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Book
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Language
Italiano
Translator
Oddera & Lattanzi
Publishing house
Castelvecchi
Edition number
1
Publication year
2013
Number of pages
384
Position in the list
59
The Review
" Nella Trilogia dei grandi romanzi storici romani alto-imperiali, con "Memorie di Adriano" e "Io, Claudio" "
Un fatto letterario curioso del secolo grandioso e tragico che è stato il Novecento è la scrittura di alcuni romanzi storici che hanno travalicato il valore di genere per assumerne uno più ampio, di letteratura tout court. Anche più curioso è che non pochi di questi romanzi storici abbiano riguardato la prima Roma imperiale, prendendo i suoi protagonisti a modello e pretesto per riflettere sulla condizione dell'uomo nella Storia, e sulla natura e il senso del potere.
E' possibile costruire una Trilogia di questi romanzi storici romani alto-imperiali del Novecento, al vertice della quale sta probabilmente "Memorie di Adriano" di Marguerite Yourcenar, opera benedetta anche da un particolare afflato di poesia. Segue per me "Io, Claudio", di Robert Graves, l'avvincente pseudo-autobiografia romanzata del quarto imperatore di Roma. Nella personale graduatoria, "Augustus" si attesta buon terzo.
Alcune peculiarità dell'opera ne sono i punti di forza. Anzitutto, la sua natura di collazione di vari scritti, con diverse finalità (epistola, diario, atto ufficiale ecc.), di numerosi personaggi del tempo, veri o verosimili. Questo permette un racconto polifonico, sfaccettato, in cui ogni fatto o personaggio viene rappresentato da molteplici punti di vista, e dunque con numerose sfumature e - talvolta - possibili interpretazioni. Ciò apre al lettore anche riflessioni interessanti sulla differenza tra una persona "in sé" e la sua variabile percezione esterna, come pure sul suo mutare nel tempo. Augusto, visto attraverso mille occhi, scrive in prima persona di sé solo nelle ultime pagine, quando è prossimo alla morte, e vi si rivela come un uomo saggio, distaccato e realista, freddo nell'azione e nel disegno, non sempre nel sentimento, non nella alta visione. Fino a quel momento, il protagonista dell'opera, il suo oggetto di studio, è raccontato solo dagli altri. Gli scritti non sono in realtà in uno stile filologico, tranne sporadici richiami: è evidente che si tratta di buona scrittura del Novecento, ma questo fa parte del gioco. Anche se - lo ammetto - questa distonia talvolta molto evidente è uno dei motivi che mi portano a mettere questo come gradino terzo della scala dei grandi romanzi storici romani alto-imperiali del Novecento, unitamente alle pagine finali scritte nella finzione dallo stesso Augusto, lettura per certi aspetti troppo esplicita, troppo sfacciata nello sciogliere - con una legittima presa di posizione dell'autore Williams, sia ben chiaro - molti enigmi e aspetti indefiniti della personalità magnanima di Augusto, che tali invece rimangono per la Storia e ben rimanevano nel resto dell'opera, dove erano gli altri a raccontare.
Altro punto di forza è il soggetto in sé: l'uomo che realizzò una svolta storica di proporzioni immani, che informò non solo il proprio tempo, ma tutto il prosieguo della storia occidentale, e di lì mondiale, per oltre duemila anni. Questo in effetti è cruciale: il romanzo, per quanto storicamente piuttosto accurato, seppure non sempre precisissimo, prende spunto dal momento storico decisivo e dal personaggio grandissimo, e dell'uno e dell'altro offre una chiave di interpretazione verosimile. Ma il vero tema è più ampio e diventa (forse perfino troppo) evidente nelle pagine precedenti l'epilogo, quelle che nella finzione sono scritte dallo stesso Ottaviano: una riflessione - contemporanea - sul potere, sul suo esercizio, sulla sua finalità, e di qui sulla vita, di per sé e nella Storia.
Per l'appunto come in "Memorie di Adriano" e in "Io, Claudio". Per l'appunto riflettendo su quel momento imprescindibile della Storia che è stata la Roma delle Guerre Civili, del Principato e dell'Alto Impero.
Un fatto letterario curioso del secolo grandioso e tragico che è stato il Novecento è la scrittura di alcuni romanzi storici che hanno travalicato il valore di genere per assumerne uno più ampio, di letteratura tout court. Anche più curioso è che non pochi di questi romanzi storici abbiano riguardato la prima Roma imperiale, prendendo i suoi protagonisti a modello e pretesto per riflettere sulla condizione dell'uomo nella Storia, e sulla natura e il senso del potere.
E' possibile costruire una Trilogia di questi romanzi storici romani alto-imperiali del Novecento, al vertice della quale sta probabilmente "Memorie di Adriano" di Marguerite Yourcenar, opera benedetta anche da un particolare afflato di poesia. Segue per me "Io, Claudio", di Robert Graves, l'avvincente pseudo-autobiografia romanzata del quarto imperatore di Roma. Nella personale graduatoria, "Augustus" si attesta buon terzo.
Alcune peculiarità dell'opera ne sono i punti di forza. Anzitutto, la sua natura di collazione di vari scritti, con diverse finalità (epistola, diario, atto ufficiale ecc.), di numerosi personaggi del tempo, veri o verosimili. Questo permette un racconto polifonico, sfaccettato, in cui ogni fatto o personaggio viene rappresentato da molteplici punti di vista, e dunque con numerose sfumature e - talvolta - possibili interpretazioni. Ciò apre al lettore anche riflessioni interessanti sulla differenza tra una persona "in sé" e la sua variabile percezione esterna, come pure sul suo mutare nel tempo. Augusto, visto attraverso mille occhi, scrive in prima persona di sé solo nelle ultime pagine, quando è prossimo alla morte, e vi si rivela come un uomo saggio, distaccato e realista, freddo nell'azione e nel disegno, non sempre nel sentimento, non nella alta visione. Fino a quel momento, il protagonista dell'opera, il suo oggetto di studio, è raccontato solo dagli altri. Gli scritti non sono in realtà in uno stile filologico, tranne sporadici richiami: è evidente che si tratta di buona scrittura del Novecento, ma questo fa parte del gioco. Anche se - lo ammetto - questa distonia talvolta molto evidente è uno dei motivi che mi portano a mettere questo come gradino terzo della scala dei grandi romanzi storici romani alto-imperiali del Novecento, unitamente alle pagine finali scritte nella finzione dallo stesso Augusto, lettura per certi aspetti troppo esplicita, troppo sfacciata nello sciogliere - con una legittima presa di posizione dell'autore Williams, sia ben chiaro - molti enigmi e aspetti indefiniti della personalità magnanima di Augusto, che tali invece rimangono per la Storia e ben rimanevano nel resto dell'opera, dove erano gli altri a raccontare.
Altro punto di forza è il soggetto in sé: l'uomo che realizzò una svolta storica di proporzioni immani, che informò non solo il proprio tempo, ma tutto il prosieguo della storia occidentale, e di lì mondiale, per oltre duemila anni. Questo in effetti è cruciale: il romanzo, per quanto storicamente piuttosto accurato, seppure non sempre precisissimo, prende spunto dal momento storico decisivo e dal personaggio grandissimo, e dell'uno e dell'altro offre una chiave di interpretazione verosimile. Ma il vero tema è più ampio e diventa (forse perfino troppo) evidente nelle pagine precedenti l'epilogo, quelle che nella finzione sono scritte dallo stesso Ottaviano: una riflessione - contemporanea - sul potere, sul suo esercizio, sulla sua finalità, e di qui sulla vita, di per sé e nella Storia.
Per l'appunto come in "Memorie di Adriano" e in "Io, Claudio". Per l'appunto riflettendo su quel momento imprescindibile della Storia che è stata la Roma delle Guerre Civili, del Principato e dell'Alto Impero.