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Language
Italiano
Publishing house
RCS Libri
Series
I Grandi Romanzi BUR
Edition number
7
Publication year
2012
Number of pages
629
Position in the list
53
The Review
"Una pessimistica visione degli uomini"


"I Viceré" è certamente opera di rilievo nella storia letteraria italiana, meno conosciuta e meno letta di quanto meriti. Assai ben scritta, ben raccontata, avvincente, anima personaggi forti e memorabili, con più di un protagonista e altri attori subito in secondo o terzo piano, dimostrandosi esempio particolarmente riuscito di romanzo corale. E' un'altra opera di pregio proveniente dalla Sicilia e in Sicilia ambientata, negli anni del passaggio dal regno borbonico a quello italiano, costituendo in un certo modo un dittico con il - notevolmente posteriore e viene da pensare debitore - "Gattopardo" di Tomasi di Lampedusa. Come "Il Gattopardo", offre una rappresentazione non convenzionale e non retorica della storia patria, tanto più notevole in quanto scritta in un'epoca - la fine dell'Ottocento - ancora, invece, sommamente retorica. La Storia succede, si sviluppa, e i personaggi ci si muovono dentro, come qualcuno che rimane a galla in un fiume che scorre. E quella rete di azioni e soggetti in cui si muovono - visti da vicino - sono diversi da quello che sembra da lontano. Scompaiono la grandiosità, l'epica, rimangono le piccinerie, le mistificazioni, i piccoli calcoli, le private ambizioni, in qualche caso le frustrate illusioni. Nulla è nobile, tutto si rivela meschino, o tremendamente ingenuo, in una terra dove - alla fine - nulla cambia, non davvero almeno, anche qui, come poi in Tomasi.

Ma l'oggetto principale del romanzo non è la Storia, non è neppure la Sicilia. Sono gli uomini, quali espressioni dell'umanità generale. Dai più entusiasti lettori de "I Vicerè" mi è capitato di sentire proposti paragoni tra l'opera di De Roberto e quella massimamente famosa del Manzoni. Ecco, su questo dissento. L'opera del De Roberto, molto pregevole, non ha in sé quella varietà di casi e fenomeni umani, belli e brutti, che - nella maestria del Manzoni - tutti insieme, e raccontati con varietà di toni, compongono il capolavoro. De Roberto presenta una grande varietà di figure umane, tutte verosimili, tutte caratterizzate con grande abilità, ma, in fondo, il suo è lavoro più monocromo rispetto a quello del Manzoni. De Roberto, infatti, propone un'umanità avida, spesso ipocrita, spesso attaccabrighe, frequentemente piccina, talvolta ambiziosa, talaltra patologicamente illusa, quando non vicina alla follia o quantomeno lontana dalla "normalità"; non mancano figure di una fragilità anch'essa eccessiva, non sana. E' un po' come se ne "I Promessi Sposi" fossero presenti solo l'Innominato, don Abbondio, il Conte Zio e pochi altri.

Ma anche solo con l'Innoniminato, don Abbondio e il Conte Zio "I Promessi Sposi" sarebbero opera pregevole, e così è per "I Vicerè", che in bello stile, in bella - e ricca e in parte inconsueta - lingua racconta una storia in sé privata di questioni familiari, e di ambizioni private e pubbliche che emergono e lottano con differenti fortune per farsi largo. Offre una rappresentazione potente, per quanto limitata, dell'umanità, visione certo non positiva e in fondo disperante. E' un romanzo nel quale non si salvano niente e nessuno; sapendo questo, va letto.

Il lettore interessato di Storia vi troverà per di più un interessante racconto di Catania, della Sicilia, per certi aspetti dell'Italia intera tra Borboni e Savoia, con certi memorabili spaccati di vita dell'epoca, atmosfere e intuizioni quasi sociologiche, una visione ravvicinata della grana grossa della politica di quanti "fecero l'Italia", quanto meno nel Sud garibaldino e post-garibaldino. Si ricorderanno i monaci amorali e parassiti del vecchio regime; si ricorderà cos'era una società scossa da frequenti epidemie, come quelle del colera assassino, che proiettavano una frequente incertezza sulla stessa vita, una perenne possibilità di esodo nella campagna per fuggire a un temuto destino di morte. Si ricorderà molto, di questo libro.
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