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Book
Fiction
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Language
Italiano
Publishing house
Rusconi Libri
Series
i Classici
Publication year
2005
Number of pages
528
Position in the list
6
The Review
2 voted this review
"La riscoperta di un capolavoro della letteratura italiana"
La lettura integrale dei Promessi Sposi è stata una sorpresa.
Ricordavo un'opera certo ben scritta, ma con un "sugo della storia" abbastanza semplicistico, per il quale la Provvidenza infine appianava tutto. Questa interpretazione - invero molto "democristiana" e forse per questo tanto popolare nella scuola italiana - non rende affatto giustizia al romanzo.
I Promessi Sposi meritano effettivamente di essere annoverati nella breve lista dei massimi capolavori.
Questo non solo per la maestria con la quale la lingua è maneggiata. Abilità descrittiva, piacevolezza della lettura, varietà e armonia dei termini, ritmo e composizione costituiscono un esempio sommo di lingua italiana (il principio dell'Introduzione - il falso testo secentesco - è poi un gioiello nel gioiello, un pezzo di bravura, di satira di un'epoca attraverso la mimesi del suo linguaggio).
Lo stile e il bello scrivere, così come la trama avvincente, sono tuttavia il meno del romanzo. Il suo grandissimo valore sta nella finissima psicologia dei personaggi, nello studio profondo della natura umana e delle dinamiche storiche, sociali, delle relazioni interpersonali, del sentimento e della fede religiosi.
Alessandro Manzoni ne esce non come uno scrittore un po' bigotto, quale spesso risulta a scuola, ma come un'intelligenza vivissima e supremamente quanto garbatamente ironica, esperta del mondo e degli uomini, capace di cogliere e rappresentare allo stesso tempo le meraviglie della natura, la tremenda, inaudita tragicità della peste, le grandezze e le miserie dell'animo umano, spesso racchiuse nella stessa persona, la potenza della fede, l'abisso della disperazione e la luce della speranza. Tutti i personaggi - anche i minori - sono complessi e sfaccettati, tra luci e ombre ("questo guazzabuglio del cuore umano"); nessuno è eguale o anche solo simile a un altro.
Il romanzo tratta di vicende umane, nel loro dispiegarsi personale e storico, essendo al contempo permeato di un rimando spesso sottinteso, talvolta esplicito alla dimensione religiosa. Rimando che tuttavia è - si può dire - discreto, che non pretende di spiegare ogni cosa, ma casomai di alludere a una dimensione che ne contenga la spiegazione. Non mi pare certo che si possa affermare che la Provvidenza spiega tutto (spiega forse la peste?). Si può invece affermare che Dio è sempre presente, perfino nelle debolezze di don Abbondio.
La ricostruzione storica è eccezionalmente accurata, ma questa non è un'opera sul Seicento lombardo o sul Risorgimento italiano. E' un'opera straordinaria sull'uomo, che continua a parlare agli uomini del nostro tempo come a quelli del secolo XIX. Per questo va letta.
La lettura integrale dei Promessi Sposi è stata una sorpresa.
Ricordavo un'opera certo ben scritta, ma con un "sugo della storia" abbastanza semplicistico, per il quale la Provvidenza infine appianava tutto. Questa interpretazione - invero molto "democristiana" e forse per questo tanto popolare nella scuola italiana - non rende affatto giustizia al romanzo.
I Promessi Sposi meritano effettivamente di essere annoverati nella breve lista dei massimi capolavori.
Questo non solo per la maestria con la quale la lingua è maneggiata. Abilità descrittiva, piacevolezza della lettura, varietà e armonia dei termini, ritmo e composizione costituiscono un esempio sommo di lingua italiana (il principio dell'Introduzione - il falso testo secentesco - è poi un gioiello nel gioiello, un pezzo di bravura, di satira di un'epoca attraverso la mimesi del suo linguaggio).
Lo stile e il bello scrivere, così come la trama avvincente, sono tuttavia il meno del romanzo. Il suo grandissimo valore sta nella finissima psicologia dei personaggi, nello studio profondo della natura umana e delle dinamiche storiche, sociali, delle relazioni interpersonali, del sentimento e della fede religiosi.
Alessandro Manzoni ne esce non come uno scrittore un po' bigotto, quale spesso risulta a scuola, ma come un'intelligenza vivissima e supremamente quanto garbatamente ironica, esperta del mondo e degli uomini, capace di cogliere e rappresentare allo stesso tempo le meraviglie della natura, la tremenda, inaudita tragicità della peste, le grandezze e le miserie dell'animo umano, spesso racchiuse nella stessa persona, la potenza della fede, l'abisso della disperazione e la luce della speranza. Tutti i personaggi - anche i minori - sono complessi e sfaccettati, tra luci e ombre ("questo guazzabuglio del cuore umano"); nessuno è eguale o anche solo simile a un altro.
Il romanzo tratta di vicende umane, nel loro dispiegarsi personale e storico, essendo al contempo permeato di un rimando spesso sottinteso, talvolta esplicito alla dimensione religiosa. Rimando che tuttavia è - si può dire - discreto, che non pretende di spiegare ogni cosa, ma casomai di alludere a una dimensione che ne contenga la spiegazione. Non mi pare certo che si possa affermare che la Provvidenza spiega tutto (spiega forse la peste?). Si può invece affermare che Dio è sempre presente, perfino nelle debolezze di don Abbondio.
La ricostruzione storica è eccezionalmente accurata, ma questa non è un'opera sul Seicento lombardo o sul Risorgimento italiano. E' un'opera straordinaria sull'uomo, che continua a parlare agli uomini del nostro tempo come a quelli del secolo XIX. Per questo va letta.