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Book
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Language
Italiano
Publishing house
Feltrinelli
Series
Varia
Edition number
1
Publication year
2019
Number of pages
271
Position in the list
66
The Review
La Scrittura: la “grande invenzione”
Anzitutto il titolo di questo libro, “La Grande Invenzione”, mette a fuoco un’evidenza talmente ovvia da passare spesso inosservata, ma dalla quale – quando ci si sofferma a pensarci – non si può non rimanere impressionati: la scrittura è una, anzi “la”, grande invenzione. Nelle parole dell’autrice: <<La più grande invenzione del mondo. Senza, saremmo solo voce, sospesi in un presente continuo. La nostra essenza più solida e profonda è saldata nella memoria, nel desiderio di ancorarci a qualcosa di stabile e di rimanere, ben sapendo che il nostro tempo è limitato. Questo libro racconta l’urgenza di permanere, la tensione verso gli altri, il dialogo con noi stessi>>.
Tramandare descrizioni, idee, pensieri, conoscenze tramite segni grafici convenzionali non è un qualcosa di così ovvio come ci appare. Non è così ovvio, e infatti quando perdiamo la chiave della convenzione non riusciamo più a decifrare. <<Oggi nel mondo esistono circa una dozzina di scritture antiche che ancora non riusciamo a leggere e capire. Sono indecifrate>>.
Questo libro di Silvia Ferrara racconta la scrittura, e lo fa parlandoci della sua creazione e decifrazione. Ci insegna che la teoria monogenetica della scrittura non è più così dominante (<<fino a quarant’anni fa si era certi di una sola invenzione in tutta la storia umana>>, ma <<non solo è “possibile” che la scrittura sia stata inventata più volte nella storia degli esseri umani, ma anche molto “probabile”>>). <<Più culture nel mondo, ormai è chiaro, ci sono arrivate da sole in focolai separati di invenzione>>, anche se <<non c’è nulla di inevitabile, deterministico o teleologico nell’invenzione della scrittura>>.
Va anzitutto osservato che se il linguaggio è praticato da più di centomila anni, la scrittura lo è da circa cinquemila. Non ne deriva dunque automaticamente. La lingua infatti <<è efficientissima quando è sincronica, sul momento, con gli interlocutori presenti>>; <<il linguaggio è veloce>>; <<comunicare sincronicamente […] ha un grande vantaggio: il ping-pong di parole può essere corretto se i partecipanti non si capiscono e il messaggio non passa. Basta interrompere, chiedere di nuovo, correggere>>. D’altra parte, <<la scrittura non ha questa flessibilità, perché è asincronica […] Tutto quello che non è chiaro non è riparabile. […] Ci vuole un mezzo potente, che sia, soprattutto, stabile.>> <<Il problema, forse, è proprio la fissità dei codici. Il fatto che siano un’armatura pesante, che contiene una cosa molto diversa, il linguaggio, che è agile, dinamico, interattivo, veloce>>.
Alla scrittura, d’altronde, si arriva per gradi, e i primi passi offrono uno strumento ancora più limitato: <<l’invenzione va per gradi, è un sistema di lento accumulo di consapevolezza linguistica, è una graduale selezione delle forme dei segni, è un effetto leva>>. Anzitutto, generalmente <<la scrittura nasce per dare un nome alle cose che vediamo, e fissarle. Non verbi o azioni, ma liste di cose>>; <<le liste di cose con cui nasce la scrittura sono raffigurate come icone riconoscibili. Una ciotola, una spiga di grano, un cavallo, una montagna, un pesce>>. E le liste di cose sono particolarmente necessarie, perché spesso <<nascita della burocrazia significa […] nascita della scrittura. […] Si suppone […] che stato e scrittura vadano a braccetto quando la popolazione raggiunge più di diecimila unità. L’uno appare quando l’altra si appalesa, non si sa bene chi per primo, ma la catalizzazione è reciproca. Sarebbero entrambi fenomeni innescati sotto l’impulso di forze selettive ambientali (crescita demografica, produzione agricola, stoccaggio ecc.). […] Questi periodi di variazione evolutiva (nascita dello stato primario e nascita della scrittura, nel nostro caso) sarebbero intervallati da lunghi periodi di stabilità, in cui tutto rimane quasi uguale, in un equilibrio omeostatico rassicurante>>. Ora, quest’ultima è una semplificazione: le cose non sono mai così biunivoche; naturalmente, si tratta di <<corrispondenze imperfette>>: <<esistono imperi, civiltà, culture che sopravvivono senza scrittura, e scritture che nascono come perle nelle ostriche, senza preavviso, senza espansione territoriale>>.
Non sorprendentemente, in molti casi è dall’arte che arriva la scrittura: <<l’arte fa da trampolino di lancio alla scrittura, la catalizza, le dà fuoco vitale. E le regala anche la sua struttura grafica. […] Dal disegno al segno.>>. Dalle icone si passa per gradi al simbolo: <<siamo una specie dominata dai simboli, e non sempre sappiamo decifrarli>>. I logogrammi sono segni, simboli che indicano cose. E ormai il meccanismo è in moto, possono passare a indicare astrazioni meno materiali delle cose, come le azioni: siamo ora nell’ideogramma. E la decifrazione, il percorso a ritroso per passare dal simbolo all’idea quando ormai si è persa memoria della lingua, è molto difficile.
Torniamo un attimo alla lingua: la lingua è articolata in suoni. Rappresentare la lingua tramite i suoi suoni ha dei vantaggi, noi che usiamo una scrittura alfabetica – che però, va ricordato, anche oggi non è l’unica forma di scrittura in uso, chiedere per esempio ai Cinesi - lo sappiamo bene. Come si arriva da logogrammi ed ideogrammi all’alfabeto? E’ molto utile in questo senso pensare a come funziona un rebus, in cui i segni sono usati spesso per il loro suono. Alcuni geroglifici usati proprio in questo modo nel Sinai intorno al 1.900 a.C., ci dice l’autrice, sembrano per esempio essere all’origine dell’alfabeto. La “a”, per esempio, sembra derivare da un segno geroglifico a forma di testa di bove, e questo perché bove in cananeo si diceva “’alp”. Questi segni si semplificano nel tempo, l’iconicità si attenua: come abbiamo scritto poco sopra, “dal disegno al segno”, ed è ormai difficile riconoscere nella “a” una testa di bove. La semplificazione è una forza evolutiva enorme, cui si può resistere per scelta e per motivi culturali, ma che agisce sempre: “the better, the shorter, the easier forms are constantly gaining the upper hand”, come dice Darwin. <<Una volta stabilito un codice o un sistema, una volta che tutto è consuetudine, la pressione sull’iconicità sul dettaglio, sull’orpello, si allenta. E’ solo quando il sistema è “nuovo” che, invece, i dettagli sono necessari: il codice è aperto e il messaggio deve essere riconosciuto>>.
Siamo arrivati all’alfabeto, ma c’è un fondamentale passaggio intermedio: le prime scritture, e non solo, sono sillabiche. Emettiamo infatti i suoni in forma sillabica (“ma ma”, “pa pa”), non lettera per lettera. <<Che l’alfabeto […] sia stato un grande risultato della nostra cultura è solo un caso, un epifenomeno culturale, un’improbabilità ad alto impatto. […] Ma l’alfabeto non è altro che un artificio. […] Noi pensiamo in sillabe, comunichiamo in sillabe, cantiamo in sillabe, inventiamo la scrittura in sillabe>>.
Infine, un’ultima caratteristica illuminante della genesi della scrittura, la sintassi limitata: <<almeno nei casi […] che possiamo ricostruire […] vediamo solo poche cose, non fiumi di epica, di trattati scientifici buttati giù subito, dal giorno alla notte. Vediamo timidi approcci alla notazione linguistica, centellinati passaggi, finestrelle sul mondo del parlato, liste di parole, inventari, targhette. Pochi verbi, minima sintassi. Incompletezza, funzionalità limitata>>. Personalmente, trovo questa dinamica lenta, questo rilascio al rallentatore del pieno potenziale di una invenzione che richiede generazioni molto affascinante, e mi domando quanto ancora debba accadere per esempio della “rivoluzione digitale” della quale siamo testimoni appena dei primi istanti, quanto ancora essa potrà trasformare il mondo e la vita di ciascuno, in modi che per noi, che pure ne viviamo le prime fasi, sono completamente inimmaginabili. L’invenzione della scrittura, la sua evoluzione (dove avviene) in scrittura alfabetica sono invenzioni grandissime, che rivoluzionano il mondo, ma non dispiegano la pienezza dei loro effetti dalla sera alla mattina: <<l’invenzione non fa da spartiacque tra un prima e un dopo chiari da subito. L’invenzione non viene insieme alla consapevolezza che lì, da quel momento clamoroso, il destino dell’uomo cambierà faccia per sempre. E’ dunque difficile pensare che i nostri omini mesopotamici o egizi o cinesi avessero piena coscienza della caratura della loro trovata>>. D’altronde, si tratta di un’invenzione che – abbiamo visto – ha bisogno di un lungo affinamento, e in tanti casi è un’invenzione che parte ma poi fallisce. <<Ripetizione, ridondanza, proliferazione. Più una tradizione è ripetuta, in grande quantità e ad ampia diffusione, più rimarrà nel tempo. E devono essere flussi reiterati, robusti, che si propagano a effetto onda continuo. […] Che cosa segna allora il trionfo di un tipo di scrittura su un altro, il bivio tra la proliferazione e l’oblio? […] Possiamo dire che l’alfabeto ha trionfato perché le circostanze della storia, e le sue curve veloci e agili, lo hanno avvantaggiato. Ma non perché fosse più utile del sillabario cipriota classico (per dirne uno). […] Anche le scritture sono soggette ai capricci, alle idiosincrasie, alle preferenze, ai cambiamenti, alle innovazioni, alle rivoluzioni della cultura. Molto spesso, più spesso di quanto non si pensi, la scrittura ha accusato i colpi di tutto questo (chiamiamolo “fato”) ed è finita male>>.
Qualche eccezione apparente al lento processo evolutivo appena descritto esiste, in particolare il Cinese è una scrittura che troviamo già formata, molto simile a quella odierna fin dalle prime testimonianze, risalenti a 3.200 anni fa; è tuttavia probabile che questo abbia a che fare con la deperibilità dei materiali che registrarono le evoluzioni iniziali di quella scrittura, materiali che a noi non sono arrivati. Il Cinese è comunque un caso particolare: tra l’altro, è l’unico sistema al mondo ad essere ancora usato per notare la lingua per la quale è stato inventato. Questo è notevole: l’alfabeto ha notato lingue tra loro diversissime, lo sappiamo. Il cuneiforme inizialmente notava il sumerico. Ma la potenza di Akkad, dove si parlava una lingua semitica, estremamente differente da quella sumerica, portò alla sua adozione per notare l’accadico. <<L’adattamento del cuneiforme all’accadico miracolosamente funziona, e non solo prende il volo, ma in pochi secoli diventa pervasivo in tutto il Medioriente. Arriva a notare più di dieci lingue: eblaita, elamita, persiano antico, hurrita, ittita, palaico, luvio, ugaritico, urarteo. Ce ne sono altre, ma queste bastano. Le lingue sono diverse, ma un unico sistema di scrittura imperversa: il cuneiforme è un passepartout translinguistico, transnazionale e transgeografico. E’ il vero imperatore del Medioriente.>> E’ particolarmente affascinante quello che fu l’associazione tra il cuneiforme e l’accadico: <<il binomio del cuneiforme con la lingua accadica rimane saldo e stabile per secoli. Veicola la comunicazione ai livelli più alti. Tutti gli imperi dell’età del Bronzo (ittita, assiro-babilonese, egizio e altri) intrattenevano relazioni internazionali, scambi economici, rapporti diplomatici, chiacchiere reali solo con l’aiuto dell’accadico cuneiforme. […] Per secoli. Per tutto il secondo millennio avanti Cristo il matrimonio funziona. […] Uno strumento in mano alle élite mondiali>>. Prima dell’inglese, del francese, del latino, del greco ci furono altre lingue e altre scritture “imprescindibili”. Che oggi sono morte, ma sono state il cuore pulsante dell’umanità per millenni. <<Il cuneiforme dura quasi quattromila anni, l’egizio tremila e passa. Le date maya sono dubbie, si aggirano sui duemila anni […]. Migliaia di anni di uso, di trasmissione, di diffusione. Per le scritture isolane la vita è stata più breve, ma sempre gloriosamente centenaria>>: dati di fatto che quasi mai teniamo presenti, e sono invece fondamentali per inquadrare la storia dell’umanità nelle sue giuste proporzioni; i quattromila anni della cuneiforme, a ritroso dalla contemporaneità ci porterebbero al 2.000 avanti cristo, cioè tredici secoli prima della fondazione di Roma. Così possiamo meglio comprendere quanto e quanto a lungo quella scrittura abbia pesato nello sviluppo della civiltà umana.
Il libro menziona anche metodi di scrittura alternativi, che in un certo senso indicano possibili percorsi alternativi della storia. <<Gli Inca ci hanno lasciato un sistema in tre dimensioni, una “scrittura” in 3D. […] Gli Inca ci parlano attraverso gli oggetti, ci regalano un sistema corporeo, un’estensione delle nostre dita: lunghe corde colorate di lana di alpaca o lama, e file e file di queste corde, legate l’una all’altra come pendenti di una collana, tutte piene di nodi. Pensate a migliaia di corde, e a decine di migliaia di nodi, un arcobaleno pieno di messaggi. Questi sono i khipu. […] Per quasi duecento anni, durante il quindicesimo e sedicesimo secolo, notazioni matematiche, computi, calendari, tasse, censi erano annodati con precisione e raziocinio su queste corde technicolor. E forse anche narrativa>>. In realtà, c’è un dibattito se possa considerarsi o meno una scrittura: <<la semasiografia è un sistema di simboli convenzionali, iconici e astratti, che portano informazione, ma in nessuna lingua specifica. Il legame tra segno e suono è variabile, lasso, senza regole precise. Il sistema non è fonetico (in termine più tecnico, glottografico). Pensate alle formule matematiche, o alle note musicali, o alle istruzioni della lavatrice: questi sono tutti sistemi semasiografici. Li riconosciamo grazie alle convenzioni che regolano la lettura del loro significato, ma possiamo leggerli in qualunque lingua. Sono sistemi meta-linguistici, insomma, non sistemi fonetici. C’è chi sostiene che la semasiografia non sia da considerare scrittura in senso stretto>>. Ma, al di là delle definizioni, quanto saremmo diversi se nelle principali civiltà si fosse affermato un sistema come quello Inca, anziché le scritture cui siamo abituati?
Il libro si occupa molto anche della decifrazione. Mi piace riportare la schematizzazione di un processo di decifrazione, perché, nella sua razionalità, può essere utile per molti processi di comprensione. E’ un processo in sei fasi: 1) inventario dei segni; 2) frequenza posizionale dei segni; 3) schemi di grammatica; 4) concatenazioni tipologiche (network analysis) (dal contesto archeologico e da similitudini tra testi con elementi in comune ma rinvenuti su reperti di tipologia diversa o provenienti da contesti differenti possiamo identificare delle connessioni logiche e <<possiamo inserire i testi nel macro-contesto del loro uso, per capire a cosa mai potessero servire>>, per cercare di identificare i temi trattati, nomi di persona, toponimi, quantità specificate tramite numerali); 5) correlazioni con altre scritture affini; 6) identificazione e applicazione dei valori fonetici.
Lo stile dell’autrice si legge nel complesso piacevolmente, ma è a volte un po’ svolazzante, a volte un po’ “emozionale”: trovo che uno stile più asciutto e diretto avrebbe potuto giovare maggiormente a una divulgazione efficace. Allo stesso modo, la struttura del libro, trattando separatamente e in sequenza tanti casi di scritture e relativi tentativi, di maggiore o minore successo, di decifrazione, non sottolinea forse quanto potrebbe la forza e l’importanza di alcuni concetti di grande rilievo che pure esso contiene. Nel Post Scriptum finale, l’autrice affronta il punto, dichiarando <<Questo libro, come alcune scritture antiche, è un esperimento. E’ stato scritto come fosse voce parlata, come se la scrittura non fosse mai esistita>>. La mia personale impressione, se posso permettermi una celia, è che il libro sarebbe ancor più riuscito se avesse tenuto conto dell’invenzione della scrittura che ne è l’oggetto.
A prescindere da questi appunti critici, che hanno molto a che fare con alcuni miei gusti soggettivi, questa è un’opera che tratta un tema di grande rilievo, che apre alla riflessione su tanti aspetti dell’esperienza umana che diamo per scontati e invece scontati non sono, ed è scritta con entusiasmo, passione e competenza. E’ pertanto un’opera che raccomando!
Anzitutto il titolo di questo libro, “La Grande Invenzione”, mette a fuoco un’evidenza talmente ovvia da passare spesso inosservata, ma dalla quale – quando ci si sofferma a pensarci – non si può non rimanere impressionati: la scrittura è una, anzi “la”, grande invenzione. Nelle parole dell’autrice: <<La più grande invenzione del mondo. Senza, saremmo solo voce, sospesi in un presente continuo. La nostra essenza più solida e profonda è saldata nella memoria, nel desiderio di ancorarci a qualcosa di stabile e di rimanere, ben sapendo che il nostro tempo è limitato. Questo libro racconta l’urgenza di permanere, la tensione verso gli altri, il dialogo con noi stessi>>.
Tramandare descrizioni, idee, pensieri, conoscenze tramite segni grafici convenzionali non è un qualcosa di così ovvio come ci appare. Non è così ovvio, e infatti quando perdiamo la chiave della convenzione non riusciamo più a decifrare. <<Oggi nel mondo esistono circa una dozzina di scritture antiche che ancora non riusciamo a leggere e capire. Sono indecifrate>>.
Questo libro di Silvia Ferrara racconta la scrittura, e lo fa parlandoci della sua creazione e decifrazione. Ci insegna che la teoria monogenetica della scrittura non è più così dominante (<<fino a quarant’anni fa si era certi di una sola invenzione in tutta la storia umana>>, ma <<non solo è “possibile” che la scrittura sia stata inventata più volte nella storia degli esseri umani, ma anche molto “probabile”>>). <<Più culture nel mondo, ormai è chiaro, ci sono arrivate da sole in focolai separati di invenzione>>, anche se <<non c’è nulla di inevitabile, deterministico o teleologico nell’invenzione della scrittura>>.
Va anzitutto osservato che se il linguaggio è praticato da più di centomila anni, la scrittura lo è da circa cinquemila. Non ne deriva dunque automaticamente. La lingua infatti <<è efficientissima quando è sincronica, sul momento, con gli interlocutori presenti>>; <<il linguaggio è veloce>>; <<comunicare sincronicamente […] ha un grande vantaggio: il ping-pong di parole può essere corretto se i partecipanti non si capiscono e il messaggio non passa. Basta interrompere, chiedere di nuovo, correggere>>. D’altra parte, <<la scrittura non ha questa flessibilità, perché è asincronica […] Tutto quello che non è chiaro non è riparabile. […] Ci vuole un mezzo potente, che sia, soprattutto, stabile.>> <<Il problema, forse, è proprio la fissità dei codici. Il fatto che siano un’armatura pesante, che contiene una cosa molto diversa, il linguaggio, che è agile, dinamico, interattivo, veloce>>.
Alla scrittura, d’altronde, si arriva per gradi, e i primi passi offrono uno strumento ancora più limitato: <<l’invenzione va per gradi, è un sistema di lento accumulo di consapevolezza linguistica, è una graduale selezione delle forme dei segni, è un effetto leva>>. Anzitutto, generalmente <<la scrittura nasce per dare un nome alle cose che vediamo, e fissarle. Non verbi o azioni, ma liste di cose>>; <<le liste di cose con cui nasce la scrittura sono raffigurate come icone riconoscibili. Una ciotola, una spiga di grano, un cavallo, una montagna, un pesce>>. E le liste di cose sono particolarmente necessarie, perché spesso <<nascita della burocrazia significa […] nascita della scrittura. […] Si suppone […] che stato e scrittura vadano a braccetto quando la popolazione raggiunge più di diecimila unità. L’uno appare quando l’altra si appalesa, non si sa bene chi per primo, ma la catalizzazione è reciproca. Sarebbero entrambi fenomeni innescati sotto l’impulso di forze selettive ambientali (crescita demografica, produzione agricola, stoccaggio ecc.). […] Questi periodi di variazione evolutiva (nascita dello stato primario e nascita della scrittura, nel nostro caso) sarebbero intervallati da lunghi periodi di stabilità, in cui tutto rimane quasi uguale, in un equilibrio omeostatico rassicurante>>. Ora, quest’ultima è una semplificazione: le cose non sono mai così biunivoche; naturalmente, si tratta di <<corrispondenze imperfette>>: <<esistono imperi, civiltà, culture che sopravvivono senza scrittura, e scritture che nascono come perle nelle ostriche, senza preavviso, senza espansione territoriale>>.
Non sorprendentemente, in molti casi è dall’arte che arriva la scrittura: <<l’arte fa da trampolino di lancio alla scrittura, la catalizza, le dà fuoco vitale. E le regala anche la sua struttura grafica. […] Dal disegno al segno.>>. Dalle icone si passa per gradi al simbolo: <<siamo una specie dominata dai simboli, e non sempre sappiamo decifrarli>>. I logogrammi sono segni, simboli che indicano cose. E ormai il meccanismo è in moto, possono passare a indicare astrazioni meno materiali delle cose, come le azioni: siamo ora nell’ideogramma. E la decifrazione, il percorso a ritroso per passare dal simbolo all’idea quando ormai si è persa memoria della lingua, è molto difficile.
Torniamo un attimo alla lingua: la lingua è articolata in suoni. Rappresentare la lingua tramite i suoi suoni ha dei vantaggi, noi che usiamo una scrittura alfabetica – che però, va ricordato, anche oggi non è l’unica forma di scrittura in uso, chiedere per esempio ai Cinesi - lo sappiamo bene. Come si arriva da logogrammi ed ideogrammi all’alfabeto? E’ molto utile in questo senso pensare a come funziona un rebus, in cui i segni sono usati spesso per il loro suono. Alcuni geroglifici usati proprio in questo modo nel Sinai intorno al 1.900 a.C., ci dice l’autrice, sembrano per esempio essere all’origine dell’alfabeto. La “a”, per esempio, sembra derivare da un segno geroglifico a forma di testa di bove, e questo perché bove in cananeo si diceva “’alp”. Questi segni si semplificano nel tempo, l’iconicità si attenua: come abbiamo scritto poco sopra, “dal disegno al segno”, ed è ormai difficile riconoscere nella “a” una testa di bove. La semplificazione è una forza evolutiva enorme, cui si può resistere per scelta e per motivi culturali, ma che agisce sempre: “the better, the shorter, the easier forms are constantly gaining the upper hand”, come dice Darwin. <<Una volta stabilito un codice o un sistema, una volta che tutto è consuetudine, la pressione sull’iconicità sul dettaglio, sull’orpello, si allenta. E’ solo quando il sistema è “nuovo” che, invece, i dettagli sono necessari: il codice è aperto e il messaggio deve essere riconosciuto>>.
Siamo arrivati all’alfabeto, ma c’è un fondamentale passaggio intermedio: le prime scritture, e non solo, sono sillabiche. Emettiamo infatti i suoni in forma sillabica (“ma ma”, “pa pa”), non lettera per lettera. <<Che l’alfabeto […] sia stato un grande risultato della nostra cultura è solo un caso, un epifenomeno culturale, un’improbabilità ad alto impatto. […] Ma l’alfabeto non è altro che un artificio. […] Noi pensiamo in sillabe, comunichiamo in sillabe, cantiamo in sillabe, inventiamo la scrittura in sillabe>>.
Infine, un’ultima caratteristica illuminante della genesi della scrittura, la sintassi limitata: <<almeno nei casi […] che possiamo ricostruire […] vediamo solo poche cose, non fiumi di epica, di trattati scientifici buttati giù subito, dal giorno alla notte. Vediamo timidi approcci alla notazione linguistica, centellinati passaggi, finestrelle sul mondo del parlato, liste di parole, inventari, targhette. Pochi verbi, minima sintassi. Incompletezza, funzionalità limitata>>. Personalmente, trovo questa dinamica lenta, questo rilascio al rallentatore del pieno potenziale di una invenzione che richiede generazioni molto affascinante, e mi domando quanto ancora debba accadere per esempio della “rivoluzione digitale” della quale siamo testimoni appena dei primi istanti, quanto ancora essa potrà trasformare il mondo e la vita di ciascuno, in modi che per noi, che pure ne viviamo le prime fasi, sono completamente inimmaginabili. L’invenzione della scrittura, la sua evoluzione (dove avviene) in scrittura alfabetica sono invenzioni grandissime, che rivoluzionano il mondo, ma non dispiegano la pienezza dei loro effetti dalla sera alla mattina: <<l’invenzione non fa da spartiacque tra un prima e un dopo chiari da subito. L’invenzione non viene insieme alla consapevolezza che lì, da quel momento clamoroso, il destino dell’uomo cambierà faccia per sempre. E’ dunque difficile pensare che i nostri omini mesopotamici o egizi o cinesi avessero piena coscienza della caratura della loro trovata>>. D’altronde, si tratta di un’invenzione che – abbiamo visto – ha bisogno di un lungo affinamento, e in tanti casi è un’invenzione che parte ma poi fallisce. <<Ripetizione, ridondanza, proliferazione. Più una tradizione è ripetuta, in grande quantità e ad ampia diffusione, più rimarrà nel tempo. E devono essere flussi reiterati, robusti, che si propagano a effetto onda continuo. […] Che cosa segna allora il trionfo di un tipo di scrittura su un altro, il bivio tra la proliferazione e l’oblio? […] Possiamo dire che l’alfabeto ha trionfato perché le circostanze della storia, e le sue curve veloci e agili, lo hanno avvantaggiato. Ma non perché fosse più utile del sillabario cipriota classico (per dirne uno). […] Anche le scritture sono soggette ai capricci, alle idiosincrasie, alle preferenze, ai cambiamenti, alle innovazioni, alle rivoluzioni della cultura. Molto spesso, più spesso di quanto non si pensi, la scrittura ha accusato i colpi di tutto questo (chiamiamolo “fato”) ed è finita male>>.
Qualche eccezione apparente al lento processo evolutivo appena descritto esiste, in particolare il Cinese è una scrittura che troviamo già formata, molto simile a quella odierna fin dalle prime testimonianze, risalenti a 3.200 anni fa; è tuttavia probabile che questo abbia a che fare con la deperibilità dei materiali che registrarono le evoluzioni iniziali di quella scrittura, materiali che a noi non sono arrivati. Il Cinese è comunque un caso particolare: tra l’altro, è l’unico sistema al mondo ad essere ancora usato per notare la lingua per la quale è stato inventato. Questo è notevole: l’alfabeto ha notato lingue tra loro diversissime, lo sappiamo. Il cuneiforme inizialmente notava il sumerico. Ma la potenza di Akkad, dove si parlava una lingua semitica, estremamente differente da quella sumerica, portò alla sua adozione per notare l’accadico. <<L’adattamento del cuneiforme all’accadico miracolosamente funziona, e non solo prende il volo, ma in pochi secoli diventa pervasivo in tutto il Medioriente. Arriva a notare più di dieci lingue: eblaita, elamita, persiano antico, hurrita, ittita, palaico, luvio, ugaritico, urarteo. Ce ne sono altre, ma queste bastano. Le lingue sono diverse, ma un unico sistema di scrittura imperversa: il cuneiforme è un passepartout translinguistico, transnazionale e transgeografico. E’ il vero imperatore del Medioriente.>> E’ particolarmente affascinante quello che fu l’associazione tra il cuneiforme e l’accadico: <<il binomio del cuneiforme con la lingua accadica rimane saldo e stabile per secoli. Veicola la comunicazione ai livelli più alti. Tutti gli imperi dell’età del Bronzo (ittita, assiro-babilonese, egizio e altri) intrattenevano relazioni internazionali, scambi economici, rapporti diplomatici, chiacchiere reali solo con l’aiuto dell’accadico cuneiforme. […] Per secoli. Per tutto il secondo millennio avanti Cristo il matrimonio funziona. […] Uno strumento in mano alle élite mondiali>>. Prima dell’inglese, del francese, del latino, del greco ci furono altre lingue e altre scritture “imprescindibili”. Che oggi sono morte, ma sono state il cuore pulsante dell’umanità per millenni. <<Il cuneiforme dura quasi quattromila anni, l’egizio tremila e passa. Le date maya sono dubbie, si aggirano sui duemila anni […]. Migliaia di anni di uso, di trasmissione, di diffusione. Per le scritture isolane la vita è stata più breve, ma sempre gloriosamente centenaria>>: dati di fatto che quasi mai teniamo presenti, e sono invece fondamentali per inquadrare la storia dell’umanità nelle sue giuste proporzioni; i quattromila anni della cuneiforme, a ritroso dalla contemporaneità ci porterebbero al 2.000 avanti cristo, cioè tredici secoli prima della fondazione di Roma. Così possiamo meglio comprendere quanto e quanto a lungo quella scrittura abbia pesato nello sviluppo della civiltà umana.
Il libro menziona anche metodi di scrittura alternativi, che in un certo senso indicano possibili percorsi alternativi della storia. <<Gli Inca ci hanno lasciato un sistema in tre dimensioni, una “scrittura” in 3D. […] Gli Inca ci parlano attraverso gli oggetti, ci regalano un sistema corporeo, un’estensione delle nostre dita: lunghe corde colorate di lana di alpaca o lama, e file e file di queste corde, legate l’una all’altra come pendenti di una collana, tutte piene di nodi. Pensate a migliaia di corde, e a decine di migliaia di nodi, un arcobaleno pieno di messaggi. Questi sono i khipu. […] Per quasi duecento anni, durante il quindicesimo e sedicesimo secolo, notazioni matematiche, computi, calendari, tasse, censi erano annodati con precisione e raziocinio su queste corde technicolor. E forse anche narrativa>>. In realtà, c’è un dibattito se possa considerarsi o meno una scrittura: <<la semasiografia è un sistema di simboli convenzionali, iconici e astratti, che portano informazione, ma in nessuna lingua specifica. Il legame tra segno e suono è variabile, lasso, senza regole precise. Il sistema non è fonetico (in termine più tecnico, glottografico). Pensate alle formule matematiche, o alle note musicali, o alle istruzioni della lavatrice: questi sono tutti sistemi semasiografici. Li riconosciamo grazie alle convenzioni che regolano la lettura del loro significato, ma possiamo leggerli in qualunque lingua. Sono sistemi meta-linguistici, insomma, non sistemi fonetici. C’è chi sostiene che la semasiografia non sia da considerare scrittura in senso stretto>>. Ma, al di là delle definizioni, quanto saremmo diversi se nelle principali civiltà si fosse affermato un sistema come quello Inca, anziché le scritture cui siamo abituati?
Il libro si occupa molto anche della decifrazione. Mi piace riportare la schematizzazione di un processo di decifrazione, perché, nella sua razionalità, può essere utile per molti processi di comprensione. E’ un processo in sei fasi: 1) inventario dei segni; 2) frequenza posizionale dei segni; 3) schemi di grammatica; 4) concatenazioni tipologiche (network analysis) (dal contesto archeologico e da similitudini tra testi con elementi in comune ma rinvenuti su reperti di tipologia diversa o provenienti da contesti differenti possiamo identificare delle connessioni logiche e <<possiamo inserire i testi nel macro-contesto del loro uso, per capire a cosa mai potessero servire>>, per cercare di identificare i temi trattati, nomi di persona, toponimi, quantità specificate tramite numerali); 5) correlazioni con altre scritture affini; 6) identificazione e applicazione dei valori fonetici.
Lo stile dell’autrice si legge nel complesso piacevolmente, ma è a volte un po’ svolazzante, a volte un po’ “emozionale”: trovo che uno stile più asciutto e diretto avrebbe potuto giovare maggiormente a una divulgazione efficace. Allo stesso modo, la struttura del libro, trattando separatamente e in sequenza tanti casi di scritture e relativi tentativi, di maggiore o minore successo, di decifrazione, non sottolinea forse quanto potrebbe la forza e l’importanza di alcuni concetti di grande rilievo che pure esso contiene. Nel Post Scriptum finale, l’autrice affronta il punto, dichiarando <<Questo libro, come alcune scritture antiche, è un esperimento. E’ stato scritto come fosse voce parlata, come se la scrittura non fosse mai esistita>>. La mia personale impressione, se posso permettermi una celia, è che il libro sarebbe ancor più riuscito se avesse tenuto conto dell’invenzione della scrittura che ne è l’oggetto.
A prescindere da questi appunti critici, che hanno molto a che fare con alcuni miei gusti soggettivi, questa è un’opera che tratta un tema di grande rilievo, che apre alla riflessione su tanti aspetti dell’esperienza umana che diamo per scontati e invece scontati non sono, ed è scritta con entusiasmo, passione e competenza. E’ pertanto un’opera che raccomando!