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Language
Italiano
Publishing house
Lithos Editrice
Edition number
1
Publication year
2020
Number of pages
117
Position in the list
42
The Review
“Raccomandato a tutti gli appassionati di Politica!”


Alcuni anni fa, partecipai al tentativo di cambiare la traiettoria del Paese attraverso Fare per fermare il declino, iniziativa generosa e audace che purtroppo naufragò.

L’esperienza in Fare è stata ciò nonostante per me assai positiva, e mi ha lasciato molto, oltre alla convinzione di aver provato a fare la cosa giusta in un momento in cui era necessario darsi da fare: ad esempio, mi ha lasciato una rete di contatti e amicizie con persone brillanti e interessanti, che continuano a partecipare al dibattito politico e culturale con contributi di valore, i quali sempre più spesso prendono la forma del libro.

Tra queste persone brillanti e interessanti, Andrea Babini, che sta producendo un’opera storica monumentale titolata “Il Medioevo in Italia e in Europa”, che vuole indagare le origini e le radici della civiltà europea, dalla quale e nella quale nasce e si sviluppa il pensiero liberale.

Tra queste persone brillanti e interessanti, Pietro Monsurrò, ingegnere, mente attivissima su vasti campi dello scibile, studioso febbrile e originale, autore di questo pamphlet.

“Potere senza responsabilità” è infatti un pamphlet, per stile e contenuto. Lo stile è agile, asciutto, sintetico, “dritto al punto”, spesso non dissimile dai post Facebook di Pietro, di agevole e rapida lettura. Il contenuto è un concentrato di idee, spunti e intuizioni, scaturito dall’urgenza del momento storico e delle sue crisi, ficcante nelle critiche agli attori in campo, succo di studio e riflessione non prolisso, non verboso, non accademico. Non ci sono note, ma riferimenti a paper scientifici e pubblicistica al termine di ogni capitolo e un’ottima lista di letture consigliate in fondo al volumetto. Ogni capitolo procede per capitoletti di pochi paragrafi, ma che lasciano il segno.

Il libro affronta la crisi del regime politico democratico-liberale evidente in questi anni in molti paesi dell’Occidente. Il suo è un discorso generale, che non prescinde certo da quanto sta avvenendo negli Stati Uniti, per esempio, anche se il focus è sull’Italia e sulle sue vicende politico-sociali.

Schematizzando, Monsurrò distingue due attori protagonisti della crisi, entrambi con delle responsabilità:
- le élite
- il popolo.

E identifica due ideologie che li animano, entrambe fallaci, quelle che chiama, rispettivamente:
- cosmopolitismo
- sovranismo.

Alla prima imputa di non sapere e non volere cogliere l’essenzialità della comunità politica come ambito nel quale definire un interesse condiviso, un “interesse nazionale”; con comunità politica l’autore intende il perimetro, tendenzialmente coincidente con quello dei “cittadini”, sul quale esercitare regole – anche attraverso coercizione pubblica – al fine di fornire beni pubblici. Monsurrò rimprovera al cosmopolitismo di non fare i conti con il fatto che concetti come “identità”, “gruppo”, “popolo”, “nazione” per ragioni evoluzionistiche sono fondamentali per spingere gli uomini a cooperare tra loro tramite interazioni complesse e anonime e che dunque, poiché non esistono un’identità politica globale, un’opinione pubblica mondiale, una “comunità globale coesa”, non si può definire un “interesse nazionale terrestre” (definizione mia) che possa reggere un sistema in cui gli stati e le cittadinanze siano superati. Rimprovera al cosmopolitismo di rifugiarsi in ideali slegati dalla realtà, utopistici, e usarli in pratica come strumento per allentare il controllo degli elettorati nazionali sull’azione e la selezione delle élite, anzitutto politiche. Ideali nei quali si rifugiano élite che appaiono molto distanti dalle preoccupazioni ed esigenze delle popolazioni, nei confronti delle quali Monsurrò ravvisa molteplici prove di governo insufficienti da parte delle classi dirigenti negli ultimi decenni. Ideali slegati dalla realtà e dalla responsabilità di governarla, ma utili come segnale della propria superiorità rispetto a chi all’élite non appartiene e tali ideali non condivide. Ideali ai quali le popolazioni non solo si sentono estranee, ma dai quali anzi si sentono danneggiate, in quanto non riconosciute come il destinatario necessario dei beni pubblici, che secondo il cosmopolitismo non sono da destinarsi ai membri della comunità politica in quanto tali, ma a tutti, anche agli estranei alla comunità. In questo modo, le élite hanno determinato la crisi di legittimità del sistema, e innescato una reazione che ha gettato il popolo tra le braccia del populismo sovranista.

Verso il populismo e la sua ideologia sovranista, Monsurrò non è meno tenero. Nel momento in cui è venuta meno la fiducia nella classe dirigente, il popolo risponde alla propria percepita impotenza adottando qualunque idea e teoria, anche le più strampalate, non provenga dalla classe dirigente, passando quindi dalla sfiducia nelle élite al fideismo in ciò che si oppone alle élite. Reagisce a una realtà minacciosa o ingrata con una fuga dalla realtà che è anche una fuga dalla responsabilità e con la caccia al colpevole esterno alla comunità, colpendo il quale si vuole ristabilire l’ordine facilmente e senza sacrifici (è questa l’essenza del sovranismo). Mancanza di analisi e propositività, frustrazione, invidia, risentimento, odio, tratti noti del populismo attuale, sono giustamente richiamati e descritti.

La contrapposizione di queste due tendenze, entrambe in fuga dalla realtà e dalla responsabilità, continua ad essere alimentata e gonfiata dal voluttuoso abbandonarsi di entrambe le parti a dinamiche tribalistiche: l’opinione politica diviene una parte centrale della propria identità, l’avversario è demonizzato, ogni critica o dissenso sono percepiti come un’aggressione personale. Tutto questo e il manicheismo che lo alimenta non hanno la finalità di comprendere e nei limiti del possibile governare la realtà; realtà e razionalità non hanno un ruolo centrale, il ruolo centrale lo ha l’autograficazione conseguente all’affermazione dell'identità tribale.

Un merito di questo lavoro è tentare una pars construens, oltre alla pars destruens, sulla quale Monsurrò è sempre molto efficace. Mi ritrovo molto in sintonia con l’autore quando, contro le semplificazioni manichee intrinseche al tribalismo, richiama con forza la limitatezza della condizione umana, la nostra impossibilità di trovare la soluzione perfetta a ogni problema, poter risolvere ogni contrasto di esigenze o di valori, magari entrambi fondati, in modo netto e senza dover sacrificare alcunché. “La vita umana è fatta di problemi che non possono essere risolti empiricamente o razionalmente, ma che devono essere affrontati. […] Come per Creonte e Antigone, che non possono accordarsi tra i due valori dell’ordine e della giustizia, neanche per noi esistono questioni in bianco e nero, ma solo compromessi più o meno riusciti”: è questo, la consapevolezza di questo, quello che l’autore chiama il necessario “senso del tragico”. Il senso del tragico, dice ancora Monsurrò in pagine molto felici “è una piazza in cui si può discutere di qualunque cosa, senza necessità di prenderla sul serio, e con chiunque, senza farsi troppe illusioni”. Il senso del tragico permette di perseguire il ragionevole compromesso anziché l’irragionevole utopia, di comprendere e rispettare l’altro da cui si dissente, anziché convertirlo o cancellarlo, di essere soddisfatti del punto d’incontro, anziché abbandonarsi a un massimalismo fanatico. E questa cos’è, se non la consapevolezza che sta alla base del pensiero liberale? Scrive infatti Monsurrò: “c’è bisogno del liberalismo classico non come partito – che non ha mai funzionato nelle democrazie di massa – ma come substrato culturale”. Serve la sua epistemologia fatta di dubbio, tolleranza, dialogo, serve il suo apprezzamento per le interazioni sociali di cooperazione (come il mercato), serve la sua diffidenza per il potere che limita i rischi di degenerazione della politica verso il tribalismo e il costruttivismo. Inoltre, poiché serve la comunità politica, servono i suoi alfieri migliori, conservatori come – cita l’autore – Burke, Madison, Thatcher, Reagan. Un’ottima sintesi del pensiero di Monsurrò sta nella formula utilizzata per definirlo nella introduzione – a sua volta molto interessante – di Marco Valerio Lo Prete: “liberalismo realista”.

Questa dunque la direzione. Ma come percorrere questa strada liberale, realista e conservatrice? Su questo, Monsurrò non ha una soluzione magica. Ma indica alcuni caposaldi. Anzitutto, serve il “capitale sociale” o “capitale politico”, che l’autore definisce come “la capacità di un gruppo di interagire costruttivamente: ha come requisito mimino la fiducia reciproca. […] Il capitale sociale è il lubrificante della società: riduce i costi di transazione e permette di uscire dagli innumerevoli paradossi del prigioniero dell’interazione sociale”. Per Monsurrò, inoltre, come sopra accennato la dimensione migliore in cui produrre gran parte dei necessari beni pubblici è quella statale. Le comunità infatti devono essere sufficientemente grandi da produrre i beni pubblici che servono, e per alcuni ne servono di molto grandi, ma al crescere delle dimensioni i problemi di coordinamento e di allineamento tra i componenti delle comunità aumentano, per cui è ben difficile andare oltre gli stati nazionali, e, nei pochi casi in cui è necessario, la cooperazione tra stati, essendo mutualmente vantaggiosa, è più che sufficiente (qui cita per esempio il caso del mercato unico, positivo, mentre diffida della costruzione europea sovranazionale).

Non concordo su tutto con l’autore. Ad esempio, come appena accennato Monsurrò sostiene il mercato unico ma vede l’europeismo come una costruzione “cosmopolita” destinata al fallimento, mentre io – pur avendo diverse critiche da muovere alla struttura e ad alcune direzioni evolutive della UE – sono decisamente più favorevole a questo disegno e a questa ispirazione, che mi sembrano la migliore via da percorrere per il Vecchio Continente. Una critica in parte fondata può essere anche quella del noto politologo Alessandro Campi, che ho avuto modo di ascoltare in un interessante dibattito proprio su questo libro, secondo il quale – all’interno di un generale apprezzamento per il libro, specialmente per il punto di vista che questo esprime, insolito nel panorama italiano, di liberale realista aperto al conservatorismo culturale – Monsurrò si concentra molto su alcuni aspetti “moralisti” e meno sull’importanza di costruire un adeguato tessuto istituzionale.

Non concordo dunque su tutto, non c’è l’indicazione di ogni cosa da fare per sistemare le cose, ma ho trovato la lettura del pamphlet estremamente stimolante, oltre che largamente condivisibile: “Potere senza responsabilità” è un libro intelligente, godibile e leggibile, che consiglio a chiunque si interessi della politica e delle trasformazioni che stanno attraversando i nostri sistemi di governo in questi anni, e sia interessato a comprenderle e a ridurne i pericoli, affrontandone le criticità.
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