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The Review
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David Foster Wallace è forse lo scrittore culto per eccellenza della mia generazione, e di quelle appena più mature. "Infinite Jest" rappresenta una sorta di Recherche del 2000, le Colonne d'Ercole dei lettori impegnati, guardate con timore reverenziale, nella consapevolezza che difficilmente si uscirà vincenti dalla sfida ingaggiata con il Moloch.
Ho provato ad approcciarmi a DFW nel modo più semplice, con il suo libro di narrativa più accessibile che si trovi in Italia. Cinque brevi racconti e un celebre discorso agli studenti. Senza cedere affatto all'aura celebrativa che lo circonda, temo che "Questa è l'acqua" non sia sufficiente neanche a farsi un'idea dell'autore, come invece lo sarebbero i suoi romanzi. Ma è stata comunque una lettura significativa.
Una coincidenza sfortunata ha reso questa lettura spiacevolmente sinestetica. Cominciai il libro nel corso di una notte tenuta insonne dai dolori allo stomaco, in un periodo in cui ne ero angustiato da tempo. Fossi il vostro gastroenterologo ve lo sconsiglierei vivamente. Per il semplice fatto che DFW ha sofferto per tutta la vita di problemi allo stomaco, e potete star certi, come lo era lui, che questi fossero legati alla sua depressione. Della narrativa restano spesso suggestioni e immagini: "l'acqua" che mi richiama alla mente questo libro non è tanto quella dei due pesciolini protagonisti del celebre discorso che dà il titolo all'opera, ma è quella che vibra nel fondo di un WC osservato da una malata oncologica che vomita quotidianamente nel primo racconto. Ecco, anche questo può essere DFW.
E la nausea torna, fondendosi con la depressione e per spiegare quest'ultima a chi non l'ha mai sperimentata e dunque non può comprenderla, ne "Il pianeta Trillafon in relazione alla Cosa Brutta". Una testimonianza commovente, come potreste immaginarvela da un ospedale psichiatrico, che tuttavia arriva da "la migliore mente della sua generazione". C'è tutta la fragilità di un uomo condannato al suicidio. Ma il libro non è un "de profundis" sulle difficoltà esistenziali dell'autore. Nei racconti si trovano diversi registri, tali da rendere evidente l'eclettismo di DFW, diversi ritmi, e diverse atmosfere. Quasi sorprendente che l'autore sia sempre lo stesso.
E poi c'è il celebre discorso agli studenti del Kenyon College, probabilmente le pagine più preziose di questa raccolta. Un messaggio semplice, umile, che però ritengo racchiuda quanto di più importante deve trasmettere l'insegnamento umanista. "Imparare a pensare" significa mettersi nei panni degli altri, utilizzare la ragione per soffermarsi sulle ragioni degli altri, ricordarsi che il metodo conta più del "proprio" merito. E sforzarsi di farlo nella propria quotidianità, laddove l'interazione coi nostri simili ha luogo, non solamente nell'empireo dei problemi astratti. Questa è la vera consapevolezza, che si contrappone a quella che lui chiama la vita "in modalità predefinita". Questo è chiedersi continuamente, come fa il pesciolino saggio, cosa sia l'acqua.
Ho provato ad approcciarmi a DFW nel modo più semplice, con il suo libro di narrativa più accessibile che si trovi in Italia. Cinque brevi racconti e un celebre discorso agli studenti. Senza cedere affatto all'aura celebrativa che lo circonda, temo che "Questa è l'acqua" non sia sufficiente neanche a farsi un'idea dell'autore, come invece lo sarebbero i suoi romanzi. Ma è stata comunque una lettura significativa.
Una coincidenza sfortunata ha reso questa lettura spiacevolmente sinestetica. Cominciai il libro nel corso di una notte tenuta insonne dai dolori allo stomaco, in un periodo in cui ne ero angustiato da tempo. Fossi il vostro gastroenterologo ve lo sconsiglierei vivamente. Per il semplice fatto che DFW ha sofferto per tutta la vita di problemi allo stomaco, e potete star certi, come lo era lui, che questi fossero legati alla sua depressione. Della narrativa restano spesso suggestioni e immagini: "l'acqua" che mi richiama alla mente questo libro non è tanto quella dei due pesciolini protagonisti del celebre discorso che dà il titolo all'opera, ma è quella che vibra nel fondo di un WC osservato da una malata oncologica che vomita quotidianamente nel primo racconto. Ecco, anche questo può essere DFW.
E la nausea torna, fondendosi con la depressione e per spiegare quest'ultima a chi non l'ha mai sperimentata e dunque non può comprenderla, ne "Il pianeta Trillafon in relazione alla Cosa Brutta". Una testimonianza commovente, come potreste immaginarvela da un ospedale psichiatrico, che tuttavia arriva da "la migliore mente della sua generazione". C'è tutta la fragilità di un uomo condannato al suicidio. Ma il libro non è un "de profundis" sulle difficoltà esistenziali dell'autore. Nei racconti si trovano diversi registri, tali da rendere evidente l'eclettismo di DFW, diversi ritmi, e diverse atmosfere. Quasi sorprendente che l'autore sia sempre lo stesso.
E poi c'è il celebre discorso agli studenti del Kenyon College, probabilmente le pagine più preziose di questa raccolta. Un messaggio semplice, umile, che però ritengo racchiuda quanto di più importante deve trasmettere l'insegnamento umanista. "Imparare a pensare" significa mettersi nei panni degli altri, utilizzare la ragione per soffermarsi sulle ragioni degli altri, ricordarsi che il metodo conta più del "proprio" merito. E sforzarsi di farlo nella propria quotidianità, laddove l'interazione coi nostri simili ha luogo, non solamente nell'empireo dei problemi astratti. Questa è la vera consapevolezza, che si contrappone a quella che lui chiama la vita "in modalità predefinita". Questo è chiedersi continuamente, come fa il pesciolino saggio, cosa sia l'acqua.