Recommended
Position in the list
16
The Review
1 voted this review
Il Padrone del Mondo (Lord of the World) è un libro distopico e catastrofico scritto dal prete cattolico inglese Robert Benson nel 1907 in cui il mondo è in mano a un unico governo socialista massonico mondiale e la chiesa viene perseguitata.

Questo libro è particolarissimo e di una vivissima originalità. A mio avviso è paragonabile a 1984, che comunque è posteriore di 40 anni, e non ha nulla da invidiare a Fahrenheit 451, con il quale, a mio modestissimo parere, condivide i tratti meno maturi. Il libro risulta brillantissimo sia dal punto di vista della capacità profetica del prete inglese rispetto agli scenari a lui futuri, sia per la gestione della trama, assolutamente avvincente e degna di un film distopico e di un film catastrofico. In altri punti, Benson dimostra invece qualche caduta, soprattutto in alcune scelte e nella scarsa gestione dei nodi dell'intreccio.

Il primo punto di forza e di interesse del libro è sicuramente lo scenario. La ricostruzione del futuro è sorprendente per risalire al 1907. Benson recepisce le innovazioni embrionali della sua epoca e le proietta abbastanza efficacemente in un futuro assimilabile agli anni 2000: ci sono massificazione, socialismo, globalizzazione, secolarizzazione, eutanasia, Unione Europea, Stati Uniti in declino, scontro Oriente-Occidente, collegamenti aerei di massa, bombe che distruggono città, spinta alla parificazione dei ceti, tendenza al distanziamento tra i ceti lavorativi e quelli dirigenziali. L'Autore anticipa anche la critica nei confronti di questa modernità. Per Benson tecnica ed etica sembrano seguire in maniera quasi magnetica due strade completamente opposte. Oggi sono in molti a parlarne e sono in diversi a pensarlo (non chi scrive). Benson, a suo modo, li ha brillantemente anticipati costruendo un universo ampio e che sta, abbastanza, in piedi.
L'unica tecnologia che manca in Padrone del mondo è la televisione, che nel 1907 non esisteva ancora e che Benson non poteva ancora immaginare. Non possiamo pretendere da lui il genio fantascientifico di un Clarke. In assenza di tv, bisogna tornare alla modalità analogica, ovvero le piazze. Il padrone del mondo, il presidente Julian Felsenburgh catalizza il consenso dei politici delle varie nazioni attraverso carisma e oratoria dal vivo anziché attraverso il potere mediatico, come sarà invece per 1984 in letteratura e per 1994 nella realtà. Anche la radio, brillante intuizione di Benson (la tecnologia nel 1907 stava appena nascendo), funge da propagatore. La popolazione, inutile dirlo, segue acriticamente il padrone del mondo massone, priva di dubbi e di capacità di giudizio. Un'autorità indiscutibile, quella dello stato di Felsenburg, che Benson forse rimpiange per la sua amata, romana Chiesa? Un po' come nel film Gattaca, in cui i nati non in provetta sono socialmente snobbati, esattamente come fino a qualche decennio fa nella nostra società i figli nati fuori dal matrimonio erano snobbati dai benpensanti? Di certo, i totalitarismi avrebbero preso piede di lì a poco, riempiendo le piazze, esattamente come Benson aveva previsto per i suoi governi distopici massonici, e la Chiesa effettivamente avrebbe dovuto lottare per recuperare una parte di attenzione pubblica, spesso perdendo.

A capo dell'Europa e del mondo di Benson è dunque questo padrone del mondo, anzi il presidente del mondo, Julian Felsenburg. Si chiama Julian perché è lo stesso nome di Giuliano l'Apostata, uno degli ultimi leader ad aver tentato di reimporre l'uomo al centro del mondo in controtendenza rispetto al cristianesimo. L'atteggiamento di Felsenburg è il medesimo, ma il risultato dell'azione dei due Giuliani rimane incompleto. Dopo 2000 anni di lotte per la propria emancipazione dalla religione, infatti, l'uomo si ricolloca al centro ma ha ancora bisogno di un dio (su questo, un certo Nietzsche si era già espresso), e lo proietta, anziché nel buon Onnipotente (per chi vuole leggersi l'anteprima del finale, vedrà quanto buono è), proprio in Julian Felsenburgh. Abbiamo a che fare quindi proprio con un totalitarismo e con un culto della personalità. Come supremo baluardo a tale follia rimane la Chiesa che fa ancora ragionare l'uomo mentre lo stato lo indottrina: uno scambio di ruoli che nella realtà di oggi sembra non essersi realizzato ancora perfettamente.

La capacità di intuire i due secoli successivi è riuscita quindi a Benson in buona parte, anche se la sua faziosità, che ha determinato la costruzione di uno scenario così ampio e geniale, è la stessa a portarlo al limite della contraddizione. E questo sia detto dell'ambientazione. La narrazione, allo stesso modo, mostrerà lati geniali e lati discutibili.

Padrone del Mondo è eccezionale anche per la struttura narrativa. La tensione dell'intreccio resiste dall'inizio alla fine come nel miglior film catastrofico. I personaggi nei capitoli si avvicendano capitolo dopo capitolo, comparendo e scomparendo, lasciando in sospeso e con la curiosità di sapere cosa faranno 2 o 3 capitoli dopo. Le scene si sviluppano da una fase più oscura o poco definita a una più chiara e definita. In questo, Benson è stato davvero bravo, anche perché precedenti a cui ispirarsi, nella sua epoca, erano ben meno di quanti ne abbia oggi un James Cameron.

La trama lavora sull'ascesa inarrestabile di Julian Felsenburg dal punto di vista politico e mediatico e sulla persecuzione che questi attua contro i cristiani. Non è dato bene sapere, però, perché Felsenburg si comporti così. I cristiani nel libro sono rimasti 10 milioni nel mondo. Sono miti, sconfitti, relegati ai più bassi recessi della società e pure lì marginali come interesse suscitato, anche geograficamente avviluppati a una Roma ferma a un'era preindustriale. Perché quindi darci addosso? Per creare un nemico? In questo Benson ha previsto gli stermini di nazismo e comunismo contro le minoranze avverse? Senz'altro ci è riuscito, ma l'affinità è percepibile, non completa.
Veder pianificare la persecuzione al massone socialista Julian Felsenburg nel pieno della sua gloria e del suo successo mediatico è poco credibile, a meno che, appunto, non si veda Benson non come un capace anticipatore degli eventi futuri, bensì come un efficace anticipatore dei complottari cattolici futuri. Un sogno, quello dell'essere martiri e vittime nonostante si sia stati fino all'altro giorno a propria volta dei padroni o che lo si sia ancora, comune anche oggi e non soltanto tra i cattolici.

Un altro piccolo scivolone di Benson consiste nella sua gestione della binarietà tra protagonista e antagonista. Il protagonista, Percy Franklin (ebbene sì, Julian Felsenburg è l'antagonista), è un prete, poi vescovo, poi infine (non leggere le prossime 4 lettere se non si vuole lo SPOILERONE) papa, ed è identico a Felsenburbg. Entrambi hanno 33 anni, capelli bianchi, e hanno gli stessi tratti somatici. Che cosa può significare questa somiglianza, ribadita a ogni pié sospinto? Non ci è dato saperlo. In questo il libro mi ha ricordato la gestione del doppio in un romanzo di molto minor valore, La giostra dei fiori spezzati, in cui il coprotagonista di Padova incontra l'antagonista di Campodarsego (giustamente il buono vive in città e il cattivo in paese), i due sono uguali, e l'Autore se la sbriga accennando in due righe alla difficile accettazione, da parte del coprotagonista, del fatto di avere scoperto il proprio doppio. In entrambi i libri, poi, questo doppio è uguale fisicamente, un approccio un po' semplicistico, magari intrigante oggi nel caso di Padrone del mondo se pensiamo alla clonazione umana, argomento sul quale i Benson di oggi pasturano volentieri, ma Nel caso di Benson è ancor difficile da digerire anche perché tutto il libro lui mostra un cattolicesimo ecumenico, popolare, mentre questo del doppio è un elemento più sottile, esoterico, quasi massonico caro il mio Benson, e non andava solo detto, bensì è un nodo, e come tale andava sciolto.

Per i successivi commenti alla trama, sta per partire lo SPOILERONE, che durerà il presente paragrafo.
Julian Felsenburgh, divenuto padrone del mondo, mette in atto lo sterminio degli ultimi 10 milioni di cristiani rimasti e sgancia una megabomba su Roma e sul Vaticano, con il pieno consenso della popolazione festante ed esultante. Non c'è dissenso. Una simile azione, chiaramente una messa in atto degli ideali socialisti e massonici secondo Benson, sembra avere l'unico scopo di creare dei martiri proprio tra coloro che, come Benson, forse amano essere martiri, o amano l'idea che i più coraggiosi e fortunati tra loro diventino martiri. Il vescovo Percy Franklin si salva dalla megabomba, viene eletto papa da un sinodo di tre vescovi, in fuga in aereo (interessante che ciò avvenga nei cieli, in aterritorialità) e si rifugia a Nazareth. Lì riorganizza la Chiesa con 12 vescovi, rafforza il nuovo ordine religioso di laici dediti alla fustigazione e al martirio, per la gioia del lettore, e viene infine tradito da uno dei suoi dodici. Julian Felsenburgh in persona guida la flotta di bombardieri contro Nazareth per fare piazza pulita del deserto in cui è accampato papa Franklin.
Fino a questo punto, nonostante ci siano degli aspetti un po' naif, il libro è quasi perfetto. Resta solo da chiarire il perché della somiglianza tra Percy Franklin e Julian Felsenburgh, da capire come Percy Franklin la spunterà (se la spunterà) e capire in che modo morirà l'odioso despota socialista. E che cosa si inventa Benson? Forse era a corto di pagine, o di tempo. Che cosa si inventa? Un'apocalisse! Il grande genio distopico del 1907, precursore della fantascienza, del film catastrofista, del complottarismo, come se la risolve? Col deus ex machina! Una soluzione terribile, da dilettante, da ingenuo chierichetto potremmo dire. Eppure, il libro finisce così. L'enigma del doppio, inutile dirlo, è lasciato irrisolto, il riferimento Percy come un nuovo Gesù con gli apostoli rimane non dichiarato. E l'Apocalisse, soltanto intuita, è riassunta in così poche righe che non abbiamo neanche tempo di deluderci. Il libro finisce così, che in Galilea fa talmente caldo che tra un po' scoppiano i cieli e la terra e si va tutti all'altro mondo. Stop. Ha fatto come fa un complottaro: dare mille cose per scontate, raccontare una versione vittimista e minimizzare infine l'epilogo tragico come se si trattasse di una conseguenza assolutamente prevista e inevitabile. Che questo libro sia tra i preferiti di papa Bergoglio mi farebbe preoccupare se fossi cattolico, ma non lo sono, forse proprio perché mi preoccupo.
Non posso definire questo finale banale, perché almeno dalla tragedia greca e dalla letteratura evangelica non si vedeva qualcosa del genere. Ma è semplicemente frettoloso e drammaticamente comodo. Forse sperava di essere sperimentale, con questo modo di far finire le cose? Lui proprio, sperimentale, che vagheggia una Roma dimessa e preindustriale senza gli autobus e i ponti che vanno a fuoco? Almeno, se proprio la voleva raccontare questa santa Apocalisse, almeno poterva dedicarci un intero capitolo, e non liquidarla in una pagina o due. Che delusione, Benson, con le tue capacità!

Per chi giungesse a questo paragrafo conclusivo dopo aver letto lo spoiler o senza averlo letto, sappia che comunque la mia posizione su questo libro è, da pensatore dubbioso ma non certo vicino ai deliri di Benson, pesantemente positiva. Un libro che va preso per quello che è per i suoi difetti, e come risultato di un grande estro visionario per i suoi pregi. Un libro che per la parte narrativa è perfetto per la spiaggia, e che per la parte morale ricorda la conversazione con un amico intelligente ma depresso, in uno scantinato che sa di polvere e di fumo.
Was this review outstanding?
Was this review outstanding?