Position in the list
3
The Review
1 voted this review
Come mi è successo con altri autori, io ho scoperto Sergio Quinzio leggendone sui giornali gli articoli, da cui traspariva insieme una misura molto laica nel giudizio su fenomeni di costume religioso e una tensione autenticamente apocalittica, che nei suoi libri esplodeva con una “potenza negativa” radicale, nel costante rovesciamento del cristianesimo da affermazione trionfante della salvezza in attesa messianica di una salvezza ancora scandalosamente a venire, di una promessa ancora incompiuta e quindi tradita. La teologia di Quinzio è la teologia di un Dio sconfitto e di un uomo crocifisso a questa sconfitta e insieme fiducioso nell’avvento di un Regno, in cui lo scandalo materiale del dolore e della corruzione dei corpi sarà riscattato dalla sconfitta della morte. Quello di Quinzio, fin da ragazzo, mi è sempre sembrato l’unico modo “onesto” per essere cristiani, cioè partendo appunto dalla sconfitta di Dio, senza scivolare in un’ideale di potenza nel mondo, né di conciliazione con il mondo (anche rispetto al ruolo della Chiesa).
Il fascino di Quinzio in me era anche accresciuto dalla sua figura, dalla sua storia personale di erudito autodidatta, ufficiale della Guardia di Finanza che, rimasto presto vedovo di una moglie amatissima, era andato appena possibile in pensione per ritirarsi a scrivere nella solitudine opere monumentali e a peregrinare nel labirinto di una fede ferita e pure tenace.
Was this review outstanding?
Was this review outstanding?