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Book
Non-fiction
Read Entirely
Language
Italiano
Translator
Francesca Leardini
Publishing house
Einaudi
Series
Super ET
Edition number
11
Publication year
2018
Number of pages
566
Position in the list
61
The Review
“Un libro importante per inquadrare una delle questioni più sentite all’inizio del XXI secolo“
<<Mi sembra che due tipi di scelte siano stati cruciali nel far pendere l’ago della bilancia, di volta in volta, verso il successo o verso il fallimento: una prospettiva e una pianificazione a lungo termine, e la volontà di mettere in discussione i propri valori fondamentali. Pensandoci bene, è possibile riconoscere il ruolo centrale di queste stesse scelte anche nell’ambito della nostra vita individuale. Bisogna avere il coraggio di una visione a lungo termine e di prendere decisioni risolute, audaci e lungimiranti proprio nel momento in cui un problema comincia a diventare percepibile, ma prima che abbia raggiunto proporzioni incontrollabili>>.
<<Perché i re e i nobili [maya] non furono capaci di riconoscere e risolvere quei problemi così evidenti che minacciavano la loro società? La loro attenzione era evidentemente concentrata su mire personali e a breve termine, quali arricchirsi, intraprendere campagne militari, costruire monumenti, rivaleggiare con le altre élite e sottrarre ai contadini cibo sufficiente per poter sostenere tutte queste attività. Come quasi tutti i capi nella storia del genere umano, i re e i nobili maya non tennero conto dei problemi a lungo termine, posto che fossero in grado di accorgersene>>.
“Collasso” racconta una delle questioni rilevanti del XXI secolo: racconta il legame tra il superamento dei limiti ambientali di una civiltà e il disfacimento di questa. “Collasso” è un libro importante perché sposa la visione per cui <<il percorso intrapreso dall’uomo moderno non è al momento sostenibile>> e fornisce dei casi a sostegno di questo timore: civiltà e società che crollarono avendo sfruttato oltre il limite l’ambiente nel quale erano cresciute.
C’è ad esempio l’isola di Pasqua, con quella notissima ricostruzione dalla sua storia - divenuta conosciutissima anche grazie a questo libro - che è in un certo senso il caso esemplare sempre in mente a chi si preoccupa della distruzione ambientale: dopo un periodo di sviluppo e prosperità, si giunge all’esaurimento delle risorse naturali (ad esempio, all’abbattimento di tutti gli alberi) prodromico a un collasso, per l’appunto, tragico e terribile. Ma ci sono moltissimi altri casi, da tantissime epoche e geografie, in cui un rapporto malsano con l’ambiente conduce al collasso.
Un caso che colpisce tra i molti è quello groenlandese. Le pagine che raccontano la fine misteriosa degli insediamenti norvegesi in Groenlandia, dopo averne narrato la storia, sono affascinanti. La Groenlandia norvegese dura 450 anni (e infatti <<dobbiamo stare attenti a etichettare questo esperimento come un “insuccesso”, perché comunque durò più a lungo di quanto la società americana di lingua inglese e origine europea sia durata finora>>). Ma questa ormai antica realtà si interrompe con la fine dei due insediamenti che la componevano: quello occidentale fu quasi certamente sterminato dalla fame, quello orientale scomparve in un imprecisato anno dopo la partenza dell’ultima nave dalla Groenlandia, nel 1410, per motivi sconosciuti, sui quali Diamond avanza una sua, tragica ipotesi. La forte interpretazione dell’autore sui motivi della fine di questa storia plurisecolare svanita nel nulla è che i groenlandesi non seppero, non vollero adattarsi alle esigenze ambientali, soprattutto quando il clima divenne più freddo. La loro identità, il senso di appartenenza culturale all’Europa li portarono a alcune scelte sul piano pragmatico totalmente irrazionali, controproducenti per la <<sopravvivenza biologica>> ma necessarie per la <<sopravvivenza sociale>>. Così, <<i cambiamenti dovuti a fattori esterni e la risposta [o le non risposte] che i norvegesi diedero a questi mutamenti si combinarono fino a distruggere la civiltà norvegese in Groenlandia>>. D’altronde, <<i valori cui ci si aggrappa in modo irragionevole e ostinato nelle circostanze sbagliate sono gli stessi valori che un tempo avevano fatto trionfare sulle avversità>>.
Ma senza diffonderci ulteriormente sulle molte civiltà finite ricordate nel libro, il libro è utile per capire quanto un collasso possa essere rapidissimo, specialmente per società complesse e piene di interdipendenze, le cui parti non sono autosufficienti, che crollano appena la coesione scende al di sotto della soglia necessaria. <<Una delle lezioni più importanti che si possono trarre dalle storie dei maya, degli anasazi, dell’isola di Pasqua e di altre civiltà scomparse (così come dal recente tracollo dell’Unione Sovietica) è che un rapido declino può seguire di pochi anni il culmine in ricchezza, potere e popolosità. […] La ragione è semplice: un picco massimo di popolazione, di ricchezza, di consumo delle risorse e di produzione di rifiuti coincide con l’apice dell’impatto ambientale, fino al punto in cui le risorse disponibili non riescono più a tenere il passo del nostro sfruttamento>> (e sì, gli echi malthusiani sono evidenti, ed esplicitati dall’autore, che non esita a parlare di <<crisi malthusiane>>).
Il libro però non è un libro che preannuncia un’inevitabile catastrofe: <<il destino di una società spesso è nelle sue stesse mani e dipende essenzialmente dalle sue scelte>>. <<Le risposte della società [ai problemi ambientali] possono incidere sulla situazione, modificandola. Allo stesso modo, nel bene e nel male, l’azione e l’inazione di chi ci governa possono avere serie conseguenze>>. <<Da un lato i problemi ambientali […] stanno accelerando esponenzialmente. Dall’altro stanno aumentando anche la pubblica consapevolezza e le iniziative private e governative volte a frenare il degrado ambientale. Quale di questi due concorrenti vincerà la corsa? Molti lettori di questo libro sono giovani e vivranno abbastanza a lungo per vedere l’esito in prima persona>>. Diamond vuole chiaramente dare il suo contributo per far prendere le scelte giuste, e mostra che queste sono possibili non descrivendo solo disastri, ma anche casi di società che hanno trovato un equilibrio con l’ambiente, hanno evitato o risolto delle possibili crisi e hanno retto alla sfida del tempo. Alcuni di detti casi sono stupefacenti per la loro durata: ad esempio, <<La popolazione della minuscola isola di Tikopia (4,66 chilometri quadrati) riusciva ancora a sostenersi dopo 3000 anni di occupazione; […] Tonga […] (746 chilometri quadrati) ha ospitato con alti e bassi una complessa civiltà per 3200 anni>>; gli aborigeni hanno vissuto in Australia per circa 50.000 anni. Questo libro vuole essere costruttivo.
<<La soluzione a certi problemi ambientali può essere possibile grazie a due strategie contrapposte, che con espressione ormai consolidata etichetteremo bottom-up o top-down>>. <<Le società poco numerose che vivono su un’isola o un territorio di piccole dimensioni possono adottare una strategia bottom-up per gestire i loro problemi ambientali. In questi casi tutti gli abitanti conoscono a fondo l’intera isola, sanno che un qualsiasi cambiamento farà sentire le sue conseguenze su tutto il territorio, sono legati tra loro da interessi comuni e si sentono partecipi di una stessa identità. Questo tipo di gestione cooperativa parte dal basso, cioè dal singolo abitante, e va verso l’alto, il bene comune. Questa strategia è molto diffusa anche nelle piccole comunità del nostro mondo quotidiano, come un condominio, un quartiere o un ufficio>>; ma – scrive Diamond – le stesse caste indiane servono a affidare alcune specifiche risorse a un gruppo umano abbastanza piccolo in un dato territorio, gruppo che si organizzerà quindi per sfruttare quelle specifiche risorse da cui dipende in modo sostenibile. <<La strategia top-down, all’opposto, è adatta a un popolo numeroso dotato di un’organizzazione politica centralizzata>>. Un punto importante: <<le due politiche non sono mutualmente esclusive, soprattutto in società di grandi dimensioni e composte da unità organizzate in una gerarchia piramidale>>. Top-down o bottom-up possono entrambe avere successo: nella strategia top-down <<I leader che possono veramente contribuire a cambiare le cose sono quelli che non accettano passivamente lo stato dei fatti, ma che hanno il coraggio di prevedere una crisi, di agire prima che questa si manifesti e che, in modo risoluto, dall’alto della loro posizione prendono posizioni sagge>>, mentre nella strategia bottom-up <<Allo stesso modo, i cittadini altrettanti coraggiosi e attivi nella loro comunità possono contribuire al cambiamento agendo dal basso verso l’alto>>.
Sono articolate delle proposte. Il lato interessante di queste proposte è che non demonizzano. Non sono proposte di deindustrializzazione che vedono nelle imprese o nelle multinazionali “il nemico” dell’ambiente. Al contrario, Diamond esplicita il fatto che non saccheggiare l’ambiente è la linea d’azione economicamente più sensata, meno costosa per la società che la compie, sempre a lungo termine e spesso anche nell’immediato. Coglie il ruolo fondamentale che le imprese devono svolgere perché si conseguano risultati importanti, senza per questo regredire in qualche arcadica società preindustriale immaginaria. Apprezza il ruolo dei consumatori come importanti motori, tramite le proprie preferenze d’acquisto, delle scelte delle aziende, in particolare di quelle che vendono direttamente all’utente finale, le quali a loro volta influenzeranno i fornitori; e apprezza il ruolo dei cittadini, quali motore di provvedimenti adeguati dei governi: <<A lungo andare è il pubblico, direttamente o attraverso la classe politica, che ha il potere di azzerare i profitti delle imprese dannose per l’ambiente e di far aumentare i guadagni delle imprese che seguono una condotta sostenibile. […] Prevedo che in futuro, così come è accaduto in passato, l’opinione pubblica sarà indispensabile per far cambiare le pratiche ambientali delle aziende >>. Non solo: <<Ritengo anche che spetti ai cittadini farsi carico dei costi aggiuntivi, se ce ne sono, delle pratiche ambientali pulite>>. Insomma, una vista matura, molto più della media in chi – specialmente negli anni di scrittura del libro – era preoccupato dell’ambiente, ma spesso da posizioni anticapitaliste e utopistiche. Una proposta che ha guadagnato consenso nel tempo, forse anche grazie a questo libro; forse non era prevalente tra gli ambientalisti della prima ora, ma appare guadagnare terreno in questi anni decisivi, avvantaggiata dal suo essere più pragmatica e sostenibile (si pensi ad esempio alla crescita degli investimenti ESG).
Sui contenuti, quindi, un libro con molti punti di interesse, per i temi che tratta, per il punto di vista che adotta, per la chiave interpretativa che ha dato alla parabola di tante società, che oggi è di senso comune (ma non necessariamente corretta: sulla più nota, l’isola di Pasqua, esistono per esempio interpretazioni che non vedono il collasso ambientale come causato dagli abitanti dell’isola e in generale non spiegano il tracollo di quella società con questioni ambientali, ma con le conseguenze dei primi sporadici contatti con gli Europei e delle ipotizzate seguenti epidemie). Il capitolo XIV, “Perché i popoli fanno scelte sbagliate?”, andrebbe riportato interamente per la densità di concetti stimolanti che contiene. Perché una società fallisce nell’affrontare le sfide? Alcuni fattori alla base del fallimento: <<il gruppo non riesce a prevedere il sopraggiungere del problema; non si accorge che il problema esiste; se ne accorge ma non prova a risolverlo; cerca di risolverlo ma non ci riesce>>. Mancanza o oblio dei precedenti, false analogie, distanza geografica tra le risorse e chi ne decide la gestione, “amnesia del paesaggio”, “normalità strisciante” (creeping normality), scelte individuali razionali ma subottimali a livello di collettivo (come nel dilemma del prigioniero o nella “tragedia del bene comune”), conflitti di interesse tra élite e resto della società (specialmente quando l’élite non patisce i costi delle sue scelte), comportamenti irrazionali, dovuti per esempio all’”effetto dei costi sommersi”, group thinking, rifiuto psicologico.
La lettura, devo dire, non mi è risultata complessivamente molto fluida. Lo è stata in alcuni momenti. In altri, l’accumularsi di casi, di descrizioni delle loro condizioni specifiche e vicende locali, che alla fine spesso erano un ulteriore sostegno a idee di fondo già abbastanza chiare, ha contribuito a rallentare il ritmo. Intendiamoci: i casi sono importanti, perché accumulano supporto empirico alle ipotesi su cui si regge il libro. Per certi aspetti, però, a un certo punto diventano per il lettore quasi una lunga nota a piè di pagina. Le idee centrali del libro potrebbero efficacemente essere sintetizzate in un articolo, per intenderci.
Una nota che mi piace esporre: l’autore è – tra l’altro - un geografo. Parte del valore del libro sta nella chiarezza con cui evidenzia come l’ambiente fisico e naturale sia un elemento fondamentale che influenza radicalmente le nostre società, il loro sviluppo, le loro sfide. Questo spesso, anche nei lavori storici, non è evidente. Diamond lo rende tale, ed è un merito.
Tutto considerato, “Collasso” è una lettura che sono lieto di avere fatto, perché ha portato nuovi ingredienti alla mia visione del mondo, e alle mie considerazioni sulle sue sfide, e sulla sua evoluzione.
Alcune ulteriori riflessioni:
-> il succedersi di civiltà che dalla prosperità volgono alla desolazione, talvolta alla completa sparizione, magari in mezzo a carneficine spaventose, è uno spunto estremamente interessante del libro, che ha un impatto anche sul modo di pensare del lettore. Molti di noi sono abituati a immaginare la storia come un qualcosa che evolve più o meno lungo una linea retta, verso il futuro, che è progresso, dal peggio al meglio; certo, con la possibilità di deviazioni, come l’Alto Medioevo dopo Roma, ma con una meta chiara. Inoltre, pensiamo alla storia come a una linea continua, che non si interrompe mai. Ecco, anche a prescindere dal legame con l’ambiente che è la tesi del libro, leggere questa galleria di civiltà e società che hanno prosperato, poi sono collassate fino al punto – in molti casi – da non esistere più è impressionante. Il futuro non è garantito, va costruito e messo in sicurezza continuamente.
-> la successione di civiltà che hanno cessato di esistere, regredendo in alcuni casi quasi fino al nulla, suscita nel lettore anche un’altra riflessione: della gran parte di questi casi non sappiamo quasi nulla, e gli stessi specialisti ne sanno poco, perché noi, la nostra civiltà, ha seguito un altro percorso, in un’altra geografia. In passato, c’erano tante storie parallele, che seguivano la propria traiettoria senza mai toccarsi, all’oscuro l’una dell’altra. A noi sembra naturale che la storia sia infinita perché abbiamo la fortuna di essere in una storia che finora non si è mai interrotta, ma ovviamente il nostro punto di vista soffre di un bias strutturale: abbiamo un punto di vista perché siamo qui, siamo sopravvissuti; gli altri non hanno un punto di vista perché non ce l’hanno fatta, le loro storie non esistono più. Ma oggi c’è qualcosa di diverso. Infatti, non ci sono più tante storie in parallelo, che si sviluppano in ambienti senza contatti tra loro: c’è un’unica storia, quella del pianeta, ormai totalmente interconnesso. La globalizzazione, e la scala dell’impatto umano sull’ambiente, vogliono dire che ormai tutte le uova sono nello stesso paniere. In passato tante storie sono giunte al collasso, ma era improbabile un collasso contemporaneo di tutte le civiltà nel mondo. Oggi invece se fosse collasso, potrebbe facilmente essere collasso dell’umanità nella sua interezza. E’ già successo, interi piccoli e meno piccoli mondi isolati sono collassati, le loro civiltà, culture, miti, creazioni, opere d’arte evaporati, quasi tutto dissolto, finito in niente. Oggi non c’è più hedging.
Infine, altre informazioni che ho trovato interessanti e ho appuntato:
-> Esistono alcuni processi in cui il catalizzatore stesso è un prodotto della reazione, e quindi si innesca una reazione a catena, a velocità sempre più elevate: sono detti processi autocatalitici. Questo è per esempio il caso dell’espansione vichinga.
-> <<L’Islanda è il paese [ambientalmente] più disastrato d’Europa>>. In paesi ambientalmente fragili come l’Islanda, ogni innovazione rischia di fare danni gravissimi, dai quali non si può tornare indietro. Gli islandesi lo impararono ben presto sulla propria pelle, dopo aver quasi distrutto l’ambiente che avevano trovato vergine all’epoca della colonizzazione. <<Da tutto questo bagaglio di esperienze, gli islandesi hanno tratto una conclusione: non vivono in un paese in cui possono permettersi di fare esperimenti>>. L’avversione all’innovazione a volte ha radici molto profonde.
-> John Stephens fu, insieme a Catherwood, scopritore delle città maya nella giungla: da leggere la citazione contenuta in “Collasso” sulle sue emozioni e i suoi pensieri mentre esplorava una città abbandonata e non poteva non pensare a quello che era stato, a chi vi aveva vissuto, e al relitto nell’oblio che era diventata.
<<Mi sembra che due tipi di scelte siano stati cruciali nel far pendere l’ago della bilancia, di volta in volta, verso il successo o verso il fallimento: una prospettiva e una pianificazione a lungo termine, e la volontà di mettere in discussione i propri valori fondamentali. Pensandoci bene, è possibile riconoscere il ruolo centrale di queste stesse scelte anche nell’ambito della nostra vita individuale. Bisogna avere il coraggio di una visione a lungo termine e di prendere decisioni risolute, audaci e lungimiranti proprio nel momento in cui un problema comincia a diventare percepibile, ma prima che abbia raggiunto proporzioni incontrollabili>>.
<<Perché i re e i nobili [maya] non furono capaci di riconoscere e risolvere quei problemi così evidenti che minacciavano la loro società? La loro attenzione era evidentemente concentrata su mire personali e a breve termine, quali arricchirsi, intraprendere campagne militari, costruire monumenti, rivaleggiare con le altre élite e sottrarre ai contadini cibo sufficiente per poter sostenere tutte queste attività. Come quasi tutti i capi nella storia del genere umano, i re e i nobili maya non tennero conto dei problemi a lungo termine, posto che fossero in grado di accorgersene>>.
“Collasso” racconta una delle questioni rilevanti del XXI secolo: racconta il legame tra il superamento dei limiti ambientali di una civiltà e il disfacimento di questa. “Collasso” è un libro importante perché sposa la visione per cui <<il percorso intrapreso dall’uomo moderno non è al momento sostenibile>> e fornisce dei casi a sostegno di questo timore: civiltà e società che crollarono avendo sfruttato oltre il limite l’ambiente nel quale erano cresciute.
C’è ad esempio l’isola di Pasqua, con quella notissima ricostruzione dalla sua storia - divenuta conosciutissima anche grazie a questo libro - che è in un certo senso il caso esemplare sempre in mente a chi si preoccupa della distruzione ambientale: dopo un periodo di sviluppo e prosperità, si giunge all’esaurimento delle risorse naturali (ad esempio, all’abbattimento di tutti gli alberi) prodromico a un collasso, per l’appunto, tragico e terribile. Ma ci sono moltissimi altri casi, da tantissime epoche e geografie, in cui un rapporto malsano con l’ambiente conduce al collasso.
Un caso che colpisce tra i molti è quello groenlandese. Le pagine che raccontano la fine misteriosa degli insediamenti norvegesi in Groenlandia, dopo averne narrato la storia, sono affascinanti. La Groenlandia norvegese dura 450 anni (e infatti <<dobbiamo stare attenti a etichettare questo esperimento come un “insuccesso”, perché comunque durò più a lungo di quanto la società americana di lingua inglese e origine europea sia durata finora>>). Ma questa ormai antica realtà si interrompe con la fine dei due insediamenti che la componevano: quello occidentale fu quasi certamente sterminato dalla fame, quello orientale scomparve in un imprecisato anno dopo la partenza dell’ultima nave dalla Groenlandia, nel 1410, per motivi sconosciuti, sui quali Diamond avanza una sua, tragica ipotesi. La forte interpretazione dell’autore sui motivi della fine di questa storia plurisecolare svanita nel nulla è che i groenlandesi non seppero, non vollero adattarsi alle esigenze ambientali, soprattutto quando il clima divenne più freddo. La loro identità, il senso di appartenenza culturale all’Europa li portarono a alcune scelte sul piano pragmatico totalmente irrazionali, controproducenti per la <<sopravvivenza biologica>> ma necessarie per la <<sopravvivenza sociale>>. Così, <<i cambiamenti dovuti a fattori esterni e la risposta [o le non risposte] che i norvegesi diedero a questi mutamenti si combinarono fino a distruggere la civiltà norvegese in Groenlandia>>. D’altronde, <<i valori cui ci si aggrappa in modo irragionevole e ostinato nelle circostanze sbagliate sono gli stessi valori che un tempo avevano fatto trionfare sulle avversità>>.
Ma senza diffonderci ulteriormente sulle molte civiltà finite ricordate nel libro, il libro è utile per capire quanto un collasso possa essere rapidissimo, specialmente per società complesse e piene di interdipendenze, le cui parti non sono autosufficienti, che crollano appena la coesione scende al di sotto della soglia necessaria. <<Una delle lezioni più importanti che si possono trarre dalle storie dei maya, degli anasazi, dell’isola di Pasqua e di altre civiltà scomparse (così come dal recente tracollo dell’Unione Sovietica) è che un rapido declino può seguire di pochi anni il culmine in ricchezza, potere e popolosità. […] La ragione è semplice: un picco massimo di popolazione, di ricchezza, di consumo delle risorse e di produzione di rifiuti coincide con l’apice dell’impatto ambientale, fino al punto in cui le risorse disponibili non riescono più a tenere il passo del nostro sfruttamento>> (e sì, gli echi malthusiani sono evidenti, ed esplicitati dall’autore, che non esita a parlare di <<crisi malthusiane>>).
Il libro però non è un libro che preannuncia un’inevitabile catastrofe: <<il destino di una società spesso è nelle sue stesse mani e dipende essenzialmente dalle sue scelte>>. <<Le risposte della società [ai problemi ambientali] possono incidere sulla situazione, modificandola. Allo stesso modo, nel bene e nel male, l’azione e l’inazione di chi ci governa possono avere serie conseguenze>>. <<Da un lato i problemi ambientali […] stanno accelerando esponenzialmente. Dall’altro stanno aumentando anche la pubblica consapevolezza e le iniziative private e governative volte a frenare il degrado ambientale. Quale di questi due concorrenti vincerà la corsa? Molti lettori di questo libro sono giovani e vivranno abbastanza a lungo per vedere l’esito in prima persona>>. Diamond vuole chiaramente dare il suo contributo per far prendere le scelte giuste, e mostra che queste sono possibili non descrivendo solo disastri, ma anche casi di società che hanno trovato un equilibrio con l’ambiente, hanno evitato o risolto delle possibili crisi e hanno retto alla sfida del tempo. Alcuni di detti casi sono stupefacenti per la loro durata: ad esempio, <<La popolazione della minuscola isola di Tikopia (4,66 chilometri quadrati) riusciva ancora a sostenersi dopo 3000 anni di occupazione; […] Tonga […] (746 chilometri quadrati) ha ospitato con alti e bassi una complessa civiltà per 3200 anni>>; gli aborigeni hanno vissuto in Australia per circa 50.000 anni. Questo libro vuole essere costruttivo.
<<La soluzione a certi problemi ambientali può essere possibile grazie a due strategie contrapposte, che con espressione ormai consolidata etichetteremo bottom-up o top-down>>. <<Le società poco numerose che vivono su un’isola o un territorio di piccole dimensioni possono adottare una strategia bottom-up per gestire i loro problemi ambientali. In questi casi tutti gli abitanti conoscono a fondo l’intera isola, sanno che un qualsiasi cambiamento farà sentire le sue conseguenze su tutto il territorio, sono legati tra loro da interessi comuni e si sentono partecipi di una stessa identità. Questo tipo di gestione cooperativa parte dal basso, cioè dal singolo abitante, e va verso l’alto, il bene comune. Questa strategia è molto diffusa anche nelle piccole comunità del nostro mondo quotidiano, come un condominio, un quartiere o un ufficio>>; ma – scrive Diamond – le stesse caste indiane servono a affidare alcune specifiche risorse a un gruppo umano abbastanza piccolo in un dato territorio, gruppo che si organizzerà quindi per sfruttare quelle specifiche risorse da cui dipende in modo sostenibile. <<La strategia top-down, all’opposto, è adatta a un popolo numeroso dotato di un’organizzazione politica centralizzata>>. Un punto importante: <<le due politiche non sono mutualmente esclusive, soprattutto in società di grandi dimensioni e composte da unità organizzate in una gerarchia piramidale>>. Top-down o bottom-up possono entrambe avere successo: nella strategia top-down <<I leader che possono veramente contribuire a cambiare le cose sono quelli che non accettano passivamente lo stato dei fatti, ma che hanno il coraggio di prevedere una crisi, di agire prima che questa si manifesti e che, in modo risoluto, dall’alto della loro posizione prendono posizioni sagge>>, mentre nella strategia bottom-up <<Allo stesso modo, i cittadini altrettanti coraggiosi e attivi nella loro comunità possono contribuire al cambiamento agendo dal basso verso l’alto>>.
Sono articolate delle proposte. Il lato interessante di queste proposte è che non demonizzano. Non sono proposte di deindustrializzazione che vedono nelle imprese o nelle multinazionali “il nemico” dell’ambiente. Al contrario, Diamond esplicita il fatto che non saccheggiare l’ambiente è la linea d’azione economicamente più sensata, meno costosa per la società che la compie, sempre a lungo termine e spesso anche nell’immediato. Coglie il ruolo fondamentale che le imprese devono svolgere perché si conseguano risultati importanti, senza per questo regredire in qualche arcadica società preindustriale immaginaria. Apprezza il ruolo dei consumatori come importanti motori, tramite le proprie preferenze d’acquisto, delle scelte delle aziende, in particolare di quelle che vendono direttamente all’utente finale, le quali a loro volta influenzeranno i fornitori; e apprezza il ruolo dei cittadini, quali motore di provvedimenti adeguati dei governi: <<A lungo andare è il pubblico, direttamente o attraverso la classe politica, che ha il potere di azzerare i profitti delle imprese dannose per l’ambiente e di far aumentare i guadagni delle imprese che seguono una condotta sostenibile. […] Prevedo che in futuro, così come è accaduto in passato, l’opinione pubblica sarà indispensabile per far cambiare le pratiche ambientali delle aziende >>. Non solo: <<Ritengo anche che spetti ai cittadini farsi carico dei costi aggiuntivi, se ce ne sono, delle pratiche ambientali pulite>>. Insomma, una vista matura, molto più della media in chi – specialmente negli anni di scrittura del libro – era preoccupato dell’ambiente, ma spesso da posizioni anticapitaliste e utopistiche. Una proposta che ha guadagnato consenso nel tempo, forse anche grazie a questo libro; forse non era prevalente tra gli ambientalisti della prima ora, ma appare guadagnare terreno in questi anni decisivi, avvantaggiata dal suo essere più pragmatica e sostenibile (si pensi ad esempio alla crescita degli investimenti ESG).
Sui contenuti, quindi, un libro con molti punti di interesse, per i temi che tratta, per il punto di vista che adotta, per la chiave interpretativa che ha dato alla parabola di tante società, che oggi è di senso comune (ma non necessariamente corretta: sulla più nota, l’isola di Pasqua, esistono per esempio interpretazioni che non vedono il collasso ambientale come causato dagli abitanti dell’isola e in generale non spiegano il tracollo di quella società con questioni ambientali, ma con le conseguenze dei primi sporadici contatti con gli Europei e delle ipotizzate seguenti epidemie). Il capitolo XIV, “Perché i popoli fanno scelte sbagliate?”, andrebbe riportato interamente per la densità di concetti stimolanti che contiene. Perché una società fallisce nell’affrontare le sfide? Alcuni fattori alla base del fallimento: <<il gruppo non riesce a prevedere il sopraggiungere del problema; non si accorge che il problema esiste; se ne accorge ma non prova a risolverlo; cerca di risolverlo ma non ci riesce>>. Mancanza o oblio dei precedenti, false analogie, distanza geografica tra le risorse e chi ne decide la gestione, “amnesia del paesaggio”, “normalità strisciante” (creeping normality), scelte individuali razionali ma subottimali a livello di collettivo (come nel dilemma del prigioniero o nella “tragedia del bene comune”), conflitti di interesse tra élite e resto della società (specialmente quando l’élite non patisce i costi delle sue scelte), comportamenti irrazionali, dovuti per esempio all’”effetto dei costi sommersi”, group thinking, rifiuto psicologico.
La lettura, devo dire, non mi è risultata complessivamente molto fluida. Lo è stata in alcuni momenti. In altri, l’accumularsi di casi, di descrizioni delle loro condizioni specifiche e vicende locali, che alla fine spesso erano un ulteriore sostegno a idee di fondo già abbastanza chiare, ha contribuito a rallentare il ritmo. Intendiamoci: i casi sono importanti, perché accumulano supporto empirico alle ipotesi su cui si regge il libro. Per certi aspetti, però, a un certo punto diventano per il lettore quasi una lunga nota a piè di pagina. Le idee centrali del libro potrebbero efficacemente essere sintetizzate in un articolo, per intenderci.
Una nota che mi piace esporre: l’autore è – tra l’altro - un geografo. Parte del valore del libro sta nella chiarezza con cui evidenzia come l’ambiente fisico e naturale sia un elemento fondamentale che influenza radicalmente le nostre società, il loro sviluppo, le loro sfide. Questo spesso, anche nei lavori storici, non è evidente. Diamond lo rende tale, ed è un merito.
Tutto considerato, “Collasso” è una lettura che sono lieto di avere fatto, perché ha portato nuovi ingredienti alla mia visione del mondo, e alle mie considerazioni sulle sue sfide, e sulla sua evoluzione.
Alcune ulteriori riflessioni:
-> il succedersi di civiltà che dalla prosperità volgono alla desolazione, talvolta alla completa sparizione, magari in mezzo a carneficine spaventose, è uno spunto estremamente interessante del libro, che ha un impatto anche sul modo di pensare del lettore. Molti di noi sono abituati a immaginare la storia come un qualcosa che evolve più o meno lungo una linea retta, verso il futuro, che è progresso, dal peggio al meglio; certo, con la possibilità di deviazioni, come l’Alto Medioevo dopo Roma, ma con una meta chiara. Inoltre, pensiamo alla storia come a una linea continua, che non si interrompe mai. Ecco, anche a prescindere dal legame con l’ambiente che è la tesi del libro, leggere questa galleria di civiltà e società che hanno prosperato, poi sono collassate fino al punto – in molti casi – da non esistere più è impressionante. Il futuro non è garantito, va costruito e messo in sicurezza continuamente.
-> la successione di civiltà che hanno cessato di esistere, regredendo in alcuni casi quasi fino al nulla, suscita nel lettore anche un’altra riflessione: della gran parte di questi casi non sappiamo quasi nulla, e gli stessi specialisti ne sanno poco, perché noi, la nostra civiltà, ha seguito un altro percorso, in un’altra geografia. In passato, c’erano tante storie parallele, che seguivano la propria traiettoria senza mai toccarsi, all’oscuro l’una dell’altra. A noi sembra naturale che la storia sia infinita perché abbiamo la fortuna di essere in una storia che finora non si è mai interrotta, ma ovviamente il nostro punto di vista soffre di un bias strutturale: abbiamo un punto di vista perché siamo qui, siamo sopravvissuti; gli altri non hanno un punto di vista perché non ce l’hanno fatta, le loro storie non esistono più. Ma oggi c’è qualcosa di diverso. Infatti, non ci sono più tante storie in parallelo, che si sviluppano in ambienti senza contatti tra loro: c’è un’unica storia, quella del pianeta, ormai totalmente interconnesso. La globalizzazione, e la scala dell’impatto umano sull’ambiente, vogliono dire che ormai tutte le uova sono nello stesso paniere. In passato tante storie sono giunte al collasso, ma era improbabile un collasso contemporaneo di tutte le civiltà nel mondo. Oggi invece se fosse collasso, potrebbe facilmente essere collasso dell’umanità nella sua interezza. E’ già successo, interi piccoli e meno piccoli mondi isolati sono collassati, le loro civiltà, culture, miti, creazioni, opere d’arte evaporati, quasi tutto dissolto, finito in niente. Oggi non c’è più hedging.
Infine, altre informazioni che ho trovato interessanti e ho appuntato:
-> Esistono alcuni processi in cui il catalizzatore stesso è un prodotto della reazione, e quindi si innesca una reazione a catena, a velocità sempre più elevate: sono detti processi autocatalitici. Questo è per esempio il caso dell’espansione vichinga.
-> <<L’Islanda è il paese [ambientalmente] più disastrato d’Europa>>. In paesi ambientalmente fragili come l’Islanda, ogni innovazione rischia di fare danni gravissimi, dai quali non si può tornare indietro. Gli islandesi lo impararono ben presto sulla propria pelle, dopo aver quasi distrutto l’ambiente che avevano trovato vergine all’epoca della colonizzazione. <<Da tutto questo bagaglio di esperienze, gli islandesi hanno tratto una conclusione: non vivono in un paese in cui possono permettersi di fare esperimenti>>. L’avversione all’innovazione a volte ha radici molto profonde.
-> John Stephens fu, insieme a Catherwood, scopritore delle città maya nella giungla: da leggere la citazione contenuta in “Collasso” sulle sue emozioni e i suoi pensieri mentre esplorava una città abbandonata e non poteva non pensare a quello che era stato, a chi vi aveva vissuto, e al relitto nell’oblio che era diventata.