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Language
Italiano
Publishing house
Einaudi
Series
Piccola Biblioteca. Mappe - Filosofia
Edition number
1
Publication year
2018
Number of pages
235
Position in the list
65
The Review
"Un testo piacevole e istruttivo"
Scrive nelle prime pagine l’autore, Gianluca Briguglia: <<Se ci pensiamo bene, è inconfutabile che noi siamo contemporanei della cattedrale di Strasburgo, che pure è una costruzione medievale. [...] Siamo contemporanei del Medioevo nel momento in cui lo vediamo, lo studiamo, lo troviamo nella nostra formazione, nella nostra vita quotidiana e culturale in varie forme. [...] Ma c'è dell'altro. Infatti, se ci pensiamo bene, della cattedrale di Strasburgo noi non sappiamo nulla, perché il concreto mondo storico che l'ha prodotta non esiste più. [...] E' questo il secondo elemento di interesse, quello cioè del tentativo di ricostruire almeno una mappa, il più dettagliata possibile, di un mondo storico che non esiste più, ma di cui ci resta molto e di cui a volte abbiamo l'impressione di essere contemporanei. E' forse alla congiunzione mobile tra queste direttrici che si produce il fascino di una ricerca, quella della storia intellettuale, per chiamarla così, che ci conduce spesso, al tempo stesso, a percepire qualcosa di molto familiare e di radicalmente altro.>>
Questo dunque è l’obiettivo del libro, un libro ricco di informazioni, spunti e considerazioni di fortissimo stimolo alla riflessione, e che permette di riconsiderare sotto una luce migliore e più piena vari aspetti della storia intellettuale, politica, ideale delle nostre comunità, in particolare europee: <<Una volta che comprendiamo le idee, le teorie, i concetti di quel pensiero, di fatto lo riattiviamo e lo mettiamo in collegamento con un mondo più vasto, che è il nostro mondo e anche con tutte le sedimentazioni storiche che il nostro mondo porta con sé e di cui è costituito>>.
Scrive Briguglia: << lo studio di autori e correnti rivela la presenza di una ricca pluralità di posizioni filosofico-politiche e di approcci e metodi d'indagine e di riflessione >>, ed è verissimo: idee, teorie, concetti del pensiero medievale sono molteplici, tra loro contradditori, in tensione, in continua evoluzione. Il recupero dell’autorità degli Autori antichi (da un certo momento in poi primo tra tutti, per molti pensatori, Aristotele), così come delle Scritture, è spesso fondamentale, ma a proposito di questo atteggiamento intellettuale si può citare una calzante definizione di Le Goff: <<il travestimento antico di idee nuove>>. O, per dirlo in modo più esteso ancora con Briguglia: <<la costruzione di una rete di referenze comuni, il loro contatto imprevisto e simultaneo, la riattivazione in un nuovo contesto di argomentazioni (o anche di spezzoni argomentativi) […] possono creare un orizzonte cognitivo nuovo>>. Referenze e contatti che mostrano non solo una interconnessione temporale, ma pure una interconnessione spaziale molto ampia. Colpisce il respiro europeo (in particolare tra Francia e Italia, ma anche Germania e Inghilterra ecc.) di molte biografie: lo spazio intellettuale è infatti - quanto meno - europeo, ma Dante ad esempio non manca di rifarsi ad Averroè.
Il risultato di questa continua contaminazione ed ibridazione, va sottolineato, è una qualità del pensiero raffinata ed elevata, espressione di grande civiltà, che ben poco ha da invidiare al migliore pensiero contemporaneo.
Il rapporto con le urgenze politiche è imprescindibile per la comprensione delle idee e delle correnti di pensiero. <<Senza un orizzonte di pensiero che l'anticipi, o che l'accompagni, ogni azione politica diventa irriflessa (benché non necessariamente inutile); nel contribuire a creare quell'orizzonte ogni pensiero politico, che sia originale nel nostro senso moderno o no, si trasforma anche in un agire politico. In questo senso è proprio quel nuovo orizzonte, nel suo rendere possibile un agire della politica, che determina una sua misteriosa ma evidente originalità>>. E’ suggestivo quanto dibattiti roventi, politici di secoli fa, su questioni a volte ormai quasi dimenticate e totalmente inattuali (Papato e Impero, certo, ma anche Papato e Re di Francia; la proprietà e il possesso dei beni in uso ai Francescani al tempo di Giovanni XXIII; il movimento conciliarista; il governo dei Comuni, ecc.) abbiano plasmato l'evoluzione del pensiero politico e della filosofia politica occidentale, portando a quello che oggi pensiamo, alla nostra interpretazione del mondo, alle nostre categorie, alla nostra lettura dei fenomeni di oggi, apparentemente così dissimili da quelli di ieri. E’ per esempio impressionante – anche se non sorprendente - quanto la Chiesa sia sempre centrale nell’elaborazione concettuale ed ideologica, in particolare, per quanto riguarda il taglio di questo libro, per quei nodi e quelle criticità affrontati dall’ "ecclesiologia politica”, con esiti talvolta precorritori di sviluppi assai “laici”.
Il libro va da Giovanni di Salisbury (XII secolo) ad autori di poco seguenti Carlo V di Francia (XIV secolo, con qualche incursione nei primissimi anni del XV). E’ un libro scritto da un professore universitario sul proprio campo di ricerca, con un ampio apparato di note e bibliografico, ma non si perde nel dettaglio, nelle questioni di erudizione, nella sfumatura importante per lo studioso, meno interessante per il lettore dilettante. E’ infatti un libro scritto per lettori certamente curiosi, certamente a conoscenza delle macro-coordinate storiche, ma niente affatto necessariamente dell’accademia. La scrittura – mai sciatta né banale, anzi dalla sintassi propria di chi è abituato alla complessità del ragionamento – è comunque scorrevole e piacevole, in un risultato dall’equilibrio non così frequente. Prima di approfondire le idee principali e più rilevanti di un autore, e non ogni aspetto della sua produzione, sono premesse brevissime note biografiche e storico-politiche sulle questioni di cui si dibatte, ma interessantissime.
Alcuni brevi saggi della varietà di spunti e linee di riflessione offerti da questo testo:
-> Colpiscono le idee di Dante sulla conoscenza umana, da intendersi come conoscenza di tutto il genere umano, espresse tra linguaggio aristotelico e richiami ad Averroè nel “De Monarchia”: <<Il compito proprio del genere umano preso nella sua totalità è di attuare sempre e completamente la potenza dell'intelletto possibile, in primo luogo per speculare e secondariamente, per estensione, per operare di conseguenza [...] compito che è quasi divino>>. Fin qui parole di Dante. Efficace Briguglia: <<un'idea potente, cioè quella secondo cui esisterebbe “un operare che è proprio dell'intero corpo dell'umanità”, che non è il semplice conoscere degli individui, ma che coincide con lo svolgimento di tutte le potenzialità intellettuali dell'umanità in quanto tale>>. E qui, cercando di cogliere il pensiero di Dante, la sua attrazione per il tutto oltre l’esperienza dell’individuo, il lettore non può non riandare al XXXIII del Paradiso, 85-90 (<<Nel suo profondo vidi che s’interna, / legato con amore in un volume, / ciò che per l’universo si squaderna: / sustanze e accidenti e lor costume / quasi conflati insieme, per tal modo / che ciò ch’i’ dico è un semplice lume>>). E, più prosaicamente, il lettore, forse ingenuo, non può non chiedersi quanto Dante sarebbe stato lieto di una creazione del genere umano come Wikipedia.
-> A proposito dell’affacciarsi di intuizioni che poi – in diversi contesti – torneranno prepotentemente nella storia del pensiero occidentale, chi ha inclinazioni liberali non può non vedere con simpatia un Giovanni di Parigi <<per cui i beni di ognuno sono acquisiti arte, labore et industria, la comunità ha un limitato potere di intervento su questa sfera personale e la varietà delle forme di governo è accettata>>.
-> Il potere assoluto trova invece in Egidio Romano un teorico non trascurabile, in particolare in relazione alla “plenitudo potestatis” papale: la nozione esisteva già <<ma Egidio ne fa il cardine di una teoria del potere che intende mostrare come la creazione di uno spazio politico sia impensabile senza presupporre un punto di pienezza giuridica che, di fatto, lega la dimensione umana alla sua fondazione divina. [...] Non c'è dunque grado o ordine di poteri che non sia sottoposto a questa pienezza di potere, non c'è capacità di potere naturale o livello di mediazione che il pontefice, come successore di Pietro e vicario di Cristo, non possa sconvolgere. [...] Resta quindi disponibile alla teoria politica successiva una nozione di potere che altro non è che fondazione della comunità, potere istituente, e potenza di azione eccezionale>>.
-> Potere assoluto e tirannia spesso si confondono. Ecco infatti Guglielmo da Ockham e la resistenza al tiranno, anche se è un papa eretico. Il papa può errare, e il suo potere non può essere assoluto (non può ad esempio istituire nuovi sacramenti). <<Quel che è certo è che anche una piccola minoranza, un minuscolo gruppo di dissidenti o anche un singolo, un solo individuo, assistito dallo Spirito Santo, o anche una sola donna, come fu per Maria nei giorni della morte di Cristo, può conservare nel proprio cuore tutta la verità della Chiesa, mantenendola viva nei momenti oscuri di un'intera generazione>>, concetto quasi poetico, e commovente.
-> In un’opera sul pensiero politico medievale scritta nel XX o XXI secolo non può certo mancare Marsilio da Padova, largamente considerato – magari ingenuamente – il precursore per antonomasia di idee con un grande futuro. Marsilio che, nel “Defensor Pacis”, afferma che il legislatore è il popolo (o la sua parte prevalente) e chi governa è autorizzato dal legislatore a farlo: la <<causalità primaria>> è infatti del legislatore, mentre all’esecutivo appartiene quella <<secondaria, che è strumentale ed esecutiva>>. Marsilio introduce chiaramente anche il concetto di "rappresentanza", e lo fa (splendido medievale) nella sua ecclesiologia politica: conciliarista, per lui i padri conciliari dovrebbero essere eletti dal legislatore (<<Sarebbe infatti inutile e dannoso che in questa sede si riunisse tutta la moltitudine dei cristiani, che non conosce le questioni di cui si discute>>). Intuizioni che non possono non colpire l’uomo contemporaneo, ma Briguglia ricorda opportunamente che Marsilio non è un frammento del presente ritrovatosi per qualche sortilegio nel Medioevo: è un ghibellino ed esprime un’elaborazione politica ghibellina. C'è <<un legislatore umano <<che non riconosce superiori>> e che è un singolo, cioè l'imperatore. [...] non si tratta qui di due esecutivi e di due legislatori in competizione, ma [...] si tratta piuttosto di un doppio livello di poteri e di responsabilità. [...] Marsilio è stato invece capace di restituire in termini filosofici la complessità delle istituzioni contemporanee, schierandosi per un riordino dei poteri in chiave ghibellina. [...] Se la sua opera è apparsa a molti modernissima è forse proprio perché in realtà è così medievale, cioè così radicalmente decisa a capire e risolvere i problemi della sua contemporaneità>>.
-> A proposito di Marsilio, non si può non menzionare l’altra grande evoluzione storica di cui è visto – e venne visto anche all’epoca – come anticipatore. In lui, si dice, c’è il seme della Riforma. Il suo acceso e originale conciliarismo si combina con critiche fortissime al ruolo del Papa. Eppure, al contempo in Marsilio si trova una consapevolezza che a noi può parere poco medievale dell'importanza della religione e del premio eterno o della punizione eterna per ottenere dal popolo un comportamento virtuoso (si riferisce naturalmente ai pagani, ma qui sembra un illuminista scettico se non agnostico... ma già c'era Agostino nel “De Civitate Dei” a parlare della religione romana come strumento di governo... sulla scorta di Varrone).
-> A proposito del lungo sentiero che porterà alla Riforma, la contaminazione delle idee è a volte davvero sorprendente, fino a parere ironica. La “grazia individuale” e la “predestinazione”, per esempio, delle quali Wyclif è stato uno dei grandi teorizzatori. Cosa riecheggia nel suo pensiero? C’è Agostino, certo. Ma ci sono anche certe riflessioni del papista inscalfibile Egidio Romano (in particolare nel “De ecclesiastica potestate”!), e un certo vescovo irlandese di nome Fitzralph. incaricato a metà del XIV secolo (dal papa!) di scrivere un “De Pauperie Salvatoris” per attaccare i Francescani sulla povertà della Chiesa. Insomma, purissima eterogenesi dei fini.
-> Nell’ultima parte del volume, un approfondimento interessante sulla lingua del pensiero, prendendo spunto dalle traduzioni e i commenti fioriti al tempo di Carlo V "le Sage" di Francia. La traduzione (e il commento) – propone Briguglia - come agire politico: quanto prima era solo espresso in latino, ora è pensabile nella lingua di una cerchia più ampia di lettori. Come Oresme scrive nel prologo alla sua traduzione di “Etica” e “Politica” di Aristotele (che per altro traduce da una versione latina): <<attraverso la mia traduzione questa nobile scienza potrà essere meglio compresa e in un prossimo futuro essere trattata da altri in lingua francese e trattare in francese le arti e le scienze è un'attività che è molto utile, perché è una lingua nobile e comune a gente di grande ingegno e capacità>>. La modernità, come la lingua volgare, nasce nel Medioevo.
Scrive nelle prime pagine l’autore, Gianluca Briguglia: <<Se ci pensiamo bene, è inconfutabile che noi siamo contemporanei della cattedrale di Strasburgo, che pure è una costruzione medievale. [...] Siamo contemporanei del Medioevo nel momento in cui lo vediamo, lo studiamo, lo troviamo nella nostra formazione, nella nostra vita quotidiana e culturale in varie forme. [...] Ma c'è dell'altro. Infatti, se ci pensiamo bene, della cattedrale di Strasburgo noi non sappiamo nulla, perché il concreto mondo storico che l'ha prodotta non esiste più. [...] E' questo il secondo elemento di interesse, quello cioè del tentativo di ricostruire almeno una mappa, il più dettagliata possibile, di un mondo storico che non esiste più, ma di cui ci resta molto e di cui a volte abbiamo l'impressione di essere contemporanei. E' forse alla congiunzione mobile tra queste direttrici che si produce il fascino di una ricerca, quella della storia intellettuale, per chiamarla così, che ci conduce spesso, al tempo stesso, a percepire qualcosa di molto familiare e di radicalmente altro.>>
Questo dunque è l’obiettivo del libro, un libro ricco di informazioni, spunti e considerazioni di fortissimo stimolo alla riflessione, e che permette di riconsiderare sotto una luce migliore e più piena vari aspetti della storia intellettuale, politica, ideale delle nostre comunità, in particolare europee: <<Una volta che comprendiamo le idee, le teorie, i concetti di quel pensiero, di fatto lo riattiviamo e lo mettiamo in collegamento con un mondo più vasto, che è il nostro mondo e anche con tutte le sedimentazioni storiche che il nostro mondo porta con sé e di cui è costituito>>.
Scrive Briguglia: << lo studio di autori e correnti rivela la presenza di una ricca pluralità di posizioni filosofico-politiche e di approcci e metodi d'indagine e di riflessione >>, ed è verissimo: idee, teorie, concetti del pensiero medievale sono molteplici, tra loro contradditori, in tensione, in continua evoluzione. Il recupero dell’autorità degli Autori antichi (da un certo momento in poi primo tra tutti, per molti pensatori, Aristotele), così come delle Scritture, è spesso fondamentale, ma a proposito di questo atteggiamento intellettuale si può citare una calzante definizione di Le Goff: <<il travestimento antico di idee nuove>>. O, per dirlo in modo più esteso ancora con Briguglia: <<la costruzione di una rete di referenze comuni, il loro contatto imprevisto e simultaneo, la riattivazione in un nuovo contesto di argomentazioni (o anche di spezzoni argomentativi) […] possono creare un orizzonte cognitivo nuovo>>. Referenze e contatti che mostrano non solo una interconnessione temporale, ma pure una interconnessione spaziale molto ampia. Colpisce il respiro europeo (in particolare tra Francia e Italia, ma anche Germania e Inghilterra ecc.) di molte biografie: lo spazio intellettuale è infatti - quanto meno - europeo, ma Dante ad esempio non manca di rifarsi ad Averroè.
Il risultato di questa continua contaminazione ed ibridazione, va sottolineato, è una qualità del pensiero raffinata ed elevata, espressione di grande civiltà, che ben poco ha da invidiare al migliore pensiero contemporaneo.
Il rapporto con le urgenze politiche è imprescindibile per la comprensione delle idee e delle correnti di pensiero. <<Senza un orizzonte di pensiero che l'anticipi, o che l'accompagni, ogni azione politica diventa irriflessa (benché non necessariamente inutile); nel contribuire a creare quell'orizzonte ogni pensiero politico, che sia originale nel nostro senso moderno o no, si trasforma anche in un agire politico. In questo senso è proprio quel nuovo orizzonte, nel suo rendere possibile un agire della politica, che determina una sua misteriosa ma evidente originalità>>. E’ suggestivo quanto dibattiti roventi, politici di secoli fa, su questioni a volte ormai quasi dimenticate e totalmente inattuali (Papato e Impero, certo, ma anche Papato e Re di Francia; la proprietà e il possesso dei beni in uso ai Francescani al tempo di Giovanni XXIII; il movimento conciliarista; il governo dei Comuni, ecc.) abbiano plasmato l'evoluzione del pensiero politico e della filosofia politica occidentale, portando a quello che oggi pensiamo, alla nostra interpretazione del mondo, alle nostre categorie, alla nostra lettura dei fenomeni di oggi, apparentemente così dissimili da quelli di ieri. E’ per esempio impressionante – anche se non sorprendente - quanto la Chiesa sia sempre centrale nell’elaborazione concettuale ed ideologica, in particolare, per quanto riguarda il taglio di questo libro, per quei nodi e quelle criticità affrontati dall’ "ecclesiologia politica”, con esiti talvolta precorritori di sviluppi assai “laici”.
Il libro va da Giovanni di Salisbury (XII secolo) ad autori di poco seguenti Carlo V di Francia (XIV secolo, con qualche incursione nei primissimi anni del XV). E’ un libro scritto da un professore universitario sul proprio campo di ricerca, con un ampio apparato di note e bibliografico, ma non si perde nel dettaglio, nelle questioni di erudizione, nella sfumatura importante per lo studioso, meno interessante per il lettore dilettante. E’ infatti un libro scritto per lettori certamente curiosi, certamente a conoscenza delle macro-coordinate storiche, ma niente affatto necessariamente dell’accademia. La scrittura – mai sciatta né banale, anzi dalla sintassi propria di chi è abituato alla complessità del ragionamento – è comunque scorrevole e piacevole, in un risultato dall’equilibrio non così frequente. Prima di approfondire le idee principali e più rilevanti di un autore, e non ogni aspetto della sua produzione, sono premesse brevissime note biografiche e storico-politiche sulle questioni di cui si dibatte, ma interessantissime.
Alcuni brevi saggi della varietà di spunti e linee di riflessione offerti da questo testo:
-> Colpiscono le idee di Dante sulla conoscenza umana, da intendersi come conoscenza di tutto il genere umano, espresse tra linguaggio aristotelico e richiami ad Averroè nel “De Monarchia”: <<Il compito proprio del genere umano preso nella sua totalità è di attuare sempre e completamente la potenza dell'intelletto possibile, in primo luogo per speculare e secondariamente, per estensione, per operare di conseguenza [...] compito che è quasi divino>>. Fin qui parole di Dante. Efficace Briguglia: <<un'idea potente, cioè quella secondo cui esisterebbe “un operare che è proprio dell'intero corpo dell'umanità”, che non è il semplice conoscere degli individui, ma che coincide con lo svolgimento di tutte le potenzialità intellettuali dell'umanità in quanto tale>>. E qui, cercando di cogliere il pensiero di Dante, la sua attrazione per il tutto oltre l’esperienza dell’individuo, il lettore non può non riandare al XXXIII del Paradiso, 85-90 (<<Nel suo profondo vidi che s’interna, / legato con amore in un volume, / ciò che per l’universo si squaderna: / sustanze e accidenti e lor costume / quasi conflati insieme, per tal modo / che ciò ch’i’ dico è un semplice lume>>). E, più prosaicamente, il lettore, forse ingenuo, non può non chiedersi quanto Dante sarebbe stato lieto di una creazione del genere umano come Wikipedia.
-> A proposito dell’affacciarsi di intuizioni che poi – in diversi contesti – torneranno prepotentemente nella storia del pensiero occidentale, chi ha inclinazioni liberali non può non vedere con simpatia un Giovanni di Parigi <<per cui i beni di ognuno sono acquisiti arte, labore et industria, la comunità ha un limitato potere di intervento su questa sfera personale e la varietà delle forme di governo è accettata>>.
-> Il potere assoluto trova invece in Egidio Romano un teorico non trascurabile, in particolare in relazione alla “plenitudo potestatis” papale: la nozione esisteva già <<ma Egidio ne fa il cardine di una teoria del potere che intende mostrare come la creazione di uno spazio politico sia impensabile senza presupporre un punto di pienezza giuridica che, di fatto, lega la dimensione umana alla sua fondazione divina. [...] Non c'è dunque grado o ordine di poteri che non sia sottoposto a questa pienezza di potere, non c'è capacità di potere naturale o livello di mediazione che il pontefice, come successore di Pietro e vicario di Cristo, non possa sconvolgere. [...] Resta quindi disponibile alla teoria politica successiva una nozione di potere che altro non è che fondazione della comunità, potere istituente, e potenza di azione eccezionale>>.
-> Potere assoluto e tirannia spesso si confondono. Ecco infatti Guglielmo da Ockham e la resistenza al tiranno, anche se è un papa eretico. Il papa può errare, e il suo potere non può essere assoluto (non può ad esempio istituire nuovi sacramenti). <<Quel che è certo è che anche una piccola minoranza, un minuscolo gruppo di dissidenti o anche un singolo, un solo individuo, assistito dallo Spirito Santo, o anche una sola donna, come fu per Maria nei giorni della morte di Cristo, può conservare nel proprio cuore tutta la verità della Chiesa, mantenendola viva nei momenti oscuri di un'intera generazione>>, concetto quasi poetico, e commovente.
-> In un’opera sul pensiero politico medievale scritta nel XX o XXI secolo non può certo mancare Marsilio da Padova, largamente considerato – magari ingenuamente – il precursore per antonomasia di idee con un grande futuro. Marsilio che, nel “Defensor Pacis”, afferma che il legislatore è il popolo (o la sua parte prevalente) e chi governa è autorizzato dal legislatore a farlo: la <<causalità primaria>> è infatti del legislatore, mentre all’esecutivo appartiene quella <<secondaria, che è strumentale ed esecutiva>>. Marsilio introduce chiaramente anche il concetto di "rappresentanza", e lo fa (splendido medievale) nella sua ecclesiologia politica: conciliarista, per lui i padri conciliari dovrebbero essere eletti dal legislatore (<<Sarebbe infatti inutile e dannoso che in questa sede si riunisse tutta la moltitudine dei cristiani, che non conosce le questioni di cui si discute>>). Intuizioni che non possono non colpire l’uomo contemporaneo, ma Briguglia ricorda opportunamente che Marsilio non è un frammento del presente ritrovatosi per qualche sortilegio nel Medioevo: è un ghibellino ed esprime un’elaborazione politica ghibellina. C'è <<un legislatore umano <<che non riconosce superiori>> e che è un singolo, cioè l'imperatore. [...] non si tratta qui di due esecutivi e di due legislatori in competizione, ma [...] si tratta piuttosto di un doppio livello di poteri e di responsabilità. [...] Marsilio è stato invece capace di restituire in termini filosofici la complessità delle istituzioni contemporanee, schierandosi per un riordino dei poteri in chiave ghibellina. [...] Se la sua opera è apparsa a molti modernissima è forse proprio perché in realtà è così medievale, cioè così radicalmente decisa a capire e risolvere i problemi della sua contemporaneità>>.
-> A proposito di Marsilio, non si può non menzionare l’altra grande evoluzione storica di cui è visto – e venne visto anche all’epoca – come anticipatore. In lui, si dice, c’è il seme della Riforma. Il suo acceso e originale conciliarismo si combina con critiche fortissime al ruolo del Papa. Eppure, al contempo in Marsilio si trova una consapevolezza che a noi può parere poco medievale dell'importanza della religione e del premio eterno o della punizione eterna per ottenere dal popolo un comportamento virtuoso (si riferisce naturalmente ai pagani, ma qui sembra un illuminista scettico se non agnostico... ma già c'era Agostino nel “De Civitate Dei” a parlare della religione romana come strumento di governo... sulla scorta di Varrone).
-> A proposito del lungo sentiero che porterà alla Riforma, la contaminazione delle idee è a volte davvero sorprendente, fino a parere ironica. La “grazia individuale” e la “predestinazione”, per esempio, delle quali Wyclif è stato uno dei grandi teorizzatori. Cosa riecheggia nel suo pensiero? C’è Agostino, certo. Ma ci sono anche certe riflessioni del papista inscalfibile Egidio Romano (in particolare nel “De ecclesiastica potestate”!), e un certo vescovo irlandese di nome Fitzralph. incaricato a metà del XIV secolo (dal papa!) di scrivere un “De Pauperie Salvatoris” per attaccare i Francescani sulla povertà della Chiesa. Insomma, purissima eterogenesi dei fini.
-> Nell’ultima parte del volume, un approfondimento interessante sulla lingua del pensiero, prendendo spunto dalle traduzioni e i commenti fioriti al tempo di Carlo V "le Sage" di Francia. La traduzione (e il commento) – propone Briguglia - come agire politico: quanto prima era solo espresso in latino, ora è pensabile nella lingua di una cerchia più ampia di lettori. Come Oresme scrive nel prologo alla sua traduzione di “Etica” e “Politica” di Aristotele (che per altro traduce da una versione latina): <<attraverso la mia traduzione questa nobile scienza potrà essere meglio compresa e in un prossimo futuro essere trattata da altri in lingua francese e trattare in francese le arti e le scienze è un'attività che è molto utile, perché è una lingua nobile e comune a gente di grande ingegno e capacità>>. La modernità, come la lingua volgare, nasce nel Medioevo.