Recommended Book Non-fiction Read Entirely Read one time
Language
Italiano
Publishing house
Solferino
Edition number
1
Publication year
2021
Number of pages
480
Position in the list
44
The Review
1 voted this review
STRA-CONSIGLIATO!


Il podcast è “uno strumento moderno ma allo stesso tempo antichissimo, perché gli uomini hanno sempre amato tramandare le loro storie oralmente, attorno a un fuoco scoppiettante”. Così scrive l’autore, Marco Cappelli, che ha potuto scrivere e pubblicare questo libro proprio grazie al successo del suo podcast “Storia d’Italia”.

Anche io ho conosciuto l’opera di Marco attraverso il suo apprezzatissimo podcast, e posso dire che dal libro traspaiono allo stesso modo l’abilità narrativa e la passione di Marco per lo studio scrupoloso e il racconto storico.

Questo libro, come numerosi altri pubblicati negli ultimi tempi da vari autori, è uno spin-off di un progetto di successo che nasce su altri mezzi e attraverso altre forme di comunicazione, ma che quando acquisisce una certa dimensione critica incrocia il libro come mezzo di espressione. Si tratta di un fenomeno molto evidente di questi anni, che arricchisce l’editoria di contributi efficaci e molto spesso di qualità, e porta alla lettura fruitori di altri media.

“Per un Pugno di Barbari” è dunque uno spin-off di “Storia d’Italia”, ma non perché racconti su carta quanto già raccontato con la voce. “Storia d’Italia” inizia con la battaglia di Ponte Milvio. “Per un Pugno di Barbari” tratta invece la Storia che precede Costantino.

La selezione dell’argomento è un primo merito del libro. La crisi del III secolo è un’epoca molto meno praticata, nell’educazione scolastica della cittadinanza, di altre, anche rimanendo nella storia romana. Il percorso educativo, almeno in Italia, tende a concentrarsi sull’impressionante ascesa di Roma tra le Guerre Puniche e il Principato, ma liquida quasi sempre rapidamente la crisi del III secolo, senza andare oltre un’esposizione veloce dell’anarchia militare. La generalità del pubblico, quindi, non ha idea di cosa fu veramente quella crisi. Cappelli invece lo spiega bene. Fu sostanzialmente la disgregazione dell’impero. Sconfitto sui campi di battaglia, sconvolto istituzionalmente, flagellato da pestilenze, rovinato economicamente, diviso in tre organismi statuali autonomi e indipendenti. Praticamente, finito.

L’autore fa un ottimo lavoro nel rendere il lettore consapevole che la ripresa imperiale fu quasi un miracolo, dato il punto cui erano arrivate le cose. E racconta come si sfiorò l’abisso al nadir e da lì si risalì a una situazione di unità, stabilità, potenza militare ritrovata, crescente prosperità. Attingendo ad alcune risorse organizzative eccezionali con ogni evidenza non irreparabilmente compromesse dalla crisi (basti pensare a quanto lo stato romano riuscì a fare sul sistema fiscale con Diocleziano, ma anche – in precedenza – con le attestazioni di sacrifici agli dei ai tempi di Decio, testimonianza di capacità burocratiche stupefacenti), ma anche e forse soprattutto attraverso alcune personalità straordinarie, Aureliano e Diocleziano su tutti.

L’interesse per l’argomento è tra l’altro esplicitamente collegato dall’autore a una almeno parziale analogia con la fase attuale attraversata dall’Occidente in generale e dall’Italia in particolare. Una fase di declino in cui diversi elementi di debolezza si assommano, ma per lungo tempo lievitano senza esplodere, annacquando o evitando adeguate reazioni e provvedimenti. Da questo punto di vista, in modo simile a quanto accadde a Roma, nella quale gli equilibri che avevano retto il Principato cominciarono a incrinarsi e poi saltare un secolo prima del momento più tremendo della crisi. Il libro infatti parte da Marco Aurelio e attraversa tutta l’epoca dei Severi, evidenziando man mano i pezzi che saltavano dell’antico ordine, i problemi che si accumulavano, prima che la crisi si conclamasse anche agli occhi più ottimisti o ingenui e ci si avviasse al collasso. Questa lunga preparazione all’epoca maggiormente drammatica, attraversata passo a passo, è certamente una scelta intelligente dell’autore e va a merito del suo lavoro.

L’interesse per l’argomento, dicevo, è legato anche alla contemporaneità e alle sue sfide, e trovo questo aspetto interessante, perché mi sembra collegato a un vasto movimento intellettuale di rinnovato fascino e interesse per la Tarda Antichità e il Medioevo. Mi pare che da alcuni anni, direi dal volgere del secolo o poco dopo, la contemporaneità, quanto meno quella occidentale, cerchi molto più di prima di trovare ispirazioni, risposte o analogie in queste epoche, lontane dalla Roma trionfante del Principato e cariche di problemi, ma anche matrici del mondo nel quale viviamo. A questo proposito, qualche tessera del mosaico: Edward Luttwak che – dopo aver pubblicato “La Grande Strategia dell’Impero Romano” nel 1976 - nel 2009 scrive “La Grande Strategia dell’Impero Bizantino”, e lo fa indirizzandolo chiaramente, mi pare, ai policy maker statunitensi post 11 settembre e post Iraq; il grande successo popolare, in Italia, di uno storico che è anzitutto un medievista e non parla quasi mai della classicità in senso stretto, Alessandro Barbero; l’amico Andrea Babini che nel momento in cui cerca le radici dell’Italia e dell’Europa contemporanea scrive “Il Medioevo in Italia e in Europa”, e lo fa iniziando con un primo volume titolato “La Tarda Antichità”. In questo macro-trend si inserisce anche il lavoro di Cappelli, che – come Babini – inizia il suo podcast dalla Tarda Antichità, e dedica un libro all’impero che supera una crisi apparentemente mortale. Traendone una morale per noi: “Tornando al nostro Esopo, dunque, la morale, a mio avviso, è che quando si è di fronte alle avversità è spesso più facile rassegnarsi al declino, senza imporre le riforme strutturali che possano rendere nuovamente competitivi Stato e società. Di solito i cambiamenti vanno contro gli interessi costituiti […]. Le riforme rivoluzionarie possono causare forti opposizioni, anche armate […]. Cambiare vuol dire anche rischiare di sbagliare: non tutte le riforme sono necessarie o vantaggiose. Per ogni riforma della tassazione, c’è un potenziale editto dei massimi prezzi, ma la stasi è la via certa e diretta verso il declino”.

Altro merito del libro è la visione storica ampia che l’autore riesce a esprimere. Marco Cappelli non è uno storico professionista, è un appassionato, che fa un altro mestiere nella vita (e non ho idea di dove trovi il tempo per fare tutto quello che fa). Però, la passione e la curiosità sono fortissime, lo studio è scrupoloso (ci sono le note, c’è un’ampia varietà di fonti, primarie e secondarie; si segnalano anche podcast e siti, una vera cortesia verso il lettore curioso), la necessità di trovare interpretazioni e spiegazioni solide e verosimili all’accaduto è irresistibile, e grazie a questi ingredienti Marco riesce a dipingere un affresco completo di un’epoca complicata, sulla quale per di più le fonti quasi sempre scarseggiano, o mancano (esattamente che ha combinato Probo, per esempio?). Marco descrive le vicende, racconta le battaglie, spiega le congiure, ma dà anche un resoconto preciso e competente della crisi valutaria e finanziaria tremenda che attraversò l’impero nel III secolo. E fa bene a farlo perché, come egli stesso afferma, molti cittadini all’epoca patirono il disastro economico sulla propria pelle, probabilmente più ancora di quanti vennero toccati dalle invasioni persiane, dalle incursioni barbare o dalle guerre civili. La deriva economica ha un ruolo centrale nel libro, e così la riforma fiscale dioclezianea, e questo certamente è possibile anche grazie alla formazione dell’autore, che è bocconiano. Sono però anche presenti le epidemie, e l’evoluzione religioso-spirituale che va verso il dio unico, che sia il Sole o il Dio dei Cristiani. E’ insomma una storia non solo degli avvenimenti, ma anche dei macro-fenomeni. Il quadro che ne emerge è un quadro non monodimensionale, nel quale c’è sì una crisi tremenda, ma l’organizzazione complessa della società, come anticipato sopra, non va in pezzi; nell’orizzonte temporale del libro sono compresi e menzionati grandi giuristi come Papiniano o Ulpiano, e grandissimi filosofi, come Plotino.

La passione e lo studio per l’argomento consentono insomma all’autore di andare ben oltre la mera enunciazione delle nozioni storiche; gli consentono anche di proporre una chiave interpretativa su numerosi eventi e personaggi. Ad esempio, su Gallieno, regnante nelle ore più buie della crisi, proposto anche come iniziatore di alcune di quelle riforme che permisero infine all’impero di salvarsi, e come suo tenace e quasi instancabile difensore. Un personaggio storico cerniera tra i vecchi e i nuovi imperatori, tra i senatori e gli illirici, che esce come figura da rivalutare. Un personaggio, dico per inciso, che meriterebbe una piece shakespeariana per le sfide impossibili, i rovesci, le scelte, le contraddizioni che si trovò ad affrontare e vivere.

Un altro elemento positivo del libro sono alcune soluzione comunicative scelte dall’autore. Lettura agevole e godibile, tanti paragrafetti brevi ma pregni di contenuto, similitudini e analogie “pop” solitamente azzeccate e utili per connettere più pienamente il lettore a quanto si sta raccontando; dimensione “pop” che dona anche una certa freschezza (con titoletti quali “la minaccia fantasma” o “mission impossible” o “il cavaliere”, ma c’è anche “dramatis personae”, una piacevole varietà di spunti e rimandi, insomma). Ci sono alcuni esiti stilistici molto felici (ad esempio, un capitolo finisce così: “Bang!”; immagino abbiate già voglia di leggere cosa è accaduto prima e cosa accadrà dopo). All’inizio dei capitoli, ci sono scene – basate sulle fonti ma deliberatamente più immaginative – che sono zoomate su momenti storici significativi raccontati in presa diretta dalla prospettiva “di chi c’era”, che di nuovo aiutano il lettore a connettersi con quello di cui sta leggendo e introducono un’efficace variazione al racconto. C’è anche un apparato iconografico - di Laura Guglielmo - curato e suggestivo, così come mappe accurate - anch'esse di Laura Guglielmo - realizzate in uno stile che richiama quello che spesso si trova nelle edizioni de “Il Signore degli Anelli”, altra passione dell’autore, e utile a ricordare che la Storia è spesso tanto fantastica, maestosa e sorprendente quanto le più geniali storie d’invenzione.

Venendo invece ai punti non perfetti, sostanzialmente si possono riassumere nella mancata correzione di alcuni refusi, typo e sviste chiaramente identificabili, che saranno senz’altro corretti nella seconda edizione. Non ho rilevato maggiori imprecisioni di una qualche rilevanza, cioè di contenuto, se si fa eccezione per l’argomento oggetto di un discorso di Claudio in Senato, per una erronea ricostruzione dell’intervento di Settimio Severo sulla sacrosanctitas legata alla tribunicia potestas, e in particolare sulla sua estensione al figlio Caracalla, e per una resa poco chiara e probabilmente fuorviante della dinamica della successione a Nerva. Anche in questo caso, credo proprio che la seconda edizione rettificherà senza problemi, dovendo in ciascun caso intervenire su poche parole.

Personalmente, non sono persuaso dalla ricostruzione dell’assassinio di Gallieno fornita dalle fonti e sposata anche dall’autore, ma è verosimilmente una mia fissazione (e – giova ricordarlo - la ricostruzione dell’autore è fondata sulle fonti).

A mio gusto, mi sarebbe piaciuta qualche pagina ulteriore sull’evoluzione filosofico-spirituale dell’epoca, su questa tensione al dio unico (o alla contrapposizione tra due divinità come nel caso dei Manichei). Allo stesso modo, per completare il quadro, mi sarebbe piaciuto un accenno alle evoluzioni artistiche e letterarie dell’epoca di cui si tratta. Ma qui si tratta per l’appunto di mio gusto personale, tendente all’enciclopedico, e le scelte dell’autore in merito alla selezione dei temi e del dettaglio della loro trattazione sono del tutto legittime e credo anche efficaci.

Ho voluto inserire questi dettagli critici per completezza. Ciò non toglie, mi sembra evidente, che il mio giudizio su questo libro sia largamente positivo: un eccellente esempio di divulgazione storica, di lettura piacevole e agevole, e con il grandissimo pregio di non perdere mai di vista la “big picture”, il macro-significato di quello che si sta raccontando, la vista dall’alto. Questa consapevolezza dell’approccio dell’autore alla Storia, evidente anche nel suo podcast, è certamente uno dei suoi punti di forza e uno degli aspetti di maggiore valore della sua divulgazione. Leggete a questo proposito l’ultimo capitolo, “La Morale della Favola”. Ci sono “just world fallacy” e “creeping normality”, ci troverete alcuni appropriati accenni alla “teoria dei sistemi complessi” e alla sua proiezione sugli eventi e sui personaggi storici; c’è la domanda sacrosanta: perché Roma non cadde prima? Cose che troverete di rado nei libri di Storia, ma che sono le vere questioni su cui la Storia potrebbe, un po’, esserci “magistra”.

Stra-consigliato!


POST SCRIPTUM (Gennaio 2022): ho avuto modo di esaminare in libreria la seconda edizione. Come mi attendevo, è stata eseguita la correzione di refusi, typo, sviste e piccole imprecisioni.
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