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Language
Italiano
Publishing house
Arnoldo Mondadori Editore
Series
Oscar Narrativa
Edition number
2
Publication year
1990
Number of pages
355
Position in the list
49
The Review
SCHEDA ORIGINALE DEL LIBRO (8 Gennaio 1995 – redatta come compito a casa per la IV Ginnasio)
BIOGRAFIA DELL’AUTORE
Nasce a Cassacco, nei pressi di Udine, il 26 luglio 1930. Trascorre i suoi primi anni di vita nella campagna friulana, a contatto con quel mondo contadino che tanto ricorre nelle sue opere. Il nonno, maestro elementare in pensione, gli recita la "Divina Commedia", la "Gerusalemme liberata", l'"Orlando Furioso" e poesie di Leopardi, mentre la nonna, levatrice, gli racconta fiabe popolari.
Compie gli studi liceali a Udine e si laurea in Lettere tedesche presso la Scuola Normale di Pisa con una tesi su Kafka; si specializza a Monaco di Baviera.
Si sposa e si dedica all'insegnamento in un istituto tecnico di Udine (oggi è in pensione).
Collabora con vari giornali e con la RAI. Traduce alcune opere dal tedesco.
OPERE DELL’AUTORE
Il primo libro di Sgorlon è un saggio critico su Kafka narratore (1961), il medesimo tema della tesi di laurea. E l'influenza kafkiana, seppur volta in una direzione estremamente nevrotica, è molto evidente almeno nei primi suoi due romanzi, "La poltrona" (1968) e "La notte del ragno mannaro"(1970).
Ne "La luna color ametista" (1972) è presente, come nelle precedenti opere, una deformazione onirica della realtà, che a volte può portare a risultati grotteschi. Qui sono, però, anche sottolineate le funzioni benefiche della fantasia, della poesia e della capacità d'iniziativa. Sempre nel '72, Sgorlon è autore di un saggio su Elsa Morante, scrittrice assai influente sulla narrativa del friulano.
Ma il successo a livello nazionale arriva nel '73 con "Il trono di legno" (Premio Campiello), in cui predomina il tema del recupero del patrimonio di fiabe e leggende del Friuli.
Segue "Regina di Saba" (1975), che racconta una storia d' amore fra due giovani, travolti dalla realtà (lei è ebrea e siamo negli anni della II Guerra Mondiale).
Il Friuli, un Friuli arcaico e fantastico, è protagonista, come in tutti gli altri romanzi di Sgorlon, anche ne "Gli dei torneranno" (1977), in cui un emigrante friulano di ritorno dall' America del Sud cerca di tramandare per iscritto la vita e la storia della sua gente, salvando così una testimonianza di un mondo che sente minacciato dal materialismo, dal consumismo e dalla tecnologia. Questo è l'obiettivo che in quasi tutta la sua narrativa si prefigge anche Sgorlon stesso.
Ne "La carrozza di rame" (1979), Sgorlon esprime una concezione che vede la storia come un susseguirsi di miti o ideologie (che sono però solo vane illusioni), di catastrofi e lutti. Tale convinzione non impedisce però di accettare l'esistenza, che può comunque essere dignitosa, l’amore del passato e delle tradizioni, il fantasticare.
Dopo due romanzi "per ragazzi" ("Il paria dell'universo" e "Il colpo di pistola", entrambi del '79), viene pubblicata "La contrada" (1981), che tratta con struggente malinconia della fine della civiltà artigiana, cioè di un aspetto del mondo contadino amato da Sgorlon. Nel 1983 esce il capolavoro di Sgorlon, "La conchiglia di Anataj" (premi Campiello, Vallombrosa e Soroptimist).
Infine, nel 1985 viene edita "L'armata dei fiumi perduti" (Premio Strega), che affronta un aspetto della II Guerra Mondiale: l'insediamento in Friuli di un'armata cosacca, alleata dei nazisti, inizialmente euforica per avere trovato una patria, nel finale travolta da una terribile tragedia.
Qui viene fra l'altro trattata la tolstojana tematica della "guerra" e della "pace".
Per completare il quadro della narrativa di Sgorlon, va ricordato che questi è stato anche autore di alcune storie scritte solo in friulano.
La grande quantità di premi ricevuti dimostra che l'opera sgorloniana è stata apprezzata immediatamente sia dalla critica sia dal pubblico.
INFLUENZE SULL’AUTORE
Come già detto, Sgorlon è stato molto influenzato da Kafka e dalla Morante, ma non solo da loro.
Infatti, l'autore si sente affine anche a Montale, Buzzati, Novalis, Thomas Mann, Melville e Singer, agli scrittori russi dell'Ottocento, ad alcuni mitteleuropei, a Borges e G. Marquez.
Ma Sgorlon non ha solo interessi letterari, bensì anche religiosi, filosofici e psicologici: studia la Bibbia; legge Spinoza, che gli trasmette un senso panteistico della divinità, Schopenhauer, di cui lo colpisce la visione pessimista della vita, Jung, da cui attinge la teoria degli " archetipi ", immagini primordiali, risultanti dalle arcaiche esperienze dell'uomo, trasmesse di generazione in generazione.
DIMENSIONE SPAZIO-TEMPO
Il romanzo si svolge in grandissima parte in un paese siberiano, Kirkovsk, negli anni a cavallo fra il vecchio e il nuovo secolo, durante la costruzione della Ferrovia Transiberiana.
In realtà, quando la storia inizia, il protagonista si trova a Sverdlovsk, "una città che sorge appena al di là di quella serie di colline verdi che sono i monti Urali". Ma questo ridente centro urbano (invero descritto, anche sotto l'aspetto sociale, non molto dettagliatamente), con le sue chiese ortodosse e le sue colorate case di legno o mattone, circondato dalla taiga più meridionale e da smisurate pianure, viene ben presto abbandonato.
La Siberia è infatti la vera protagonista del libro e viene descritta fin nei minimi particolari.
Qui si trova la taiga, quella vera, quella settentrionale, formata da abeti bianchi e rossi, larici, cedri, abitata da volpi grigie, zibellini, ermellini, anatrelle, galli cedroni, lepri, marmotte - tutti animali cacciati dai siberiani - lupi, orsi e perfino tigri (animali, al contrario, temuti).
In inverno i signori della Siberia sono il freddo, intensissimo, e la neve, abbondante e persistente: impediscono addirittura di lavorare alla Transiberiana.
Ovviamente queste condizioni climatiche ostacolano, oltre allo sfruttamento delle enormi ricchezze del sottosuolo, una elevata densità umana: i piccoli villaggi sono lontani l'uno dall'altro e le città sono pochissime. Le attività praticate dagli abitanti dei piccoli paesi sono agricoltura, per quel che è possibile, un poco di caccia e di allevamento, soprattutto di bovini.
Ci sono poi pochi negozianti, qualche artigiano e alcuni boscaioli. Nei villaggi prossimi alla linea della ferrovia, come Kirkovsk, stazionano inoltre molti operai forestieri (anche se questi, durante i periodi lavorativi, rimangono perfino a dormire nei cantieri, dove le condizioni di vita sono durissime). Gli uomini sono quindi semplici, al punto che molti indigeni non hanno mai visto una città e sognano i grandi palazzi della "vicina" Ulan Ude.
La gente è "amicona e gioviale", come del resto tutti i Russi, "sempre pronta a chiacchierare e scoppiare in clamorose risate".
Crea e crede a numerosi miti e leggende, che utilizza per spiegare l'origine del mondo o per sperare che esista qualcuno, come il più volte menzionato nel romanzo Ghircik il Tartaro, un bandito che combatte per i giusti e gli umili. La popolazione è ortodossa, ma evidentemente in lei sopravvivono elementi animistici e pagani.
Nel libro viene inoltre molto approfondito il rapporto dei siberiani con la taiga, rispettata e temuta: ad essa devono infatti la cacciagione, con la quale riescono a mangiare e a procurarsi pelli da vendere, e il legno con cui sono costruite tutte le loro case; ma la taiga, con i suoi inestricabili labirinti e i lupi, è spesso fatale per chi vi si addentra eccessivamente. E i numerosi morti della taiga sono ricordati più degli altri.
Come già detto, siamo nell' epoca della costruzione della Transiberiana, quindi abbiamo un riferimento storico. Ma la Siberia descritta da Sgorlon non ha tempo, immersa come è in un'atmosfera quasi fiabesca e immutabile. E forse proprio la volontà di lasciare tutto immutato è alla base della indifferenza o della aperta avversione di molti paesani verso la Transiberiana, segno dei nuovi tempi.
Infine, per completare il quadro sociale dell'ambiente in cui si svolge il libro, si deve parlare di come la figura dello Zar sia vista dai siberiani. Il potere zarista è presente anche in Siberia, per mezzo specialmente dei Cosacchi (che lottano contro le molte bande di fuorilegge, proteggono i convogli e gli operai al lavoro nella ferrovia, sorvegliano i numerosi detenuti spediti ai lavori forzati), ma non di certo della burocrazia, farraginosa e inefficiente. Lo Zar è visto o come una sorta di padre, potente e affettuoso, ma lontano, o come alla stregua dei suoi funzionari, cioè come un uomo capriccioso, che vive nei suoi palazzi e non conosce il suo regno.
Fra i siberiani descritti nel libro sono comunque ben pochi i rivoluzionari: la "politica" a loro non interessa.
RIASSUNTO DELLA STORIA
Nella prima parte del libro, Valeriano, uno scalpellino friulano emigrato da tempo in Russia in cerca di fortuna, è appena stato dimesso dall' ospedale di Sverdlosk, dopo la guarigione da una malattia che "confonde le idee", le quali "prendono forma in una strana paura del mondo e della vita". Il protagonista riscopre la bellezza dell'esistenza e passa giornate felici, finché conosce Irina, una giovane del posto con cui ha una relazione. Irina rimane incinta, ma nel parto muoiono sia lei sia il bambino. Dopo questo avvenimento, Valeriano decide di partire per la Siberia, per andare a lavorare nella costruzione della Transiberiana. Con lui vengono altri due scalpellini friulani, conosciuti a Sverdlosk: Bastiano e il giovanissimo Marco.
Il viaggio è assai lungo.
I tre amici raggiungono il villaggio e il cantiere in cui hanno scelto di lavorare. Valeriano, Bastiano e Marco conoscono altri friulani e italiani impegnati nel lavoro alla ferrovia (il boscaiolo Arrigo e Silvestro), oltre a molti locali, come il vecchio kirghiso Anataj e un' altra kirghisa, la "meretrice" Ajdym, il ragazzo orfano cieco Falalej, che vive con la lituana Katja e Silvestro, suo compagno, e altri ancora.
Nonostante l'impegno degli operai, la costruzione della ferrovia non procede molto speditamente e i lavori durano quindi anni. Mentre in Valeriano e nei suoi compagni di lavoro a momenti di ottimismo verso il completamento dell' opera, ritenuto prossimo, si alternano periodi di grande pessimismo (nei quali si arriva addirittura a credere che la Transiberiana non si potrà mai completare, perché non lo vogliono gli spiriti della taiga), al villaggio, specialmente durante i mesi invernali, quando i lavori sono fermi, avvengono tanti piccoli episodi di vita quotidiana, che coinvolgono anche Valeriano e i suoi amici e li integrano nella comunità di Sverdlosk.
Ma quando si avvicina la reale conclusione della costruzione dell'opera, avvengono alcuni fatti che sconvolgono la vita del villaggio e dei friulani. Il vecchio Anataj, ormai non più abile a cacciare per la vista annebbiata e la debolezza portata dall’età, va a morire nella taiga. Fra le altre cose, lascia a Valeriano una conchiglia (a lui giunta dopo aver viaggiato attraverso numerose mani) in cui si ode riecheggiare il rumore del mare.
Falalej, non ben voluto da Katja, va a vivere con Ajdym e, dopo aver meditato il suicidio per la sua infelice condizione fisica, diviene un eccezionale cantore di storie, miti e leggende.
Katja scompare: probabilmente fugge, ma non si sa con certezza il perché. Silvestro, che provava sentimenti assai contrastanti nei confronti di Katja, è "allo stesso tempo distrutto e sollevato".
Una epidemia percorre il cantiere e colpisce anche Valeriano, senza procurargli però gravi conseguenze permanenti.
Infine, Marco rimane sciancato dopo un terribile e stupido incidente. Egli, che sperava nella vita con ottimismo ed era sempre il più vitale e allegro, ora vede le cose "con volti inariditi, spenti e giallastri".
Arrigo, Silvestro, Bastiano e Marco tornano nel loro paese, ma Valeriano (la cui famiglia è ormai sparsa per tutto il mondo) decide di rimanere a Kirkovsk. Sposa Ajdym e decide di passare con lei e Falalej il resto della sua vita.
TEMATICA
La tematica più evidente del romanzo è probabilmente la Siberia. Questa viene descritta molto dettagliatamente in tutti i suoi aspetti (anche se l'autore non è mai stato in quei luoghi). La Siberia è un elemento quasi del tutto nuovo nella narrativa sgorloniana, poiché solitamente le sue storie si svolgono in Friuli.
Ma non in un Friuli del tutto reale, bensì in una terra in parte idealizzata, immersa nell' arcaico mondo contadino e ricca di fiabe, leggende e miti. Tuttavia, se la si analizza attentamente, la Siberia de "la Conchiglia di Anataj" risulta molto simile al Friuli di Sgorlon, non tanto fisicamente (forse l'unica differenza realmente rilevante è l'immensità della Siberia, raffrontata alle piccole dimensioni del Friuli), quanto umanamente e culturalmente, al punto che i friulani protagonisti del libro vi si sentono quasi a casa. Si può quindi dire che sotto la tematica siberiana si nasconde quella, assai cara all' autore, friulana, che risalta in maniera più chiara se si pensa al problema dell'emigrazione da questa terra, ovviamente fondamentale nella struttura del libro (si parla frequentemente della nostalgia dei protagonisti friulani verso la terra natia e spesso verso la famiglia. Ma l'autore dice "dappertutto ero a casa mia e dappertutto ero uno straniero": "la Siberia è dappertutto, tutta la vita è la Siberia, l'esilio, il vivere "tal forest" ("da forestiero"), in una naia senza fine").
Come si è detto, elemento importante della Siberia-Friuli è l’abbondanza di miti e leggende. L' autore ama l’aspetto onirico e quello misterioso delle cose, lo vede come il "sale" della vita. Nel romanzo questi due concetti vengono materializzati dalla la figura di Falalej (che nel finale diviene un abilissimo cantore, da tutti ascoltato con piacere e trasporto) e dalla conchiglia di Anataj (in cui si sente un "ronzio" enigmatico e ammaliatore, il "sussurro delle cose").
Altro tema naturalmente molto trattato è quello della ferrovia.
Nel corso del romanzo sono descritte puntualmente tutte le fasi della sua costruzione (dall' abbattimento degli alberi lungo il tracciato fino alla posa delle traversine); si accenna talvolta ai problemi incontrati in cantieri lontanissimi (si parla per esempio delle difficoltà avute presso gli acquitrini dell’Amur e dell'Ussuri), si trovano anche dei riferimenti all' organizzazione burocratica che supportava l’opera (si menzionano spesso i "quattro ingegneri sovrani" di Mosca).
Tuttavia il tema della ferrovia non è importante solo dal punto di vista "storico", ma anche da quello "simbolico". La ferrovia è infatti una grande impresa, un fine da perseguire. Essa è "l’immagine stessa della vita", poiché, per l'autore, "l' uomo non è veramente tale se non ha un fine e non tende a qualche cosa, perché vivere vuol dire procedere in una certa direzione". E il fare la propria parte per terminare la ferrovia diventa il fine di Valeriano e dei suoi compagni di lavoro, che vedono nel prendere parte a un’opera talmente imponente una via per lasciare qualche traccia della propria esistenza e raggiungere, così, quasi l'immortalità.
Essi non vedono quindi il lavoro (altra tematica assai ricorrente nel libro) come una condanna, anche se impone loro del sacrificio e delle rinunce e rende più dura la vita, bensì come un mezzo di elevazione, da accettare e da svolgere quotidianamente con impegno e dedizione, risolvendo i piccoli problemi che si pongono di volta in volta: "Voci profonde e insondabili mi dicevano che il lavoro silenzioso, appassionato e continuo, era alla lunga infinitamente più fruttuoso delle proteste e delle rivolte, che sanno soltanto demolire e paralizzare ogni cosa". Questa concezione della vita, perfino fatalistica ("non si sfuggiva al proprio destino"), che ha come massima aspirazione il fare la propria parte senza tanto vanto e desiderio di imperitura memoria, nasce dalla consapevolezza che "tutti saremo dimenticati un poco alla volta, chi prima chi dopo".
Nel romanzo si accenna poi anche alla tematica religiosa. Il protagonista, infatti, parla spesso di un suo antenato, bruciato sul rogo perché affermava che "Dio dormiva nelle pietre e negli alberi, sognava nel cane e si destava nell'uomo, acquistando coscienza di sé".
Si ha quindi una visione quasi animistica della divinità, comunque diversa da quella tradizionale.
Si afferma inoltre che "forse ogni popolo, e quindi anche il nostro, aveva il proprio Dio, che si poteva sentire soltanto attraverso i segni che gli erano propri" e che c'è il bisogno di sapere che "c'è qualcuno che sta sopra di noi, dal quale dipendiamo, perché noi, così come siamo, non ci sentiamo finiti e completi, ma pieni di vuoto e confusione".
I PERSONAGGI
Il protagonista è Valeriano, un operaio emigrato da molto tempo in Russia e senza una famiglia ad attenderlo nella sua terra.
E' più colto dei suoi compagni di lavoro (dice di aver letto dei libri, un tempo). Le sue idee sono quelle su cui si basa il libro e coincidono per lo più con quelle dell'autore, che si identifica in lui. Crede in dei valori: amicizia, solidarietà, onestà, famiglia (anche se riesce a crearsene una solo alla fine della storia). Gli sono estranee la smania di potere o la fede nel denaro. Anche se cerca di vivere secondo i suoi principi, non sembra essere proteso verso la ricerca della perfezione.
Si trova a proprio agio nella sua categoria sociale. Per i suoi amici è una guida carismatica.
E' reduce da una malattia mentale: teme che questa possa tornare. Non parla spesso del suo passato: si sa solo che viveva con una donna, Vanvara, prima della malattia.
Non è descritto fisicamente: dal romanzo si desume solo che è barbuto. Non si dice nemmeno quanti anni ha: presumibilmente è di mezza età.
Usa fumare la pipa.
Ci sono poi i compagni di Valeriano: Marco e Bastiano.
Sono più semplici del protagonista e le loro idee sono forse meno profonde, ma pure loro credono nell'amicizia e nella solidarietà e, tutto sommato, accettano il loro lavoro e la loro situazione, anche se desiderano tornare a casa dopo la fine della costruzione della ferrovia.
Marco è giovanissimo e pare "ancora avvolto nel guscio caldo della famiglia". Nel principio del libro è intraprendente e ricco di vitalità. Ha due "idoli": Ghircik il Tartaro (perché lotta per gli umili e i giusti) e lo Zar (che considera come un onnipotente padre, ricco di "sapienza superiore").
Vuole diventare un ussaro. Nulla lo turba, nulla lo preoccupa, finché non ha un tremendo incidente, che lo rende sciancato. A questo punto muta moltissimo: vede tutto sotto un'ottica diversa, disillusa e disincantata. Fisicamente viene descritto poco: si dice solo che, prima dell'incidente, ha "un fisico da ussaro" e la faccia "larga e ariosa, sempre sorridente".
Bastiano ha circa la stessa età di Valeriano e ha vissuto diverse esperienze: ha lavorato in Germania, è stato sotto le armi in Irpinia.
Inizialmente è assai diffidente verso la Russia in generale e verso la Siberia (teme di fare la fine dello zio morto sul lavoro in Baviera, o di quello che non è più tornato dall' Ucraina; ma teme anche di "assuefarsi" alla terra dove ora vive e di scordarsi la propria casa). E' piuttosto introverso, non si fa notare. Ha una famiglia che lo aspetta in Friuli. Non è descritto fisicamente: si dice solo che è baffuto.
Verso Marco e Bastiano l'autore non prova certo ostilità, ma non vi si immedesima completamente, come invece fa con Valeriano.
Sono molto importanti anche le figure di alcuni locali.
Innanzi tutto si deve parlare del vecchissimo Anataj. Egli è un kirghiso, che è approdato a Kirkovsk dopo moltissime avventure e 30 anni di prigionia. Fra l'altro, aveva salvato Ajdym (altra kirghisa) dalla carestia che aveva annientato la sua tribù. Al villaggio aveva mostrato le sue eccezionali doti di cacciatore. Quando Valeriano giunge a Kirkovsk, Anataj è ancora in forze e si avventura qualche volta nella taiga. E' visto dal villaggio "come un essere strano, o addirittura attraversato da un sottile ruscello di follia, perché non aveva mai voluto farsi contadino". "S'intuisce in lui un' attitudine al comando, che tuttavia non vuole utilizzare per ragioni connesse con la sua sdegnosità". Anataj è una figura misteriosa, dall' "aspetto arcaico e stranamente sacerdotale", espressione di una saggezza popolare intrisa anche di fatalismo. E' introverso, ma si fida di Valeriano e dei suoi amici più che degli abitanti del villaggio. Ha "soppraccigli grandissimi e cespugliosi", i capelli sono "bianchi, tagliati a corona attorno alla nuca". Non si dice molto di più sul suo aspetto fisico.
Nel corso della storia la figura di Anataj muta: la vista comincia ad annebbiarsigli e lui non può più procurare pelli da vendere ad Ajdym, che vive con lui. Quando si convince di essere inutile ad Ajdym e a sé stesso, si inoltra nella taiga, per andarvi a morire: "aveva la mente del capo e del re, e voleva essere lui a pilotare il suo destino".
L' autore non sembra identificarsi in Anataj, ma pare comunque affascinato dalla sua figura.
Altro personaggio importante è Ajdym. Ha "i capelli nerissimi", gli occhi "piccoli e a fessura", "brillanti come fossero sempre reduci da un pianto recente" e ricorda "le bambole". E' spesso paragonata alla meretrice biblica Raab. Nonostante il suo "mestiere", è vista come una figura positiva, ricca d' umanità. La sua è la casa dell'abbondanza, sempre in ordine e pulita, con i fiori alle finestre.
Non le manca nulla, perché tutti gli uomini che vanno da lei le portano qualcosa, veste elegantemente.
E' molto affezionata ad Anataj, che l'ha salvata, (ma sa reagire alla sua morte) ed è gentile con tutti.
Non può essere madre, perché le sofferenze della carestia l'hanno resa sterile, ma esprime il suo affetto materno nei confronti di Falalej. In molti aspetti del suo carattere è ancora simile a una bambina: piange per un nonnulla, ma riacquista subito la serenità; si diverte a giocare con i piccoli (le donne del villaggio li portano spesso da lei).
E' musulmana, ma in lei la fede è assai tenue, come del resto in Anataj, anch' egli musulmano.
Ovviamente, l’autore non si identifica in Ajdym, ma la vede comunque con favore.
C'è infine Falalej, un ragazzo rimasto cieco dopo una malattia fulminea, orfano. Vive con Katja, ex-moglie del suo defunto zio. Katja non gli vuole bene, non si accorge nemmeno della sua presenza.
Inizialmente, Falalej è curioso, un po' sognatore, "silenzioso, tranquillo e triste". Spera che gli sciamani dei villaggi vicini alla Mongolia lo possano guarire. Poi, quando comincia a diventare uomo, la sua menomazione diventa per lui insopportabile e comincia addirittura a meditare il suicidio.
Crollano in lui tutti i sogni e le speranze. Poi esce dalla crisi: comprende che "nel fondo delle cose v' era una dura necessità che aveva le sue radici nel mistero". Anataj gli ridà speranza organizzando un viaggio verso gli sciamani che lo possono guarire. Ma Falalej capisce che in realtà Anataj gli sta proponendo di andare a morire con lui. Dopo la scomparsa del kirghiso, va ad abitare con Ajdym, che lo tratta con ben più affetto di Katja.
Impara a convivere con il proprio handicap e ad accettarlo, diviene un cantore di favole, miti e leggende inimitabile, perché sa "vedere" e apprezzare le cose meglio di chiunque altro. Diverrà il "figlio adottivo" di Valeriano e Ajdym. Non è descritto fisicamente.
L' autore sembra compatire e amare la figura di Falalej: fra Sgorlon e il personaggio pare esserci un rapporto di partecipazione, non di immedesimazione.
Al cantiere ci sono altri italiani, che di tanto in tanto si aggiungono al gruppo di Valeriano, Bastiano e Marco e, pur non essendo protagonisti, hanno un ruolo abbastanza importante nella storia: il friulano Silvestro e il cadorino Arrigo.
Silvestro ha una personalità complessa. E' pessimista su tutto; vive con Katja (quindi non riesce ad essere fedele alla moglie lontana) e non riesce a staccarsene, pur detestandola, sotto certi aspetti.
Accetta la sua situazione, anche se non gli piace.
Arrigo è il più fragile psicologicamente del gruppo e forse il più superficiale. E' sempre ricco di paure (teme di non poter tornare a vedere la sua famiglia) ed è diffidente verso tutto e tutti, esclusi i suoi amici e Valeriano in primo luogo. Si dedica con passione al lavoro, specialmente quando può dimostrare la propria abilità di "segaz" (è un ottimo lavoratore del legno).
Anche verso questi personaggi c'è un poco di partecipazione da parte dell'autore.
Ci sono poi Katja, la bella lituana, compagna di Silvestro che si "avviticchia come un'edera" a uomini e cose e poi è capace di abbandonarli improvvisamente; zio Eroska, mercante sempre atteso al villaggio perché portatore di merci e notizie dalle città e dalla Mongolia; il vecchio Gurka, che ha lavorato sul Bajkal ed è il miglior amico di Anataj...
LINGUA E STILE
Il libro è scritto al passato in prima persona: si può dire che siano le memorie di Valeriano, il quale, tuttavia, non si comporta mai come un narratore onnisciente.
Nel libro abbondano le riflessioni e le descrizioni, mentre sono ben poche le azioni impetuose: prevalgono sicuramente le scene statiche e quelle poco dinamiche.
Allo stesso modo, prevale il narrato (utile per descrivere personaggi, paesaggi, azioni, leggende...), anche se non sono assenti i dialoghi (utilizzati soprattutto per spiegare la personalità dei vari personaggi e per dar modo al protagonista di enunciare i propri pensieri). Non ci sono veri e propri monologhi, anche se gli stati d' animo e i pensieri del protagonista sono molto frequentemente descritti per mezzo del narrato.
Sono numerose le digressioni dalla trama centrale. Si raccontano, per esempio, le rocambolesche storie di Katja, Anataj e Ajdym, oltre ad alcune leggende siberiane.
Probabilmente, con queste digressioni l'autore intende amplificare l'atmosfera di favola e mistero che pervade tutta l'opera.
Non si ricorre al simbolismo, ma sono numerosissime le metafore e le ipallagi. Non mancano nemmeno le similitudini. Tutte queste figure retoriche sono usate con grande maestria dall'autore, che, attraverso l'accostamento di alcuni concetti a delle inusitate quanto toccanti immagini, riesce a dare al messaggio una grande forza espressiva.
Per quanto riguarda l'organizzazione sintattica del discorso, i periodi sono generalmente brevi, formati da una, due o tre proposizioni, raramente da più. Si trovano costruzioni sia paratattiche sia ipotattiche.
La punteggiatura è abbondante: all'autore piace spezzare il discorso per dargli più incisività.
Ci sono alcuni elementi lessicali particolari, tratti dal friulano (si usa sopratutto "tal forest", che vuol dire "da forestiero"), "lingua madre" sia dell'autore sia di molti personaggi.
VALUTAZIONE CRITICA
La lettura del libro è stata per me assai stimolante, poiché nell'opera si trattano argomenti interessanti e profondi, riguardanti finanche la visione della vita. Mi sento abbastanza vicino a quella dell'autore: mi pare sufficientemente equilibrata, perché contempera l’accettazione della realtà con l’esigenza di non trascurare l'aspetto onirico, il quale permette di uscire dalla ripetitiva quotidianità dell'esistenza.
Oltre che per questa dimensione "filosofica", il romanzo è, comunque, interessante anche per quella "didattica": fornisce numerosissime informazioni sulla Siberia e sulla Transiberiana, a me, in precedenza, in buona parte sconosciute.
Lo stile è assai espressivo (grazie all' abbondante ricorso alle figure retoriche), piacevole e semplice.
La parte che mi ha colpito maggiormente è stata l'ultima, quella in cui le storie dei personaggi subiscono una svolta inaspettata e imprevedibile. In particolare mi è rimasta impressa la storia di Marco, che ricorda quanto il destino di un uomo, a volte, sia condizionato dal caso, e quanto possano essere vane le sue speranze.
Nonostante tutto questo, forse per qualcuno la lettura dell'opera potrebbe risultare difficile, poiché in essa manca quasi completamente l'azione e, per quanto stimolanti, gli argomenti trattati sono certamente impegnativi.
BIOGRAFIA DELL’AUTORE
Nasce a Cassacco, nei pressi di Udine, il 26 luglio 1930. Trascorre i suoi primi anni di vita nella campagna friulana, a contatto con quel mondo contadino che tanto ricorre nelle sue opere. Il nonno, maestro elementare in pensione, gli recita la "Divina Commedia", la "Gerusalemme liberata", l'"Orlando Furioso" e poesie di Leopardi, mentre la nonna, levatrice, gli racconta fiabe popolari.
Compie gli studi liceali a Udine e si laurea in Lettere tedesche presso la Scuola Normale di Pisa con una tesi su Kafka; si specializza a Monaco di Baviera.
Si sposa e si dedica all'insegnamento in un istituto tecnico di Udine (oggi è in pensione).
Collabora con vari giornali e con la RAI. Traduce alcune opere dal tedesco.
OPERE DELL’AUTORE
Il primo libro di Sgorlon è un saggio critico su Kafka narratore (1961), il medesimo tema della tesi di laurea. E l'influenza kafkiana, seppur volta in una direzione estremamente nevrotica, è molto evidente almeno nei primi suoi due romanzi, "La poltrona" (1968) e "La notte del ragno mannaro"(1970).
Ne "La luna color ametista" (1972) è presente, come nelle precedenti opere, una deformazione onirica della realtà, che a volte può portare a risultati grotteschi. Qui sono, però, anche sottolineate le funzioni benefiche della fantasia, della poesia e della capacità d'iniziativa. Sempre nel '72, Sgorlon è autore di un saggio su Elsa Morante, scrittrice assai influente sulla narrativa del friulano.
Ma il successo a livello nazionale arriva nel '73 con "Il trono di legno" (Premio Campiello), in cui predomina il tema del recupero del patrimonio di fiabe e leggende del Friuli.
Segue "Regina di Saba" (1975), che racconta una storia d' amore fra due giovani, travolti dalla realtà (lei è ebrea e siamo negli anni della II Guerra Mondiale).
Il Friuli, un Friuli arcaico e fantastico, è protagonista, come in tutti gli altri romanzi di Sgorlon, anche ne "Gli dei torneranno" (1977), in cui un emigrante friulano di ritorno dall' America del Sud cerca di tramandare per iscritto la vita e la storia della sua gente, salvando così una testimonianza di un mondo che sente minacciato dal materialismo, dal consumismo e dalla tecnologia. Questo è l'obiettivo che in quasi tutta la sua narrativa si prefigge anche Sgorlon stesso.
Ne "La carrozza di rame" (1979), Sgorlon esprime una concezione che vede la storia come un susseguirsi di miti o ideologie (che sono però solo vane illusioni), di catastrofi e lutti. Tale convinzione non impedisce però di accettare l'esistenza, che può comunque essere dignitosa, l’amore del passato e delle tradizioni, il fantasticare.
Dopo due romanzi "per ragazzi" ("Il paria dell'universo" e "Il colpo di pistola", entrambi del '79), viene pubblicata "La contrada" (1981), che tratta con struggente malinconia della fine della civiltà artigiana, cioè di un aspetto del mondo contadino amato da Sgorlon. Nel 1983 esce il capolavoro di Sgorlon, "La conchiglia di Anataj" (premi Campiello, Vallombrosa e Soroptimist).
Infine, nel 1985 viene edita "L'armata dei fiumi perduti" (Premio Strega), che affronta un aspetto della II Guerra Mondiale: l'insediamento in Friuli di un'armata cosacca, alleata dei nazisti, inizialmente euforica per avere trovato una patria, nel finale travolta da una terribile tragedia.
Qui viene fra l'altro trattata la tolstojana tematica della "guerra" e della "pace".
Per completare il quadro della narrativa di Sgorlon, va ricordato che questi è stato anche autore di alcune storie scritte solo in friulano.
La grande quantità di premi ricevuti dimostra che l'opera sgorloniana è stata apprezzata immediatamente sia dalla critica sia dal pubblico.
INFLUENZE SULL’AUTORE
Come già detto, Sgorlon è stato molto influenzato da Kafka e dalla Morante, ma non solo da loro.
Infatti, l'autore si sente affine anche a Montale, Buzzati, Novalis, Thomas Mann, Melville e Singer, agli scrittori russi dell'Ottocento, ad alcuni mitteleuropei, a Borges e G. Marquez.
Ma Sgorlon non ha solo interessi letterari, bensì anche religiosi, filosofici e psicologici: studia la Bibbia; legge Spinoza, che gli trasmette un senso panteistico della divinità, Schopenhauer, di cui lo colpisce la visione pessimista della vita, Jung, da cui attinge la teoria degli " archetipi ", immagini primordiali, risultanti dalle arcaiche esperienze dell'uomo, trasmesse di generazione in generazione.
DIMENSIONE SPAZIO-TEMPO
Il romanzo si svolge in grandissima parte in un paese siberiano, Kirkovsk, negli anni a cavallo fra il vecchio e il nuovo secolo, durante la costruzione della Ferrovia Transiberiana.
In realtà, quando la storia inizia, il protagonista si trova a Sverdlovsk, "una città che sorge appena al di là di quella serie di colline verdi che sono i monti Urali". Ma questo ridente centro urbano (invero descritto, anche sotto l'aspetto sociale, non molto dettagliatamente), con le sue chiese ortodosse e le sue colorate case di legno o mattone, circondato dalla taiga più meridionale e da smisurate pianure, viene ben presto abbandonato.
La Siberia è infatti la vera protagonista del libro e viene descritta fin nei minimi particolari.
Qui si trova la taiga, quella vera, quella settentrionale, formata da abeti bianchi e rossi, larici, cedri, abitata da volpi grigie, zibellini, ermellini, anatrelle, galli cedroni, lepri, marmotte - tutti animali cacciati dai siberiani - lupi, orsi e perfino tigri (animali, al contrario, temuti).
In inverno i signori della Siberia sono il freddo, intensissimo, e la neve, abbondante e persistente: impediscono addirittura di lavorare alla Transiberiana.
Ovviamente queste condizioni climatiche ostacolano, oltre allo sfruttamento delle enormi ricchezze del sottosuolo, una elevata densità umana: i piccoli villaggi sono lontani l'uno dall'altro e le città sono pochissime. Le attività praticate dagli abitanti dei piccoli paesi sono agricoltura, per quel che è possibile, un poco di caccia e di allevamento, soprattutto di bovini.
Ci sono poi pochi negozianti, qualche artigiano e alcuni boscaioli. Nei villaggi prossimi alla linea della ferrovia, come Kirkovsk, stazionano inoltre molti operai forestieri (anche se questi, durante i periodi lavorativi, rimangono perfino a dormire nei cantieri, dove le condizioni di vita sono durissime). Gli uomini sono quindi semplici, al punto che molti indigeni non hanno mai visto una città e sognano i grandi palazzi della "vicina" Ulan Ude.
La gente è "amicona e gioviale", come del resto tutti i Russi, "sempre pronta a chiacchierare e scoppiare in clamorose risate".
Crea e crede a numerosi miti e leggende, che utilizza per spiegare l'origine del mondo o per sperare che esista qualcuno, come il più volte menzionato nel romanzo Ghircik il Tartaro, un bandito che combatte per i giusti e gli umili. La popolazione è ortodossa, ma evidentemente in lei sopravvivono elementi animistici e pagani.
Nel libro viene inoltre molto approfondito il rapporto dei siberiani con la taiga, rispettata e temuta: ad essa devono infatti la cacciagione, con la quale riescono a mangiare e a procurarsi pelli da vendere, e il legno con cui sono costruite tutte le loro case; ma la taiga, con i suoi inestricabili labirinti e i lupi, è spesso fatale per chi vi si addentra eccessivamente. E i numerosi morti della taiga sono ricordati più degli altri.
Come già detto, siamo nell' epoca della costruzione della Transiberiana, quindi abbiamo un riferimento storico. Ma la Siberia descritta da Sgorlon non ha tempo, immersa come è in un'atmosfera quasi fiabesca e immutabile. E forse proprio la volontà di lasciare tutto immutato è alla base della indifferenza o della aperta avversione di molti paesani verso la Transiberiana, segno dei nuovi tempi.
Infine, per completare il quadro sociale dell'ambiente in cui si svolge il libro, si deve parlare di come la figura dello Zar sia vista dai siberiani. Il potere zarista è presente anche in Siberia, per mezzo specialmente dei Cosacchi (che lottano contro le molte bande di fuorilegge, proteggono i convogli e gli operai al lavoro nella ferrovia, sorvegliano i numerosi detenuti spediti ai lavori forzati), ma non di certo della burocrazia, farraginosa e inefficiente. Lo Zar è visto o come una sorta di padre, potente e affettuoso, ma lontano, o come alla stregua dei suoi funzionari, cioè come un uomo capriccioso, che vive nei suoi palazzi e non conosce il suo regno.
Fra i siberiani descritti nel libro sono comunque ben pochi i rivoluzionari: la "politica" a loro non interessa.
RIASSUNTO DELLA STORIA
Nella prima parte del libro, Valeriano, uno scalpellino friulano emigrato da tempo in Russia in cerca di fortuna, è appena stato dimesso dall' ospedale di Sverdlosk, dopo la guarigione da una malattia che "confonde le idee", le quali "prendono forma in una strana paura del mondo e della vita". Il protagonista riscopre la bellezza dell'esistenza e passa giornate felici, finché conosce Irina, una giovane del posto con cui ha una relazione. Irina rimane incinta, ma nel parto muoiono sia lei sia il bambino. Dopo questo avvenimento, Valeriano decide di partire per la Siberia, per andare a lavorare nella costruzione della Transiberiana. Con lui vengono altri due scalpellini friulani, conosciuti a Sverdlosk: Bastiano e il giovanissimo Marco.
Il viaggio è assai lungo.
I tre amici raggiungono il villaggio e il cantiere in cui hanno scelto di lavorare. Valeriano, Bastiano e Marco conoscono altri friulani e italiani impegnati nel lavoro alla ferrovia (il boscaiolo Arrigo e Silvestro), oltre a molti locali, come il vecchio kirghiso Anataj e un' altra kirghisa, la "meretrice" Ajdym, il ragazzo orfano cieco Falalej, che vive con la lituana Katja e Silvestro, suo compagno, e altri ancora.
Nonostante l'impegno degli operai, la costruzione della ferrovia non procede molto speditamente e i lavori durano quindi anni. Mentre in Valeriano e nei suoi compagni di lavoro a momenti di ottimismo verso il completamento dell' opera, ritenuto prossimo, si alternano periodi di grande pessimismo (nei quali si arriva addirittura a credere che la Transiberiana non si potrà mai completare, perché non lo vogliono gli spiriti della taiga), al villaggio, specialmente durante i mesi invernali, quando i lavori sono fermi, avvengono tanti piccoli episodi di vita quotidiana, che coinvolgono anche Valeriano e i suoi amici e li integrano nella comunità di Sverdlosk.
Ma quando si avvicina la reale conclusione della costruzione dell'opera, avvengono alcuni fatti che sconvolgono la vita del villaggio e dei friulani. Il vecchio Anataj, ormai non più abile a cacciare per la vista annebbiata e la debolezza portata dall’età, va a morire nella taiga. Fra le altre cose, lascia a Valeriano una conchiglia (a lui giunta dopo aver viaggiato attraverso numerose mani) in cui si ode riecheggiare il rumore del mare.
Falalej, non ben voluto da Katja, va a vivere con Ajdym e, dopo aver meditato il suicidio per la sua infelice condizione fisica, diviene un eccezionale cantore di storie, miti e leggende.
Katja scompare: probabilmente fugge, ma non si sa con certezza il perché. Silvestro, che provava sentimenti assai contrastanti nei confronti di Katja, è "allo stesso tempo distrutto e sollevato".
Una epidemia percorre il cantiere e colpisce anche Valeriano, senza procurargli però gravi conseguenze permanenti.
Infine, Marco rimane sciancato dopo un terribile e stupido incidente. Egli, che sperava nella vita con ottimismo ed era sempre il più vitale e allegro, ora vede le cose "con volti inariditi, spenti e giallastri".
Arrigo, Silvestro, Bastiano e Marco tornano nel loro paese, ma Valeriano (la cui famiglia è ormai sparsa per tutto il mondo) decide di rimanere a Kirkovsk. Sposa Ajdym e decide di passare con lei e Falalej il resto della sua vita.
TEMATICA
La tematica più evidente del romanzo è probabilmente la Siberia. Questa viene descritta molto dettagliatamente in tutti i suoi aspetti (anche se l'autore non è mai stato in quei luoghi). La Siberia è un elemento quasi del tutto nuovo nella narrativa sgorloniana, poiché solitamente le sue storie si svolgono in Friuli.
Ma non in un Friuli del tutto reale, bensì in una terra in parte idealizzata, immersa nell' arcaico mondo contadino e ricca di fiabe, leggende e miti. Tuttavia, se la si analizza attentamente, la Siberia de "la Conchiglia di Anataj" risulta molto simile al Friuli di Sgorlon, non tanto fisicamente (forse l'unica differenza realmente rilevante è l'immensità della Siberia, raffrontata alle piccole dimensioni del Friuli), quanto umanamente e culturalmente, al punto che i friulani protagonisti del libro vi si sentono quasi a casa. Si può quindi dire che sotto la tematica siberiana si nasconde quella, assai cara all' autore, friulana, che risalta in maniera più chiara se si pensa al problema dell'emigrazione da questa terra, ovviamente fondamentale nella struttura del libro (si parla frequentemente della nostalgia dei protagonisti friulani verso la terra natia e spesso verso la famiglia. Ma l'autore dice "dappertutto ero a casa mia e dappertutto ero uno straniero": "la Siberia è dappertutto, tutta la vita è la Siberia, l'esilio, il vivere "tal forest" ("da forestiero"), in una naia senza fine").
Come si è detto, elemento importante della Siberia-Friuli è l’abbondanza di miti e leggende. L' autore ama l’aspetto onirico e quello misterioso delle cose, lo vede come il "sale" della vita. Nel romanzo questi due concetti vengono materializzati dalla la figura di Falalej (che nel finale diviene un abilissimo cantore, da tutti ascoltato con piacere e trasporto) e dalla conchiglia di Anataj (in cui si sente un "ronzio" enigmatico e ammaliatore, il "sussurro delle cose").
Altro tema naturalmente molto trattato è quello della ferrovia.
Nel corso del romanzo sono descritte puntualmente tutte le fasi della sua costruzione (dall' abbattimento degli alberi lungo il tracciato fino alla posa delle traversine); si accenna talvolta ai problemi incontrati in cantieri lontanissimi (si parla per esempio delle difficoltà avute presso gli acquitrini dell’Amur e dell'Ussuri), si trovano anche dei riferimenti all' organizzazione burocratica che supportava l’opera (si menzionano spesso i "quattro ingegneri sovrani" di Mosca).
Tuttavia il tema della ferrovia non è importante solo dal punto di vista "storico", ma anche da quello "simbolico". La ferrovia è infatti una grande impresa, un fine da perseguire. Essa è "l’immagine stessa della vita", poiché, per l'autore, "l' uomo non è veramente tale se non ha un fine e non tende a qualche cosa, perché vivere vuol dire procedere in una certa direzione". E il fare la propria parte per terminare la ferrovia diventa il fine di Valeriano e dei suoi compagni di lavoro, che vedono nel prendere parte a un’opera talmente imponente una via per lasciare qualche traccia della propria esistenza e raggiungere, così, quasi l'immortalità.
Essi non vedono quindi il lavoro (altra tematica assai ricorrente nel libro) come una condanna, anche se impone loro del sacrificio e delle rinunce e rende più dura la vita, bensì come un mezzo di elevazione, da accettare e da svolgere quotidianamente con impegno e dedizione, risolvendo i piccoli problemi che si pongono di volta in volta: "Voci profonde e insondabili mi dicevano che il lavoro silenzioso, appassionato e continuo, era alla lunga infinitamente più fruttuoso delle proteste e delle rivolte, che sanno soltanto demolire e paralizzare ogni cosa". Questa concezione della vita, perfino fatalistica ("non si sfuggiva al proprio destino"), che ha come massima aspirazione il fare la propria parte senza tanto vanto e desiderio di imperitura memoria, nasce dalla consapevolezza che "tutti saremo dimenticati un poco alla volta, chi prima chi dopo".
Nel romanzo si accenna poi anche alla tematica religiosa. Il protagonista, infatti, parla spesso di un suo antenato, bruciato sul rogo perché affermava che "Dio dormiva nelle pietre e negli alberi, sognava nel cane e si destava nell'uomo, acquistando coscienza di sé".
Si ha quindi una visione quasi animistica della divinità, comunque diversa da quella tradizionale.
Si afferma inoltre che "forse ogni popolo, e quindi anche il nostro, aveva il proprio Dio, che si poteva sentire soltanto attraverso i segni che gli erano propri" e che c'è il bisogno di sapere che "c'è qualcuno che sta sopra di noi, dal quale dipendiamo, perché noi, così come siamo, non ci sentiamo finiti e completi, ma pieni di vuoto e confusione".
I PERSONAGGI
Il protagonista è Valeriano, un operaio emigrato da molto tempo in Russia e senza una famiglia ad attenderlo nella sua terra.
E' più colto dei suoi compagni di lavoro (dice di aver letto dei libri, un tempo). Le sue idee sono quelle su cui si basa il libro e coincidono per lo più con quelle dell'autore, che si identifica in lui. Crede in dei valori: amicizia, solidarietà, onestà, famiglia (anche se riesce a crearsene una solo alla fine della storia). Gli sono estranee la smania di potere o la fede nel denaro. Anche se cerca di vivere secondo i suoi principi, non sembra essere proteso verso la ricerca della perfezione.
Si trova a proprio agio nella sua categoria sociale. Per i suoi amici è una guida carismatica.
E' reduce da una malattia mentale: teme che questa possa tornare. Non parla spesso del suo passato: si sa solo che viveva con una donna, Vanvara, prima della malattia.
Non è descritto fisicamente: dal romanzo si desume solo che è barbuto. Non si dice nemmeno quanti anni ha: presumibilmente è di mezza età.
Usa fumare la pipa.
Ci sono poi i compagni di Valeriano: Marco e Bastiano.
Sono più semplici del protagonista e le loro idee sono forse meno profonde, ma pure loro credono nell'amicizia e nella solidarietà e, tutto sommato, accettano il loro lavoro e la loro situazione, anche se desiderano tornare a casa dopo la fine della costruzione della ferrovia.
Marco è giovanissimo e pare "ancora avvolto nel guscio caldo della famiglia". Nel principio del libro è intraprendente e ricco di vitalità. Ha due "idoli": Ghircik il Tartaro (perché lotta per gli umili e i giusti) e lo Zar (che considera come un onnipotente padre, ricco di "sapienza superiore").
Vuole diventare un ussaro. Nulla lo turba, nulla lo preoccupa, finché non ha un tremendo incidente, che lo rende sciancato. A questo punto muta moltissimo: vede tutto sotto un'ottica diversa, disillusa e disincantata. Fisicamente viene descritto poco: si dice solo che, prima dell'incidente, ha "un fisico da ussaro" e la faccia "larga e ariosa, sempre sorridente".
Bastiano ha circa la stessa età di Valeriano e ha vissuto diverse esperienze: ha lavorato in Germania, è stato sotto le armi in Irpinia.
Inizialmente è assai diffidente verso la Russia in generale e verso la Siberia (teme di fare la fine dello zio morto sul lavoro in Baviera, o di quello che non è più tornato dall' Ucraina; ma teme anche di "assuefarsi" alla terra dove ora vive e di scordarsi la propria casa). E' piuttosto introverso, non si fa notare. Ha una famiglia che lo aspetta in Friuli. Non è descritto fisicamente: si dice solo che è baffuto.
Verso Marco e Bastiano l'autore non prova certo ostilità, ma non vi si immedesima completamente, come invece fa con Valeriano.
Sono molto importanti anche le figure di alcuni locali.
Innanzi tutto si deve parlare del vecchissimo Anataj. Egli è un kirghiso, che è approdato a Kirkovsk dopo moltissime avventure e 30 anni di prigionia. Fra l'altro, aveva salvato Ajdym (altra kirghisa) dalla carestia che aveva annientato la sua tribù. Al villaggio aveva mostrato le sue eccezionali doti di cacciatore. Quando Valeriano giunge a Kirkovsk, Anataj è ancora in forze e si avventura qualche volta nella taiga. E' visto dal villaggio "come un essere strano, o addirittura attraversato da un sottile ruscello di follia, perché non aveva mai voluto farsi contadino". "S'intuisce in lui un' attitudine al comando, che tuttavia non vuole utilizzare per ragioni connesse con la sua sdegnosità". Anataj è una figura misteriosa, dall' "aspetto arcaico e stranamente sacerdotale", espressione di una saggezza popolare intrisa anche di fatalismo. E' introverso, ma si fida di Valeriano e dei suoi amici più che degli abitanti del villaggio. Ha "soppraccigli grandissimi e cespugliosi", i capelli sono "bianchi, tagliati a corona attorno alla nuca". Non si dice molto di più sul suo aspetto fisico.
Nel corso della storia la figura di Anataj muta: la vista comincia ad annebbiarsigli e lui non può più procurare pelli da vendere ad Ajdym, che vive con lui. Quando si convince di essere inutile ad Ajdym e a sé stesso, si inoltra nella taiga, per andarvi a morire: "aveva la mente del capo e del re, e voleva essere lui a pilotare il suo destino".
L' autore non sembra identificarsi in Anataj, ma pare comunque affascinato dalla sua figura.
Altro personaggio importante è Ajdym. Ha "i capelli nerissimi", gli occhi "piccoli e a fessura", "brillanti come fossero sempre reduci da un pianto recente" e ricorda "le bambole". E' spesso paragonata alla meretrice biblica Raab. Nonostante il suo "mestiere", è vista come una figura positiva, ricca d' umanità. La sua è la casa dell'abbondanza, sempre in ordine e pulita, con i fiori alle finestre.
Non le manca nulla, perché tutti gli uomini che vanno da lei le portano qualcosa, veste elegantemente.
E' molto affezionata ad Anataj, che l'ha salvata, (ma sa reagire alla sua morte) ed è gentile con tutti.
Non può essere madre, perché le sofferenze della carestia l'hanno resa sterile, ma esprime il suo affetto materno nei confronti di Falalej. In molti aspetti del suo carattere è ancora simile a una bambina: piange per un nonnulla, ma riacquista subito la serenità; si diverte a giocare con i piccoli (le donne del villaggio li portano spesso da lei).
E' musulmana, ma in lei la fede è assai tenue, come del resto in Anataj, anch' egli musulmano.
Ovviamente, l’autore non si identifica in Ajdym, ma la vede comunque con favore.
C'è infine Falalej, un ragazzo rimasto cieco dopo una malattia fulminea, orfano. Vive con Katja, ex-moglie del suo defunto zio. Katja non gli vuole bene, non si accorge nemmeno della sua presenza.
Inizialmente, Falalej è curioso, un po' sognatore, "silenzioso, tranquillo e triste". Spera che gli sciamani dei villaggi vicini alla Mongolia lo possano guarire. Poi, quando comincia a diventare uomo, la sua menomazione diventa per lui insopportabile e comincia addirittura a meditare il suicidio.
Crollano in lui tutti i sogni e le speranze. Poi esce dalla crisi: comprende che "nel fondo delle cose v' era una dura necessità che aveva le sue radici nel mistero". Anataj gli ridà speranza organizzando un viaggio verso gli sciamani che lo possono guarire. Ma Falalej capisce che in realtà Anataj gli sta proponendo di andare a morire con lui. Dopo la scomparsa del kirghiso, va ad abitare con Ajdym, che lo tratta con ben più affetto di Katja.
Impara a convivere con il proprio handicap e ad accettarlo, diviene un cantore di favole, miti e leggende inimitabile, perché sa "vedere" e apprezzare le cose meglio di chiunque altro. Diverrà il "figlio adottivo" di Valeriano e Ajdym. Non è descritto fisicamente.
L' autore sembra compatire e amare la figura di Falalej: fra Sgorlon e il personaggio pare esserci un rapporto di partecipazione, non di immedesimazione.
Al cantiere ci sono altri italiani, che di tanto in tanto si aggiungono al gruppo di Valeriano, Bastiano e Marco e, pur non essendo protagonisti, hanno un ruolo abbastanza importante nella storia: il friulano Silvestro e il cadorino Arrigo.
Silvestro ha una personalità complessa. E' pessimista su tutto; vive con Katja (quindi non riesce ad essere fedele alla moglie lontana) e non riesce a staccarsene, pur detestandola, sotto certi aspetti.
Accetta la sua situazione, anche se non gli piace.
Arrigo è il più fragile psicologicamente del gruppo e forse il più superficiale. E' sempre ricco di paure (teme di non poter tornare a vedere la sua famiglia) ed è diffidente verso tutto e tutti, esclusi i suoi amici e Valeriano in primo luogo. Si dedica con passione al lavoro, specialmente quando può dimostrare la propria abilità di "segaz" (è un ottimo lavoratore del legno).
Anche verso questi personaggi c'è un poco di partecipazione da parte dell'autore.
Ci sono poi Katja, la bella lituana, compagna di Silvestro che si "avviticchia come un'edera" a uomini e cose e poi è capace di abbandonarli improvvisamente; zio Eroska, mercante sempre atteso al villaggio perché portatore di merci e notizie dalle città e dalla Mongolia; il vecchio Gurka, che ha lavorato sul Bajkal ed è il miglior amico di Anataj...
LINGUA E STILE
Il libro è scritto al passato in prima persona: si può dire che siano le memorie di Valeriano, il quale, tuttavia, non si comporta mai come un narratore onnisciente.
Nel libro abbondano le riflessioni e le descrizioni, mentre sono ben poche le azioni impetuose: prevalgono sicuramente le scene statiche e quelle poco dinamiche.
Allo stesso modo, prevale il narrato (utile per descrivere personaggi, paesaggi, azioni, leggende...), anche se non sono assenti i dialoghi (utilizzati soprattutto per spiegare la personalità dei vari personaggi e per dar modo al protagonista di enunciare i propri pensieri). Non ci sono veri e propri monologhi, anche se gli stati d' animo e i pensieri del protagonista sono molto frequentemente descritti per mezzo del narrato.
Sono numerose le digressioni dalla trama centrale. Si raccontano, per esempio, le rocambolesche storie di Katja, Anataj e Ajdym, oltre ad alcune leggende siberiane.
Probabilmente, con queste digressioni l'autore intende amplificare l'atmosfera di favola e mistero che pervade tutta l'opera.
Non si ricorre al simbolismo, ma sono numerosissime le metafore e le ipallagi. Non mancano nemmeno le similitudini. Tutte queste figure retoriche sono usate con grande maestria dall'autore, che, attraverso l'accostamento di alcuni concetti a delle inusitate quanto toccanti immagini, riesce a dare al messaggio una grande forza espressiva.
Per quanto riguarda l'organizzazione sintattica del discorso, i periodi sono generalmente brevi, formati da una, due o tre proposizioni, raramente da più. Si trovano costruzioni sia paratattiche sia ipotattiche.
La punteggiatura è abbondante: all'autore piace spezzare il discorso per dargli più incisività.
Ci sono alcuni elementi lessicali particolari, tratti dal friulano (si usa sopratutto "tal forest", che vuol dire "da forestiero"), "lingua madre" sia dell'autore sia di molti personaggi.
VALUTAZIONE CRITICA
La lettura del libro è stata per me assai stimolante, poiché nell'opera si trattano argomenti interessanti e profondi, riguardanti finanche la visione della vita. Mi sento abbastanza vicino a quella dell'autore: mi pare sufficientemente equilibrata, perché contempera l’accettazione della realtà con l’esigenza di non trascurare l'aspetto onirico, il quale permette di uscire dalla ripetitiva quotidianità dell'esistenza.
Oltre che per questa dimensione "filosofica", il romanzo è, comunque, interessante anche per quella "didattica": fornisce numerosissime informazioni sulla Siberia e sulla Transiberiana, a me, in precedenza, in buona parte sconosciute.
Lo stile è assai espressivo (grazie all' abbondante ricorso alle figure retoriche), piacevole e semplice.
La parte che mi ha colpito maggiormente è stata l'ultima, quella in cui le storie dei personaggi subiscono una svolta inaspettata e imprevedibile. In particolare mi è rimasta impressa la storia di Marco, che ricorda quanto il destino di un uomo, a volte, sia condizionato dal caso, e quanto possano essere vane le sue speranze.
Nonostante tutto questo, forse per qualcuno la lettura dell'opera potrebbe risultare difficile, poiché in essa manca quasi completamente l'azione e, per quanto stimolanti, gli argomenti trattati sono certamente impegnativi.