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Language
Italian
Translator
Ervino Pocar
Publishing house
Oscar Mondadori
Edition number
1978
Publication year
1927
Number of pages
281
Position in the list
4
The Review
2 voted this review
Ambientato negli anni venti del '900, Il lupo della steppa è incentrato sul forte contrasto tra individuo e società, messo in risalto dalla duplice personalità del protagonista.

Un quasi cinquantenne che odia la borghesia, non tollera la superficialità di ciò che è mondano e si rinchiude con le sue ubbie in una piccola pensione, per ricercare quella felicità pura che è rintracciabile solamente nella poesia e nella musica.
Un lupo solitario in una società che non accoglie, dilaniato dal dolore e sopraffatto dall'apatia, che vede nel suicidio l'unica soluzione possibile. La sua salvezza, o perlomeno una parvenza di essa, arriverà (naturalmente) per mano di una donna, che lo riporterà ai piaceri della vita e condividerà con lui la sua solitudine, la sua tristezza, la sua codardia.

L'alternanza di lucide riflessioni esistenziali e di lunghe dissertazioni psichedeliche, rendono questo romanzo un passaggio inevitabile per chi ha voglia di scavare dentro sé, alla ricerca di una sofferenza sopita e forse mai espressa. Ambientazioni che renderebbero entusiasta David Lynch si mischiano con una lettura fredda e calcolata degli aspetti socio-politici dell'epoca, rendendo al lettore un'immagine cristallina della decadenza identitaria dei primi del '900.

Frasi da ricordare:

- Senza amare se stessi non è possibile neanche amare il prossimo, l’odio di sé è identico al gretto egoismo e produce infine il medesimo orribile isolamento, la medesima disperazione.

- La mia anima infantile è talmente agitata dal vento della miseria che prendo la lira arrugginita della gratitudine e la scaglio in faccia al sonnacchioso e soddisfatto Dio della contentezza e preferisco sentirmi ardere da un dolore diabolico piuttosto che vivere in questa temperatura sana.

- Ecco, come io mi vesto ed esco e vado a trovare il professore e scambio con lui cortesie più o meno finte, in fondo senza volerlo, così fanno e vivono e agiscono per lo più gli uomini ogni giorno e ogni ora, per forza e senza volere, e fanno visite, tengono conversazioni, siedono negli uffici, sempre per forza, macchinalmente, contro la loro volontà, e tutto ciò lo potrebbero fare altrettante macchine o si potrebbe benissimo farne a meno; e tale meccanismo eternamente in moto è quello che impedisce a loro, come a me, di far la critica della propria vita, di riconoscere e sentire la propria stoltezza e superficialità, la propria orrida ambiguità, la propria tristezza e solitudine senza speranza. Oh, hanno ragione, gli uomini, di vivere così, di fare i loro giochetti e di correr dietro ai loro fatti importanti invece di opporsi al triste meccanismo e di guardare disperatamente nel vuoto come faccio io che sono fuor di strada.

- L’infelicità che vorrei è diversa: è tale da farmi soffrire con avidità e morire con voluttà.
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