la "pasta" (genotipo: espresso e non espresso) di cui siam fatti è ben più complessa e condivisa. Facile quindi giudicare solo in base all’aspetto. C’è molto da imparare in «Il giro del mondo in sei milioni di anni», del genetista dell’Università di Ferrara Guido Barbujani e del suo collaboratore Andrea Brunelli. Non solo puro nozionismo (che comunque male non fa) ma elementi di carattere storico, archeologico, antropologico, e molta, molta biologia. Del resto pretendere di capire la storia dell’umanità a partire da una, soltanto, delle «due culture» è proposito fallimentare. La materia è complessa, ma il passo è brillante e il tono della divulgazione chiaro, curioso e appassionante. Un libro consigliato sia a umanisti che appassionati di scienza, in generale a tutti i lettori, perché leggere serve a costruire una coscienza padrona del passato, critica del presente, con gli strumenti necessari a presagire il futuro. Il libro di Barbujani e Brunelli fa questo.MarcoPivato -
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Pastorale americana"La gente pensa che la storia abbia il respiro lungo, ma la storia, in realtà, ti si para davanti all’improvviso" Dal self-made man all'american way of life, una storia familiare che interrompe la sua ascesa e vede distruggersi il grande sogno americano. Seymour Levov è il prototipo del perfetto yankee: alto, bello, ha successo nello sport e con le donne, come da tradizione dei migliori college d'oltreoceano. Figlio di un ebreo che si è fatto da solo e ha avviato una riguardevole fabbrica di guanti, raccoglie l'eredità del padre e conduce una vita impeccabile accanto a sua moglie, miss New Jersey, e alla sua unica figlia. Negli anni che precedono il Vietnam, le tensioni sociali e razziali presenti a Newark sono pronte a esplodere: Merry, la figlia del protagonista, si unisce a degli attivisti politici e avvia l'erosione della tela familiare. Pagina dopo pagina, l'american dream va dissolvendosi, fino a rivelare la grande verità che Roth suggerisce in più punti del romanzo: il sogno americano è la più grande bugia mai inventata dagli statunitensi. La lettura di Pastorale americana è dura, angosciante, rallentata da passaggi ipertecnici, ma sa al contempo colpire nei punti più scoperti del lettore. Grazie a passaggi introspettivi degni di nota, l'inchiostro trasuda lo strazio del protagonista e non si può fare a meno di proseguire per sapere se Seymour, alla fine, riuscirà a lenire il suo dolore e tornare a essere padrone dell'unica vita che conosceva. Frasi da sottolineare: - Un padre per il quale ogni cosa è un incrollabile dovere, per il quale c’è la ragione e il torto e, in mezzo, nulla, un padre il cui miscuglio di ambizioni, pregiudizi e convinzioni è talmente refrattario alla riflessione da rendere il tentativo di sfuggirgli più difficile di quello che sembra. Uomini limitati provvisti di un’energia illimitata; uomini pronti a esserti amici e altrettanto pronti a stufarsi di te; uomini per i quali la cosa più seria nella vita è andare avanti malgrado tutto. E noi eravamo i loro figli. Amarli era il nostro dovere. - Aveva imparato la lezione peggiore che la vita possa insegnare: che non c’è un senso. E quando capita una cosa simile, la felicità non è più spontanea. È artificiale e, anche allora, comprata al prezzo di un ostinato estraniamento da se stessi e dalla propria storia. - Stoicamente soffoca l’orrore. Impara a vivere dietro una maschera. Una prova di resistenza durata tutta la vita. Una prestazione eccezionale realizzata su un campo in rovina. - Come avrebbe potuto sapere, con tutta la sua bontà così accuratamente calibrata, che il prezzo di una vita obbediente era tanto alto? Ci si rassegna all’obbedienza per abbassare il prezzo. Una bella moglie. Una bella casa. Un’azienda magistralmente gestita. Un padre difficile trattato abbastanza bene. L’aveva realizzata per davvero, la sua versione del paradiso. Così vivono gli uomini di successo. Sono buoni cittadini. Sono fortunati. Sono riconoscenti. Dio sorride loro. Se ci sono dei problemi, si adattano. - Sì, siamo soli, profondamente soli, e in serbo per noi, sempre, c’è uno strato di solitudine ancora più profondo. Non c’è nulla che possiamo fare per liberarcene. No, la solitudine non dovrebbe stupirci, per sorprendente che possa essere farne l’esperienza. Ma allora non sarai altro che questo: vuoto e solo anziché pieno e solo. - Ciò che lui trovava stupefacente era il modo in cui gli uomini sembravano esaurire la propria essenza – esaurire la materia, qualunque fosse, che li rendeva quello che erano – e, svuotati di se stessi, trasformarsi nelle persone di cui un tempo avrebbero avuto pietà.Eaglesupporter -
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Cento poesie d’amore a LadyhawkeDelle malattie, una volta guariti, si tende a non parlare: nell’eccezione a questa regola emerge la capacità del poeta. L’amore raccontato da Michele Mari è senza dubbio una alienazione, spinta talvolta fino a penetrare il delirio, eppure risplende di una rara lucidità. Forse non esistono amori più romantici di quelli non corrisposti; forse esistono e sono quelli mai nemmeno confessati. “Cento poesie d’amore a Ladyhawke” racconta questo tipo di sentimento, che consuma come una droga e che pure spinge a vivere sempre come può fare una droga, dipanandosi nella dimensione del sogno, dell’illusione, della fantasia morbosa. Sa essere delicato ma anche spiazzante giocando a più riprese con innocenza quasi infantile e compiacimento sardonico. Può essere il ricordo lontano di un’unica altalena su cui si dondolarono per qualche istante l’innamorato e la amata, ma può anche svelare in brevi poesie un gusto macabro: «Come un serial killer / faccio pagare alle altre donne / la colpa / di non essere te». L’amore di Michele Mari è senza dubbio quello di “chi guarda e tace” ma il poeta rivela una rara capacità nel raccontare sentimenti così discreti da essere riconosciuti solo nel momento in cui vengono letti, come nella poesia “Ti ho amata sempre nel silenzio”. È propriamente un sentimento immaturo, perché evita il confronto che racconta di anelare e non tenta nemmeno di sbocciare nella realtà. Interessanti anche a questo proposito i riferimenti alla cultura pop, in particolare il cinema horror, o ad altre passioni venali dell’autore, come il poker. Su questo aspetto e su quelli più propriamente letterari segnalo agli interessati la recensione di Luca Alvino su minimaetmoralia.it, capace peraltro di cogliere con penetrante sensibilità, e descrivere con chiarezza espositiva non certo pareggiabile da me, l’essenza sentimentale di questa pregevolissima raccolta di poesie. L’amore di Mari può diventare una attrazione fatale, che moltissimi incontrano nella propria vita ma verso la quale per alcuni è più forte la tentazione di cadere e incedervi. La poesia in questo caso aiuta a perdersi nell’immaginazione ma anche a riconoscere l’allucinazione per quello che è, e magari superarla. È probabilmente stato così per l’autore; è certamente stato così per il recensore.Stefano Leanza -
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Come Passa il Vento fra i RamiLa recensione che qui mi piace riportare è la prefazione che scrissi per il libro, a me molto caro, in occasione della sua prima edizione, nel marzo 2011, per i tipi de "La Stamperia", in Rimini: "Caro lettore, volta la pagina: troverai una silloge di poesie, che fluisce ininterrotta e meravigliosa. Troverai aurore di pesco e notti fonde e quiete, la neve che cade sul far della sera, la folgore che si schianta dopo il baleno. Vedrai un fiore rosso tra i capelli neri di una giovane donna. Udirai il canto della libertà. Poesia d’amore e di sentimento, poesia filosofica e religiosa, poesia politica: poesia della vita che passa, come il vento tra i rami. Questo sottile libretto racchiude la storia di un’anima, raccontata con l’incanto della parola. Leggi queste poesie a voce alta, recitale. Come mi disse pochi giorni fa l’autore, rivedendo insieme questi lavori per la pubblicazione, sotto molti aspetti la poesia è principe tra le espressioni dell’animo umano, la più umana delle arti. Questo perché unisce l’esercizio dell’intelletto, la consapevolezza del sentimento e l’espressione dei concetti alla bellezza musicale della loro enunciazione, del loro racconto. Qui troverai concetti alti e nobili, sentimenti puri e primigeni, bellezza musicale generata dal gioco dei versi e dalla misura delle parole. A lungo ricorderai dei passi, dei versi, per la potenza della rivelazione che essi contengono. Forse, come a me, ti sembrerà di assaporare meglio la tua stessa vita, di avere appreso un poco di più come assaggiarla, come gustarla. Forse anche tu sarai più partecipe dell’arcana e superiore armonia delle cose, del disegno divino che tutto racchiude e in tutto si esprime, della ragione creatrice che è sì combattuta dal buio orrido e oscuro, ma che su questo per sempre, essenzialmente e inevitabilmente, infine, prevale. Forse anche tu troverai che la poesia può essere forma di filosofia, anzi di preghiera, anzi di Fede. Anche tu vedrai quanto la poesia possa essere suggestiva della trama dell’Universo e possa di questo raccontare il senso e portarne sulla soglia della trascendenza. Alfine, ti rallegrerai nel leggere, spesso nel nostro dialetto riminese schietto e verace, salaci satire su personaggi e malcostumi nei quali il nostro autore si è talvolta imbattuto. E apprezzerai quanto e come una penna ben maneggiata possa sgonfiare infilzandole boria, stupidità e ignoranza dello stolto e del superbo. Due parole, infine, sull’autore. Franco Rossi ha iniziato a scrivere queste poesie negli anni Cinquanta. Gli ultimi ritocchi alla presente edizione sono di pochi giorni fa. L’autore è tale quale la forza artistica e il nerbo intellettuale di questi lavori lasciano pensare. Da chi scrive questa nota, che ha la fortuna di esserne nipote, è da aggiungere solo un sincero e profondo ringraziamento per tutto quello che l’autore gli ha fin qui insegnato, con le parole e – soprattutto – con l’esempio."Marco Rossi -
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Il dottor ZivagoUn romanzo che si inserisce a pieno titolo tra i grandi della letteratura russa, pur costituendo un unicum. "Il dottor Zivago" che, a ragione, è valso al suo scrittore un Premio Nobel, nonostante la censura subita in patria, è un romanzo moderno, poetico ed estremamente realista. Pasternak racconta di un amore sofferto, d'altri tempi, tempi gloriosi, nel clima gelido della Russia rivoluzionaria, descritta con toni feroci e disincantati. Un romanzo in cui immergersi totalmente.Vanessa Sebastianutti -
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Il Diavolo e la Città BiancaIl Diavolo e la Città Bianca (titolo originale The Devil in the White City) ricostruisce le vicende collegate a un evento storico relativamente poco conosciuto e di estremo fascino, la realizzazione della grande Esposizione Universale di Chicago del 1893 ("World's Fair: Columbian Exposition"). Il volume ripercorre, a partire dal 1890 e fino ai primi anni del nuovo secolo, le storie di due personaggi estremamente diversi fra loro, in una narrazione parallela sullo sfondo degli Stati Uniti di fine Ottocento: l'architetto Daniel H. Burnham, tra gli ideatori del concetto di grattacielo e principale organizzatore dell'enorme manifestazione, e il dottor Henry Howard Holmes, uno dei primi e più spietati serial killer ad essere descritto dai mass media, pochi anni dopo il ben più famoso Jack lo Squartatore. La cronaca è partecipata e ricca di particolari, con un'incredibile attenzione alle fonti storiche; si intuisce un enorme lavoro di ricerca, soprattutto sui quotidiani dell'epoca, e di descrizione dello scenario. Infatti un'altra protagonista del libro a tutti gli effetti è proprio Chicago, anche in questo caso descritta attraverso il forte contrasto tra due elementi: la "Città Bianca" degli edifici di stile neoclassico dell'Esposizione mondiale e la "Città Nera" dei sobborghi, dei mattatoi e delle industrie.Marco il Nero -
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Furore"Non sarebbe mai venuta la fine finché la paura si fosse tramutata in furore" Nel pieno della Grande Depressione, i coltivatori del Midwest vengono messi in ginocchio dai "dust bowl", tremende tempeste di polvere dovute alla siccità, che rendono la loro terra inutilizzabile. Una casa venduta per pochi dollari, un grande carro pieno di speranza e la California da raggiungere. Il racconto della famiglia Joad è quello delle migliaia di famiglie costrette a tornare indietro nel tempo e imitare i loro avi, che inseguivano il Far West per trovare ricchezza e prosperità. A cambiare, stavolta, è però l'obiettivo: non oro e nuova terra, ma un lavoro dignitoso per poter ricominciare da zero dopo aver visto andare in fumo gli sforzi di una vita. Un'epopea cruda, che porta alla luce storie di sopraffazioni e vessazioni, di uomini senza scrupoli che sfruttano la miseria e le necessità dei migranti per il loro profitto. Tracce di disumanità, episodi di violenza che rivelano la natura dell'uomo e tracciano un solco profondo, partito dall'alba dei tempi e arrivato fino ai giorni nostri. Consigliati anche la visione della trasposizione cinematografica del 1940 e l'ascolto dell'album musicale "The Ghost of Tom Joad" di Bruce Springsteen. Frasi da sottolineare: - “E’ doloroso, ma noi non c’entriamo. E’ il mostro. La banca non è un essere umano”. “Va bene, ma è una società di esseri umani”. “Niente affatto. Questo è il vostro errore. La banca è qualcosa di diverso da un essere umano. Capita che chiunque faccia parte di una banca non approvi l’operato della banca, eppure la banca lo fa lo stesso. Vi ripeto che la banca è qualcosa di più di un essere umano. E’ il mostro. L’hanno fatta degli uomini, questo sì, ma gli uomini non la possono tenere sotto controllo”. - Si tratta di ricominciare. Ma alla nostra età? Un bimbo può, ma noi? Io e te, vedi, siamo quel ch’è stato: non potremo mai essere quel che sarà. - Com’è possibile vivere senza le cose che sono la nostra vita? Spogli del nostro passato non ci riconosciamo. - Ma non hanno idea che possa esistere qualcosa di meglio di quello che hanno; è per questo che si adattano a tutto. - D’altra parte cos’è che chiamate peccato? Il peccato è una cosa che non si sa se è bene o è male. Quelli che sono sempre sicuri di far bene, non hanno scrupoli, non sanno che cosa sia il peccato. - E gli occhi dei poveri riflettono, con la tristezza della sconfitta, un crescente furore. Nei cuori degli umili maturano i frutti del furore e s’avvicina l’epoca della vendemmia - Siamo più adattabili [noi donne] che voi altri uomini. Noi, la vita ce la portiamo sulle braccia, voialtri ve la portate dentro la testa. - L’uomo vive a scosse. Muore un vecchio, o nasce un bambino, sono due scosse. Compra una terra, o perde la sua, son due scosse. La donna si lascia vivere, un po’ come l’acqua d’un fiume: piccole anse, piccole cascate, ma l’acqua continua a scorrere. E’ così che noi donne vediamo la vita. Nessuno di noi muore del tutto; la gente continua, con qualche cambiamento, magari, ma continua. - Ma, dico io, chi ha una pariglia di cavalli, e se ne serve per arare, per coltivare, non si sognerebbe mai di metterli fuori dalle stalle e lasciarli morire di fame, quando manca il lavoro nei campi. Ah, ma quelli sono cavalli… Noi siamo uomini.Eaglesupporter -
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ConoscereQuando ero bambino, certamente ai tempi delle elementari, ma forse già prima per sfogliare e vedere le illustrazioni, l'Enciclopedia "Conoscere" era una compagna assidua delle mie giornate. In tanti momenti liberi, la aprivo a caso e la sfogliavo alla ricerca di voci che mi incuriosissero e mi appassionassero. E ce n'erano tante: una miniera inesauribile di meraviglie per la curiosità di un bambino. Il testo era accattivante, di facile comprensione, mai ostico. Il primo punto di forza erano le illustrazioni, a colori, bellissime, realizzate da disegnatori abilissimi, capaci di rievocare i mondi antichi, le nazioni di un pianeta che poteva ancora essere vasto e esotico, i prodigi della tecnica in impetuoso sviluppo o le meraviglie del corpo umano con tratti che riuscivano in qualche modo sempre rassicuranti, positivi, che dicevano "guarda come sono grandi e vari e belli il mondo là fuori e la sua storia". Alcune illustrazioni (ad esempio quella, geniale, che rappresenta il corpo umano come una fabbrica organizzata ed efficientissima, o tante sulla storia romana) le ricordo ancora oggi, a decine di anni di distanza. Questi disegni erano lo spunto inziale sul quale il bambino fantasticava, immaginava. Per poi intraprendere subito nuove avventure, voltando la pagina senza sapere quale sarebbe stato il suo nuovo meraviglioso argomento (l'ordine degli argomenti, trattati tutti brevemente ma con efficacia, è casuale e imprevedibile). "Conoscere" è un prodotto di fine anni Cinquanta/ inizio anni Sessanta: certamente il momento migliore del Paese negli ultimi cento anni almeno, quando si lavorava, si cresceva e si sapeva che la conoscenza era la chiave per il futuro e per il progresso, giustamente considerati pieni di promesse da cogliere grazie ai doni della scienza e della tecnica. Era un'opera rivolta ai giovani, non solo perchè "conoscessero", ma perchè amassero la "conoscenza", e in tutti i suoi campi, in ogni sua disciplina: fondamento indispensabile per migliorare sè stessi e il mondo. A una generazione di distanza, ho avuto la fortuna di poter beneficiare anche io di questo tesoro conservato per anni, con lungimiranza, tra i libri di casa, e certamente "Conoscere" spiega tanto di quella piccola curiosità e di quel piccolo amore per la conoscenza dei quali - spero - ancora oggi mi rimane qualche traccia. Non c'è che dire, l'esperienza di "Conoscere", durata anni, è stata per me fondamentale.Marco Rossi -
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Il Nome della Rosa"Perché vi sia specchio del mondo occorre che il mondo abbia una forma, concluse Guglielmo, che era troppo filosofo per la mia mente adolescente". Allora, recensire questo libro non è facile perché si presta a mille livelli di lettura diversi, alcuni dei quali non più molto attuali (come la contrapposizione tra sinistra di partito e sinistra di piazza, e giù randellate fra le due) o apertamente ironici (come il fatto che ci si auguri nessun pontefice, dopo Giovanni XXII, prenda più quel nome, "ormai così inviso ai buoni") e talvolta di difficile comprensione ("stat rosa pristina nom"EH?). Al netto di tutto questo, però, resta un incredibile romanzo storico, a parere di chi scrive questa umile recensione IL romanzo storico per eccellenza, un affresco medievale scritto da qualcuno che il medioevo effettivamente lo capiva, in grado di mettere in scena non solo quel mondo, ma la lettura che di quel mondo poteva avere un novizio benedettino affidato alle cure di un frate francescano (e che francescano). Un giallo monastico che, come dice l'autore nel preambolo, è soprattutto storia di libri, ("e quindi di sogni", potrebbe chiosare Adso), e quindi una storia fatta di altre storie, pericolose, terribili e affascinanti, chiuse in una impenetrabile biblioteca. Perché, diceva Guglielmo che dicesse Alano delle Isole, Omnis mundi creatura, quasti liber et pictura, nobis est, et speculum.Barbaking -
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Lolita“Lolita, light of my life, fire of my loins. My sin, my soul. Lo-lee-ta: the tip of the tongue taking a trip of three steps down the palate to tap, at three, on the teeth. Lo. Lee. Ta.” Un incipit che, già di per sé, è quasi una poesia erotica e che introduce la storia di un amore morboso raccontato attraverso le pagine del diario di Humbert Humbert, mediocre scrittore inglese in cerca di ispirazione negli Stati Uniti. Nabokov ci guida in un viaggio che diventa fuga per l’America innocente, ingenua, provocante e maliziosamente indecente. A percorrerla è Humbert Humbert insieme alla figlioccia, Dolores, detta Lolita, ragazzina dalla quale lo scrittore è implacabilmente attratto. A volte donna, a volte bambina, nella sua caratteristica convenzionalità questa Lolita che sfoglia rotocalchi mentre sorseggia Coca cola non potrà non farvi perdere l’equilibrio. Lolita. Chi di noi non ha mai pronunciato questo nome, magari appellandovi qualcuno, nella vita quotidiana? Ma chi era davvero Lolita? Una femme fatale, una bambina, una carnefice o una vittima? Qualcuno ha sostenuto che, con il personaggio di Lo, Nabokov abbia voluto rappresentare il Nuovo Mondo, l’America sognata dall’Europa ormai decadente, simboleggiato dallo scrittore fallito. È un’interpretazione suggestiva, ma controversa. Quel che è certo è che questo romanzo, scritto in lingua inglese da un autore russo, inizialmente bandito dagli Stati Uniti per il suo contenuto “osceno”, ha segnato una pagina fondamentale della letteratura occidentale. Leggete “Lolita” senza tabù, pronti a farvi sorprendere da un intrigante climax narrativo. Vale la pena anche la trasposizione cinematografica del romanzo, con uno straordinario Peter Sellers diretto da Kubrick. Ps. Leggetelo in inglese, se potete. Ma, se non ne avete modo o voglia, anche la traduzione a cura di Giulia Arborio, per Adelphi, è molto valida.Vanessa Sebastianutti -
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L’Ordine del Tempo"Lettura fondamentale: raccomandatissimo!" Era, mi sembra di ricordare, il 1996, o forse il 1997, quando mi resi pienamente conto che non mi era chiaro come funzionasse il tempo. Se ne parlava con alcuni compagni di classe, in gita, davanti a un piatto di pasta al pomodoro, o almeno così mi sembra di ricordare. Il quesito era: come funziona il movimento? Se una cosa, nel presente, nell'attimo presente, sta qui, come fa a un certo punto ad arrivare lì? Se il presente è un istante senza estensione, e il tempo una successione infinita di istanti senza estensione, come è possibile che da un istante all'altro la posizione del corpo in movimento cambi? Che la posizione del suo essere "scatti", come tra i fotogrammi di un film? D'altra parte, come potrebbe il presente avere estensione, dato che nel presente dovrebbe esserci un pezzettino che ancora non esiste (un pezzettino di futuro) e uno che non esiste più (il passato), che pure verrebbero definiti "presente", senza esserlo? Se il presente ha estensione, come può essere davvero e solo puro "presente"? Più o meno in quegli anni, o forse poco dopo, al massimo nel 1998, mi imbattei nel celebre dubbio di Sant'Agostino sul tempo ("Che cosa è dunque il tempo? Se nessuno me ne chiede, lo so bene: ma se volessi darne spiegazione a chi me ne chiede, non lo so", Confessioni, XI, 14) e nelle sue affascinanti considerazioni a riguardo. Ebbene, questo libro è un libro che cerca di rispondere alla domanda di Agostino, così come alla mia incertezza sul funzionamento del tempo. Ci riesce? Non del tutto, e non per limiti dell'autore, ma perchè, ancora, non abbiamo davvero trovato una spiegazione del tempo. L'autore lo sa, e non lo nega. Carlo Rovelli conduce però con grande efficacia divulgativa il lettore attraverso quello che abbiamo capito del tempo, per le ipotesi oggi condivise nella comunità scientifica così come per quelle più discusse. Il percorso è sulla frontiera della fisica contemporanea, tratta di teoria della relatività e ancor più di teorie quantistiche, ma Rovelli trova le parole per tenere agganciato il lettore, permettergli almeno di intuire l'idea che sta alla base di modelli teorici che ovviamente non vengono dimostrati nè enunciati nei loro dettagli. Il lettore deve fidarsi che quanto raccontato da Rovelli sia il "succo" delle teorie, ma l'autore sa guadagnarsi la fiducia che occorre, e non solo per mezzo dell'insigne curriculum, ma anche per la chiarezza della lingua, degli esempi, delle similitudini, e la schiettezza con la quale non di rado riconosce limiti e incertezze delle ipotesi che sta raccontando ("sono certo che questa sia la giusta descrizione del mondo? Non lo sono"). L'autore, inoltre, attento a non perdere il lettore nella terra incognita attraverso la quale lo sta guidando, propone, in alcuni passaggi salienti, riassunti brevi e molto chiari del percorso fin lì seguito dalla narrazione, nei quali ripercorre i paletti man mano piantati nel terreno, per poi riprendere a procedere ed avanzare verso ulteriori comprensioni e disvelamenti. Come già in "Sette Brevi Lezioni di Fisica", la lingua italiana di Rovelli è bellissima: armoniosa, poetica, piena di immagini, similitudini, analogie e suggestioni, eppure chiara, efficace. Non è una lingua scarna, ma non è neppure una lingua dispersiva: si lascia sempre seguire con semplicità, anzi, è essa stessa che abbranca il lettore, ammaliandolo ma senza stordirlo, ne aguzza l'intelletto, ne stimola la meraviglia e se lo porta dietro nel suo viaggio nel grande mistero del tempo. Qualche frase sembra poesia ("Il mondo è cambiamento. [...] Le cose non "sono": accadono"; "La visione della realtà è il delirio collettivo che abbiamo organizzato, si è evoluto, ed è risultato abbastanza efficace per portarci almeno fino a qui. Gli strumenti che abbiamo trovato per gestirlo e accudirlo sono stati molti, e la ragione si è rivelata fra i migliori. E' preziosa"; "...quello che noi siamo: esseri fatti di tempo"). I capitoli sono introdotti da citazioni letterarie, un miracolo di grazia che dialoga con gli argomenti trattati, quasi tutte tratte dalle Odi di Orazio, nella preziosa traduzione di Giulio Galetto. Un filo d'oro intrecciato a un tessuto già raffinato e pregiato. Rovelli è persona colta, non limitata al suo specifico ambito di studio nè meramente erudita: riesce con leggerezza a portare nel racconto anche filosofi e letterati, e non per divagazioni fuori fuoco, bensì esattamente per parlare del tempo, dei temi che servono a trattare l'oggetto del racconto, della fisica. Il titolo stesso, "L'ordine del tempo", è una citazione di un minuscolo frammento tramandato fino a noi degli scritti di Anassimandro, il filosofo presocratico cui Rovelli ha dedicato un altro libro, considerandolo "il primo scienziato": <<Le cose si trasformano l'una nell'altra secondo necessità e si rendono giustizia secondo l'ordine del tempo>>. E' bello leggere un libro che parla di fisica e trovarci Anassimandro e Agostino, Cartesio e Heidegger. E' bello ma non bizzarro, perchè la fisica, e certamente la fisica che si occupa del tempo, è filosofia. Lo è sempre stata, con Galileo, con Newton, con Einstein, certamente lo è con la fisica del XXI secolo. E le intuizioni (non si possono chiamare "conclusioni", perchè di certezze ancora non se ne vedono) cui il libro ci conduce sono prettamente filosofiche. Rovelli ci dice che, oggi, ci pare che il tempo viva in noi, nel soggetto che lo percepisce, perchè tra i componenti elementari dell'universo il tempo sembra svanire, diventare irriconoscibile, indistinguibile, mentre salendo dalle componenti elementari alla dimensione della nostra percezione è proprio la nostra percezione, legata tra l'altro a doppio filo alla misurazione dell'entropia, a "vedere" la freccia del tempo. Ma, per quello che ne capiamo oggi, il nostro "tempo" è una percezione in fondo non troppo diversa dalla percezione della rotazione del Sole intorno alla Terra o della piattezza del pianeta ove viviamo: percezioni tanto forti, che sembrano così vere, ma che sappiamo essere delle rappresentazioni non corrette della realtà ("Forse, quindi, il fluire del tempo non è una caratteristica dell'universo: come il roteare della volta stellata, è la prospettiva particolare dall'angolo di mondo a cui apparteniamo"). Abbiamo in realtà imparato delle cose, con ragionevole certezza, ci dice Rovelli. Ad esempio, ormai non ci sono dubbi tra gli scienziati che la visione newtoniana del tempo e dello spazio, due assoluti che creano la tela sulla quale si dipinge il mondo, esistenti (anzi: preesistenti) senza essere influenzati da nulla, le cui estensioni sono sempre le medesime, ovunque e comunque, beh questa gloriosa visione che dalla fine del XVII secolo ha informato di sè l'Occidente non sia corretta. Nè lo spazio nè il tempo sono dimensioni assolute. Per quanto riguarda il tempo, fin dal XX secolo sappiamo che non scorre ovunque allo stesso modo, che scorre in modo diverso se si sta vicini o lontani da una massa gravitazionale, per esempio, o se ci si muove più o meno velocemente; che un qualcosa come un "istante presente" che è il medesimo in tutto l'universo, semplicemente, non esiste, che il presente, insomma, è un concetto valido al più localmente, e che ciò che è nel passato di un luogo (meglio ancora: di un "presente") può ancora essere nel futuro di un altro luogo (rectius: del "presente" di un altrove). Tutto questo è semplicemente sconvolgente, per la nostra forma mentis consolidata nei secoli: non è ancora pienamente arrivato alla cultura popolare, ma – io credo – ha già profonde, crescenti influenze sullo spirito della cultura e della società. Piuttosto destabilizzanti. Dal libro si comprende quindi che abbiamo cominciato a capire cosa il tempo non è, siamo avanti con la pars destruens, ma le cose sono molto meno chiare e certe sulla pars construens. Qui entra in gioco la quantistica, il suo mondo di probabilità e eventi, più che di "cose", articolata in teorie sul tempo che non sono ancora pacifiche (anzi, sembra che siamo ancora piuttosto distanti...). Devo dire che anche la mirabile lettura di questo Rovelli mi ha rafforzato una sensazione che provo da qualche tempo: le nostre teorie contemporanee descrivono certamente la realtà (concetto che già di per sè merita definizioni non scontate) meglio delle teorie di cento o duecento anni fa, ma ne mancano degli aspetti essenziali. La complicazione, anzitutto concettuale, delle teorie quantistiche mi ricorda le sfere armillari più raffinate: rendevano effettivamente conto dell'universo osservabile secondo le teorie tolemaiche, con la Terra al centro e i corpi celesti che le ruotavano intorno, ma erano complicate, molto complicate, giacchè una versione semplice ed elegante di Tolomeo non era compatibile con le osservazioni, e dunque bisognava complicare la teoria, intricare la meccanica, perchè quella visione del mondo continuasse a essere confermata dalle osservazioni di natura. Ecco, a me la grande complessità delle teorie sul tempo che si approfondiscono oggi ricordano questa situazione. La complessità è figlia di qualcosa di centrale che è sbagliato? Arriverà un Copernico a portare al contempo una rivoluzione e la semplicità? Io raccomando moltissimo questo libro, non perchè offra delle risposte, ma perchè smonta quelle un po' pigre che forse noi lettori tardo-newtoniani ci davamo, perchè è scritto meravigliosamente, perchè è colto nel senso più alto, perchè risveglia la capacità di stupirci e di farci delle domande, perchè tocca filosoficamente dei temi fondamentali, senza fermarsi neppure di fronte a quello che dell'interesse per il tempo è la segreta causa: la morte, perchè affronta tutto questo con lo stupore e la meraviglia e la gioia propri di chi scopre il mondo, anche se ancora non lo conosce tutto e non lo comprende interamente, che è poi l'atteggiamento del bambino, quel fanciullino che una parte di noi sempre rimpiange nostalgica, non ancora corroso dall'abitudine, dal cinismo, dall'angoscia. E' un libro dell'uomo che vuole capire, che scopre, che ama il mondo e la vita, che non ha paura. E' la parte migliore di noi messa per iscritto.Marco Rossi -
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Questa volta è diverso. Otto secoli di follia finanziaria"What you need to know about financial crises" Finance is as much important as little known by the average citizen. It is also little known by the largest part of the establishment. This book is a milestone in the process of better understanding how financial crises look like. The key message is of course the one in the title: many financial situations that are unsustainable are actually considered sustainable for a long time before they collapse because involved decision makers believe that for any possible reason "this time is different". While it is not so different. From this work, we also learn that unsustainable financial situations are not so rare, neither in the developed world, like we got used to think before the 2008 "Second Great Contraction" (the first being in 1929). More precisely, it seems that the developed world was somehow able to avoid public debt crises (that in the rest of the world are frequent and create self-perpetuating loops that are very tough for a country to exit) while it has not found a solution to other crises (like bank-crises). Among the rest, it is quite striking how bad a State default can be (we even learn that in the Thirties Terranova lost indepedence because of a default) and how crises tend to be the result of mutiple equilibria situations, where very small events can determine or not the collapse. With a relevant and often original data collection, quite technical yet readable also for the amateur.Marco Rossi -
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Le tettine della diciottenneTra i grandi del racconto breve, Etgar Keret é sicuramente tra quelli di piú facile fruizione. I racconti sono lunghi una cartella o due, e in alcuni casi ricorda Calvino. Ha poi una particolaritá a livello tecnico che non avevo mai incontrato: costruisce l'effetto di un racconto, ovvero la sua parte folgorante, attraverso elementi contenuti in un racconto precedente. In alcuni casi quindi il singolo racconto non é autosufficiente, perché l'innesco della sua carica esplosiva si trova in un altro racconto. Questo libro é un gioiello.MichaelSermoneta -
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Stoner“Le cose non sono mai state facili, per te, vero?” “No. Ma forse non ho neanche voluto che lo fossero” In Stoner c'è tutto quello che la vita può dare: è triste, straziante, irritante, romantico, drammatico, rassicurante. Fin dalla prima pagina il lettore sa che quella che sta per leggere è una storia semplice, la biografia di un uomo qualunque di cui nel giro di poche righe si conosce già la fine. Eppure, nella sua modestia, John Stoner è tutto fuorché un uomo banale. La prosa è lineare, la trama a tratti noiosa per la sua prevedibilità, ma non si può fare a meno di immedesimarsi con il protagonista e vivere con intensa emozione le curve della sua vita. Come spesso accade in letteratura la figura femminile è portatrice di salvezza, tuttavia in Stoner sa essere anche la cartina tornasole di una dannazione da cui è impossibile scappare. Rivoluzionare la propria vita, talvolta, è impossibile. John Williams ci porta nel Missouri del primo Novecento e svela personaggi, luoghi e abitudini che prendono forma con impressionante facilità, susseguendosi in un ritmo lento e costante che non regala colpi di scena ma trova vita nel coraggio mostrato dal protagonista. Stoner va letto perché sa entrare nella vita di ogni uomo con estrema disinvoltura, mostrando punti di forza e debolezze senza mai dare un giudizio netto e categorico. Al contrario, arriva al fine ultimo del nostro viaggio su questa terra: l'assoluzione di tutti i peccati di coloro che ci sono stati invisi. Frasi da segnalare: - Sua madre sopportava la vita con pazienza, come una lunga disgrazia destinata a finire. - Deve ricordare chi è e chi ha scelto di essere, e il significato di quello che sta facendo. Ci sono guerre, sconfitte e vittorie della razza umana che non sono di natura militare e non vengono registrate negli annali della storia. Se ne ricordi, al momento di fare la sua scelta. - Guardandola, Stoner fu assalito dalla coscienza della propria goffaggine. - Provava un senso di remota pietà, amicizia riluttante e rispettosa consuetudine. Ma anche una tristezza dolente perché sapeva che quello spettacolo non avrebbe più suscitato in lui l’agonia del desiderio e che quella presenza non l’avrebbe più commosso come un tempo. - Avevano imparato che la persona che amiamo da subito non è quella che amiamo per davvero e che l’amore non è una fine ma un processo attraverso il quale una persona tenta di conoscerne un’altra. - Quand’era giovanissimo, Stoner pensava che l’amore fosse uno stato assoluto dell’essere a cui un uomo, se fortunato, poteva avere il privilegio di accedere. Durante la maturità, l’aveva invece liquidato come il paradiso di una falsa religione, da contemplare con scettica ironia, soave e navigato disprezzo, e vergognosa nostalgia. Arrivato alla mezz’età, cominciava a capire che non era né un’illusione né uno stato di grazia: lo vedeva come una parte del divenire umano, una condizione inventata e modificata momento per momento, e giorno dopo giorno, dalla sua volontà, dall’intelligenza e dal cuore. - Camminavamo per miglia e miglia in aperta campagna, dov’era sicuro che non poteva vederci nessuno. Ma non eravamo mai davvero… insieme. Neanche quando facevamo l’amore. - Avevano sempre creduto, senza mai porsi veramente il problema, che quando due persone si scelgono, ce n’è sempre una che subisce. Mai avevano immaginato che potessero arricchirsi l’un l’altra; e poiché l’esperienza della verità era arrivata prima della teoria, si convinsero che fosse una scoperta tutta loro. - Li vide appostarsi davanti alle porte di servizio, con l’amarezza e la dignità di chi si reca al patibolo, per elemosinare il pane che gli avrebbe consentito di continuare a elemosinare.Eaglesupporter -
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SiddhartaForse un giorno riuscirò a produrre una recensione di questo libro. Per ora mi limito a dire che è per me quasi l’equivalente di un testo sacro. Mi ci approccio con reverenza escatologica, pur essendo in fondo un libro molto semplice. È un ottimo distillato di spiritualità orientale, col pregio di essere opera di un tedesco della prima metà del ‘900. Più di molti altri romanzi riflette sfumature diverse a seconda dell’età del lettore e del suo momento di vita; questo per via di una trama ridotta all’essenziale. L’ultimo capitolo, fra le pagine più belle che abbia letto in vita mia, racchiude il ritratto più convincente che abbia mai trovato del concetto di “illuminazione”. Dopo una prima lettura integrale è apprezzabilissimo anche come lettura antologica, di poche pagine, anche aprendo il libro a caso, perché ogni capitolo custodisce diversi significati che prescindono dalla trama. Consigliata la traduzione di Massimo Mila, tecnicamente imperfetta ma suggestiva tanto da conservarne la sacralità, anche per la storia che vi sta dietro. Nel titolo dell’ultima edizione di Adelphi, come da immagine, troverete una seconda H, più fedele all’originale tedesco. Pensandoci meglio, appena dopo aver scritto queste poche righe, non credo che ne scriverò mai una vera recensione. È un libro che ad alcuni può comunicare molto, ad altri qualcosa, ad altri ancora poco e niente. Va semplicemente letto per fare la propria esperienza, e ritengo non vi sia altro da aggiungere.Stefano Leanza -
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Pride and prejudice(Premessa antipatica: Jane Austen va letta in lingua, preferibilmente a voce alta: imperativo categorico.) Come può esser mai che un romanzo su delle fanciulle più o meno borghesi in età da marito che si destreggiano tra pizzi e feste danzanti e che, in piena epoca di guerre napoleoniche, si interessano di militari solo se di buona famiglia, sia diventato una delle opere fondamentali della letteratura occidentale? Semplice: l’ironia. La Austen è una profonda conoscitrice dell’animo umano e lo dimostra pienamente con la sua opera più riuscita. I personaggi sono dipinti con pennellate sottili e sferzanti. Non c’è compiacimento, né moralismo nella scrittura di Jane Austen. Lizzie, la protagonista del romanzo, è un’eroina sì, ma è umana, così come gli altri personaggi, anche minori, tutti abilmente descritti in una trama ben costruita e appassionante. La lingua è qui protagonista, raffinata e curata, mai pomposa o scomposta. Insomma, un elegante capolavoro.Vanessa Sebastianutti -
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Il lupo della steppaAmbientato negli anni venti del '900, Il lupo della steppa è incentrato sul forte contrasto tra individuo e società, messo in risalto dalla duplice personalità del protagonista. Un quasi cinquantenne che odia la borghesia, non tollera la superficialità di ciò che è mondano e si rinchiude con le sue ubbie in una piccola pensione, per ricercare quella felicità pura che è rintracciabile solamente nella poesia e nella musica. Un lupo solitario in una società che non accoglie, dilaniato dal dolore e sopraffatto dall'apatia, che vede nel suicidio l'unica soluzione possibile. La sua salvezza, o perlomeno una parvenza di essa, arriverà (naturalmente) per mano di una donna, che lo riporterà ai piaceri della vita e condividerà con lui la sua solitudine, la sua tristezza, la sua codardia. L'alternanza di lucide riflessioni esistenziali e di lunghe dissertazioni psichedeliche, rendono questo romanzo un passaggio inevitabile per chi ha voglia di scavare dentro sé, alla ricerca di una sofferenza sopita e forse mai espressa. Ambientazioni che renderebbero entusiasta David Lynch si mischiano con una lettura fredda e calcolata degli aspetti socio-politici dell'epoca, rendendo al lettore un'immagine cristallina della decadenza identitaria dei primi del '900. Frasi da ricordare: - Senza amare se stessi non è possibile neanche amare il prossimo, l’odio di sé è identico al gretto egoismo e produce infine il medesimo orribile isolamento, la medesima disperazione. - La mia anima infantile è talmente agitata dal vento della miseria che prendo la lira arrugginita della gratitudine e la scaglio in faccia al sonnacchioso e soddisfatto Dio della contentezza e preferisco sentirmi ardere da un dolore diabolico piuttosto che vivere in questa temperatura sana. - Ecco, come io mi vesto ed esco e vado a trovare il professore e scambio con lui cortesie più o meno finte, in fondo senza volerlo, così fanno e vivono e agiscono per lo più gli uomini ogni giorno e ogni ora, per forza e senza volere, e fanno visite, tengono conversazioni, siedono negli uffici, sempre per forza, macchinalmente, contro la loro volontà, e tutto ciò lo potrebbero fare altrettante macchine o si potrebbe benissimo farne a meno; e tale meccanismo eternamente in moto è quello che impedisce a loro, come a me, di far la critica della propria vita, di riconoscere e sentire la propria stoltezza e superficialità, la propria orrida ambiguità, la propria tristezza e solitudine senza speranza. Oh, hanno ragione, gli uomini, di vivere così, di fare i loro giochetti e di correr dietro ai loro fatti importanti invece di opporsi al triste meccanismo e di guardare disperatamente nel vuoto come faccio io che sono fuor di strada. - L’infelicità che vorrei è diversa: è tale da farmi soffrire con avidità e morire con voluttà.Eaglesupporter -
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I Promessi Sposi"La riscoperta di un capolavoro della letteratura italiana" La lettura integrale dei Promessi Sposi è stata una sorpresa. Ricordavo un'opera certo ben scritta, ma con un "sugo della storia" abbastanza semplicistico, per il quale la Provvidenza infine appianava tutto. Questa interpretazione - invero molto "democristiana" e forse per questo tanto popolare nella scuola italiana - non rende affatto giustizia al romanzo. I Promessi Sposi meritano effettivamente di essere annoverati nella breve lista dei massimi capolavori. Questo non solo per la maestria con la quale la lingua è maneggiata. Abilità descrittiva, piacevolezza della lettura, varietà e armonia dei termini, ritmo e composizione costituiscono un esempio sommo di lingua italiana (il principio dell'Introduzione - il falso testo secentesco - è poi un gioiello nel gioiello, un pezzo di bravura, di satira di un'epoca attraverso la mimesi del suo linguaggio). Lo stile e il bello scrivere, così come la trama avvincente, sono tuttavia il meno del romanzo. Il suo grandissimo valore sta nella finissima psicologia dei personaggi, nello studio profondo della natura umana e delle dinamiche storiche, sociali, delle relazioni interpersonali, del sentimento e della fede religiosi. Alessandro Manzoni ne esce non come uno scrittore un po' bigotto, quale spesso risulta a scuola, ma come un'intelligenza vivissima e supremamente quanto garbatamente ironica, esperta del mondo e degli uomini, capace di cogliere e rappresentare allo stesso tempo le meraviglie della natura, la tremenda, inaudita tragicità della peste, le grandezze e le miserie dell'animo umano, spesso racchiuse nella stessa persona, la potenza della fede, l'abisso della disperazione e la luce della speranza. Tutti i personaggi - anche i minori - sono complessi e sfaccettati, tra luci e ombre ("questo guazzabuglio del cuore umano"); nessuno è eguale o anche solo simile a un altro. Il romanzo tratta di vicende umane, nel loro dispiegarsi personale e storico, essendo al contempo permeato di un rimando spesso sottinteso, talvolta esplicito alla dimensione religiosa. Rimando che tuttavia è - si può dire - discreto, che non pretende di spiegare ogni cosa, ma casomai di alludere a una dimensione che ne contenga la spiegazione. Non mi pare certo che si possa affermare che la Provvidenza spiega tutto (spiega forse la peste?). Si può invece affermare che Dio è sempre presente, perfino nelle debolezze di don Abbondio. La ricostruzione storica è eccezionalmente accurata, ma questa non è un'opera sul Seicento lombardo o sul Risorgimento italiano. E' un'opera straordinaria sull'uomo, che continua a parlare agli uomini del nostro tempo come a quelli del secolo XIX. Per questo va letta.Marco Rossi -
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A proposito di nienteCominci a leggere e appare chiaro: Woody Allen che racconta Woody Allen con lo stile di una sceneggiatura di Woody Allen. “Ti piacerà, perché ti piace Woody Allen”, pensi. Per metà libro scorre come Rhapsody in blue, frizzante da un’infanzia serena e divertente fino all’esplosione come giovanissimo umorista. Lo sfarzo del mondo da lui stesso sognato al cinema: Manhattan, Broadway, Hollywood, donne bellissime e affascinanti, segnate da diverse gradazioni di follia, grandi personaggi del mondo dello spettacolo spesso bizzarri; quello che ti aspetteresti. Poi la parte su Mia Farrow più drammatica di quanto aspetteresti, e la conclusione amara nel periodo in cui è appestato come mai prima sulle scorie del #MeToo. Un’immagine finale che non ha potuto non ricordarmi ancora una volta “La macchia umana” di Roth e quanto lucido e significativo sia stato quel romanzo. Al centro una personalità non ammirevole, ma che su alcuni aspetti può essere d’esempio. Avrei apprezzato la lettura anche se fosse stata solo una continua risata nichilista, perché di talento: ma è qualcosa di più. Consigliata.Stefano Leanza -
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Vita su un pianeta nervosoIl mondo ci sta confondendo. È un pianeta frenetico ed estremamente nervoso che sta trasformando le nostre vite e le sta rendendo sempre più difficili da gestire, in balia dell'ansia. Siamo sempre più connessi, ma sempre più soli e inclini ad avere paura di tutto, dalla politica mondiale, ai cambiamenti climatici, ai followers dei social, che ci seguono ma non conoscono nulla di noi. Un libro che aiuta ad affrontare le paure del ventunesimo secolo.niccozano80 -
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Il SilmarillionDi solito ci si approccia a questo libro aspettandosi qualcosa di simile a Il Signore degli Anelli o Lo Hobbit... e non ci si capisce una sega. Capita a tutti ed è normale. Perché gli altri due romanzi cardine di Tolkien, peraltro intimamente connessi al Silmarillion, sono per l'appunto romanzi: raccontano una storia con protagonisti facilmente memorizzabili, un intreccio compiuto con un inizio e una fine, fatti cronologicamente circostanziati. Il Silmarillion, no. Il Silmarillion non è un romanzo ma un libro di storia: la storia mitica di un posto che non esiste. Una storia che parte dalla creazione del Mondo, ad opera come tutti sanno di Eru Iluvatar e del coro degli Ainur, e prosegue con il susseguirsi delle Ere, narrando delle migrazioni degli Elfi, della forgiatura delle leggendarie Gemme, delle guerre che sconvolsero il mondo... Almeno al primo approccio, richede, temo, di prendere appunti, di realizzare qualche mappa concettuale e, sì, di mandare a memoria almeno alcuni dei nomi delle principali "etnie" di Elfi e Uomini. Per chi ha la pazienza di farlo, però, questo libro svela letteralmente un mondo di struggente bellezza, di eroi tremendamente umani (anche quando sono immortali) e di gesta che poco hanno da invidiare ai miti greci, e che come i miti greci resteranno per sempre impressi nella mente di chi li legge. Basta che non vi aspettiate il lieto fine, perché per quello c'è bisogno di Frodo e Sam, in un altro libro. PS: la traduzione italiana è una roba lisergica, personalmente ci sarei pure affezionato, ma nella sua criptica difficoltà, nella scelta di parole incredibilmente e inutilmente difficili e nella ricerca di locuzioni barocche, non rende giustizia alla limpida semplicità dell'originale, ma a meno di non andarsi a cercare traduzioni bootleg (ce ne sono), o podcast che pazientemente narrino a voce la storia (ci sono anche quelli, nel caso cercate “Cronache dalla terra di mezzo”) l'edizione italiana al momento quella è... Aurë entuluva!Barbaking -
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Le StorieCome detto più volte durante il podcast, "Le Storie" di Ammiano Marcellino sono una fonte primaria imprescindibile per il periodo che va dal regno di Costanzo II alla battaglia di Adrianopoli. Scritte con verve e passione, ricolme di appunti geografici ed etnografici, a volte è possibile leggere "Le Storie" quasi come un romanzo di avventura, quando Ammiano descrive alcuni eventi in prima persona. Ammiano dimostra però anche acume da storico, forse non l’acume di uno studioso come Tucidide, ma pur sempre eccezionale. [Recensione originariamente pubblicata nella pagina "Fonti" del sito di "Storia d'Italia": link sottostante]Il Miglior Nemico di Roma - Marco Cappelli -
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Revolutionary RoadLa perfetta trasposizione del prototipo della famiglia americana anni '50: una giovane coppia formata da un brillante lavoratore e una devota casalinga, residenti nella zona più borghese della città, prigionieri di tutto ciò che è tendenza dominante. Dietro il sipario, il buio. I fantasmi di un passato irrealizzato incrinano il rapporto, la voglia di avere qualcosa di più di un solido e ripetitivo lavoro porta entrambi a perdersi, mantenendo però lo stato di calma apparente. Con descrizioni semplici e follemente reali, Yates illustra la quotidianità di una coppia che vorrebbe vivere in un quadro ma non riesce a fissare la cornice, passando attraverso tradimenti, gravidanze e viaggi. Le dinamiche relazionali sono descritte in modo tanto minuzioso da rendere il lettore protagonista di ogni dialogo, portandolo a dubitare di se stesso e del fatto che quello che sta leggendo sia solo un libro. Un finale incredibilmente giusto, seppur annegato nella crudeltà, che stravolge l'anima alla chiusura della quarta di copertina. Frasi da segnalare: - Nei suoi piani non c’era mai stato posto per il peso e l’urto della realtà. - Odiava vederla poi dissolversi sotto i suoi occhi e tramutarsi nella creatura sgraziata e sofferente la cui esistenza egli tentava di negare ogni giorno della sua vita, ma che conosceva altrettanto bene e dolorosamente di quanto conosceva se stesso. - Ma una maniera di uscirne c’era sempre stata, dignitosa o meno, scoperta grazie al semplice processo di chiedere prima scusa e poi attendere, sforzandosi di non pensarci troppo. Ormai questo atteggiamento lo sentiva familiare, come una vecchia giacca comoda e sdrucita. Era in grado di sfoggiarlo con una certa disinvoltura voluttuosa, perché gli permetteva una completa sospensione di volontà e orgoglio. - È una malattia. La gente ha smesso di pensare, di provare emozioni, di interessarsi alle cose; nessuno che si appassioni o creda in qualcosa che non sia la sua piccola, dannata, comoda mediocrità. - Non era quello, chiese, un episodio assolutamente tipico dei tempi e del luogo in cui vivevano? Un uomo poteva avere un accesso di follia, fracassare tutto e fare a pugni con la polizia, eppure gli irrigatori automatici continuavano a turbinare al tramonto su ogni prato, e la televisione a ronzare in ogni soggiorno. L’unico figlio di una donna tornava a casa pazzo, infliggendole Dio sa quali agonie di dolore e di colpa, e quella continuava a darsi da fare con questioni di piano regolatore, con piccole gentilezze da buona vicina, portando qua e là scatoloni pieni di piante da giardino. - E nonostante tutto ciò, guardate quel che succede quando un uomo perde davvero il cervello: si chiama la polizia, lo si toglie al più presto dalla circolazione, lo si porta via, lo si rinchiude, prima che svegli il vicinato. Cristo, quando in un modo o nell’altro si arriva al dunque, ci accorgiamo di essere ancora nel Medioevo. E’ come se tutti si fossero tacitamente accordati per vivere in uno stato di perenne illusione. Al diavolo la realtà! Dateci un bel po’ di belle stradine serpeggianti e di casette dipinte di bianco, rosa e celeste; fateci essere tutti buoni consumatori, fateci avere un bel senso di Appartenenza e allevare i figli in un bagno di sentimentalismo – papà è un grand’uomo perché guadagna quanto basta per campare, mamma è una gran donna perché è rimasta accanto a papà per tutti questi anni – e se mai la buona vecchia realtà dovesse venire a galla e farci bu!, ci daremo un gran da fare per fingere che non sia accaduto affatto. - Certo che dovremo affrontarli, ed è anche certo che non sarà facile. Conosci qualcosa che valga la pena di essere fatto e che sia facile?Eaglesupporter -
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Il buio oltre la siepe"Non è una buona ragione non cercare di vincere sol perché si è battuti in partenza" Nel profondo sud degli Stati Uniti, agli inizi degli anni '30, un caso di violenza sessuale porta a processo un bracciante nero, accusato dalla cittadinanza solo in virtù del colore della sua pelle. La storia è raccontata in prima persona da Scout, ragazzina orfana di madre che vive con il padre Atticus, serioso avvocato locale. Harper Lee ci fa attraversare le ataviche paure di una cittadina dell'Alabama, alimentate dalla Grande Depressione: un collage di personaggi rozzi, crudeli, ottusi e collusi, sostenitori di un giustizialismo sommario e privo di certezze, in nome di una vana cura delle ferite lasciate dalla guerra civile. Una prospettiva fortemente sociologica, che racconta con minuziosità le dinamiche sociali di un piccolo gruppo di persone. Il personaggio di Atticus è il baluardo della civiltà, il faro che illumina la ragione e l'umanità. Le sue gesta, narrate attraverso gli occhi infantili della figlia, fungono da balsamo per il lettore, angustiato dallo svolgersi degli accadimenti. Il buio oltre la siepe è annoverabile tra i grandi classici della letteratura perché risponde senza ombra di dubbio alla loro prima caratteristica, quella di essere sempre attuali. Frasi da segnare: - Fino al giorno in cui mi minacciarono di non lasciarmi più leggere, non seppi di amare la lettura: si ama, forse, il proprio respiro? - Ci sono degli uomini... che si preoccupano tanto dell’altro mondo da non imparare mai a vivere in questo. - La gente sana di mente non va mai fiera delle proprie capacità - La coscienza è l’unica cosa che non debba conformarsi al volere della maggioranza - Non è mai una vergogna sentirsi buttare addosso una parolaccia. Dimostra soltanto quanto sia meschina la persona che te la dice: a te non può fare alcun male. - Aver coraggio significa sapere di essere sconfitti prima ancora di cominciare, e cominciare egualmente e arrivare fino in fondo, qualsiasi cosa succeda. È raro vincere, in questi casi, ma qualche volta si vince. - Non riuscirai mai a cambiare la gente soltanto parlando bene, bisogna che sian loro a desiderare di imparare; se non lo desiderano, non puoi far niente: non ti resta che tener la bocca chiusa o parlare come loro. - Cerco di dar loro una buona ragione per criticarmi. Vedete, la gente si sente meglio se può attaccarsi a qualche valida scusa. - Non sono cinico. Dire la verità non significa esser cinici.Eaglesupporter -
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Dal Big Bang ai Buchi Neri. Breve storia del tempoRECENSIONE 2018: "Libro fondamentale nella divulgazione scientifica" Lessi "Dal Big Bang ai Buchi Neri" circa 25 anni fa. Fu una lettura molto importante: allora ero molto giovane - se ben ricordo, andavo alle medie - e fui assai colpito e gratificato dal riuscire a seguire e comprendere pressoché interamente un libro che raccontava di alcuni dei concetti più d'avanguardia e di frontiera della fisica e dell'astrofisica. Il merito, ovviamente, era dell'autore, Stephen Hawking, che riusciva a "spiegare", a "divulgare" con grande e quasi sorprendente efficacia e naturalezza concetti comunemente ritenuti ostici, se non esoterici. A questo scopo avvalendosi anche, con intelligenza, delle chiare illustrazioni di Ron Miller. Fu una meravigliosa avventura di esplorazione, una cavalcata tra spazio, tempo, particelle elementari, forze della fisica, nascita e destino del cosmo, di continuo stupore e fortissimo fascino. Fu anche una bella iniezione di autostima, perchè compresi che, con il giusto maestro, nessun concetto, nessuna idea è inaccessibile, nella sua essenza. Sono passati molti anni, non so se il libro sia ancora attuale come allora o se - come a un certo punto, immagino, sarà comunque inevitabile - anzichè leggere il vecchio "Dal Big Bang ai Buchi Neri" convenga ai giovani desiderosi di scoprire cosa pensiamo dei fondamenti dell'universo leggere qualche nuova opera, più aggiornata e almeno altrettanto efficace nella divulgazione. Di certo, per me, fu una lettura fondamentale, che ricordo sempre con una sensazione di piacere e gratitudine. ---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- RECENSIONE ORIGINALE (prima metà anni Novanta, effettuata come compito per le scuole medie - ritrovata dopo la scrittura della recensione 2018): Carattere dell'opera: divulgazione scientifica Argomento e linee narrative: Nel libro vengono esposte le teorie scientifiche oggi più accettate riguardanti la natura dell'universo, il big bang, i buchi neri, il tempo... Vengono inoltre illustrate le convinzioni del passato e sono presenti anche delle riflessioni su Dio e sul suo eventuale ruolo nel nostro universo. Si parla di molte delle teorie più importanti, come la teoria della relatività, il principio d'indeterminazione, la teoria delle supercorde, il principio antropico, l'universo contenuto in un bolla... Protagonisti: L'Universo Ambiente: " Tempo: L'eternità Pagine scelte: Il libro è sempre molto interessante, ma mi sono rimaste particolarmente impresse le ultime pagine, nelle quali si tirano le conclusioni di tutto il libro. Note: Questo libro è, secondo me, estremamente stimolante per chiunque voglia conoscere e riflettere un po' di più sulla natura del nostro universo e del tempo. La lettura non è sempre facilissima, ma è comunque accessibile a tutti.Marco Rossi -
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Sapiens. Da animali a dèi. Breve storia dell’umanitàLa storia dell’uomo nel rapporto con la Terra in 500 pagine non ci sta. «Sapiens» Il libro (credo il più celebre, sin qui) di Yuval Harari è sicuramente il più affascinante della trilogia, proseguita con «Homo deus. Breve storia del futuro» (Bompiani 2017) e terminata con le «21 lezioni per il XXI secolo» (Bompiani, 2018). Per quanto riguarda i primi due, parliamo di best-seller planetari che hanno avuto come lettori e testimonial niente meno che personaggi come Barak Obama, Emmanuel Macron e Mark Zuckerberg. Ma giurerei che anche Elon Musk lo tenga sul comodino. Da giornalista ci si aspetta da me che arrivi al dunque nel primo paragrafo, quindi sono già in ritardo. E dunque: "NI". Nel senso che le domande che (ben) pone sono estremamente acute e urgenti, mentre le credenziali scientifiche delle risposte non sono affidabili al 100%. Per entrare nel merito delle questioni che Harari ambisce sviscerare con tale e tanta potenza espositiva (scrive bene) servirebbero dei dati più solidi di quelli che presenta. Spesso cita studi facilmente ritrovabili e confrontabili, altre volte le fonti sono più misteriose e altre ancora sono fonti molto dubbiose. Il suo è certamente un grande lavoro, lo raccomando, e deve essere letto e riflettuto. Quel che però "frega" e, talvolta illude il lettore è la straordinaria capacità di sorytelling dell’autore, lui grande copywriter. Mi riferisco alla capacità suggestiva delle parole e degli altri mezzi retorici per evocare gli scenari proposti nel volume: posti come li pone sembrano assolutamente esistiti o inevitabili, quando più onestamente dovrebbero essere verosimili (ancora, sia per quanto riguarda il passato che il futuro. Del resto si parla di storia). Quindi, per certi versi, talvolta, c'è l'impressione che qualcosa sia forzato o almeno immaginato in buona parte. In effetti, durante frequenti chiacchierate con antropologi, più di una volta mi è capitato di sentire la stessa critica, parlando di Harari: «Quello è uno studio vecchissimo, non ha senso inserirlo in bibliografia, è superato: lo usa per fare tornare le cose». Cercherò di non andare troppo nel dettaglio delle spiegazioni scientifiche, perché questa collocazione non lo permette. Questa (se non è troppo tardi per dirlo) è una recensione del metodo, meno dei contenuti. Rimaniamo quindi in superficie. Almeno per adesso. E mettiamola così: una sera, a cena, si parlava avidamente di libri e a un genetista italiano, tra i più noti nel nostro Paese ed anche all’estero, ho chiesto cosa ne pensasse di «Sapiens». Risposta: «Bompiani mi ha chiesto di recensirlo sul Sole 24 Ore. Ho detto che sarebbe stato meglio di no per loro, perché l’avrei demolito». Però a quel punto ero diventato curioso, giacché anche io avevo alcune perplessità, e allora ho studiato. Il succo, a mio modestissimo parere, è che «non si distingue il grano dal loglio». Quando dico che Harari è un gran copywriter intendo dire che sa amalgamare le storie con gli ingredienti giusti del fascino letterario fiabesco e stregonesco, puntellando il tutto con una bibliografia che, se andata a spulciare da parte di chi se ne intende non sempre regge, ma fa comunque effetto. Il punto è: secondo me Harari semplifica eccessivamente scenari passati e futuri enormi, e troppo complessi e intrecciati tra loro, da raccontare (attenzione) con la sua ambizione: spiegarli in senso assoluto e darli per buoni. La realtà è, invece, molto, molto più complessa. Vi faccio un piccolo esempio. Ricordo, durante la mia tesi di laurea, studiando l’effetto di una molecola sul DNA mutato di cellule di Tumore polmonare al 4° stadio (cellule NSCLC, il “Big killer”, quello dei fumatori), quanto fosse affascinante, ma allo stesso tempo complesso (più che complicato) capire il significato di una, e magari una sola, infima, via biochimica: nello spazio di cento millesimi di metro avviene una tempesta di eventi simultanei che l’occhio umano non può vedere e il cervello può appena immaginare. Ho i brividi, allora, pensando a quanto è complessa la vita e di più pensando alla vita oltre quello che conosciamo. Racchiuderla in una lista di sentenze è ardito. Ciò che sappiamo è tanto ed utile a fare approssimazioni del funzionamento della vita. Ma esistono molti limiti. Per alcuni versi la biologia (intesa come disciplina), attualmente, è abbastanza efficiente, per esempio, nel capire cosa accade nell’acuto (divisioni cellulari, attacchi al genoma, dialoghi tra sistema nervoso centrale e periferico etc.), ma meno nel lungo periodo (tossicità cronica all’esposizione di sostanze, adattamento a nuove condizioni alimentari e ambientali, eziopatologia e sviluppo di malattie neurodegenerative come Alzheimer e Parkinson) e molto poco nel lunghissimo periodo: evoluzione, trasformazione degli ecosistemi, effetti delle estinzioni. È per i motivi di cui sopra che sono scettico su molte tesi (quasi mai ipotesi) dell’autore. Ancora di più credo si debba fare attenzione ai «pastoni» (proprio come «Sapiens»). Quando qualcuno promette di raccontare la storia della Terra e dell’uomo non mi aspetterei rivelazioni, perché non le abbiamo: non sappiamo dire a un enzima «Proteggi il genoma dalle mutazioni», figuriamoci anticipare il futuro e riscoprire quante ne sono passate in milioni di anni nel passato: troppo caos. Yuval Harari è storico e professore universitario israeliano (Univeristà Ebraica di Gerusalemme). È inoltre specializzato prima in storia medievale e storia militare, e successivamente ha completato il suo Ph.D proprio in storia. Insomma, un umanista che parla di scienza: gli umanisti tendono, in effetti, a essere tuttologi, perché spesso, durante il loro percorso non hanno mai subito in faccia i «frontali» della ricerca scientifica: arrivare vicino alla comprensione di qualcosa di grande (o anche molto meno), per poi, da un giorno all’altro, buttare via tutto e con esso milioni di dollari… per una proteina, che dico, una base azotata, che dico, un legame a idrogeno che in quella posizione ha vanificato la teoria che sino al giorno prima pareva "perfetta". Molti abili scrittori umanisti hanno, a mio avviso, fidelizzato troppo con la filosofia, da dare troppo peso alle opinioni e agli scenari, facendo poco caso ai dati. È pur vero anche che i dati non sono l'Oracolo. La scienza oggi, per esempio, si avvale di inferenze e del metodo induttivo, dunque non sempre di certezze, e ci è comunque utile: come quando si eseguono le previsioni del tempo, si studia la distribuzione epidemiologica di una malattia virale e il suo picco nel prossimo anno, il cambiamento climatico stesso e le grandi trasformazioni sociali come le migrazioni: otteniamo dei risultati che ci suggeriscono che con alta probabilità una certa cosa è o sarà così e non in un altro modo. L'economia fa lo stesso. La scienza non sempre deve e può essere precisa: è sufficiente che sia utile. In un dato momento. Per esempio: tra trenta anni sicuramente rideranno di come curiamo, per esempio, i tumori oggi. Ma allora oggi non lo dovremmo fare? Rideranno di come facciamo le previsioni del tempo o anticipiamo gli scenari economici, ma non è che perché non abbiamo strumenti "definitivi" allora meglio lasciare stare tutto, anzi: la ricerca serve ad affinare tali strumenti. Sarebbe sufficiente e onesto, però specificare che si parla, di ipotesi. La ricerca è un processo lungo e laborioso: la scienza si regge sulle proprie incertezze, si alimenta delle proprie mancanze, mette in fila un sassolino dopo l’altro per non perdersi sul percorso, è paziente (È così, per esempio, che le molecole tossiche con cui “curavamo” il cancro al seno negli anni 90 adesso, modifica dopo modifica, sono diventate selettive e potenti). La scienza parla quindi di ambiti ed evoluzioni sostanzialmente ristretti temporalmente (dalla mutagenesi alla fase della progressione tumorale, nell'esempio sopra etc.) aggiungendo poche pagine lungo gli anni. Insomma, non abbiamo lenti abbastanza potenti per vedere molto oltre. Al di là delle considerazioni sociologiche sul presente, abbastanza condivisibili, Harari parla invece della storia dell'uomo sulla Terra (un salto immenso: da una mutazione al singolo gene alla vita sulla Terra. Io impallidirei: tre miliardi di anni) e potrebbe sembrare un tentativo necessariamente semplicistico: non abbiamo abbastanza strumenti per costruire, con tanta dovizia, gli scenari che va raccontando con altrettanta sicurezza. Prendo, a esempio, un tema cui Harari si appassiona e dedica molto spazio: la scomparsa di centinaia di specie animali per mano dell’uomo antico, che di volta in volta conquistava terre nuove. In realtà, se estinguessimo molte altre centinaia di specie non succederebbe niente, alla nostra specie, nel giro di pochi anni. L’interessante è il perché e quali siano queste specie. Quelle che abbiamo estinto migliaia di anni fa sono per la maggior parte specie molto grandi, di notevole impatto sugli ecosistemi, e molto molto spesso anche specie insulari, che abitavano cioè sulle isole. Estinguendo le specie più grandi (Uro in Europa, per esempio) o insulari (come il Dodo) le conseguenze sugli ecosistemi sono state però “soffocate” dalla completa modifica degli ecosistemi stessi da parte dell’uomo. L’Uro abitava nelle foreste europee, che ora non ci sono più, molti uccelli altrettanto estinti predavano i pesci artici o dei mari freddi, che ora sono ridotti al lumicino. Il Dodo era indispensabile per la dispersione di specie vegetali che sono state sostitute da altre importate dagli europei. Ciò significa che oltre che estinguere le specie, l’uomo ha estinto anche gli ecosistemi in cui queste vivevano. Ciò cambia molto le cose: una specie poteva scomparire, spesso, senza danni per la catena alimentare e per l’uomo. E succede ancora. Il fatto fondamentale è che abbiamo distrutto interi ecosistemi (vedi le foreste in Europa, o quelle tropicali in Sud-Est asiatico e in futuro quella amazzonica), senza conseguenze per la nostra specie, fino ad ora, perché quello che “facevano” le specie scomparse o gli ecosistemi modificati lo fanno ora le specie del passato. E con questo mi riferisco per esempio ai depositi di energia del Carbonifero e periodi successivi, che stanno alimentando praticamente tutta la civiltà esistente sul pianeta. Abbiamo cioè sostituito l’energia del sole che circolava in continuazione negli ecosistemi esistenti con quella immagazzinata in periodi in cui la CO2 era molto più alta di adesso e alimentava (con il sole) le foreste e le alghe che sono diventate poi petrolio, carbone e gas. Le conseguenze della scomparsa di una o migliaia di specie potrebbero anche non essere rilevanti (le specie sono forse oltre 10 milioni) adesso, ma resta che la politica di distruzione degli ecosistemi e sostituzione delle dinamiche naturali con quelle artificiali, alimentate da energia fossile, avrà sicuramente conseguenze tragiche per la nostra specie più avanti. Quello che non sappiamo però è se esistono specie cardine di alcuni ecosistemi, senza i quali tutto crolla (Si parla degli squali, per esempio, senza i quali le reti alimentari oceaniche sarebbero profondamente cambiate). Sicuramente, stiamo giocando col fuoco. Certamente, ne sappiamo davvero poco di questo «gioco»: io non ci scriverei un libro. Ecco, avrei apprezzato di più il volume se Harari si fosse concentrato su uno dei troppi aspetti che prende di mira. L’impatto dell’uomo sulla Terra dipende da molte, troppe, variabili, come dicevamo, micro e macro. Proprio come il destino della cellula tumorale che studiavo oltre quindici anni fa sotto cappa, dove, alle mie sollecitazioni chimiche, centinaia di enzimi, e migliaia di geni spostavano i destini dell’ecosistema-cellula, adattandosi con una velocità ed efficienza incredibile, per cercare di mantenerla in salute e aggressiva come non mai. E i tesisti dopo di me non è che hanno capito molto di più, in quindici anni. Il mondo microscopico (non parliamo della fisica) è qualcosa di insondabile. Come quella via biochimica che doveva portare al suicidio programmato (apoptosi) la mia cellula tumorale. E invece, pimpante, lei si faceva beffa del tesista! Il mondo microscopico è qualcosa di insondabile con gli strumenti che abbiamo: mi spaventa soltanto chiedermi come possa funzionare l’Universo o anche soltanto l’uomo nel suo rapporto con la Terra. Allora come fa Harari, e rispondere con tanta sicurezza e presunta solidità argomentativa a tutto quanto e anche di più? Devo ammettere (o forse ribadire), infine, che le elaborazioni del professore si basano su alcuni presupposti che egli dà per scientificamente provati, mentre in realtà non lo sono (non sempre). Ciò tende a rendere meno plausibili le sue previsioni sul futuro. Questo diventa particolarmente evidente quando l’autore prende a parlare del libero arbitrio, estremizzando pensieri e teorie che nemmeno i neuroscienziati che le hanno elaborate tratterebbero con tanta semplicità. Concludendo: sicuramente da leggere, per la parte storica ed espositiva, stilistica. Ottimo esercizio per imparare a scrivere come si dice oggi da «copywriter». Perfetto per imparare a farsi domande: tutte giuste. E costruirsi, ognuno, una propria coscienza filosofica ed ecologica che superi la storica dicotomia tra le "due culture". Soltanto: un occhio cauto sulla scienza e gli scenari antichi e passati proposti.MarcoPivato -
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L’Epopea di Gilgames“L'Uomo e la Morte, nella più antica epica a noi conosciuta” <<Gilgamesh a lei rispose: "[...] Ma ora, fanciulla che fai il vino, ora che ho visto il tuo volto fa' che io non veda il volto della morte da me tanto temuta". Ella rispose: "Gilgamesh, dove ti affretti? Non troverai mai la vita che cerchi. Quando gli dei crearono l'uomo, gli diedero in fato la morte, ma tennero la vita per sè”. >> Gilgamesh è la prima grande figura epica di cui abbiamo, oggi, testimonianze numerose e solide. Derivato da una figura protostorica della metà del terzo millennio avanti Cristo, è stato per almeno duemila anni un pilastro della cultura di tutto il Medio-Oriente: di lui cantavano Sumeri, Hurriti, Accadi, Babilonesi, Ittiti, Assiri. Poi venne dimenticato, scomparve dalle menti degli uomini per altre migliaia di anni, per essere infine riscoperto nel XIX secolo grazie all'archeologia e alla decifrazione delle lingue e delle scritture antiche. Questo volumetto di Nancy Sandars è una importante “volgarizzazione” di testi antichi su Gilgamesh: li rende fruibili anche per i lettori non specialisti, ricucendo in un'unica storia molti contributi a noi noti da diverse epoche e lingue su Gilgamesh, tutti verosimilmente derivati dallo stesso sostrato, già allora antichissimo, di narrazione, ma tra loro originariamente distinti e separati in alcuni casi da millenni. Quello di Gilgamesh, in effetti, non era un unico poema, ma un corpus di opere, un ciclo epico, se vogliamo. Sandars ha selezionato il materiale da inserire in un racconto coerente, scartandone altro e arricchendo il tutto con qualche inserto “esplicativo” da altre composizioni ad oggetto adiacente a quello di Gilgamesh, ma estranee al ciclo. Il materiale prescelto viene qui tutto ricondotto a una singola narrazione, quasi interamente volta in prosa. I dubbi interpretativi e di traduzione, le enormi incertezze e incompletezze della tradizione, i dilemmi degli studiosi sono a malapena percettibili in qualche passaggio. Il risultato non è dunque, né si prefigge di essere, filologico, ma è altamente divulgativo, suggestivo e, nella cornice di quanto sopra delineato, scrupoloso e affidabile: non per caso questa opera, che ha venduto oltre un milione di copie, ha dato un contributo fondamentale al ritorno di Gilgamesh nel panorama culturale dell'umanità. Colpisce la modernità (o forse meglio: l'eterno riproporsi) di alcuni temi e accenti. Gilgamesh e il suo amico e compagno d'avventura, Enkidu, uomini eccellenti sugli altri, pervasi da una sorta di brama smaniosa di misurarsi con grandi imprese, fare quanto mai fatto da altri, lasciare un segno e una eccelsa memoria di sé, cercano azione, fama, gloria. Sperimentano fino in fondo la paura e il coraggio. Colgono supremi allori, ma ben presto indispettiscono alcune divinità. E arriva la morte, per Enkidu. Gilgamesh non riesce ad accettare la morte dell'amico, che quell'uomo così vivo e gagliardo non sia più, se non cibo per vermi, né il proprio destino di morte. Cerca l'immortalità, viaggia un viaggio straordinario, fino alla terra degli dei, conosce Utnapistim, l'unico uomo – insieme a sua moglie – sopravvissuto al Diluvio (e qui i punti di contatto con il racconto biblico sono semplicemente impressionanti) e divenuto immortale. Gilgamesh ottiene da Utnapistim il segreto della giovinezza, ma lo perde. Infine, muore. L'incapacità di accettare la morte, mentre la vita si dispiega e ribolle, e poi man mano che la morte si avvicina, appare il grande tema che lega e rende poeticamente coerenti i tanti contributi qui ben messi insieme da Sandars. C'è un senso di frustrazione, in un certo senso di disperazione sempre più manifesta, che tocca il lettore contemporaneo. C'è la ribellione al destino di morte e la tentata risposta tramite la fama, tentativo che più volte si ripeterà nella storia della cultura. C'è la risposta della saggezza edonistica, fornita a Gilgamesh dalla divinità Siduri (in sintesi, la vita finirà, senza scampo: se ne goda appieno finché c'è, senza andar cercando altro), una risposta tanto frequente quanto frequentemente vissuta come inappagante, e infatti rifiutata da Gilgamesh. C'è anche altro: ad esempio, Enkidu che dallo stato naturale, in cui è quasi animale tra le bestie, passa alla civiltà, presentata in chiara contrapposizione allo stato di natura, perdendo però nel passaggio l'appartenenza alla dimensione precedente, e lo fa attraverso il contatto con la donna e, in particolare, il sesso. Ci sono gli dei, ora favorevoli e protettori, ora ostili, non necessariamente saggi e giusti, che interagiscono tra loro e influenzano profondamente la vita degli uomini (sì, il classicista ravvisa assonanze con le divinità omeriche, sotto questo punto di vista). Lo stile attraverso cui tutto questo viene espresso risente certamente dell'eterogeneità e – spesso – frammentarietà dei testi d'origine. Presenta di frequente ripetizioni e formule, forse anche lascito dell'originaria trasmissione e/o recitazione verbale. Si eleva in alcuni momenti a grandi vette di poesia. Non so quanto quest'ultimo pregio sia da attribuirsi alla libera resa di Sandars. So chiaramente che questa resa, assai meritevole, non è pacificamente scientifica, così come non è di certo aggiornata (l'opera ormai è vecchia: prima edizione nel 1960, edizione in oggetto del 1972). Certamente, per conoscere al meglio quanto oggi sappiamo di Gilgamesh, questa figura culturalmente importantissima per millenni, prima di essere dimenticata e poi riemergere dall'oblio dei secoli, esistono pubblicazioni più aggiornate, complete, filologiche; non so se altrettanto approcciabili e fruibili dal lettore non specialista. Questa di Sandars resta comunque, anche oggi, un'ottima strada per il primo contatto con l'antichissimo e imprescindibile eroe sumero, che lottava contro la morte ai tempi remoti della prima civiltà, come contro la morte lottiamo oggi noi, suoi lontanissimi epigoni, nei quali è ancora, e nuovamente, il suo ricordo.Marco Rossi -
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Cose di Cosa Nostra“L’intera Sicilia è una dimensione fantastica. Come si fa a viverci senza immaginazione?” Leonardo Sciascia. Non è semplice parlare di questo libro-intervista. Anzitutto per ragioni autobiografiche, perché se a dodici anni non avessi preso (di nascosto) dalla libreria di casa questo libro, molto probabilmente non mi occuperei di diritto, e sicuramente non sarei la persona che sono. E poi perché si ha quasi la sensazione di mancare di rispetto, a parlarne ad alta voce. Leggendo “Cose di Cosa Nostra” ci si ritrova catapultati, grazie ad un linguaggio conciso, lineare, ricco di esempi ed evocativo, in un mondo fatto di maxiprocessi, traffici internazionali di droga e codici d’onore. Si tratta di un mondo distante che purtuttavia fa parte del nostro DNA. Sono cose nostre, per l’appunto. L’intervista è suddivisa in sei capitoli, ciascuna con una sua parziale autonomia. Seppur sicuramente datato (ed infatti, di molto sono cambiate le dinamiche nel mondo delle mafie contemporanee), “Cose di Cosa Nostra” ha un valore didascalico molto importante. Si percepisce distintamente un metodo dietro al racconto. Non ci si aspetti certo di trovarvi banalità moralisticheggianti o scenari eroici alla Francis Ford Coppola. Il mondo del giudice Falcone è tutt’altro che eroico, ma non è neppure squallido. E’ umano, sociologicamente ricchissimo. Colpisce particolarmente, e suscita grande ammirazione, almeno nella sottoscritta, il rispetto umano e la cavalleria (!) che l’intervistato mostra nei confronti dei propri avversari, con i quali questi condivide il luogo di nascita e in taluni casi anche l’infanzia. E’ impressionante il confronto della storia della lotta a Cosa Nostra, e quindi della storia dell’Italia contemporanea, con la terza di copertina, che contiene la biografia cristallizzata al 1991. Non c’è bisogno, forse, di aggiungere altro.Vanessa Sebastianutti -
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Compagni di stadio“Vincere o perdere, ma sempre con democrazia” L'ambiente del calcio è ignorante, rozzo, rurale e conservatore. Dominato da uomini, intriso di logiche di prevaricazione e nonnismo, teso al profitto e, soprattutto, legato a doppio filo con la politica. La storia raccontata in Compagni di stadio è quella del Corinthians degli anni '80, la squadra brasiliana che creò il primo e unico movimento di autogestione calcistica della storia, la "Democracia Corinthiana". Nello spogliatoio del Time do povo, la squadra del popolo, ogni decisione veniva presa interpellando tutti i membri della squadra, dal fuoriclasse al magazziniere. Un'anarchia malvista da un ambiente retrogrado in un paese culturalmente arretrato come il Brasile, nel pieno dell'Operazione Condor e della spietata dittatura militare, poco conosciuta in Italia ma violenta quanto quelle dei vicini Cile e Argentina. Un '68 ritardato, costretto a difendersi dai tentativi di repressione ma uscito, seppur con le ossa rotte, vincitore. Solange Cavalcanti ripercorre la storia brasiliana, sociale e calcistica, dai primi del '900 alla fine del regime nel 1985: le dinamiche di campo si intrecciano con quelle politiche, portando i calciatori del Corinthians a indossare slogan elettorali sulle maglie da gara e a vedere un proprio compagno ricevere 60 mila voti come segno di protesta da parte dei corinthiani verso il governo. Nelle pieghe del racconto, tanti aneddoti legati alla cultura paulista tra superstizione e genialità, trasmessi con una scrittura leggera e sempre attenta a rispettare le mille sfaccettature del popolo brasiliano. Frasi da sottolineare: - Se, nella politica, non siamo ancora preparati per la democrazia, figuriamoci nel calcio - Una buona ingiustizia è sempre preferibile al disordine. La vera democrazia consiste nel governare con pugno di ferro le masse infantili, bisognose e dipendenti - Detto brasiliano: "La posizione del portiere è talmente ingrata che dove gioca lui non ci cresce più nemmeno l’erba" - Socrates: “Per me il calcio è il microcosmo nel macrocosmo della vita” - Tostao: “Coloro che lottano sul campo da gioco devono lottare anche per i propri diritti, partecipare, avere un’opinione e decidere le cose nelle loro società”Eaglesupporter -
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Cose di Cosa NostraUn libro che non parla di lotta alla mafia ma di mafia. Il libro con cui ho capito cosa fosse la mafiaMatteo Di Paolo -
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Lord of the WorldIl Padrone del Mondo (Lord of the World) è un libro distopico e catastrofico scritto dal prete cattolico inglese Robert Benson nel 1907 in cui il mondo è in mano a un unico governo socialista massonico mondiale e la chiesa viene perseguitata. Questo libro è particolarissimo e di una vivissima originalità. A mio avviso è paragonabile a 1984, che comunque è posteriore di 40 anni, e non ha nulla da invidiare a Fahrenheit 451, con il quale, a mio modestissimo parere, condivide i tratti meno maturi. Il libro risulta brillantissimo sia dal punto di vista della capacità profetica del prete inglese rispetto agli scenari a lui futuri, sia per la gestione della trama, assolutamente avvincente e degna di un film distopico e di un film catastrofico. In altri punti, Benson dimostra invece qualche caduta, soprattutto in alcune scelte e nella scarsa gestione dei nodi dell'intreccio. Il primo punto di forza e di interesse del libro è sicuramente lo scenario. La ricostruzione del futuro è sorprendente per risalire al 1907. Benson recepisce le innovazioni embrionali della sua epoca e le proietta abbastanza efficacemente in un futuro assimilabile agli anni 2000: ci sono massificazione, socialismo, globalizzazione, secolarizzazione, eutanasia, Unione Europea, Stati Uniti in declino, scontro Oriente-Occidente, collegamenti aerei di massa, bombe che distruggono città, spinta alla parificazione dei ceti, tendenza al distanziamento tra i ceti lavorativi e quelli dirigenziali. L'Autore anticipa anche la critica nei confronti di questa modernità. Per Benson tecnica ed etica sembrano seguire in maniera quasi magnetica due strade completamente opposte. Oggi sono in molti a parlarne e sono in diversi a pensarlo (non chi scrive). Benson, a suo modo, li ha brillantemente anticipati costruendo un universo ampio e che sta, abbastanza, in piedi. L'unica tecnologia che manca in Padrone del mondo è la televisione, che nel 1907 non esisteva ancora e che Benson non poteva ancora immaginare. Non possiamo pretendere da lui il genio fantascientifico di un Clarke. In assenza di tv, bisogna tornare alla modalità analogica, ovvero le piazze. Il padrone del mondo, il presidente Julian Felsenburgh catalizza il consenso dei politici delle varie nazioni attraverso carisma e oratoria dal vivo anziché attraverso il potere mediatico, come sarà invece per 1984 in letteratura e per 1994 nella realtà. Anche la radio, brillante intuizione di Benson (la tecnologia nel 1907 stava appena nascendo), funge da propagatore. La popolazione, inutile dirlo, segue acriticamente il padrone del mondo massone, priva di dubbi e di capacità di giudizio. Un'autorità indiscutibile, quella dello stato di Felsenburg, che Benson forse rimpiange per la sua amata, romana Chiesa? Un po' come nel film Gattaca, in cui i nati non in provetta sono socialmente snobbati, esattamente come fino a qualche decennio fa nella nostra società i figli nati fuori dal matrimonio erano snobbati dai benpensanti? Di certo, i totalitarismi avrebbero preso piede di lì a poco, riempiendo le piazze, esattamente come Benson aveva previsto per i suoi governi distopici massonici, e la Chiesa effettivamente avrebbe dovuto lottare per recuperare una parte di attenzione pubblica, spesso perdendo. A capo dell'Europa e del mondo di Benson è dunque questo padrone del mondo, anzi il presidente del mondo, Julian Felsenburg. Si chiama Julian perché è lo stesso nome di Giuliano l'Apostata, uno degli ultimi leader ad aver tentato di reimporre l'uomo al centro del mondo in controtendenza rispetto al cristianesimo. L'atteggiamento di Felsenburg è il medesimo, ma il risultato dell'azione dei due Giuliani rimane incompleto. Dopo 2000 anni di lotte per la propria emancipazione dalla religione, infatti, l'uomo si ricolloca al centro ma ha ancora bisogno di un dio (su questo, un certo Nietzsche si era già espresso), e lo proietta, anziché nel buon Onnipotente (per chi vuole leggersi l'anteprima del finale, vedrà quanto buono è), proprio in Julian Felsenburgh. Abbiamo a che fare quindi proprio con un totalitarismo e con un culto della personalità. Come supremo baluardo a tale follia rimane la Chiesa che fa ancora ragionare l'uomo mentre lo stato lo indottrina: uno scambio di ruoli che nella realtà di oggi sembra non essersi realizzato ancora perfettamente. La capacità di intuire i due secoli successivi è riuscita quindi a Benson in buona parte, anche se la sua faziosità, che ha determinato la costruzione di uno scenario così ampio e geniale, è la stessa a portarlo al limite della contraddizione. E questo sia detto dell'ambientazione. La narrazione, allo stesso modo, mostrerà lati geniali e lati discutibili. Padrone del Mondo è eccezionale anche per la struttura narrativa. La tensione dell'intreccio resiste dall'inizio alla fine come nel miglior film catastrofico. I personaggi nei capitoli si avvicendano capitolo dopo capitolo, comparendo e scomparendo, lasciando in sospeso e con la curiosità di sapere cosa faranno 2 o 3 capitoli dopo. Le scene si sviluppano da una fase più oscura o poco definita a una più chiara e definita. In questo, Benson è stato davvero bravo, anche perché precedenti a cui ispirarsi, nella sua epoca, erano ben meno di quanti ne abbia oggi un James Cameron. La trama lavora sull'ascesa inarrestabile di Julian Felsenburg dal punto di vista politico e mediatico e sulla persecuzione che questi attua contro i cristiani. Non è dato bene sapere, però, perché Felsenburg si comporti così. I cristiani nel libro sono rimasti 10 milioni nel mondo. Sono miti, sconfitti, relegati ai più bassi recessi della società e pure lì marginali come interesse suscitato, anche geograficamente avviluppati a una Roma ferma a un'era preindustriale. Perché quindi darci addosso? Per creare un nemico? In questo Benson ha previsto gli stermini di nazismo e comunismo contro le minoranze avverse? Senz'altro ci è riuscito, ma l'affinità è percepibile, non completa. Veder pianificare la persecuzione al massone socialista Julian Felsenburg nel pieno della sua gloria e del suo successo mediatico è poco credibile, a meno che, appunto, non si veda Benson non come un capace anticipatore degli eventi futuri, bensì come un efficace anticipatore dei complottari cattolici futuri. Un sogno, quello dell'essere martiri e vittime nonostante si sia stati fino all'altro giorno a propria volta dei padroni o che lo si sia ancora, comune anche oggi e non soltanto tra i cattolici. Un altro piccolo scivolone di Benson consiste nella sua gestione della binarietà tra protagonista e antagonista. Il protagonista, Percy Franklin (ebbene sì, Julian Felsenburg è l'antagonista), è un prete, poi vescovo, poi infine (non leggere le prossime 4 lettere se non si vuole lo SPOILERONE) papa, ed è identico a Felsenburbg. Entrambi hanno 33 anni, capelli bianchi, e hanno gli stessi tratti somatici. Che cosa può significare questa somiglianza, ribadita a ogni pié sospinto? Non ci è dato saperlo. In questo il libro mi ha ricordato la gestione del doppio in un romanzo di molto minor valore, La giostra dei fiori spezzati, in cui il coprotagonista di Padova incontra l'antagonista di Campodarsego (giustamente il buono vive in città e il cattivo in paese), i due sono uguali, e l'Autore se la sbriga accennando in due righe alla difficile accettazione, da parte del coprotagonista, del fatto di avere scoperto il proprio doppio. In entrambi i libri, poi, questo doppio è uguale fisicamente, un approccio un po' semplicistico, magari intrigante oggi nel caso di Padrone del mondo se pensiamo alla clonazione umana, argomento sul quale i Benson di oggi pasturano volentieri, ma Nel caso di Benson è ancor difficile da digerire anche perché tutto il libro lui mostra un cattolicesimo ecumenico, popolare, mentre questo del doppio è un elemento più sottile, esoterico, quasi massonico caro il mio Benson, e non andava solo detto, bensì è un nodo, e come tale andava sciolto. Per i successivi commenti alla trama, sta per partire lo SPOILERONE, che durerà il presente paragrafo. Julian Felsenburgh, divenuto padrone del mondo, mette in atto lo sterminio degli ultimi 10 milioni di cristiani rimasti e sgancia una megabomba su Roma e sul Vaticano, con il pieno consenso della popolazione festante ed esultante. Non c'è dissenso. Una simile azione, chiaramente una messa in atto degli ideali socialisti e massonici secondo Benson, sembra avere l'unico scopo di creare dei martiri proprio tra coloro che, come Benson, forse amano essere martiri, o amano l'idea che i più coraggiosi e fortunati tra loro diventino martiri. Il vescovo Percy Franklin si salva dalla megabomba, viene eletto papa da un sinodo di tre vescovi, in fuga in aereo (interessante che ciò avvenga nei cieli, in aterritorialità) e si rifugia a Nazareth. Lì riorganizza la Chiesa con 12 vescovi, rafforza il nuovo ordine religioso di laici dediti alla fustigazione e al martirio, per la gioia del lettore, e viene infine tradito da uno dei suoi dodici. Julian Felsenburgh in persona guida la flotta di bombardieri contro Nazareth per fare piazza pulita del deserto in cui è accampato papa Franklin. Fino a questo punto, nonostante ci siano degli aspetti un po' naif, il libro è quasi perfetto. Resta solo da chiarire il perché della somiglianza tra Percy Franklin e Julian Felsenburgh, da capire come Percy Franklin la spunterà (se la spunterà) e capire in che modo morirà l'odioso despota socialista. E che cosa si inventa Benson? Forse era a corto di pagine, o di tempo. Che cosa si inventa? Un'apocalisse! Il grande genio distopico del 1907, precursore della fantascienza, del film catastrofista, del complottarismo, come se la risolve? Col deus ex machina! Una soluzione terribile, da dilettante, da ingenuo chierichetto potremmo dire. Eppure, il libro finisce così. L'enigma del doppio, inutile dirlo, è lasciato irrisolto, il riferimento Percy come un nuovo Gesù con gli apostoli rimane non dichiarato. E l'Apocalisse, soltanto intuita, è riassunta in così poche righe che non abbiamo neanche tempo di deluderci. Il libro finisce così, che in Galilea fa talmente caldo che tra un po' scoppiano i cieli e la terra e si va tutti all'altro mondo. Stop. Ha fatto come fa un complottaro: dare mille cose per scontate, raccontare una versione vittimista e minimizzare infine l'epilogo tragico come se si trattasse di una conseguenza assolutamente prevista e inevitabile. Che questo libro sia tra i preferiti di papa Bergoglio mi farebbe preoccupare se fossi cattolico, ma non lo sono, forse proprio perché mi preoccupo. Non posso definire questo finale banale, perché almeno dalla tragedia greca e dalla letteratura evangelica non si vedeva qualcosa del genere. Ma è semplicemente frettoloso e drammaticamente comodo. Forse sperava di essere sperimentale, con questo modo di far finire le cose? Lui proprio, sperimentale, che vagheggia una Roma dimessa e preindustriale senza gli autobus e i ponti che vanno a fuoco? Almeno, se proprio la voleva raccontare questa santa Apocalisse, almeno poterva dedicarci un intero capitolo, e non liquidarla in una pagina o due. Che delusione, Benson, con le tue capacità! Per chi giungesse a questo paragrafo conclusivo dopo aver letto lo spoiler o senza averlo letto, sappia che comunque la mia posizione su questo libro è, da pensatore dubbioso ma non certo vicino ai deliri di Benson, pesantemente positiva. Un libro che va preso per quello che è per i suoi difetti, e come risultato di un grande estro visionario per i suoi pregi. Un libro che per la parte narrativa è perfetto per la spiaggia, e che per la parte morale ricorda la conversazione con un amico intelligente ma depresso, in uno scantinato che sa di polvere e di fumo.francesco.brocchi -
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La famiglia KarnowskiDopo poche pagine, la lettura di questa saga familiare, che narra le vicende di tre generazioni di ebrei tra la Polonia, Berlino e New York, mi aveva già appassionata. Tuttavia, giunta alla fine della lettura, questo romanzo non mi ha convinta appieno. La scrittura, pur coinvolgente, non è eccezionale, nè rimane particolarmente impressa. Probabilmente la traduzione non rende giustizia alle sfumature della lingua originale, lo yiddish. "La famiglia Karnowski" è un romanzo pregevole quanto alla rappresentazione dei personaggi, addirittura eccezionale nella parte dedicata all'avvento del nazismo, dove la descrizione delle dinamiche personali di Georg, la terza generazione di Karnowski, è toccante e feroce. Tuttavia Singer pare non sfruttare pienamente le potenzialità narrative dei suoi personaggi, lasciando al lettore una sensazione di non finitezza che raggiunge l'acmè nel finale, tutto sommato prevedibile. Forse non un capolavoro della letteratura, quantomeno, giova ripeterlo, nella traduzione italiana, eppure una lettura estremamente piacevole e, soprattutto, importante dal punto di vista storico e umano.Vanessa Sebastianutti -
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Lord Darcy l’ investigatore del ReRaccolta di tre racconti brevi. Questo volume non è di solito considerato un capolavoro della letteratura, ma l'ho amato per la capacità di far sì che il racconto del mondo in cui è ambientato, un'Europa dove la storia si è sviluppata in maniera alternativa, sia in equilibro con la trama e non diventi preponderante rispetto alle avventure del protagonista, pur rappresentando l'elemento di maggior fascino del libro.Marco il Nero -
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Lo HobbitLa prima, piccola tessera di un mosaico eterno.Cronache dalla Terra di Mezzo -
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Montepelier ParadeUn'educazione sentimentale nella Dublino degli anni '80. Esordio letterario incantevole di un artista poliedrico. Null'altro da dire, fintantoché le parole non riusciranno a salire a galla dal marasma di sensazioni suscitate. Letto d'un fiato nella bella edizione italiana (Playground), mi riprometto di rileggerlo nell'edizione originale.Vanessa Sebastianutti -
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Per un Pugno di Barbari. Come Roma fu salvata dagli imperatori soldatiCi sono periodi della storia romana di cui più o meno hanno sentito parlare tutti: le guerre puniche, la conquista della Gallia, Augusto, le conquiste di Traiano... E ce ne sono poi altri che risultano abbastanza oscuri anche agli appassionati, e fra questi occupa sicuramente un posto d'onore la crisi del III secolo, il periodo che va dalla morte di Massimo Decimo Merid-NO, volevo dire di Marco Aurelio fino a circa il 284, e che su tantissimi manuali e libri divulgativi viene trattata piò o meno così: "c'è un gran casino, e poi arrivano Diocleziano e Costantino". and that's all, folks! E' proprio in questo "gran casino", invece, che questo libro si tuffa di testa, riportando alla luce fatti, personaggi ed eventi di un periodo disperato e affascinante come solo le epoche di crisi possono esserlo, e dei suoi protagonisti brutali, avventati, talvolta improbabili e generalmente destinati a una pessima fine. Finché alla fine, sì, arriva Diocleziano. E il suo orto di cavoli. L'autore Marco Cappelli, qui alla sua prima opera, non è del resto nuovo a tali tuffi: il suo (bellissimo) podcast "Storia d'Italia", arrivato ormai ben oltre le 100 puntate, ha accompagnato i suoi ascoltatori (presente!) attraverso il secolo della dissoluzione dell'impero d'Occidente per poi addentrarsi nel regno Gotico di Teodorico e successori, nel meraviglioso affresco della guerra greco-gotica e nella conquista longobarda. In questo libro il buon Cappelli riesce a travasare, non solo la sua evidente, irrefrenabile passione per la storia, ma anche la precisione rigorosa nella ricerca storica, sempre corroborata da fonti di altissimo livello, insieme con l'abilità narrativa che riesce a trascinare il lettore nel dipanarsi degli eventi, ma anche nella disamina delle cause profonde di tali eventi (chi si immaginava, per esempio, che alle origine della crisi ci fosse... l'inflazione monetaria?!), disseminando il tutto con riferimenti pop, dal Signore degli Anelli a Guerre Stellari che, quando sapientemente dosati come in questo caso, non guastano mai. Ok, ma i barbari del titolo, sono i malvagi invasori che vorrebbero abbattere l'impero, giusto? Come direbbe Anakin Skywalker, NUOOOOOOOOOOO!Barbaking -
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The Life of PasteurVallery-Radot non è un semplice contemporaneo di Louis Pasteur, è suo genero. L'aver sposato una delle sue figlie gli ha dato accesso a numerosi documenti privati e personali. Questa biografia è un pilastro fondamentale, non solo per una narrazione estesa e accurata della vita dello scienziato, ma anche per conoscere i pensieri di chi stava a fianco di Pasteur, oltre ai testi più famosi possiamo trovare lettere di amici e familiari, un contenuto preziosissimo per chi desidera approfondire il lato umano dello scienziato.Louis Pasteur - Storie di Biologia -
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Il ProfetaIl Profeta è un libro di poesie in prosa. Già questo dettaglio è qualcosa di molto diverso dal normale, ma il contenuto lo è ancora di più. La storia è breve, è un saggio che prende congedo dalla sua gente, metaforicamente sta andandosene, come allegoria della morte, ma prima di farlo accetta di lasciare in eredità quanto sa, rispondendo alle domande che le persone gli fanno su questioni fondamentali della vita, che lui descrive con delle parole tra il poetico e l'ispirato. Non è un libro religioso, non è ispirazionale, o mistico. È un libro sulla vita e il suo significato, scritto in modo da non centrare nessuna cultura in particolare, ma di usare i temi che tutte le culture conoscono, che tutti gli uomini hanno come esperienza, e che arrivano nel profondo e dal profondo delle coscienze. Il libro è breve, ma denso, per cui ogni pagina apre la possibilità di riflessioni, e anche singole frasi lasciano squarci enormi nel pensiero, per cui spesso la cosa più naturale è chiudere il volume per indagare se stessi e la vastità del vissuto del mondo, visto dagli occhi di chi ha vissuto e capito prima di noi.Guru -
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Sapiens. Da animali a dèi. Breve storia dell’umanitàHarari introduces the reader to very complex scientific questions in an extremely simple and understandable manner. The author reflects on the revolutions that made the mankind what is now: from the cognitive revolution to the industrial revolution and the questions left for the future.Fabio Celli -
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Le persiane verdiSemplicemente, un capolavoro. Riesce a rendere l'idea del mondo interiore del protagonista e di tutti noi, di tutto l'inconfessabile (anche a noi stessi) che ci portiamo dietro e da cui proviamo sempre a scappare, ma che in un modo o nell'altro presenta sempre il conto, in una maniera talmente perfetta che molte volte ho smesso di leggere perché mi sembrava di introdurmi in maniera illecita nell'intimità di un'altra persona. Nonostante questo, l'ho divorato in nemmeno due giorni. Simenon mi fa spesso questo effetto, ma qui è davvero al suo meglio.Hatsumi10 -
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Il Grande GiocoSorprendente, una storia lontana ma estremamente attuale. Chi lo sapeva che una storia geopolitica tra Russia e Inghilterra potesse essere così avvincente.FV -
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FatherlandProbabilmente il più famoso libro di storia alternativa, insieme a The Man in the High Castle (La Svastica sul Sole) di Philip K. Dick. Entrambi considerano la stessa ucronia: cosa sarebbe successo se la Germania nazista avesse vinto la seconda guerra mondiale? Partendo da questo presupposto la narrazione si sviluppa come un romanzo giallo, dalle atmosfere tanto cupe quanto affascinanti.Marco il Nero -
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Gesù di Nazaret. Dal Battesimo alla Trasfigurazione"Di grande interesse, ma..." Nelle Stanze Vaticane, in particolare in quella nota come la Stanza della Segnatura, sono presenti due affreschi di Raffaello Sanzio fondamentali nella Storia dell'Arte. Uno è la Scuola di Atene. L'altro la Disputa del Sacramento. Nella Disputa del Sacramento, sulla sinistra, un uomo - che ha le sembianze del Bramante - è appoggiato a una balaustra, intento a studiare un libro. Proprio nell'istante fissato dall'affresco, però, la sua attenzione è distolta dal libro e attirata da un giovane alto ed elegante, spesso definito da critici e osservatori un angelo senza ali. Questi indica allo studioso del libro, con gesto aggraziato della destra, ciò che sta al centro della composizione raffaellesca: il Sacramento, appunto, dell'Eucarestia, per il tramite di un'ostia consacrata esposta in un meraviglioso e prezioso ostensorio di semplice struttura circolare sorretta da un basamento a stelo. Questo dettaglio della Disputa mi sovviene come l'immagine migliore per rappresentare il mio personale giudizio complessivo su questa importante opera di Joseph Ratzinger (papa col nome di Benedetto XVI all'epoca della pubblicazione del libro, che tuttavia è dichiaratamente contributo fallibile dello studioso, non dottrina indiscutibile del Trono di Pietro). La grande scienza teologica di Ratzinger è indiscussa, ed evidente anche in questo lavoro, ricchissimo di interpretazioni delle Scritture fondate su legami e richiami possibili a concepirsi e individuarsi solo per menti fervide e nutrite da decenni di studio e riflessioni. Tuttavia, l'effetto per il lettore non risulta - io credo - così coinvolgente e convincente. Emerge infatti il solito quesito: perché la Parola non dovrebbe essere sufficientemente evidente, chiara, intellegibile anche agli umili e agli incolti da non necessitare di complicate letture, in molti casi logiche, in non pochi più o meno suggestive, ma certo non incontrovertibili? Il Bramante che studia il libro un istante "prima" di essere richiamato dall'angelo alla contemplazione dell'Eucarestia è - penso - una buona rappresentazione dei limiti di quest'opera (e almeno in parte una possibile critica più generale alla teologia). Leggendola, si è spesso presi dal dubbio che il percorso della mente che si sta seguendo non sia essenziale alla Fede, trattandosi di altissima speculazione intellettuale, ma pur sempre senza cogenza e dimostrabilità totali. Come l'angelo indica il Sacramento dell'Eucarestia e porta il Bramante a voltare la testa in altra direzione rispetto a quella del libro, così ci si ritrova a comparare la sofisticazione di questo testo con l'irresistibile semplicità delle Beatitudini evangeliche o del Cantico francescano, o con il mistero terribile e in fondo inesprimibile del Dio crocifisso che passa attraverso l'esperienza diretta della morte, per la redenzione di peccatori. E si fatica a ravvisare lo stesso fascino attraente e presago di un'intuizione di verità dei secondi nel primo.Marco Rossi -
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Agatha Christie – An AutobiographyDa fan sfegatata di Agatha Christie, questo è il mio libro "da comodino", quello di cui ogni volta che capita rileggo qualche pagina, divertendomi sempre immensamente con la garbata arguzia dell'autrice, con la sua scrittura sempre scorrevole e con le vicende, a volte tragiche, a volte divertenti, a volte romantiche, a volte completamente assurde di una vita fatta apposta per diventare un libro.Hatsumi10 -
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La Sconfitta di DioCome mi è successo con altri autori, io ho scoperto Sergio Quinzio leggendone sui giornali gli articoli, da cui traspariva insieme una misura molto laica nel giudizio su fenomeni di costume religioso e una tensione autenticamente apocalittica, che nei suoi libri esplodeva con una “potenza negativa” radicale, nel costante rovesciamento del cristianesimo da affermazione trionfante della salvezza in attesa messianica di una salvezza ancora scandalosamente a venire, di una promessa ancora incompiuta e quindi tradita. La teologia di Quinzio è la teologia di un Dio sconfitto e di un uomo crocifisso a questa sconfitta e insieme fiducioso nell’avvento di un Regno, in cui lo scandalo materiale del dolore e della corruzione dei corpi sarà riscattato dalla sconfitta della morte. Quello di Quinzio, fin da ragazzo, mi è sempre sembrato l’unico modo “onesto” per essere cristiani, cioè partendo appunto dalla sconfitta di Dio, senza scivolare in un’ideale di potenza nel mondo, né di conciliazione con il mondo (anche rispetto al ruolo della Chiesa). Il fascino di Quinzio in me era anche accresciuto dalla sua figura, dalla sua storia personale di erudito autodidatta, ufficiale della Guardia di Finanza che, rimasto presto vedovo di una moglie amatissima, era andato appena possibile in pensione per ritirarsi a scrivere nella solitudine opere monumentali e a peregrinare nel labirinto di una fede ferita e pure tenace.Carmelo Palma -
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Opere di Louis PasteurNel 1972 (150 anni dalla nascita di Louis Pasteur) la UTET (Unione Tipografico-Editrice Torinese) pubblica una traduzione delle opere più famose pubblicate dallo scienziato francese. Vi possiamo trovare significativi estratti delle sue discussioni all'accademia delle scienze e dei suoi lavori più famosi, leggendole possiamo trovare come discorsi fatti da Louis Pasteur possano essere di grande attualità scientifica ancora oggi, una fonte obbligata per chi non ha particolare dimestichezza col francese.Louis Pasteur - Storie di Biologia -
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Vivere per raccontarlaNon è una autobiografia come la si può intendere. Forse non lo è proprio, una autobiografia. Che sia il racconto di una giovinezza sì, ma è un misto fra i ricordi infantili, la magia, la storia dimenticata di un paese a noi lontano, la nascita di una cultura, la sofferenza di singole persone che diventano la sofferenza di un popolo. La crescita della complessità narrativa è costante, è un libro che si affronta conoscendo il modo di scrivere e vivere del Sudamerica, ma se si è coscienti di questo, e si ha un minimo di esperienza fra Allende, Sepulveda e Marquez, questo libro ti fa entrare completamente dentro l'autore, non solo per gli eventi e per la vita della cultura povera me vera, ma proprio dentro la pelle, dentro le sensazioni che i legami familiari, con il paese, con il suo clima, hanno formato la sua scrittura. Molto impegnativo, perché è etereo e crudo senza darti il tempo di accorgerti quando cambia da un registro all'altro, ma decisamente potente in quanto ti lascia addosso.Guru -
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SatyriconScritto presumibilmente in epoca neroniana, il Satyricon è un mosaico della romanità pagana, dissacrante e lussuriosa. Come per la maggior parte dei mosaici giunti ai nostri giorni, molti tasselli sono mancanti, e infatti il Satyricon è un'opera in frammenti. Ciononostante è ancora molto godibile. Memorabile la cena di Trimalcione - vero e proprio topos letterario - nella quale possono curiosamente cogliersi le allusioni - parodistiche? - al Vangelo. L'erotismo si mescola all'avventura in un romanzo che, letto la prima volta al liceo, mi aveva decisamente scandalizzata. La seconda volta è stata quella giusta: il Satyricon è un'opera che andrebbe studiata a scuola, per capirne la finezza e i riferimenti storico-letterari, ma letta interamente più tardi, quando se ne possono cogliere ed apprezzare la comicità e l'intelligenza.Vanessa Sebastianutti