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Language
Italiano
Publishing house
Rizzoli Editore
Edition number
1
Publication year
1976
Number of pages
301
Position in the list
17
The Review
"Com'è che l'Italia divenne fascista"


In questo volume, parte della sua Storia d'Italia, Indro Montanelli affronta un tema storiografico delicatissimo, perché relativo a un passaggio cruciale e al contempo totalmente divisivo della storia dell'Italia unita: l'avvento del Fascismo. Per un libro pubblicato nel 1976, e dunque in anni in cui la marea ideologica andava a sinistra, all'antifascismo dichiarato - anzi, "costituzionale" - e per un autore al centro della quotidiana, infiammata polemica politica di quegli anni, scrivere questo libro su questo tema era una sfida rischiosa. Una sfida che naturalmente Montanelli vince.

Il libro delinea la biografia del primo Mussolini, tratteggia il suo burbero carattere giovanile, l'esperienza socialista, la direzione dell'Avanti, la scelta interventista, l'uscita dal Partito Socialista. Questa prima parte del libro è istruttiva, efficace nel raccontare la complessità della forte personalità e dell'intricato percorso umano e soprattutto politico del futuro Duce. Anche se - mi pare - lo stile di scrittura qui non è sempre del più sfolgorante Montanelli, pur essendo buono e non mancando i guizzi e i brani di grande forza.

Il libro poi va a raccontare degli anni che dalla Grande Guerra portano alla Marcia su Roma. Qui Montanelli lavora con le sue eccelse caratteristiche di grande giornalista (e storico). Racconta in modo semplice, ma tutt'altro che sciatto, una realtà proteiforme, mutante, piena di accidenti, coincidenze, fatalità, casualità, personaggi più o meno minori, più o meno comprimari. Non parte da un evidente schema ideologico forzando nei suoi augusti confini una recalcitrante realtà. Al contrario, riporta della realtà anche alcuni dettagli, alcuni aspetti che poi non hanno informato di sé il tempo, e questo pur tenendo sempre ben salde le fila del racconto. Fa comprendere chiaramente come la presa del potere di Mussolini sia se non nel fine certo nei mezzi un risultato quasi preterintenzionale, come il talento politico dell'uomo, sommato al collasso del sistema liberale da un lato, alle inadeguatezze delle sinistre e dei popolari dall'altro e infine all'indocile, violenta spinta delle squadre, come tutto ciò sommato abbia condotto al cambio di regime. Descrive anche quello che la vulgata - anche deliberatamente - ignora e consegna al lettore distinzioni da storico raffinato con efficacia - e nonchalance - da fuoriclasse del giornalismo: Mussolini, in questa fase, non controlla davvero il movimento fascista come sarà poi, è un freno a squadre e ras e una loro controparte almeno quanto ne è il capo.

E assai bene descrive Montanelli come il definitivo cambiamento di regime, come l'instaurazione della dittatura sia stato evento non subitaneo, ma catalizzato dopo mesi e mesi - in cui, per dire, e Montanelli lascia cadere lì la notazione con grande mestiere, il futuro Duce deve ingaggiare un duro braccio di ferro con la burocrazia romana... per abrogare la pausa dall'orario d'ufficio dopo pranzo, e con esiti tutt'altro che trionfali. Il catalizzatore è il delitto Matteotti, naturalmente. E' il 1976, eppure nel 1976 Montanelli scrive del delitto Matteotti quello che si sa grazie al meglio della ricerca storiografica (per esempio De Felice nell'opera è molto citato, non a caso), e non quello che l'antifascismo militante dell'epoca esige: Mussolini non ordinò il delitto, perpetrato da fascisti, ma non per volontà del Capo del Governo. Il quale - vicino alla crisi definitiva - riprende la briglia del proprio destino e attraverso esso il destino di un popolo e il 3 Gennaio 1925 pronuncia il discorso d'instaurazione della dittatura. In queste pagine anche lo stile, secco, memorabile, avvincente, essenziale, è all'altezza del dramma: naturalmente Montanelli non perde l'appuntamento con il tragico soggetto.

Solo due considerazioni finali. La prima: qui si entra nelle pagine della Storia d'Italia che sono anche nella memoria dell'autore, nel suo vissuto. La partecipazione c'è, la faziosità no. La seconda: il rapporto di Montanelli con la figura del Duce. E' un rapporto che esprime un'Italia profonda, silenziosa, ma maggioritaria. La esprime, le dà voce, ma anche la supera. Un rapporto non assolutorio. Non demonizzante. Politicamente non connivente. Umanamente non antipatizzante. Un rapporto in chiaroscuro, nel quale si intuisce il distacco intellettuale dopo l'immedesimazione viscerale. Sotto il segno di una impressionante onestà intellettuale.
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