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Non-fiction
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La storia insegnata e appresa ci è stata tramandata come compartimentazione di eventi ed epoche, insomma di cesure.
Chi ama l'antichità, e il mondo romano nello specifico, è persino troppo abituato a compartimenti stagno: i re, la repubblica, il principato, il dominato, i regni romano/barbarici.
Il libro di Marco tratta di quello che tradizionalmente è il secolo buio dei romani. Ci sono cosi tanti imperatori tali da generare una confusione per cui è meglio occuparsi fino a marco aurelio e riprendere con Constantino, con il rischio di avere di fronte due vasi non comunicanti.
Ecco che invece la cesura diventa tratto di unione; collegamento imprescindibile tra passato e futuro di roma. Ciò che ci ritroviamo con Constantino non è una Roma aliena, apparsa all'improvviso nella storia, ma è il risultato di strutture economiche sociali e culturali che formatesi lentamente e destinate a una ‘lunga durata’ danno la loro impronta profonda.
Con un stile di racconto anglosassone, non tipicamente italiano, e questo è un pregio, Marco ci accompagna nel secolo della crisi non tanto con le figure piu rilevanti, ma piuttosto per problemi che roma ha dovuto affrontare. Si capisce allora molto meglio sia il secolo precedente, con l'iniziale pressione meglio organizzata dei barbari ai confini, e l'irrompere di fattori esogeni quali la peste, sia il secolo successivo con la nuova roma e nuova romanità di Costantino.
E' un libro chiarificatore che dipana con efficacia il groviglio di problemi sociali, militari, politici ed economici, e lo fa in maniera sincronica contro la diacronia sterile della manualistica.
Si capiscono allora meglio le problematiche non più rinviabili che hanno dovuto affrontare gli illirici, barbari diventati più romani dei romani di Roma.
Per un pugno di barbari; si, perché senza i barbari forse sarebbe potuta cambiare inesorabilmente la traiettoria della storia romana. Ed è il modo più plastico di vedere come il terzo secolo sia diventato sostanzialmente e non più formalmente impero, con una missione civilizzatrice universale. Non più cittadini e semicittadini e federati e schiavi, ma sostanzialmente tutti cittadini sotto un idea. E non è più importante venire dall'urbe o dal senato per dirigere questo impero, ma ognuno da ogni parte dell'impero, può appunto gestirlo, perchè è diventato romano nella mente e nel cuore.
Tra le tante cose che ho apprezzato in questo piacevole excursus è come viene spiegato l'ambito economico e finanziario. Nessun altro libro mi ha fatto capire, come questo, il pericolo di un allegra gestione della moneta. Per certi versi mi ha illuminato con i continui raffronti tra inflazione galoppante e tentativi di soluzione momentanea.
E si capisce molto bene allora il perchè e il per come Diocleziano sia arrivato a rivoltare, quasi come un calzino, quasi tutti gli aspetti della civiltà romana. Perché più che riformatore illuminato si può dire che abbia sistematizzato, in forma compiuta e razionale, soluzioni in nuce già tentate da altri.
Si può dire, alla fine della lettura del libro, di aver una visione di insieme del terzo secolo, e ci si rende conto di comprenderlo di più, rispetto a quanto si è fatto prima.
Chi ama l'antichità, e il mondo romano nello specifico, è persino troppo abituato a compartimenti stagno: i re, la repubblica, il principato, il dominato, i regni romano/barbarici.
Il libro di Marco tratta di quello che tradizionalmente è il secolo buio dei romani. Ci sono cosi tanti imperatori tali da generare una confusione per cui è meglio occuparsi fino a marco aurelio e riprendere con Constantino, con il rischio di avere di fronte due vasi non comunicanti.
Ecco che invece la cesura diventa tratto di unione; collegamento imprescindibile tra passato e futuro di roma. Ciò che ci ritroviamo con Constantino non è una Roma aliena, apparsa all'improvviso nella storia, ma è il risultato di strutture economiche sociali e culturali che formatesi lentamente e destinate a una ‘lunga durata’ danno la loro impronta profonda.
Con un stile di racconto anglosassone, non tipicamente italiano, e questo è un pregio, Marco ci accompagna nel secolo della crisi non tanto con le figure piu rilevanti, ma piuttosto per problemi che roma ha dovuto affrontare. Si capisce allora molto meglio sia il secolo precedente, con l'iniziale pressione meglio organizzata dei barbari ai confini, e l'irrompere di fattori esogeni quali la peste, sia il secolo successivo con la nuova roma e nuova romanità di Costantino.
E' un libro chiarificatore che dipana con efficacia il groviglio di problemi sociali, militari, politici ed economici, e lo fa in maniera sincronica contro la diacronia sterile della manualistica.
Si capiscono allora meglio le problematiche non più rinviabili che hanno dovuto affrontare gli illirici, barbari diventati più romani dei romani di Roma.
Per un pugno di barbari; si, perché senza i barbari forse sarebbe potuta cambiare inesorabilmente la traiettoria della storia romana. Ed è il modo più plastico di vedere come il terzo secolo sia diventato sostanzialmente e non più formalmente impero, con una missione civilizzatrice universale. Non più cittadini e semicittadini e federati e schiavi, ma sostanzialmente tutti cittadini sotto un idea. E non è più importante venire dall'urbe o dal senato per dirigere questo impero, ma ognuno da ogni parte dell'impero, può appunto gestirlo, perchè è diventato romano nella mente e nel cuore.
Tra le tante cose che ho apprezzato in questo piacevole excursus è come viene spiegato l'ambito economico e finanziario. Nessun altro libro mi ha fatto capire, come questo, il pericolo di un allegra gestione della moneta. Per certi versi mi ha illuminato con i continui raffronti tra inflazione galoppante e tentativi di soluzione momentanea.
E si capisce molto bene allora il perchè e il per come Diocleziano sia arrivato a rivoltare, quasi come un calzino, quasi tutti gli aspetti della civiltà romana. Perché più che riformatore illuminato si può dire che abbia sistematizzato, in forma compiuta e razionale, soluzioni in nuce già tentate da altri.
Si può dire, alla fine della lettura del libro, di aver una visione di insieme del terzo secolo, e ci si rende conto di comprenderlo di più, rispetto a quanto si è fatto prima.