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Il libro racconta di un personaggio leggendario dell’Inquisizione siciliana, Fra' Diego La Matina, di Racalmuto (come Sciascia) condannato per blasfemia e eresia alla metà del ‘600 e passato alla storia per essere stato l’unico inquisito ad avere ucciso il proprio inquisitore, tale Juan Lopez de Cisneros, in quella che recenti fonti storiche confermerebbero essere stata l’ennesima seduta di tortura a cui veniva sottoposto.

È stato per me un libro capitale, non tanto per la simpatia suscitata dall’impresa eroica di Fra’ Diego, che non riuscì a fuggire dal carcere e fu comunque mandato a morte, quanto per la consapevolezza che mi ha regalato di come l’Inquisizione sia una forma e un’idea di giustizia “eterna”, tutt’altro che circoscritta storicamente all’esperienza dei tribunali ecclesiastici speciali. La giustizia come affermazione di potere e non di diritto, come pretesa di guadare al mondo con gli occhi di Dio e come anticipazione del suo giudizio. La giustizia come autodafé.

Sciascia diceva che il suo interesse per l’Inquisizione nasceva dal fatto che l’Inquisizione non era finita e passò tutta la vita a combatterla e anche a irriderla nelle sue smisurate ambizioni e nelle sue desolanti miserie.
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