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The Review
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“12 regole per la vita”, secondo libro di Jordan Peterson, arriva in un momento di enorme celebrità dell’autore, oggetto di dibattito per le sue posizioni sul politicamente corretto e seguito da milioni di persone su ogni media. Chi non lo conoscesse, soprattutto in Italia, non tradirebbe alcuna ignoranza ma potrà trovare miriadi di informazioni e discussioni sull’autore cercando su Google, soprattutto in ambienti anglosassoni. Per presentazioni biografiche rimandiamo a quelle, concentrandoci invece sulla recensione del libro che si sposa con la sua attività di psicologo clinico e di carismatica guida nei suoi podcast.

Il successo di Peterson può essere ricondotto alle seguenti ragioni: si trova a comunicare a una generazione che pone al primo posto la tolleranza, valore che se vissuto senza sufficiente consapevolezza può far cadere nel relativismo. In un mondo in cui come mai prima si sono attenuate moltissime strutture sociali: religioni, partiti, sindacati, paradigmi familiari e lavorativi. Umanità precarizzata ma dotata di nuovi strumenti in grado di annullare tempo e distanze, e anche per questo portata a sviluppare rapidamente assuefazione quasi a ogni cosa. Bombardata da modelli di successo, di vite almeno apparentemente felici, continuamente misurata nelle proprie capacità sociali attraverso follower, reaction e commenti. Per questo più sola e impreparata ad affrontare la sofferenza, quando arriva, spesso senza reti di protezione e supporto. Molte persone di questa generazione si trovano per la prima volta a sentire il bisogno di regole. Non è un caso che molti dei suoi giovani fan nei commenti descrivano Peterson come una vera e propria figura paterna.

Le 12 regole sono trattate con notevole approfondimento, dovizia di aneddoti e soprattutto riferimenti alla cultura tradizionale e al mondo della natura, con una sottile ironia come sfondo costante. Si basano sull’idea che nell’esperienza umana il mondo si divida tra ordine e caos, senza assolutizzarli rispettivamente come positivo e negativo, proprio come nello yin e nello yang. Il filo che lega ciascuna regola è invece l’idea che per evitare di cadere nel fanatismo collettivo o nel nichilismo individuale, ogni persona debba costantemente spingere le proprie possibilità al confine tra “ordine e caos”, per come intesi nel libro, assumendosi integralmente e coscientemente il peso della propria vita, nella società e rispetto al mondo. Affrontare quello che gli sceneggiatori chiamano il percorso dell’eroe. L’obiettivo dell’essere umano non può essere la felicità (“Happiness is a pointless goal”) ma esperienze dense di significato, rese tali dall’assunzione di responsabilità.

Dopo un lungo periodo di ascesa di intellettuali impegnati a destituire tradizione e religione (Richard Dawkins, Sam Harris, Steven Pinker e il più classico Chomsky per citarne solo alcuni) Jordan Peterson riscopre e reinterpreta antichi miti e valori dell’esperienza umana. Anche senza apprezzare necessariamente il Peterson “intellettuale politico”, è possibile trarre dai suoi scritti più che dai suoi video un profilo intellettuale conservatore all’altezza del dibattito del 21esimo secolo. E fare tesoro dell’esperienza di uno psicologo clinico in grado di indicarci antidoti contro il nostro caos o più spesso ricordarci, dandogli nuovo smalto, insegnamenti che razionalmente sentiamo già di possedere ma che nuove interpretazioni possono aiutarci ad applicare davvero.
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