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Book
Non-fiction
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Language
Italiano
Publishing house
Solferino
Series
Saggi
Edition number
1
Publication year
2022
Number of pages
470
Position in the list
45
The Review
“L’integrazione fallita di un popolo, la destabilizzazione di un Impero, raccontati dal principale podcaster di Storia italiano”
Mi sembra che sia in corso una rivalutazione del “canone storico”. Cerco di spiegarmi: la storia studiata a scuola, quantomeno ancora dalla mia generazione, si concentrava su alcuni momenti, perfino su alcune figure, ritenuti fondamentali, correndo invece a perdifiato, superficialmente, su intere epoche, sostanzialmente glissandole. Questo perché, credo, quei momenti, quelle figure su cui ci si concentrava erano sentiti più vicini al presente, più direttamente ad esso collegati, più carichi di promesse e di premesse per l’oggi, mentre le altre epoche erano sentite lontane, erano considerate di declino, degradazione, regresso, momentaneo allontanamento, dunque, dal percorso di civilizzazione verso il presente. Più distanti dalla “civiltà” e più vicine alla “barbarie”, e quindi necessariamente meno interessanti per l’oggi, per definizione punta della civiltà nella storia fin qui e premessa a ulteriori, ineluttabili progressi.
In questa impostazione, Roma aveva un ruolo assolutamente centrale, in particolare in Italia, per motivi ovvi, consacrati nella scuola gentiliana ma ben pre-esistenti e assai risalenti nell’evoluzione della cultura nazionale. Roma era ovviamente solo l’Occidente; anzi, Roma era quella dei secoli in cui l’Urbe era la capitale. Non solo: la “vera” Roma era quella imperiale, tra Cesare e Traiano, e quella gloriosa e molto idealizzata della potenza inarrestabile medio e tardo repubblicana.
Oggi, la distribuzione tra le epoche dell’interesse credo degli storici stessi, certamente degli appassionati, sta cambiando. Cambia la percezione del presente, cambia quella del passato. C’è un’attenzione assai maggiore per le epoche che un tempo erano sommariamente dette “di decadenza”. In Occidente, il timore di aver superato il culmine, la grande ed evidente complessità dei tempi che si stanno attraversando, una certa impressione diffusa che le cose andranno probabilmente peggio, non meglio (con la quale peraltro non concordo), si accompagnano a una riconsiderazione del passato. Nel caso di Roma, c’è un nuovo, forte interesse per le epoche di crisi, in particolare per quelle che si susseguirono dalla fine del Principato alla fine del V secolo.
Marco Cappelli, il principale podcaster di storia italiano, ha intercettato e lavorato su tutto questo in entrambi i suoi libri. Il primo, “Per un Pugno di Barbari”, si concentrava sulla profondissima crisi dell’Impero nel III secolo. Una crisi dalla quale è abbastanza incredibile che Roma sia riemersa come un Impero ancora unito e fortissimo. Il secondo, “Il Miglior Nemico di Roma”, tratta invece l’inizio delle convulsioni che avrebbero portato alla trasformazione dell’Occidente e in definitiva, nel volgere di due secoli (non di uno, come si sarebbe detto un tempo), all’effettiva fine del Tardo Antico in quella che era la porzione occidentale dell’Impero Romano.
Negli ultimi tempi, questo “inizio della fine” è stato spesso identificato nella battaglia di Adrianopoli del 378, nella quale i Goti massacrarono l’esercito orientale e ne uccisero l’imperatore, Valente. Cappelli, pur non concordando con questa lettura di Adrianopoli, segue la storia dei Goti (in particolare di quelli che noi avremmo poi chiamato Visigoti) dalle origini allo stabilimento tra Gallia e penisola iberica. Questi Goti compirono il sacco di Roma del 410, e si aggirarono per decenni nell’Impero, spesso in conflitto con i suoi governi. Un fattore certo importante della crisi. Ma Cappelli in quest’opera mostra come questi Goti non fossero gli alieni feroci, i barbari indomabili assetati di distruzione e bottino che a lungo sono stati considerati. Cappelli riesce a mostrare come questo popolo fosse simile a tanti altri con cui Roma era entrata in contatto e che nel corso del tempo aveva assimilato, giovandosi così della continua acquisizione di nuove e fresche forze, energie e volontà. L’opera mostra come, in questo specifico caso, tante cose, davvero tante, siano andate storte, spesso per una casualità, un piccolo dettaglio, una leggera deviazione dal solito corso degli eventi. La destabilizzazione del mondo gotico determinata dagli Unni, i numeri superiori al consueto degli esuli del 376, la distrazione della corte imperiale e dell’imperatore, concentrati sulla Persia, il particolare mix di incompetenza, corruzione e sfortuna dei comandanti romani alla frontiera danubiana, alcuni scontri andati in un verso anziché nell’altro, le moltissime contingenze, incluso l’accendersi stesso della battaglia, che fecero di Adrianopoli quel massacro romano che era assai improbabile che fosse. Ma si mostra anche come – tutto sommato – Adrianopoli fosse del tutto recuperabile, e sia stata in effetti recuperata dall’Impero (non va dimenticato che ad Adrianopoli venne distrutto l’esercito orientale, e ad Oriente Roma sopravvisse per oltre mille anni ad Adrianopoli, un po’ troppo tempo per identificare la battaglia come una causa della sua caduta). E come poi con Teodosio i Goti stessero finalmente trovando il loro posto nell’Impero, anche se nell’ingrato ruolo di carne da macello dell’imperatore. Da qui in poi davvero la casualità e la sfortuna degli eventi, e l’incrociarsi di personalità incompatibili, portarono ad esiti rovinosi.
La sua sintesi: <<Questo libro è anche la storia di un’integrazione fallita: in questo, narra una grande tragedia, come sempre sono i disastri evitabili. Non credo, infatti, che fosse destinata al fallimento in partenza, nonostante si tratti forse della più celebre integrazione fallita della storia>>. Il fallimento di questa integrazione è ben mostrato dalla xenofobia che a un certo punto emerge tra i Romani come mai prima, la cui crescita è ben delineata attingendo alle fonti e che porta a episodi raccapriccianti, come i pogrom antigotici alla caduta di Gainas e poi a quella di Stilicone.
E proprio la violenza intestina feroce e incontenibile della politica romana di cui anche quei pogrom sono una – va detto, inconsueta - espressione viene fuori dal libro come la macchia di Roma che porterà l’Occidente a non superare unito le sfide del V secolo. Leggere della rapida successione di uomini forti e delle loro morti violente, dopo Teodosio, ricorda una pellicola sulla mafia italo-americana di Al Capone, più che rimandare a una grande civiltà capace di portare ordine al mondo. Infatti, scrive Cappelli: <<In ultima analisi, il problema di fondo a fine IV e inizio V secolo fu l’instabilità intrinseca della politica romana, avvinghiata a un sistema autoritario che prevedeva delle figure monarchiche, con immensi poteri, ma la cui successione non era regolata da nessuna Costituzione, da nessuna legge ufficiale>>. Non i Goti, ma il caso e l’ambizione personale distrussero Roma (in parte, e solo a Occidente, va sempre ricordato). Nelle conclusioni viene a questo proposito efficacemente citato lo storico Guy Halsall: <<La cosa più ironica di tutte è che durante il secolo precedente (alla caduta dell’Impero) è quasi impossibile identificare una sola figura storica che abbia in qualche modo voluto attivamente causarne la rovina. Tutte le azioni decisive che portarono alla dissoluzione dell’Impero furono decise da uomini intenti a creare una posizione migliore per loro stessi all’interno delle strutture imperiali. […] L’Impero romano non fu assassinato e non morì di una morte naturale; si è suicidato per sbaglio>>.
Ma certo il fallimento dell’integrazione gotica, l’azione di Alarico sì da attore della politica romana, ma comandando in quanto “rex Gothorum” un popolo ben distinto dai Romani dentro i confini dell’Impero, fecero parte di quella miscela che i governanti dell’Occidente non seppero governare, e posero le premesse per una svolta epocale: <<I Goti furono i catalizzatori del cambiamento che portò alla trasformazione dell’Europa: da un mondo diviso tra “romanità” e “barbaricum” si passò a una cultura unitaria romano-germanica […] Questa cultura “latina occidentale” dominerà a lungo il continente>>.
Cappelli non mitizza il passato e non ne mette su un piedistallo i protagonisti. Alarico è un “populista nazionalista”. Giovanni Crisostomo, santo dottore della Chiesa, è anch’egli – tra le altre cose - un demagogo. In questo, come anche nel suo podcast, Cappelli mostra un approccio intellettualmente fresco e libero da incrostazioni e preconcetti alla storia che la aprono a nuove prospettive e migliori letture.
Il libro si legge molto bene, scorre fluidamente, beneficiando delle acclarate abilità narrative di Cappelli. E’ articolato in paragrafetti brevi e dai titoli spesso brillanti, che mantengono vivo l’interesse per il proseguimento della lettura. Sono numerosissimi i rimandi pop e alla contemporaneità, spesso ironici, che aggiungono freschezza alla scrittura. Scrittura che appare rapida; questo porta quasi sempre a esiti felici, ogni tanto un colpo di cesello in più potrebbe starci. Nella prima edizione c’è qualche occasionale typo o giro di frase da sciogliere, qualche occasionale soluzione di stile rivedibile, ma sono poche inezie che verranno certamente rettificate nella seconda. La fluidità dell’esperienza di lettura conseguita è risultato particolarmente notevole, dato che l’argomento, ampio e complicato come spesso è la realtà storico-militare-politica, rischiava di portare a un’elencazione sterminata di fatti e fattarelli che si perdesse in infiniti dettagli: soprattutto nella parte centrale, il libro è una storia politica e di battaglie, ma il rischio dell’arida elencazione è scongiurato. Notevoli l’approfondimento etnografico iniziale e la ricostruzione dichiaratamente immaginaria ma verosimile della vita di un goto che avesse vissuto il grosso delle vicende narrate nel libro sul finale, quest’ultima una tecnica per raccontare la storia dal punto di vista degli uomini che la attraversano di cui Cappelli aveva già dato ottima prova, ad esempio nel suo podcast.
Cappelli non è uno storico accademico, ma il suo monumentale pluriennale lavoro di podcasting e divulgazione sta portando ottimi frutti. Infatti, il lavoro sulle fonti, antiche e contemporanee, è amplissimo, e queste sono usate nel testo con grande perizia, portando a un libro documentatissimo e a una polifonia di voci che contribuisce a quella lettura fresca e intelligente della storia di cui Cappelli è capace e cui accennavo prima. A riprova della serietà del lavoro svolto, sono numerose le note.
Molto belle le mappe e le illustrazioni di Fabio Porfidia che accompagnano la narrazione, con uno stile grafico che richiama – non casualmente, essendo questa una delle passioni dell’autore – la dimensione fantasy de “Il Signore degli Anelli”.
Mi sembra che sia in corso una rivalutazione del “canone storico”. Cerco di spiegarmi: la storia studiata a scuola, quantomeno ancora dalla mia generazione, si concentrava su alcuni momenti, perfino su alcune figure, ritenuti fondamentali, correndo invece a perdifiato, superficialmente, su intere epoche, sostanzialmente glissandole. Questo perché, credo, quei momenti, quelle figure su cui ci si concentrava erano sentiti più vicini al presente, più direttamente ad esso collegati, più carichi di promesse e di premesse per l’oggi, mentre le altre epoche erano sentite lontane, erano considerate di declino, degradazione, regresso, momentaneo allontanamento, dunque, dal percorso di civilizzazione verso il presente. Più distanti dalla “civiltà” e più vicine alla “barbarie”, e quindi necessariamente meno interessanti per l’oggi, per definizione punta della civiltà nella storia fin qui e premessa a ulteriori, ineluttabili progressi.
In questa impostazione, Roma aveva un ruolo assolutamente centrale, in particolare in Italia, per motivi ovvi, consacrati nella scuola gentiliana ma ben pre-esistenti e assai risalenti nell’evoluzione della cultura nazionale. Roma era ovviamente solo l’Occidente; anzi, Roma era quella dei secoli in cui l’Urbe era la capitale. Non solo: la “vera” Roma era quella imperiale, tra Cesare e Traiano, e quella gloriosa e molto idealizzata della potenza inarrestabile medio e tardo repubblicana.
Oggi, la distribuzione tra le epoche dell’interesse credo degli storici stessi, certamente degli appassionati, sta cambiando. Cambia la percezione del presente, cambia quella del passato. C’è un’attenzione assai maggiore per le epoche che un tempo erano sommariamente dette “di decadenza”. In Occidente, il timore di aver superato il culmine, la grande ed evidente complessità dei tempi che si stanno attraversando, una certa impressione diffusa che le cose andranno probabilmente peggio, non meglio (con la quale peraltro non concordo), si accompagnano a una riconsiderazione del passato. Nel caso di Roma, c’è un nuovo, forte interesse per le epoche di crisi, in particolare per quelle che si susseguirono dalla fine del Principato alla fine del V secolo.
Marco Cappelli, il principale podcaster di storia italiano, ha intercettato e lavorato su tutto questo in entrambi i suoi libri. Il primo, “Per un Pugno di Barbari”, si concentrava sulla profondissima crisi dell’Impero nel III secolo. Una crisi dalla quale è abbastanza incredibile che Roma sia riemersa come un Impero ancora unito e fortissimo. Il secondo, “Il Miglior Nemico di Roma”, tratta invece l’inizio delle convulsioni che avrebbero portato alla trasformazione dell’Occidente e in definitiva, nel volgere di due secoli (non di uno, come si sarebbe detto un tempo), all’effettiva fine del Tardo Antico in quella che era la porzione occidentale dell’Impero Romano.
Negli ultimi tempi, questo “inizio della fine” è stato spesso identificato nella battaglia di Adrianopoli del 378, nella quale i Goti massacrarono l’esercito orientale e ne uccisero l’imperatore, Valente. Cappelli, pur non concordando con questa lettura di Adrianopoli, segue la storia dei Goti (in particolare di quelli che noi avremmo poi chiamato Visigoti) dalle origini allo stabilimento tra Gallia e penisola iberica. Questi Goti compirono il sacco di Roma del 410, e si aggirarono per decenni nell’Impero, spesso in conflitto con i suoi governi. Un fattore certo importante della crisi. Ma Cappelli in quest’opera mostra come questi Goti non fossero gli alieni feroci, i barbari indomabili assetati di distruzione e bottino che a lungo sono stati considerati. Cappelli riesce a mostrare come questo popolo fosse simile a tanti altri con cui Roma era entrata in contatto e che nel corso del tempo aveva assimilato, giovandosi così della continua acquisizione di nuove e fresche forze, energie e volontà. L’opera mostra come, in questo specifico caso, tante cose, davvero tante, siano andate storte, spesso per una casualità, un piccolo dettaglio, una leggera deviazione dal solito corso degli eventi. La destabilizzazione del mondo gotico determinata dagli Unni, i numeri superiori al consueto degli esuli del 376, la distrazione della corte imperiale e dell’imperatore, concentrati sulla Persia, il particolare mix di incompetenza, corruzione e sfortuna dei comandanti romani alla frontiera danubiana, alcuni scontri andati in un verso anziché nell’altro, le moltissime contingenze, incluso l’accendersi stesso della battaglia, che fecero di Adrianopoli quel massacro romano che era assai improbabile che fosse. Ma si mostra anche come – tutto sommato – Adrianopoli fosse del tutto recuperabile, e sia stata in effetti recuperata dall’Impero (non va dimenticato che ad Adrianopoli venne distrutto l’esercito orientale, e ad Oriente Roma sopravvisse per oltre mille anni ad Adrianopoli, un po’ troppo tempo per identificare la battaglia come una causa della sua caduta). E come poi con Teodosio i Goti stessero finalmente trovando il loro posto nell’Impero, anche se nell’ingrato ruolo di carne da macello dell’imperatore. Da qui in poi davvero la casualità e la sfortuna degli eventi, e l’incrociarsi di personalità incompatibili, portarono ad esiti rovinosi.
La sua sintesi: <<Questo libro è anche la storia di un’integrazione fallita: in questo, narra una grande tragedia, come sempre sono i disastri evitabili. Non credo, infatti, che fosse destinata al fallimento in partenza, nonostante si tratti forse della più celebre integrazione fallita della storia>>. Il fallimento di questa integrazione è ben mostrato dalla xenofobia che a un certo punto emerge tra i Romani come mai prima, la cui crescita è ben delineata attingendo alle fonti e che porta a episodi raccapriccianti, come i pogrom antigotici alla caduta di Gainas e poi a quella di Stilicone.
E proprio la violenza intestina feroce e incontenibile della politica romana di cui anche quei pogrom sono una – va detto, inconsueta - espressione viene fuori dal libro come la macchia di Roma che porterà l’Occidente a non superare unito le sfide del V secolo. Leggere della rapida successione di uomini forti e delle loro morti violente, dopo Teodosio, ricorda una pellicola sulla mafia italo-americana di Al Capone, più che rimandare a una grande civiltà capace di portare ordine al mondo. Infatti, scrive Cappelli: <<In ultima analisi, il problema di fondo a fine IV e inizio V secolo fu l’instabilità intrinseca della politica romana, avvinghiata a un sistema autoritario che prevedeva delle figure monarchiche, con immensi poteri, ma la cui successione non era regolata da nessuna Costituzione, da nessuna legge ufficiale>>. Non i Goti, ma il caso e l’ambizione personale distrussero Roma (in parte, e solo a Occidente, va sempre ricordato). Nelle conclusioni viene a questo proposito efficacemente citato lo storico Guy Halsall: <<La cosa più ironica di tutte è che durante il secolo precedente (alla caduta dell’Impero) è quasi impossibile identificare una sola figura storica che abbia in qualche modo voluto attivamente causarne la rovina. Tutte le azioni decisive che portarono alla dissoluzione dell’Impero furono decise da uomini intenti a creare una posizione migliore per loro stessi all’interno delle strutture imperiali. […] L’Impero romano non fu assassinato e non morì di una morte naturale; si è suicidato per sbaglio>>.
Ma certo il fallimento dell’integrazione gotica, l’azione di Alarico sì da attore della politica romana, ma comandando in quanto “rex Gothorum” un popolo ben distinto dai Romani dentro i confini dell’Impero, fecero parte di quella miscela che i governanti dell’Occidente non seppero governare, e posero le premesse per una svolta epocale: <<I Goti furono i catalizzatori del cambiamento che portò alla trasformazione dell’Europa: da un mondo diviso tra “romanità” e “barbaricum” si passò a una cultura unitaria romano-germanica […] Questa cultura “latina occidentale” dominerà a lungo il continente>>.
Cappelli non mitizza il passato e non ne mette su un piedistallo i protagonisti. Alarico è un “populista nazionalista”. Giovanni Crisostomo, santo dottore della Chiesa, è anch’egli – tra le altre cose - un demagogo. In questo, come anche nel suo podcast, Cappelli mostra un approccio intellettualmente fresco e libero da incrostazioni e preconcetti alla storia che la aprono a nuove prospettive e migliori letture.
Il libro si legge molto bene, scorre fluidamente, beneficiando delle acclarate abilità narrative di Cappelli. E’ articolato in paragrafetti brevi e dai titoli spesso brillanti, che mantengono vivo l’interesse per il proseguimento della lettura. Sono numerosissimi i rimandi pop e alla contemporaneità, spesso ironici, che aggiungono freschezza alla scrittura. Scrittura che appare rapida; questo porta quasi sempre a esiti felici, ogni tanto un colpo di cesello in più potrebbe starci. Nella prima edizione c’è qualche occasionale typo o giro di frase da sciogliere, qualche occasionale soluzione di stile rivedibile, ma sono poche inezie che verranno certamente rettificate nella seconda. La fluidità dell’esperienza di lettura conseguita è risultato particolarmente notevole, dato che l’argomento, ampio e complicato come spesso è la realtà storico-militare-politica, rischiava di portare a un’elencazione sterminata di fatti e fattarelli che si perdesse in infiniti dettagli: soprattutto nella parte centrale, il libro è una storia politica e di battaglie, ma il rischio dell’arida elencazione è scongiurato. Notevoli l’approfondimento etnografico iniziale e la ricostruzione dichiaratamente immaginaria ma verosimile della vita di un goto che avesse vissuto il grosso delle vicende narrate nel libro sul finale, quest’ultima una tecnica per raccontare la storia dal punto di vista degli uomini che la attraversano di cui Cappelli aveva già dato ottima prova, ad esempio nel suo podcast.
Cappelli non è uno storico accademico, ma il suo monumentale pluriennale lavoro di podcasting e divulgazione sta portando ottimi frutti. Infatti, il lavoro sulle fonti, antiche e contemporanee, è amplissimo, e queste sono usate nel testo con grande perizia, portando a un libro documentatissimo e a una polifonia di voci che contribuisce a quella lettura fresca e intelligente della storia di cui Cappelli è capace e cui accennavo prima. A riprova della serietà del lavoro svolto, sono numerose le note.
Molto belle le mappe e le illustrazioni di Fabio Porfidia che accompagnano la narrazione, con uno stile grafico che richiama – non casualmente, essendo questa una delle passioni dell’autore – la dimensione fantasy de “Il Signore degli Anelli”.