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Book
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Language
Italiano
Publishing house
Editori Laterza
Series
Economica
Edition number
1
Publication year
2002
Number of pages
262
Position in the list
32
The Review
"Una interpretazione profonda e sorprendente della Storia"
A me questa pare un’opera di grande pregio, una interpretazione profonda della Storia. “Interpretazione”, non “racconto”, perché questo libro non si propone di spiegare “cosa” sia successo, ma “perché” sia successo. Sappiamo tutti che l’Impero Romano è caduto, non sappiamo perché.
Ecco, questo è un tentativo di risposta alla domanda capitale della storiografia d’Occidente.
E’ un’opera che ha qualcosa di marxista, perché ruota sull’economia, alla quale però affianca informazioni e considerazioni di pertinenza di molti campi dello scibile, dalla psicologia alla storia della filosofia, oltre naturalmente alla storia politica e sociale. I riferimenti a fonti ed autori sono inesauribili, sempre illuminanti, e non si limitano all’antichità classica, mentre i richiami ai contributi alla storiografia sono – non sorprendentemente – anch’essi numerosi e vari.
E’ un’opera avvincente anche perché pone domande inconsuete, che aprono nuove linee di pensiero. Ad esempio: la differenza tra l’economia romana e quella moderna è solo quantitativa o più profondamente qualitativa? L’economia moderna è figlia di progressi che comunque, nonostante la parentesi medievale, derivano per linea diretta da quella romana o è qualcosa di diverso? Perché la prosperità dell’economia romana non ha continuato a crescere?
Le risposte che l’autore propone, dopo aver presentato queste domande, si alimentano da un grandioso affresco della storia romana, dalla Repubblica al Principato e all’età degli Antonini, con poi ulteriori accenni ai secoli della crisi. La storia economica, sociale e politica di Roma viene letta da un’altezza inebriante, che permette un colpo d’occhio vertiginoso e suggestivo, in grado di cogliere costanti e mutamenti che – nella usuale rappresentazione della Storia – si perdono, e sono invece il succo stesso della civiltà.
Il cuore della spiegazione che l’autore fornisce ai limiti dello sviluppo romano è costituito da – nelle sue parole – <<un trittico>>: <<la diffusione della schiavitù-merce, la svalutazione del lavoro e della materialità trasformatrice, il costante deficit meccanico nei processi produttivi>>. Roma non diventò l’Inghilterra di Sette-Ottocento perché gli schiavi sembravano bastare alle esigenze delle classi dominanti, e anzi le confermavano nel ruolo, perché non si svilupparono – pur essendoci alcune conoscenze che avrebbero potuto innescarne l’invenzione – delle tecnologie in grado di cambiare radicalmente i sistemi di produzione e – soprattutto, direi – perché non aveva nessuna volontà di diventare qualcosa del genere. Le molte pagine di storia del pensiero in cui viene descritto il distacco – anzi, la repulsione – della cultura classica, assai più che di quella arcaica, dalla trasformazione materiale e dal lavoro sono affascinanti e illuminanti. L’evidenziazione di questa profonda differenza rispetto all’Europa basso-medievale e post-medievale, in cui tali repulsioni non sarebbero più state dominanti, aggiunge una luce importante per la comprensione della Storia. In precedenza, non avevo mai colto appieno che, mentre nell’arte, nella politica, nella filosofia ecc. la nostra cultura può essere vista tutto sommato a buon diritto come il risultato di una evoluzione di quella antica, ciò non è vero per l’economia e per il sistema valoriale ad essa collegato. Né avevo messo a fuoco che il diritto romano è stato nel basso medioevo e nella modernità utilizzato per rivestire di forme antiche rapporti sociali affatto nuovi. Né avevo ben riflettuto sul fatto che per l’uomo moderno la natura, il reale, hanno un ruolo centrale, perché oggetto e fattore ineludibile della materialità trasformatrice, mentre per l’uomo classico bisogna leggere “al di là” della natura, essere in grado scorgerne il disegno nascosto, decifrare gli arcani che essa maschera: la cultura classica dà valore alla metafisica, può presentare la natura come una porta d’accesso a schemi segreti, e in quanto tale da assecondare, non certo da modificare, mentre lascia la materialità trasformatrice agli schiavi, o comunque agli strati sociali privi di prestigio; in effetti, ponendo così la questione, è meno sorprendente che nella Roma antica non si sia appieno attivato un circuito autorinforzante di accumulazione del capitale a fini produttivi.
Di grande suggestione anche le pagine in cui si comparano l’idea di continuo sviluppo, di perenne, naturale inappagamento dovuto a sempre nuovi bisogni e desideri, propria dell’età moderna, con invece l’idea di soddisfazione, di compiutezza, di limite propria dell’età classica: <<la rivoluzione della modernità europea è stata innanzi tutto soppressione del limite: […] la storia dell’Occidente mai più avrebbe cercato “di rimanere qualcosa di divenuto” [..] ma prendeva a identificarsi con “il movimento assoluto del divenire”>>, nelle parole dell’autore.* A questa mancanza di prospettive, di un nuovo futuro, di nuovi orizzonti, l’autore lega l’inquietudine, l’ansia e l’angoscia che, già prima latenti, ebbero un peso ineludibile nella psiche delle classi dirigenti romane nei secoli della crisi.
Quanto agli elementi più discutibili, l’autore da un lato ipotizza che il percorso imboccato dall’economia romana rendesse sostanzialmente ineluttabile l’esito di stagnazione prima e crisi poi (focalizzandosi a dire il vero sempre sull’Occidente, senza, sostanzialmente, interessarsi dei mille anni di Bisanzio), dall’altro si sforza di individuare il momento decisivo in cui si scartò il percorso alternativo che avrebbe potuto aprire prospettive diverse. Lo identifica nei decenni che terminano con l’instaurazione del Principato. A mio avviso, queste considerazioni – la biforcazione e la successiva ineluttabilità della stagnazione senza sbocchi – possono essere opinabili senza per questo intaccare il valore delle intuizioni del libro.
La scrittura è colta, di alta qualità e piacevolezza alla lettura, pregna di significati e mai arida.
La lettura è fortemente consigliata.
* Aggiungo una riflessione – relativa all’Italia –che mi è sorta durante la lettura: la centralità quasi esclusiva della matrice classica nella formazione delle sue élite e a cascata nella cultura nazionale potrebbe avere qualcosa a che fare con l’eterna difficoltà del Paese a inserirsi a pieno titolo nella modernità economica da un lato, a scavalcare una visione bucolica e talvolta quasi sacralizzante della natura dall’altro, a pascersi meno del “divenuto” e ambire di più al “divenire” in conclusione.
A me questa pare un’opera di grande pregio, una interpretazione profonda della Storia. “Interpretazione”, non “racconto”, perché questo libro non si propone di spiegare “cosa” sia successo, ma “perché” sia successo. Sappiamo tutti che l’Impero Romano è caduto, non sappiamo perché.
Ecco, questo è un tentativo di risposta alla domanda capitale della storiografia d’Occidente.
E’ un’opera che ha qualcosa di marxista, perché ruota sull’economia, alla quale però affianca informazioni e considerazioni di pertinenza di molti campi dello scibile, dalla psicologia alla storia della filosofia, oltre naturalmente alla storia politica e sociale. I riferimenti a fonti ed autori sono inesauribili, sempre illuminanti, e non si limitano all’antichità classica, mentre i richiami ai contributi alla storiografia sono – non sorprendentemente – anch’essi numerosi e vari.
E’ un’opera avvincente anche perché pone domande inconsuete, che aprono nuove linee di pensiero. Ad esempio: la differenza tra l’economia romana e quella moderna è solo quantitativa o più profondamente qualitativa? L’economia moderna è figlia di progressi che comunque, nonostante la parentesi medievale, derivano per linea diretta da quella romana o è qualcosa di diverso? Perché la prosperità dell’economia romana non ha continuato a crescere?
Le risposte che l’autore propone, dopo aver presentato queste domande, si alimentano da un grandioso affresco della storia romana, dalla Repubblica al Principato e all’età degli Antonini, con poi ulteriori accenni ai secoli della crisi. La storia economica, sociale e politica di Roma viene letta da un’altezza inebriante, che permette un colpo d’occhio vertiginoso e suggestivo, in grado di cogliere costanti e mutamenti che – nella usuale rappresentazione della Storia – si perdono, e sono invece il succo stesso della civiltà.
Il cuore della spiegazione che l’autore fornisce ai limiti dello sviluppo romano è costituito da – nelle sue parole – <<un trittico>>: <<la diffusione della schiavitù-merce, la svalutazione del lavoro e della materialità trasformatrice, il costante deficit meccanico nei processi produttivi>>. Roma non diventò l’Inghilterra di Sette-Ottocento perché gli schiavi sembravano bastare alle esigenze delle classi dominanti, e anzi le confermavano nel ruolo, perché non si svilupparono – pur essendoci alcune conoscenze che avrebbero potuto innescarne l’invenzione – delle tecnologie in grado di cambiare radicalmente i sistemi di produzione e – soprattutto, direi – perché non aveva nessuna volontà di diventare qualcosa del genere. Le molte pagine di storia del pensiero in cui viene descritto il distacco – anzi, la repulsione – della cultura classica, assai più che di quella arcaica, dalla trasformazione materiale e dal lavoro sono affascinanti e illuminanti. L’evidenziazione di questa profonda differenza rispetto all’Europa basso-medievale e post-medievale, in cui tali repulsioni non sarebbero più state dominanti, aggiunge una luce importante per la comprensione della Storia. In precedenza, non avevo mai colto appieno che, mentre nell’arte, nella politica, nella filosofia ecc. la nostra cultura può essere vista tutto sommato a buon diritto come il risultato di una evoluzione di quella antica, ciò non è vero per l’economia e per il sistema valoriale ad essa collegato. Né avevo messo a fuoco che il diritto romano è stato nel basso medioevo e nella modernità utilizzato per rivestire di forme antiche rapporti sociali affatto nuovi. Né avevo ben riflettuto sul fatto che per l’uomo moderno la natura, il reale, hanno un ruolo centrale, perché oggetto e fattore ineludibile della materialità trasformatrice, mentre per l’uomo classico bisogna leggere “al di là” della natura, essere in grado scorgerne il disegno nascosto, decifrare gli arcani che essa maschera: la cultura classica dà valore alla metafisica, può presentare la natura come una porta d’accesso a schemi segreti, e in quanto tale da assecondare, non certo da modificare, mentre lascia la materialità trasformatrice agli schiavi, o comunque agli strati sociali privi di prestigio; in effetti, ponendo così la questione, è meno sorprendente che nella Roma antica non si sia appieno attivato un circuito autorinforzante di accumulazione del capitale a fini produttivi.
Di grande suggestione anche le pagine in cui si comparano l’idea di continuo sviluppo, di perenne, naturale inappagamento dovuto a sempre nuovi bisogni e desideri, propria dell’età moderna, con invece l’idea di soddisfazione, di compiutezza, di limite propria dell’età classica: <<la rivoluzione della modernità europea è stata innanzi tutto soppressione del limite: […] la storia dell’Occidente mai più avrebbe cercato “di rimanere qualcosa di divenuto” [..] ma prendeva a identificarsi con “il movimento assoluto del divenire”>>, nelle parole dell’autore.* A questa mancanza di prospettive, di un nuovo futuro, di nuovi orizzonti, l’autore lega l’inquietudine, l’ansia e l’angoscia che, già prima latenti, ebbero un peso ineludibile nella psiche delle classi dirigenti romane nei secoli della crisi.
Quanto agli elementi più discutibili, l’autore da un lato ipotizza che il percorso imboccato dall’economia romana rendesse sostanzialmente ineluttabile l’esito di stagnazione prima e crisi poi (focalizzandosi a dire il vero sempre sull’Occidente, senza, sostanzialmente, interessarsi dei mille anni di Bisanzio), dall’altro si sforza di individuare il momento decisivo in cui si scartò il percorso alternativo che avrebbe potuto aprire prospettive diverse. Lo identifica nei decenni che terminano con l’instaurazione del Principato. A mio avviso, queste considerazioni – la biforcazione e la successiva ineluttabilità della stagnazione senza sbocchi – possono essere opinabili senza per questo intaccare il valore delle intuizioni del libro.
La scrittura è colta, di alta qualità e piacevolezza alla lettura, pregna di significati e mai arida.
La lettura è fortemente consigliata.
* Aggiungo una riflessione – relativa all’Italia –che mi è sorta durante la lettura: la centralità quasi esclusiva della matrice classica nella formazione delle sue élite e a cascata nella cultura nazionale potrebbe avere qualcosa a che fare con l’eterna difficoltà del Paese a inserirsi a pieno titolo nella modernità economica da un lato, a scavalcare una visione bucolica e talvolta quasi sacralizzante della natura dall’altro, a pascersi meno del “divenuto” e ambire di più al “divenire” in conclusione.