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Publishing house
Chiarelettere
Edition number
4
Publication year
2018
Position in the list
4
The Review
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Il titolo è piuttosto respingente (va detto) almeno per una fetta di pubblico allergica alle tesi complottiste, ma non solo. Tuttavia, probabilmente, la scelta editoriale si deve proprio al fatto che il pubblico che adora i complotti è purtroppo molto ampio e certamente attirabile. Attenzione pero, «Intrigo internazionale», nonostante il titolo, non si colloca in questo filone, ha un certo rigore e i suoi autori sono fonti informate. Il primo – il giornalista Giovanni Fasanella – è stato notista politico e si è occupato a lungo, durante gli Anni di piombo, all’Unità, di terrorismo. Magari potrebbe essere sospettato di essere un autore, per così dire, «politicamente orientato», ma chi per tanti anni lavora in cronaca si è fatto le ossa almeno da sapere raccontare l’intreccio degli eventi. Il secondo – il giudice Rosario Priore – si è occupato di indagare numerosi torbidi casi, in molti dei quali sono coinvolti Brigate Rosse, Nuclei Armati Rivoluzionari, Prima Linea e altri gruppi armati di matrice comunista. Si è occupato inoltre dell’attentato a Papa Wojtyla, della strage di Ustica, altri ancora.
Il racconto che ne viene fuori è quindi una radiografia degli anni degli attentati e delle stragi più significative del recente passato. Mi sono avvicinato a questo libro non per il titolo (che semmai mi ha procurato anche qualche pudore nel mostrare la copertina, per esempio, in treno) ma perché, a ben vedere, un altro testo riassuntivo delle tesi giudiziarie sui principali misfatti dell’Italia degli Anni di piombo, non c’è. Salvo attingere, per l’appunto, dalla classica (vera e propria) complottistica. Sono editi molti testi sui singoli casi (e probabilmente sarà vero che un libro non basta a svolgerli tutti compiutamente, ma del resto è comodo) eppure, a mio avviso, manca un vero e proprio filone editoriale dedicato alle dinamiche di fondo e alle generalità degli Anni di piombo che sia per così dire «alla portata». Numerosi sono infatti i volumi su quei funestati anni, ma eccessivamente accademici rispetto a un pubblico dimentico (oggi) anche dei fatti più noti e cruciali e tuttavia interessato a saperne.
Una lettura che avvenga grazie a una lente più distante e che non apra troppe parentesi, trovo quindi sia utile. Perché sebbene sia vero che interpretazioni a «comune denominatore» siano azzardate, e Moro, Wojtyla e Ustica siano casi dalla natura molto diversificata e con mandanti diversi, tuttavia si può fare una riflessione sullo «spirito del tempo». Che di vittime e carnefici è, in qualche modo, genitore.
Sì, perché è molto comprensibile la voglia fanatica di sapere tutto di chi ha rapito Moro, di come sia andata nei cieli di Ustica e di chi c’era dietro Ali Ağca (se è vero che è stato qualcun altro ad armargli la mano contro Wojtyla). Ma a sbagliare si fa presto. Nemmeno i giudici più convinti conoscono certi particolari. Piuttosto (cioè sarebbe un’operazione intellettualmente più onesta dell’assegnare perfettamente tutti i ruoli) è necessario ricostruire l’odore del tempo che ha macinato quelle vicende: studiare la politica, la geopolitica, le relazioni economiche, i rapporti di forza tra le arene pubbliche che chiedono questa e quell’altra riforma, insomma la cronaca nuda e cruda: se fossi un insegnante di storia di liceo (a proposito, ma si studiano gli Anni di piombo al liceo?) comincerei proprio da questo: dal clima. Comincerei dal contesto e dai fatti, e non dai misfatti.
Ecco perché, in effetti, il titolo: «Intrigo internazionale». La tesi di fondo sostiene che stragi e attentati siano il frutto naturale di condizioni e cause maggiori (lo spirito del tempo di cui sopra): le generali tensioni tra Oriente e Occidente, che sfogavano rogne soprattutto negli Stati europei, in quegli anni, hanno portato la storia del nostro Paese verso scenari molto particolari e adatti alla versione calda della guerra fredda: l’Italia si trovava in bilico sia geograficamente (a pochi chilometri il mondo slavo e comunista) sia metaforicamente (aveva il partito comunista con maggiori consensi in Occidente) sulla cortina di ferro.
Così la politica filoaraba dell’Italia di quegli anni (attraverso lo stesso Moro e poi Andreotti e Craxi verso i governanti di Libia, Algeria ma anche la Palestina di Arafat), necessaria se non altro alla questione energetica e a curare i rapporti di buon vicinato coi dirimpettai mediterranei, ha generato più di una guerra tra servizi di intelligence nostri e francesi, inglesi e americani. Spesso scaramucce, altre volte con effetti collaterali imprevisti, presumibilmente, come quelli di Ustica.
L’Italia di allora era, in effetti, tornata una (seppur piccola) potenza. Non solo perché godeva di una rendita di posizione dal punto di vista geostrategico, ma anche perché era reduce da un certo balzo economico (quello degli anni Cinquanta e primi Sessanta), passando dalla condizione di Paese completamente sconfitto in guerra a nazione in grado di competere con i vincitori, almeno quelli europei. Ci provò, almeno, Enrico Mattei con il petrolio e ci provò anche Felice Ippolito con il nucleare. Riemergevano allora molte pretese sopite, durante il lungo dopoguerra dell’Italietta, nell’attesa di fare qualcosa senza dare nell’occhio: si conosce la galassia dei movimenti politici di destra e di sinistra emarginate dall’ingombrante centro cattolico e moderato, e quanto questi fossero militanti e militari.
Quindi non deve stupire se l’assassinio di Moro o la strage di Bologna si siano compiuti nell’impotenza politica di partiti e forze dell’ordine. Perché se c’era l’interesse di fare fuori un pezzo grosso o che venisse piazzata una bomba bastava lasciare fare: non era necessario architettare complicati piani da parte degli Stati esteri e cercare sicari da armare. Quelli erano già pronti (e potevano essere chiunque). Semmai erano tenuti a bada. Le stragi – sostengono gli autori – sono allora il risultato di forze che naturalmente agiscono su un corpo, e che sono lasciate sfogare, qualora si decida di lasciare fare: gli esecutori sono derelitti qualunque (ragazzi senza arte né parte votati a una causa per dare senso alla propria vita, piuttosto che Ağca o chi per lui), mentre i mandanti sarebbero figure apicali che agivano semplicemente tramite omissioni consapevoli. Al limite supervisionavano.
Va detto che nelle edizioni precedenti (quello che recensisco è la prima edizione tascabile del 2018 che ne segue tre fortunatissime del 2010) era stato adottato un sottotitolo ancora più respingente e cioè «Le verità che non si sono mai potute dire». E, a parte la tesi per così dire «fisica» (le forze che naturalmente spingono verso la realizzazione di un fatto) piuttosto singolare, in realtà il materiale del libro viene in maggior parte dagli atti dei processi e quindi vengono trattate verità giudiziarie e tutt’altro che indicibili, dal momento che sono, per l’appunto, agli atti. Priore però completa a titolo personale laddove tutto porta a conclusioni ovvie ma non ascrivibili sul piano formale. Se non si vuole leggerlo per concordare con le tesi, il volume rimane molto interessante per spulciare le fitte cronache politiche e militari (segrete) che risultano dagli atti dei processi.
Il racconto che ne viene fuori è quindi una radiografia degli anni degli attentati e delle stragi più significative del recente passato. Mi sono avvicinato a questo libro non per il titolo (che semmai mi ha procurato anche qualche pudore nel mostrare la copertina, per esempio, in treno) ma perché, a ben vedere, un altro testo riassuntivo delle tesi giudiziarie sui principali misfatti dell’Italia degli Anni di piombo, non c’è. Salvo attingere, per l’appunto, dalla classica (vera e propria) complottistica. Sono editi molti testi sui singoli casi (e probabilmente sarà vero che un libro non basta a svolgerli tutti compiutamente, ma del resto è comodo) eppure, a mio avviso, manca un vero e proprio filone editoriale dedicato alle dinamiche di fondo e alle generalità degli Anni di piombo che sia per così dire «alla portata». Numerosi sono infatti i volumi su quei funestati anni, ma eccessivamente accademici rispetto a un pubblico dimentico (oggi) anche dei fatti più noti e cruciali e tuttavia interessato a saperne.
Una lettura che avvenga grazie a una lente più distante e che non apra troppe parentesi, trovo quindi sia utile. Perché sebbene sia vero che interpretazioni a «comune denominatore» siano azzardate, e Moro, Wojtyla e Ustica siano casi dalla natura molto diversificata e con mandanti diversi, tuttavia si può fare una riflessione sullo «spirito del tempo». Che di vittime e carnefici è, in qualche modo, genitore.
Sì, perché è molto comprensibile la voglia fanatica di sapere tutto di chi ha rapito Moro, di come sia andata nei cieli di Ustica e di chi c’era dietro Ali Ağca (se è vero che è stato qualcun altro ad armargli la mano contro Wojtyla). Ma a sbagliare si fa presto. Nemmeno i giudici più convinti conoscono certi particolari. Piuttosto (cioè sarebbe un’operazione intellettualmente più onesta dell’assegnare perfettamente tutti i ruoli) è necessario ricostruire l’odore del tempo che ha macinato quelle vicende: studiare la politica, la geopolitica, le relazioni economiche, i rapporti di forza tra le arene pubbliche che chiedono questa e quell’altra riforma, insomma la cronaca nuda e cruda: se fossi un insegnante di storia di liceo (a proposito, ma si studiano gli Anni di piombo al liceo?) comincerei proprio da questo: dal clima. Comincerei dal contesto e dai fatti, e non dai misfatti.
Ecco perché, in effetti, il titolo: «Intrigo internazionale». La tesi di fondo sostiene che stragi e attentati siano il frutto naturale di condizioni e cause maggiori (lo spirito del tempo di cui sopra): le generali tensioni tra Oriente e Occidente, che sfogavano rogne soprattutto negli Stati europei, in quegli anni, hanno portato la storia del nostro Paese verso scenari molto particolari e adatti alla versione calda della guerra fredda: l’Italia si trovava in bilico sia geograficamente (a pochi chilometri il mondo slavo e comunista) sia metaforicamente (aveva il partito comunista con maggiori consensi in Occidente) sulla cortina di ferro.
Così la politica filoaraba dell’Italia di quegli anni (attraverso lo stesso Moro e poi Andreotti e Craxi verso i governanti di Libia, Algeria ma anche la Palestina di Arafat), necessaria se non altro alla questione energetica e a curare i rapporti di buon vicinato coi dirimpettai mediterranei, ha generato più di una guerra tra servizi di intelligence nostri e francesi, inglesi e americani. Spesso scaramucce, altre volte con effetti collaterali imprevisti, presumibilmente, come quelli di Ustica.
L’Italia di allora era, in effetti, tornata una (seppur piccola) potenza. Non solo perché godeva di una rendita di posizione dal punto di vista geostrategico, ma anche perché era reduce da un certo balzo economico (quello degli anni Cinquanta e primi Sessanta), passando dalla condizione di Paese completamente sconfitto in guerra a nazione in grado di competere con i vincitori, almeno quelli europei. Ci provò, almeno, Enrico Mattei con il petrolio e ci provò anche Felice Ippolito con il nucleare. Riemergevano allora molte pretese sopite, durante il lungo dopoguerra dell’Italietta, nell’attesa di fare qualcosa senza dare nell’occhio: si conosce la galassia dei movimenti politici di destra e di sinistra emarginate dall’ingombrante centro cattolico e moderato, e quanto questi fossero militanti e militari.
Quindi non deve stupire se l’assassinio di Moro o la strage di Bologna si siano compiuti nell’impotenza politica di partiti e forze dell’ordine. Perché se c’era l’interesse di fare fuori un pezzo grosso o che venisse piazzata una bomba bastava lasciare fare: non era necessario architettare complicati piani da parte degli Stati esteri e cercare sicari da armare. Quelli erano già pronti (e potevano essere chiunque). Semmai erano tenuti a bada. Le stragi – sostengono gli autori – sono allora il risultato di forze che naturalmente agiscono su un corpo, e che sono lasciate sfogare, qualora si decida di lasciare fare: gli esecutori sono derelitti qualunque (ragazzi senza arte né parte votati a una causa per dare senso alla propria vita, piuttosto che Ağca o chi per lui), mentre i mandanti sarebbero figure apicali che agivano semplicemente tramite omissioni consapevoli. Al limite supervisionavano.
Va detto che nelle edizioni precedenti (quello che recensisco è la prima edizione tascabile del 2018 che ne segue tre fortunatissime del 2010) era stato adottato un sottotitolo ancora più respingente e cioè «Le verità che non si sono mai potute dire». E, a parte la tesi per così dire «fisica» (le forze che naturalmente spingono verso la realizzazione di un fatto) piuttosto singolare, in realtà il materiale del libro viene in maggior parte dagli atti dei processi e quindi vengono trattate verità giudiziarie e tutt’altro che indicibili, dal momento che sono, per l’appunto, agli atti. Priore però completa a titolo personale laddove tutto porta a conclusioni ovvie ma non ascrivibili sul piano formale. Se non si vuole leggerlo per concordare con le tesi, il volume rimane molto interessante per spulciare le fitte cronache politiche e militari (segrete) che risultano dagli atti dei processi.