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Book
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Language
Italiano
Publishing house
Panozzo Editore
Series
Microstorie
Edition number
1
Publication year
2013
Number of pages
159
Position in the list
29
The Review
"Genius Loci"
Rimini è antica città romana. Nonostante le devastazioni della Seconda Guerra Mondiale, che hanno determinato un rinnovamento architettonico diffuso, non sempre di qualità, anche nel centro storico, e nonostante l'incremento demografico post-bellico, che ha portato in città molti nuovi residenti da altre aree del Paese, negli ultimi anni la cittadinanza ha sviluppato e accresciuto il proprio attaccamento alla città, ai suoi luoghi, alla sua storia. Questo interesse e questo attaccamento sono stati accompagnati, rispecchiati e forse anche alimentati da una benemerita istituzione cittadina, il "Museo della Città", avviato nel 1981, erede di precedenti istituzioni riminesi, anche ottocentesche. Il Museo ancora non ha concluso di dispiegarsi in tutte le sue sezioni, ma da tempo ha assunto un ruolo centrale nella vita culturale e nella consapevolezza storica cittadina.
Il progetto dal quale nasce il libro "Le Pietre Raccontano" è molto pertinente alla cultura e alla consapevolezza storica riminesi. Le prime pagine del libro raccontano brevemente l'iniziativa, vincitrice per il suo anno del concorso "Io amo i Beni Culturali" bandito dall'Istituto Beni Culturali dell'Emilia-Romagna. In breve: nel Museo è presente un lapidario, luogo per altro di grande pace e serenità, ove sono disposte in un percorso tra il verde 68 testimonianze epigrafiche, eseguite tra il I sec. a.C. e il IV sec. d.C. Queste lapidi, essendo esposte alle intemperie, a intervalli di anni hanno necessità di essere ripulite, sia dalla patina del tempo sia dalle piccole forme viventi che vi si installano. Il compito è stato eseguito nell'estate del 2012 dai ragazzi del Liceo Classico di Rimini, con l'opportuno supporto di esperti e restauratori. Nel corso dell'anno, poi, le classi di vari istituti scolastici hanno studiato le "pietre" e le iscrizioni: il risultato è stata una breve scheda che parla di ogni singola lapide.
Un pregio di questo lavoro è la sua leggibilità: le schede sono brevi, ma pregne di informazioni ed efficaci. La gran parte sono accompagnate da fotografia della lapide in oggetto (non tutte: questa mi pare l'unica scelta editoriale criticabile). Non è affatto necessario intendersi di epigrafia per leggere "Le Pietre Raccontano", ma "Le Pietre Raccontano" è un'ottima introduzione all'epigrafia, perché rende evidente quante informazioni sono contenute nelle epigrafi, quanta vicende raccontano, quanta tecnica e artigianalità, se non arte, sono state necessarie per produrle, quale ruolo di rilievo rivestivano questi manufatti nella società del tempo in cui furono creati. Tutto ciò è un bene, perché senza questa consapevolezza le epigrafi rimarrebbero mute per noi contemporanei. Invece, offrono motivi di riflessione e spunti di suggestione che vanno oltre la specifica pubblicazione. Personalmente, trovo commoventi alcune iscrizioni funerarie che commemorano dei cari defunti (cfr. 60: "Septimiae Veneriae, natione Noricae, coniugi dulcissimae quae vixit annis XXXX Titus Flavius Marcellus veteneranus Augustorum"). Trovo un suggestivo segno del tempo che dall'oblio riemergano i nomi di alcuni che ebbero la responsabilità di reggere quella stessa città nella quale io poi, molto tempo dopo, ho vissuto e vivo parte importante della mia vita e alla cura dei quali devo quindi alcune premesse di ciò che io vedo e nel quale mi muovo (cfr. ad es. 12: Caius Obulcius e Manius Octavius, probabilmente i duoviri responsabili della costruzione delle mura repubblicane). Trovo divertente leggere degli occasionali errori del lapicida, corretti alla bene e meglio, e mi sorprendo a pensare di poter facilmente simulare lo sconforto e le imprecazioni che deve avere espresso lo sventurato nel momento in cui si rese conto di avere sbagliato (sperando probabilmente che non proprio quello strafalcione, tra tutta la sua opera, sopravvivesse ai millenni). Trovo spunti di comparazione con il mondo presente nelle disparate origini etniche dei romani abitanti Rimini, come testimoniate dai nomi di dedicanti e dedicatari. Trovo affascinante scoprire come alcune pietre sono arrivate a noi, talvolta tramite riutilizzi in chiese o murature varie. Insomma, in questa pubblicazione ben si assapora quella storia minuta degli uomini e delle piccole vicende individuali che rischiano altrimenti di essere cancellate dal tempo. In tutto questo, c’è forse quella ricerca di consolazione in un "non omnis moriar" che - per alcune lapidi - si è effettivamente fin qui avverato, grazie al concorso del caso, e che almeno a quelle lapidi, in particolare a quelle funebri, continua a garantire la funzione originaria: tramandare il ricordo di chi fu perché almeno in parte sia ancora.
Magari con considerazioni di contorno meno meste, spero che intuizioni non troppo diverse abbiano attraversato i giovani riminesi che hanno lavorato al progetto e che ora non solo sanno molto di più della loro città e degli antichi abitanti che qui, in questa stessa minuscola porzione del pianeta, li hanno preceduti e tra i quali forse hanno inconsapevolmente reincontrato qualche antenato, non solo dicevo ne sanno di più, ma hanno creato una piccola opera editoriale che aiuta molti altri, come anche me, a saperne di più, a recuperare memoria dei miei luoghi e dei miei predecessori e forse antenati. Aggiungo: con la propria azione e con il proprio tempo, hanno contribuito a preservare e tramandare queste preziose testimonianze. Sono ora, quindi, validi e "benemerenti" cittadini riminesi.
Sono più consapevoli del Genius Loci, anzi suoi coautori, come coloro che commissionarono le "pietre", coloro che le eseguirono e posizionarono, coloro che passarono e guardandole ne lessero le iscrizioni, coloro che le ritrovarono e disseppellirono, coloro dei quali le pietre "raccontano".
Rimini è antica città romana. Nonostante le devastazioni della Seconda Guerra Mondiale, che hanno determinato un rinnovamento architettonico diffuso, non sempre di qualità, anche nel centro storico, e nonostante l'incremento demografico post-bellico, che ha portato in città molti nuovi residenti da altre aree del Paese, negli ultimi anni la cittadinanza ha sviluppato e accresciuto il proprio attaccamento alla città, ai suoi luoghi, alla sua storia. Questo interesse e questo attaccamento sono stati accompagnati, rispecchiati e forse anche alimentati da una benemerita istituzione cittadina, il "Museo della Città", avviato nel 1981, erede di precedenti istituzioni riminesi, anche ottocentesche. Il Museo ancora non ha concluso di dispiegarsi in tutte le sue sezioni, ma da tempo ha assunto un ruolo centrale nella vita culturale e nella consapevolezza storica cittadina.
Il progetto dal quale nasce il libro "Le Pietre Raccontano" è molto pertinente alla cultura e alla consapevolezza storica riminesi. Le prime pagine del libro raccontano brevemente l'iniziativa, vincitrice per il suo anno del concorso "Io amo i Beni Culturali" bandito dall'Istituto Beni Culturali dell'Emilia-Romagna. In breve: nel Museo è presente un lapidario, luogo per altro di grande pace e serenità, ove sono disposte in un percorso tra il verde 68 testimonianze epigrafiche, eseguite tra il I sec. a.C. e il IV sec. d.C. Queste lapidi, essendo esposte alle intemperie, a intervalli di anni hanno necessità di essere ripulite, sia dalla patina del tempo sia dalle piccole forme viventi che vi si installano. Il compito è stato eseguito nell'estate del 2012 dai ragazzi del Liceo Classico di Rimini, con l'opportuno supporto di esperti e restauratori. Nel corso dell'anno, poi, le classi di vari istituti scolastici hanno studiato le "pietre" e le iscrizioni: il risultato è stata una breve scheda che parla di ogni singola lapide.
Un pregio di questo lavoro è la sua leggibilità: le schede sono brevi, ma pregne di informazioni ed efficaci. La gran parte sono accompagnate da fotografia della lapide in oggetto (non tutte: questa mi pare l'unica scelta editoriale criticabile). Non è affatto necessario intendersi di epigrafia per leggere "Le Pietre Raccontano", ma "Le Pietre Raccontano" è un'ottima introduzione all'epigrafia, perché rende evidente quante informazioni sono contenute nelle epigrafi, quanta vicende raccontano, quanta tecnica e artigianalità, se non arte, sono state necessarie per produrle, quale ruolo di rilievo rivestivano questi manufatti nella società del tempo in cui furono creati. Tutto ciò è un bene, perché senza questa consapevolezza le epigrafi rimarrebbero mute per noi contemporanei. Invece, offrono motivi di riflessione e spunti di suggestione che vanno oltre la specifica pubblicazione. Personalmente, trovo commoventi alcune iscrizioni funerarie che commemorano dei cari defunti (cfr. 60: "Septimiae Veneriae, natione Noricae, coniugi dulcissimae quae vixit annis XXXX Titus Flavius Marcellus veteneranus Augustorum"). Trovo un suggestivo segno del tempo che dall'oblio riemergano i nomi di alcuni che ebbero la responsabilità di reggere quella stessa città nella quale io poi, molto tempo dopo, ho vissuto e vivo parte importante della mia vita e alla cura dei quali devo quindi alcune premesse di ciò che io vedo e nel quale mi muovo (cfr. ad es. 12: Caius Obulcius e Manius Octavius, probabilmente i duoviri responsabili della costruzione delle mura repubblicane). Trovo divertente leggere degli occasionali errori del lapicida, corretti alla bene e meglio, e mi sorprendo a pensare di poter facilmente simulare lo sconforto e le imprecazioni che deve avere espresso lo sventurato nel momento in cui si rese conto di avere sbagliato (sperando probabilmente che non proprio quello strafalcione, tra tutta la sua opera, sopravvivesse ai millenni). Trovo spunti di comparazione con il mondo presente nelle disparate origini etniche dei romani abitanti Rimini, come testimoniate dai nomi di dedicanti e dedicatari. Trovo affascinante scoprire come alcune pietre sono arrivate a noi, talvolta tramite riutilizzi in chiese o murature varie. Insomma, in questa pubblicazione ben si assapora quella storia minuta degli uomini e delle piccole vicende individuali che rischiano altrimenti di essere cancellate dal tempo. In tutto questo, c’è forse quella ricerca di consolazione in un "non omnis moriar" che - per alcune lapidi - si è effettivamente fin qui avverato, grazie al concorso del caso, e che almeno a quelle lapidi, in particolare a quelle funebri, continua a garantire la funzione originaria: tramandare il ricordo di chi fu perché almeno in parte sia ancora.
Magari con considerazioni di contorno meno meste, spero che intuizioni non troppo diverse abbiano attraversato i giovani riminesi che hanno lavorato al progetto e che ora non solo sanno molto di più della loro città e degli antichi abitanti che qui, in questa stessa minuscola porzione del pianeta, li hanno preceduti e tra i quali forse hanno inconsapevolmente reincontrato qualche antenato, non solo dicevo ne sanno di più, ma hanno creato una piccola opera editoriale che aiuta molti altri, come anche me, a saperne di più, a recuperare memoria dei miei luoghi e dei miei predecessori e forse antenati. Aggiungo: con la propria azione e con il proprio tempo, hanno contribuito a preservare e tramandare queste preziose testimonianze. Sono ora, quindi, validi e "benemerenti" cittadini riminesi.
Sono più consapevoli del Genius Loci, anzi suoi coautori, come coloro che commissionarono le "pietre", coloro che le eseguirono e posizionarono, coloro che passarono e guardandole ne lessero le iscrizioni, coloro che le ritrovarono e disseppellirono, coloro dei quali le pietre "raccontano".