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Delle malattie, una volta guariti, si tende a non parlare: nell’eccezione a questa regola emerge la capacità del poeta. L’amore raccontato da Michele Mari è senza dubbio una alienazione, spinta talvolta fino a penetrare il delirio, eppure risplende di una rara lucidità. Forse non esistono amori più romantici di quelli non corrisposti; forse esistono e sono quelli mai nemmeno confessati. “Cento poesie d’amore a Ladyhawke” racconta questo tipo di sentimento, che consuma come una droga e che pure spinge a vivere sempre come può fare una droga, dipanandosi nella dimensione del sogno, dell’illusione, della fantasia morbosa. Sa essere delicato ma anche spiazzante giocando a più riprese con innocenza quasi infantile e compiacimento sardonico. Può essere il ricordo lontano di un’unica altalena su cui si dondolarono per qualche istante l’innamorato e la amata, ma può anche svelare in brevi poesie un gusto macabro: «Come un serial killer / faccio pagare alle altre donne / la colpa / di non essere te».

L’amore di Michele Mari è senza dubbio quello di “chi guarda e tace” ma il poeta rivela una rara capacità nel raccontare sentimenti così discreti da essere riconosciuti solo nel momento in cui vengono letti, come nella poesia “Ti ho amata sempre nel silenzio”. È propriamente un sentimento immaturo, perché evita il confronto che racconta di anelare e non tenta nemmeno di sbocciare nella realtà. Interessanti anche a questo proposito i riferimenti alla cultura pop, in particolare il cinema horror, o ad altre passioni venali dell’autore, come il poker. Su questo aspetto e su quelli più propriamente letterari segnalo agli interessati la recensione di Luca Alvino su minimaetmoralia.it, capace peraltro di cogliere con penetrante sensibilità, e descrivere con chiarezza espositiva non certo pareggiabile da me, l’essenza sentimentale di questa pregevolissima raccolta di poesie.

L’amore di Mari può diventare una attrazione fatale, che moltissimi incontrano nella propria vita ma verso la quale per alcuni è più forte la tentazione di cadere e incedervi. La poesia in questo caso aiuta a perdersi nell’immaginazione ma anche a riconoscere l’allucinazione per quello che è, e magari superarla. È probabilmente stato così per l’autore; è certamente stato così per il recensore.
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